Il secolo che muore, vol. IV

Part 20

Chapter 203,722 wordsPublic domain

— Io sono figliuola adottiva e nuora, insomma erede unica rimasta di Orazio Onesti.

— Come così è, perdoni sa, se non la conoscendo... se non avendo l'onore di conoscerla (e qui si cavò la berretta) si accomodi, prego (e le offeriva lo sgabello stesso sul quale egli poc'anzi sedeva), non può credere come mi si stringa il cuore a lasciarla andar via così sconsolata... Faccia una cosa, la mi lasci coteste preziose reliquie del celebre suo signor socero, ed io mi metterò in quattro per esitargliele — ma' mai mi capitasse nel negozio — perchè, veda, con quei benedetti inglesi non ci è più da fare un pasto buono; le penne costoro le hanno rimesse, ma si ricordano essere stati pelati; i russi poi si mantengono tuttavia barbari abbastanza da tenere in pregio le memorie degli uomini grandi e da lasciarsi pelare; ma dia retta, signora, io posso proporle meglio a pronti contanti: mi dica, avrebbe ella, o taluno di casa sua, alienato in perpetuo o temporariamente il diritto di proprietà delle opere del suo signor socero e padre?

— No signore, nè io nè la buona memoria del mio signor marito. Il mio signor socero sì, ma a tempo allo editore che primo le stampò, la quale da parecchi anni è scaduta.

— Perfettamente; pertanto se la signoria vostra mi cedesse per tre anni, a decorrere dal dì della pubblicazione di ogni singola opera, la facoltà di stamparla, le pagherei subito lire mille italiane in oro, e più mi obbligherei a darle _gratis_ una copia rilegata in _brochure_, s'intende, della mia edizione.

— Caro lei, io non me ne intendo, ma veramente... disse Isabella, peritandosi a compire la frase per la paura le sfuggisse di mano quella cima di fune, che giudicò porgerle la Provvidenza nella sua misericordia; e il liberale stampatore, aggrondato, con voce alquanto risentita:

— Mille lire! Le paiono poche mille lire... in oro... subito... prima che ella esca di bottega?

— Via, non s'impermalisca, voglia scusarlo alla inesperienza... mi getto nelle sue braccia... e che devo fare per istringere il negozio?

Il libraio liberale fra sè esclamò: Accidenti! questa ha fame; si poteva portare via la compra per metà prezzo; il cuore mi strascina sempre dove vuole! Poi a voce alta: Ecco, io stenderò un bocconcino di lettera, nella quale la signoria vostra mi dichiarerà avermi ceduto la proprietà degli scritti di Orazio Onesti per quattro anni, ed ella la segnerà.

— Sì signore, come comanda.

— L'editore liberale ecco si assetta al banco, si pone gli occhiali a cavallo al naso, e tutto tremante per la contentezza del magnifico affare conchiuso buttò giù la lettera, avvertendo di portare a cinque i tre anni primamente convenuti.

La Isabella si accorse pur troppo della pidocchieria, ma non si attentando rilevarla per la solita paura, si tacque; riscosse le mille lire e si affrettò a ridursi più che potè difilato a casa, senza pur volgersi addietro, nel sospetto che costui non gliele ripigliasse.

Quel medesimo giorno, Dio (avrebbe detto un prete) per ricompensare il libraio liberale e dabbene della sua azione da galantuomo, gli mise dinanzi un americano da Baltimora, svisceratissimo della letteratura italiana, di cui giusto in quel punto imparava la grammatica, a cui parve toccare il cielo col dito acquistando gli autografi di Orazio Onesti per sole cento lire sterline; e ne dimostrò al libraio la riconoscenza scotendogli il braccio fino a levarglielo dal posto e invitandolo a bere il _the_ a casa sua in Baltimora.

Il libraio, partito l'americano, ripose i biglietti di banca nello scrittoio, deliberato consegnarli _tutti_... non aveva ancora compito la frase, che ecco un cavallone di cupidigia scaraventare quella modesta onda di onestà a frangersi su gli scogli e gorgogliando susurrare: — Eccetto, bene intesi, una discreta provvigione per me. — In siffatto proponimento si mantenne fino a desinare, allora lo appetito dello stomaco gli destò quello dello spirito, e almanaccando su la faccenda conchiuse: — A dargliene mezzi basterebbe, ed anche mi paiono troppi. — A cena (ahimè! l'ora dei pasti era funesta alla generosità del libraio liberale) rugumandoci su venne nella determinazione di darne alla Isabella un terzo, ed anche quelli giudicò troppi... e ciò a modo di addentellato, nel caso che gli piacesse fabbricare accanto; perchè il nostro libraio fu della razza di cotesti uomini, di cui il primo pensiero li condurrebbe talora al Campidoglio, se l'ultimo non li menasse sempre alla forca. La notte standosi in letto gli tornarono a gola i biglietti di banca dello americano, e gl'impedivano il sonno; infastidito di giacersi sopra un fianco, si volge su l'altro, e in mezzo alla giravolta gli scende dall'alto la idea luminosa di pigliarseli tutti per sè; _linea recta brevissima_, come fece incidere sopra la sua argenteria il Guizot, ch'era andato sempre storto.

La mattina seguente, essendosi raccolta nella sua bottega la solita conversazione: un prete, un borsaiolo ebreo e un moderato cristiano, di un tratto gli si posò nel cervello importuno come una mosca sul naso il pensiero: e se in questa si presentasse colei per saper l'esito delle sue carabattole, che pesci piglieresti? Gua'! la risposta viene da sè: i' non le ho ancora vendute. Adagio, Biagio, prevedi il caso ch'ella ti avesse a dire: non vo' più venderle, rendetemi la roba mia. Allora — e qui alzò tre dita della mano sinistra, e coll'indice della destra toccando il primo dito susurrò: per uscirne con onore mi pare che mi sovverrebbero tre vie: prima la fantesca nello spazzare la bottega, supponendoli fogliacci, li ha buttati via; il commesso del negozio per le medesime ragioni ed apparenze ci ha acceso la pipa, via seconda; terza via, il ragazzo di stamperia, preso a soqquadro da non so quale cinquantina di fichi, e intimato a riporli in libertà per urgenza, era scappato portandosi seco i fogli, sicchè la sua dignità di cittadino e di libraio lo aveva dissuaso andarli a cercare colà dove si trovavano.

L'abate, aocchiando la distrazione dello stampatore e cotesto suo almanaccare su le tre dita ritte, gli disse:

— O compare! A caso non vi sarebbe saltato il ticchio di proseguire il trattato della santissima Trinità, che lasciava in asso il dottore di santa Madre Chiesa, santo Agostino?

— Noe, rispose stizzito il libraio, come colui ch'era stato importunamente interrotto sul più bello delle sue meditazioni; io faceva il conto a chi di voi altri tre sarebbe toccato di andare primo allo inferno...

Proprio è così, e non fa nè anche una grinza, gli artisti di canto e i trovatori di armonie; quantunque celeberrimi, cascano negli ugnoli degl'impresari come le lodole in quelli degli sparvieri; gli scrittori del pari capitano in mano ai librai, a mo' che san Lorenzo (di cui oggi ricorre per lo appunto la festa) s'imbattè in quelle dei suoi arrostitori.

*

Poco rincalzo le mille lire portarono alla Isabella, imperciocchè, levatisi prima i chiodi che si trovava avere, e' fu bazza se le avanzò un quattrocento lire. Gli autografi del socero non le vennero più in mente, e lascio figurare a voi se il libraio andasse a ricordarglieli. Con quella po' di moneta rimastale si tirava innanzi, procurando che nulla mancasse alla Eufrosina, quanto a sè governandosi tanto sottilmente, ch'era una pietà.

E questo non era mica il peggio, che l'angoscia da non potersi dire gliela dava la impazienza febbrile sua e della Eufrosina, di aspettare ogni giorno nuova dei cari diletti, e giungere a sera con la speranza sempre delusa. Cotesto davvero era spasimo, che trapassava il cuore delle due donne come una spada, ma più lacerante quello della Isabella, però che a lei toccasse dissimulare il proprio affanno per lenire quello di Eufrosina; alla quale non rifiniva mai dichiarare non essere poi tanto il tempo decorso dalle ultime notizie.

— Come non tanto! interrompeva l'appassionata Eufrosina, — oggi compiono per lo appunto tre mesi.

— No davvero, rimbeccava Isabella, o la notizia ultimissima non la conti?

— Io? Io conto quello che ci portò la posta.

— No, figlia, tu hai a contare da quella che ci portò il cuore. L'amore, a gara di prestezza, si lascia indietro anche la luce, e in un baleno trasporta uno dall'Indo al Polo.

— Sì, è vero, questo mi ricordo aver letto prima ch'io diventassi cieca nelle lettere di Abelardo e di Eloisa; ma adesso a tutte queste belle cose preferisco la posta del Barbavara.

L'altra taceva. E poichè Eufrosina capiva che l'anima della madre in cotesta incertezza si doveva struggere quanto la sua di amante, cessati i lagni l'abbracciava, e con le mani per la faccia e pel collo la blandiva.

Ma ormai il fascio delle tribolazioni per la signora Isabella si era fatto più grave di quello che le sue forze potessero sopportare; non le riusciva più levarsi da letto, dove trovandosi giacente la sera della decollazione di san Giovanni Battista, finse prima accendere il lume e poi lo lasciò spento; tanto a che pro? Gli occhi della Eufrosina non si allietavano al dolce lume, e i suoi provavano quasi un'amara voluttà ad assuefarsi allo imminente buio perpetuo. In mezzo a cotesto silenzio lo zufolio sottile della zanzara si udiva come lo strido della tromba dell'angiolo che chiamerà al giudizio finale i morti, se la vorranno udire.

Eufrosina non si attentava domandare alla signora Isabella come si sentisse, ed Isabella si mordeva le labbra per trattenersi da guaire; sotto lo imperversare della sventura stavano cheti cheti, pari a due uccelli i quali sotto la medesima fronda si riparano al furore della tempesta.

*

— Mamma!

— O Dio! Dio! che voce è questa? — Eufrosina! Dove sei?

— Babbo!

— Curio!

— Non alzate la voce; — siamo noi... proprio noi...

A tastoni, brancolando, trovarono il letto, — incontrarono i pegni della loro tenerezza, si strinsero, abbracciaronsi, bocca a bocca incollarono, l'uno alitava, anzi viveva la vita dell'altro; — non parlarono, non piansero; tanto sprofondarono in cotesto abisso di passione, che rimase sospeso in essi ogni senso di dolore; — così gli occhi affissando la soverchia luce smarriscono la facoltà visiva.

Dopo parecchio tempo Filippo si accorse ch'erano tutti al buio, onde si mise a dire.

— Lume! lume! ch'io vo' vedere la cara faccia della figlia mia.

— Lume! lume! ripeterono in coro Isabella e Curio.

— Lu... gridò a sua volta impetuosa Eufrosina, senonchè a mezzo le strozzò nella gola la parola l'acerbo ricordo della sua cecità; smaniando ricinse con ambo le braccia il capo di Curio, e forte se lo accostò al suo; che adesso alla virtù di amore si aggiungeva la paura. Filippo, per far presto, frega una mezza dozzina di fiammiferi al muro, e, come succede sempre, fece più tardi e si scottò le dita. Alfine accende quanti lumi gli occorrono nella stanza; ma per questo non potè vedere la faccia della sua Eufrosina, imperciocchè ella si trovasse per così dire compenetrata in quella del suo diletto, come se presumesse gittare la propria forma nella forma di lui, onde Filippo, montato in istizza, mise le mani in mezzo a guisa di cuneo, e tirando forte di qua e di là giunse a separare le fronti dei giovani. Eufrosina fino a cotesto punto non si era attentata ad aprire gli occhi; adesso le viene fatto sollevare una palpebra, e:

— Madre di Dio! ella grida, lo vedo, lo vedo, l'ho visto, l'ho visto, l'ho visto!

— Chi hai visto, anima? Chi hai visto?

— Curio ho visto... Curio...

E aveva richiuso gli occhi.

— Riapri gli occhi, cara, le andava ripetendo Filippo fuori di sè, sincerati una seconda volta.

— No, no, mi basta; e se tornassi a non vederlo più? Se fosse stata una visione passeggera!... Capisci, babbo, mi si spezzerebbe il cuore.

— Ma come mi hai visto? subentrava a dire Curio... su, dimmelo, diletta mia.

— Ecco, io ti ho visto, e giudica s'è vero, tu ti sei fatto color di rame; sopra il ciglio destro hai un taglio... è vero o non è vero?

— Si, è vero: dunque su via, coraggio, riprovati una seconda volta.

E così dicendo Curio tentava removere le mani dagli occhi di Eufrosina, ch'ella ci teneva sopra ostinata.

— Oh! non m'invidiare, cattivo, la misera gioia che nasce dalla incertezza di un bene. — Fermati, dico. Tanto per forza non verrai a capo di nulla.

— Ebbene, fallo di tua volontà... Ah! non ti basta l'animo? Ti manca il coraggio? Va', ti faceva meno codarda.

— Codarda io! Guarda se io sono vile!

E tale parlando, allontana le mani dagli occhi e la intera anima trasfonde nello sguardo.

— Vedo! vedo! Curio... babbo... mamma stesa sul letto... Ahimè! Curio... mi sento morire...

E la povera tosa casca nelle braccia dello amante... Piangevano tutti, e veruna esultanza avrebbe avuto virtù di porgere refrigerio ai dolorosi quanto coteste lacrime, se la paura di male per la cara fanciulla non li avesse amareggiati. I nostri personaggi, disposti in diversi atti, non si arrisicavano di pure alitare, come quelli che temevano ogni sottil fiato potesse spegnere la fiammella, la quale, se non era morta, nè anche appariva viva. Allo improvviso Eufrosina ritorna a spalancare gli occhi smaglianti nella potenza dei moltiplici affetti...

Nel modo che la scienza ammaestra la luce del sole emanare dalla combustione simultanea di molti metalli, tra cui principalissimo l'oro, così nello sguardo di Eufrosina sfolgorava la gratitudine verso quello che, dopo averla tribolata tanto, adesso la consolava, oltre la speranza e la tenerezza verso il padre, la carità per la Isabella e soprattutto l'amore ardentissimo per Curio.

Chi mai gliene avrebbe mosso rimprovero? Vince ogni cosa Amore; così ordinò la natura.

Sebbene, qual più, qual meno, i miei personaggi credessero in Dio, e forse taluno di loro senza accorgersene, pure a veruno cadde in mente che ciò fosse avvenuto in grazia di un miracolo; i presagi del medico Taberni si erano avverati,[25] — e nondimeno andavano ripetendo senza fine: miracolo! miracolo! dimostrando a questo modo quanto sia la potenza della contradizione nell'uomo e la forza quasi invincibile della consuetudine.

[25] Non ci mancava altro che questa! Tra gli altri privilegi, ecco che i romanzieri si usurpano la facoltà di spengere e di accendere gli occhi, come i lampionai costumano i becchi del gas. Non è così; rinnuovo lo avvertimento, che i casi esposti in questo libro sono tutti cavati dal vero, comecchè poi svolti con l'arte. Ora il fatto della perdita e del riacquisto della vista nella maniera narrata è conforme alla verità. Dubitando delle mie notizie in medicina, poche ed incomplete, feci consultare in proposito un professore che con lode universale si è consacrato allo studio speciale delle infermità degli occhi, che cortesemente rispose al quesito nel modo seguente:

«Un individuo nato cieco potrebbe acquistare la facoltà di vedere, e ciò istantaneamente, qualora la cecità fosse dovuta ad una cateratta, e questa o per convulsione, o per caduta, o per colpo e simili si lussasse e si spostasse. Potrebbe altresì darsi il caso che il nervo ottico, preso da un gran torpore alle sue origini cerebrali, acquistasse salute quando una violenta azione morale modificasse codesto centro nervoso.

«Devo avvertire però che di tutto questo non conosco esempi, anzi la seconda ipotesi è così lontana dal probabile che, se mi se ne offrisse uno esempio, vorrei procedere molto severo nel ricercare le prove di una vera e propria cecità antecedente al fatto asserito.

«E qui parmi d'aggiungere che dove mai accadesse questo quasi miracoloso abilitarsi dell'occhio alle sue funzioni, l'individuo non saprebbe probabilmente distinguere gli oggetti, nè i colori, nè la posizione degli oggetti relativamente a sè ed agli altri corpi nello spazio. È celebre uno studio fatto (e si trova in tutti i libri di fisiologia) sopra un tale che Ciselden operò e guarì dalla cecità congenita quando era già adulto; ed io pure ho esempio nel quale la inesperienza dell'organo andava tanto oltre, che alle prime credei la operazione non riuscita; ci volle circa un anno perchè l'occhio si abilitasse normalmente».

Tutto questo è discorso egregiamente dal dotto professore, ma non fa al caso nostro, imperciocchè Eufrosina non fosse nata cieca, bensì divenuta tale per veementissima commozione dell'animo. Intorno al caso speciale ecco come ragiona il prelodato professore:

«L'individuo che possiede il pieno godimento della sua visione può per un violento moto dell'animo rimanerne privo di un tratto, e proprio per _ispeciali modificazioni della maniera di essere del nervo ottico. Ora, quando trattisi di una di queste speciali modificazioni, un altro moto violento dell'animo può dalla cecità ricondurlo alla visione._ Anzi io penso che fra donne isteriche questo fatto sia _facilissimo_ e _frequentissimo_, ed io stesso l'ho osservato non ha guari qui in Pisa, ecc.

«_Pisa, 6 aprile 1871._»

A scoterli dalla estasi in cui stavano assorti ecco di un tratto sonare una voce; era amica la voce, che diceva:

— Scapati! Senza un quattrino di giudizio! Voi l'avete fatta bella! La questura, avvertita della vostra presenza qui, manda a questa volta questurini, carabinieri; tiene ammanniti i bersaglieri; ha consegnato in quartiere i soldati di linea... tanti non ne farebbe bisogno a prendere Buda... via... spulezzate subito, se non volete che vi agguantino.

Così parlava Foldo con lena affannosa; e le sue parole ebbero la maligna virtù di far cadere in sincope la signora Isabella e impietrire Eufrosina. Foldo mirando com'essi gingillavano, replicò di forza:

— Via, presto, se vi è cara la vita.

Filippo, più presente a sè stesso, agguanta il portafogli e risponde: eccomi! — All'opposto Curio con orribile pacatezza: io sto; quando pende incerta la vita di costoro, — e qui additava le donne — io non devo curarmi della mia.

Non correva adesso stagione di starsene a tu per tu; quindi Filippo e Foldo si allontanarono in fretta, nè camminarono troppo per via che s'imbatterono in una squadra di guardie, le quali giudicarono avviate ad arrestare i proscritti, e pur troppo si apponevano.

Seguitiamo i due amici per vedere dove vadano e che cosa almanacchino, imperciocchè io comprendo quanto strazio sarebbe pei miei lettori lasciarli lungo tempo incerti su quanto sta per succedere; questo tenerli un pezzo su la corda può benissimo essere arte di romanziere, ma la è arte crudele. Filippo si fece condurre difilato dal signor A., rappresentante degli Stati Uniti di America; italiano, esule per molti anni a Boston, uomo di virtù antica, e delle vecchie e delle nuove dolcezze dei governi italici peritissimo.

La necessità suggeriva a Filippo parole succinte ed efficaci; gli pose in mano lettere e documenti; gli si raccomandò _in visceribus_ non mettesse un minuto di tempo fra mezzo; dallo indugio ne uscirebbe il danno certo e irreparabile; forse non difficile impedire che la pietra cascasse nel pozzo; cascataci dentro ci vorrebbe il diavolo a cavarnela.

Il signor A., che poteva dire di sè quello che Virgilio mette in bocca a Didone: _non ignara mali miseris succurrere disco_,[26] insaccati i fogli e calcatosi il cappello in capo, si mise la via fra le gambe e in meno che non si dice un _credo_ cascò come bomba briccolata in fortezza nemica nella camera del prefetto, il quale allora stava per lo appunto in consulta col generale di divisione, il procuratore del re, il colonnello di giandarmeria, il questore, insomma con tutti i denti del coccodrillo civile e militare preposto alla custodia della città.

[26] Scottato dall'acqua calda, mi fa paura la fredda. _Traduzione libera._

La orazione del signor A. stringata in modo da far morire d'invidia Tacito e Bernardo Davanzati, la quale orazione insomma si sostanziò in questo:

«Le persone ch'essi si disponevano arrestare essere cittadini liberi della Unione americana; diventati tali in grazia di debita naturalizzazione; di più riputati dal governo cittadini benemeriti per opere e per dovizie largamente spese in pro della Unione; — per queste cause il presidente della repubblica raccomandarglieli con particolare sollecitudine; onde a lui correre debito non patire che fosse loro torto un capello, e qualora al prefetto bastasse l'animo di provarcisi, egli abbasserebbe l'arme e romperebbe ogni corrispondenza officiale col governo italiano; pensasse due volte il prefetto a quanto stava per fare, perchè con lo _embargo_ generale ed istantaneo sul naviglio mercantile italiano si sarebbe nabissata la fortuna pubblica e privata del regno. Ponesse mente quanto discredito avrebbe partorito al suo governo cotesta bestiale persecuzione; il danno dello scandalo mille volte più grave della utilità che sperava ricavare dall'esempio: per ora la università dei cittadini ignorare la presenza dei proscritti; poterla senza scapito di reputazione dissimulare il governo; egli obbligarsi ricondurli in quel medesimo giorno nella Svizzera.»

— Ma perchè vennero cotesti sciagurati? interroga stizzito il prefetto.

— Oh! ecco, rispose il signor A., innanzi tutto vennero a rivedere la respettiva loro madre e figliuola.

— O non potevano mandare a pigliarle da Lugano?

— Quanto alla figliuola si; quanto alla madre no, la quale, a quanto sembra, giace dal mal di morte travagliata.

— Voi avete detto, signore, che innanzi tutto furono mossi dal desiderio di vedere le loro donne; dunque ci hanno altre ragioni dietro? Quali sono esse?

— Certo l'altra causa consiste nel levare di qui cinquanta o sessanta _garibaldini_, e menarli seco a fondare una colonia su i terreni che possiedono nel Texas.

— Questo è buono a sapersi; può facilitare la clemenza del governo; dunque sapete di certo che ci libererebbero da una sessantina di rompicolli pari loro?

— Senza cotesti rompicolli sareste voi, signore, prefetto di Milano?

— Che rileva ciò? Quando la casa è infestata dai topi pregiansi i gatti; dopo dispersi i topi, fareste i gatti consiglieri di Stato?

— No, ma io non mi so capacitare come i vostri rompicolli d'Italia riescano in America cittadini commendevoli per costumi come utili per industria solerte ed ingegnosa.

— Sarà l'aria!

— E intanto queste emigrazioni, che indeboliscono l'Italia più che il continuo sudore il tisico, ingagliardiscono l'America; ma ciò non mi tocca; sta a voi pensarci.

— Mi sorprende, soggiunse il prefetto, come questi malanni abbiano potuto in così breve spazio di tempo mettere insieme tanta roba! Ma voi li credete ricchi davvero? _Barnum_ a sorte non sarebbe passato per là?[27]

[27] _Barnum_, il grande ciarlatano americano.

— Ve li assicuro io possessori di più milioni che la vostra fantasia non saprebbe immaginare; e se volete conoscere chi li ha fatti ricchi, io ve lo dirò, a patto che non ve lo abbiate a male, perchè io non intendo arrecarvi offesa; li hanno resi opulenti e rispettati cittadini in America quelle medesime qualità che stettero a un pelo di condurli a morte in Italia.

Allora il prefetto sottosopra fra le minacce del rappresentante degli Stati Uniti, gli ordini del governo centrale, i milioni dei proscritti, la paura dello scandalo, il pensiero che quando le cose non approdano a bene i cenci vanno al macero, trepidante per la pentola, seguitando lo istinto di conservazione che sortono da natura tutti coloro che rodono il pubblico bilancio, s'industriò buttare la broda della risoluzione addosso agli altri ufficiali, sicchè ingenuo disse loro:

— Dunque, che cosa deliberano fare? Io li ho chiamati a posta.