Il secolo che muore, vol. IV

Part 2

Chapter 23,844 wordsPublic domain

— Fra i nequissimi, pessimo il delitto di adulterio; quindi i romani, di cui le leggi furono meritamente salutate la ragione scritta, lo punirono con pene troppo più severe dell'omicidio e del furto; invero il ladro ti ruba cosa che tu puoi recuperare, puoi rifare, alla peggio te ne puoi astenere, ma l'adultero ti strappa il cuore della moglie, la reputazione di casa, la sicurezza della famiglia, e tutto questo perduto non puoi riacquistare, o farne a meno. È il derubato argomento di compassione, uomini pubblici e privati si affrettano a sovvenirlo ed a consolarlo; all'opposto il coniuge tradito deridono tutti, e se qualche pietoso vorrebbe pure confortarlo, non sapendo come trovare il bandolo della matassa lo lascia su l'arcolaio. Il tradito teme del pari la pietà e il disprezzo; qualunque aura, sia pure di primavera, gl'inciprignisce la piaga; in ogni discorso sospetta una punta per lui; gli pare che tutti lo ammicchino; le allusioni remotissime gli cacciano il ribrezzo addosso: odia la religione mosaica, perchè ad ogni piè sospinto ci si parla di corni; _cornu salutis, cornu fortitudinis tuæ_; nè meglio gli talenta la cattolica, che ha il _cornu epistolæ_; da per tutto per lui larga messe di beffe; nelle orchestre trova il corno; nei fiumi il corno; negli eserciti corna; le are dei Numi non ti offrono asilo per queste, perchè anche gli altari hanno le corna. In terra la Natura, in troppe cose scarsa, fu liberale di corna agli animali; e chi non li ha se li procura. I francesi tutti, ma in antico; nei medi tempi, i guerrieri più cospicui. A Mosè le donò Dio come insegna di divinità; a Giove Ammone i sacerdoti le tributarono, e a Bacco; leva gli occhi e mira su in alto assunto fra le stelle il corno di Archeloo, donde pare che versi su la testa dei mortali copia infinita di benedizioni; e la luna dove la lasci? Non ti consola dal cielo con le sue amabili corna? Nello stesso alvo materno l'utero ti abbraccia con le sue corna. Giù nello inferno, ornamento ed arme, mostrano i diavoli le corna; da qualsivoglia lato tu ti volga, non può fare a meno che tu non inciampi in corni.

Rispetto a omicidio, la è chiara che questo non ti lascia senso alcuno dei mali, mentre l'adulterio ti arde col fuoco dell'inferno che brucia e non consuma. Mi gode l'animo affermare che anche ai tempi dei romani come ai tempi nostri, qui tra noi, le pene più acerbe vennero emanate da re e da imperatori. Romolo punì lo adulterio con la morte; in odio all'esecrato misfatto, Augusto Cesare pubblicò la legge Giulia, che condannava i colpevoli alla emenda, allo esilio in isola deserta, alle verghe e fino alla castrazione!...

Moto di orrore su tutti i banchi.

Il Tebro inorridì, il Pado e il Reno, Agata strinse il caro Ambrogio al seno.

Fabrizio non lo bada e non lo cura, e prosegue imperterrito:

— I figli nati dall'adulterio insanabilmente bastardi: incapaci di succedere ai padri: appena diritto agli alimenti. Disposizione squisitamente civile conservata nel nostro codice. Di fatti, havvi un animale domestico, il quale rimpiatta la sua lordura sotto la cenere, e l'uomo vorrà essere meno del gatto per drappellare la colpa come una bandiera vinta al palio? Nè a Roma solo, ma per tutto il mondo, re, quantunque barbari, palesarono salutevole severità; Sesostri informi, re d'Egitto, che ordinò gli adulteri si seppellissero vivi; Diacmo re di Scizia, la propria figlia, colta in adulterio, fece seppellire viva; Temas dei tenedi, pure risparmiando al suo figliuolo tanto atroce supplizio, non lo volle meno morto. Insomma, i re imitarono in questa come in moltissime altre cose il modello di Dio, il quale da ogni suo perdono volle sempre esclusi gli adulteri; anco sant'Agostino lo dice. I popoli stessi, quantunque lontani da rappresentare l'immagine di Dio, e seguire i suoi santi precetti, pure non mancarono di provvedere alla esterminazione dell'abominevole delitto; tacerò dei parti, non parlerò degli arabi, nè dei messicani, nè di altri popoli, così del vecchio come del nuovo mondo, mi giovi rammentare soltanto i battas, tribù nell'isola di Giava, i quali condannano il peccatore ad essere mangiato cotto o crudo, a scelta del marito. L'offeso convita al pranzo espiatorio parenti e amici; legasi il colpevole a un palo; gl'invitati si accostano, ed ognuno di loro, secondo il grado di dignità, si taglia il tocco che gli gusta meglio; primo di tutti, già s'intende, il marito, il quale si piglia come più appetitosa la parte dell'adultero dietro l'orecchio, e un'altra che non importa dire.

La nostra storia racconta come, a questo punto della orazione di Fabrizio, dei gentiluomini quivi raccolti, un terzo temè sentirsi staccare gli orecchi, due terzi avvantaggiati guardarono i vicini per vedere dove avrebbero dovuto mettere i denti, caso mai il costume dei battas si avesse a trapiantare fra noi.

In questa, ecco due dei soliti uscieri cavallette saltare uno presso il presidente, l'altro presso il procuratore regio, e ad ognuno di questi consegnare un plico: nella sopraccarta di entrambi si leggeva scritto a caratteri da speziale: _preme_; però ambedue lo aprirono di botto. Fabrizio, appena ebbe scorso il suo, balenò della persona, chiuse gli occhi, di livido si fece cenerino, e per poco non diede di un picchio sopra la terra; pure con isforzo mirabile di animo e di corpo si tenne, ripiegò tutto tremante il foglio e se lo ripose nel seno.

Il presidente lesse il foglio come sorbiva il caffè bollente, a centellini; letto che l'ebbe lo rivoltò sottosopra considerandolo in ogni sua parte, e siccome gli occhiali per la precipite china del suo muso montonato gli erano scesi fino alla punta del naso, levò in alto la lettera tenendola aperta con ambe le mani; in su pure rivolse il muso e gli occhi, poi si piegò a levante e la rilesse, finita la lettura, voltò persona, muso e ogni altra cosa a ponente e lesse da capo; e poichè parve che nè anche questo punto cardinale avesse virtù di capacitarlo, ripose tutto a mezzogiorno e lesse per la quarta volta... Ci voleva tanto a capirla! Allora chinò il capo sul petto in sembianza di _fiat voluntas tua_. La udienza rimase sospesa.

Dopo un'ora tornava Fabrizio a ripigliare l'accusa, ma _eheu! quantum mutatus ab illo_, non mica ch'ei rimettesse uno scrupolo della sua asperità; all'opposto, la crebbe, ma la voce gli negava il consueto ufficio, si sentiva spossato, sicchè inerti gli pendevano giù le braccia; andò avanti a modo di orologio a cui si sia rotta la catena. Dopo avere esposto come nella sola Francia, secondo le statistiche dell'anno passato, l'adulterio avesse prodotto sette avvelenamenti, cinque assassinii, due incendi, cento divorzi, quattordici ammazzamenti di mogli e di amanti da mariti oltraggiati, disse constare del delitto: non impugnarlo gli accusati colla voce, confessarlo col rossore e col pianto. Lodevole certo il pentimento, ma di questo, tardo venga od issofatto, non si appaga la società offesa; di una cosa sola dolersi, ed era trovare la legge troppo mite in simili casi; tuttavia punite, signori giudici; certo la pena dal nostro codice sancita contro l'adulterio non preverrà la rinnovazione di questo delitto; pure il mondo sappia che per voi non andrà invendicato; punite, e poichè nel caso nostro il codice non può essere una scure, sia una verga di ferro. Tanto da voi chiedono morale religiosa e morale civile, e tanto vi persuade la salute delle vostre famiglie e di voi; ricordate i loro doveri alle mogli, insegnateli alle figlie col terrore; pertanto l'ufficio della regia procura fa reverente istanza affinchè i prevenuti siano condannati ai termini dell'articolo 486 del codice penale.

L'avvocato di Efisio, quando toccò a lui, parve uno dei barberi, che saltato di sopra il canapo voglia vincere il palio di riffa, senonchè il cliente, agguantandolo con ambe le mani per la toga, gli comandò fieramente aggrondato:

— Stia zitto! o lo strozzo.

— In saldo del conto? Ma, caro bene, nel suo interesse, ella comprende, che qualche cosa ho pure da esporre...

— No, niente.

Allora l'avvocato, non potendo contrastare alla volontà di Efisio, così ricisamente manifestata, si levò con voce di zanzara e disse:

— Il querelante se ne rimette alla saviezza del tribunale.

Ora vuolsi sapere come i prevenuti, stando ostinati a non volere farsi difendere, il tribunale si trovasse costretto ad assegnar loro l'avvocato; elesse un rompicollo, e certo scapestrato egli era per eccellenza, ma vispo, immaginoso, e per giunta di cuore ottimo: come tutta questa roba in un avvocato? Cari miei, anche i gatti giovani paiono gentili.

Pertanto egli cominciò con uno esordio, che parve fratello di quelli co' quali il celebre Vaccà preludiava alle amputazioni delle gambe della povera gente: — Signori, egli diceva, sebbene intorno all'esito della mia operazione io non nutra dubbio veruno, pure, quando la è andata bene, voi vedete che questo povero diavolo rimarrà sempre con un membro di meno; in fatti il giovane avvocato tale dava principio alla sua arringa:

— Dubiterei della giustizia, dubiterei dell'onesto e del decoro, dubiterei del cuore e del cervello vostro, illustrissimi giudici, insomma io dovrei dubitare di troppe cose, se adesso la minima incertezza mi turbasse circa l'assoluzione dei miei clienti; ma ahimè! questa è una di quelle cause dove anche vincendo si perde; dacchè accusatori e accusati dove troveranno più i mutui affetti ond'erano sì lieti? Dove le gioie domestiche? Dove la pace dell'anima? Spento il fuoco, non troviamo altro che cenere. La stima scambievole è un cristallo preso al bersaglio. Amore trovò nel suo nido i serpenti come Ercole, ma come Ercole non li seppe strozzare. La fama, il delicato ermellino che preferisce la morte a patire la sua pelle maculata, tu l'hai affogata sotto un monte di obbrobrio. Chi fu il mal cristiano che ti mise la torcia in mano perchè tu incendiassi la tua casa? Chi ti armò del coltello col quale sgozzasti la tua felicità? Quali furie t'invasero? In che ti parvero rei questi cari capi? In che cosa peccarono? Quali le prove? Io rabbrividisco considerando come nella mancanza assoluta di ogni amminnicolo si mettano in campo come argomento di delitto il pudore, la verecondia, le lacrime degli accusati. Dunque pel difensore della legge la meraviglia di sentirci iniquamente apposta una colpa sarà prova di colpa? Prova di colpa il dolore che invade l'anima nostra vedendoci feriti da mano caramente diletta? Lo sbigottimento di comparire in pubblico con sembianza di reo, l'amarezza infinita che allora s'insinua in tutte le fibre del nostro essere, pel regio procuratore costituiscono indizi di reato; e se tali egli ha i segni della colpa, o m'insegni, di grazia, quali saranno per lui i segni della innocenza? Se pallore e tremore attestano mala coscienza, dove vi salverete, o giudici; dove mi salverò io; dove voi, signor difensore della legge? Sì, voi? Perchè qui, testè, alla presenza mia, di tutti, orribilmente vi tramutaste in viso e tremaste per tutta la persona. Veniamo a mezza spada: Signore, di che cosa incolpate voi queste persone dabbene? Del trovarsi spesso insieme? Chiedetene ragione all'accusatore Efisio, il quale si faceva a cercare premuroso il nostro Gavino, della prolungata assenza lo rampognava; a casa volente o repugnante lo conduceva. Di amarsi l'un l'altro? Oh! la novità cotesta per lo accusatore Efisio! Non aveva partecipato egli, promosso e approvato cotesta divina trinità di amore? Se l'amore è delitto pel pubblico ministero, e se egli si sente immune da tanto misfatto, me ne rincresce per lui, perchè s'ei solo non si troverà impiccato, ed anche solo ei si troverà nel mondo. Di essersi scritte lettere piene di dolci desiri? Qual maraviglia! Si amavano, e dovevano trattenersi dal ripetersi in prosa e in rima ciò che mille volte si dicevano al cospetto del marito? — Ricordatevi come per queste anime elette un tempo Amore fu una strada maestra dove esse camminarono di conserva spensierate e liete; di un tratto ecco pararsi davanti a loro un bivio; il tronco a destra menava al matrimonio; il sinistro alla disperazione. Efisio ed Artemisia infilarono a destra, e ce li seguitò l'Amore, finchè incontrato l'Imeneo, gli raccomandò i giovani ad averne buona cura, e costituitolo procuratore _in rem propriam_ corse dietro a consolare il povero Gavino. In quattro salti lo avrebbe raggiunto Amore, se non si fosse trattenuto per via a scaricare la faretra delle frecce e a spegnere la fiaccola dentro al ruscello; pure lo agguantò, si mise a sedere con lui sopra l'erba, e prese nelle sue le mani di lui, gli disse:

— Non mi ravvisi? Io sono sempre Amore, quantunque abbia spento la fiaccola e buttato via le quadrella. Io mi trasformo; ma sono Amore in sembianza di padre, di fratello o di figlio; — quanto a marito non è pensiero mio, tocca a Imeneo...

Ed egli parlava di Dio, imperciocchè se taluno vi sostiene la esistenza di più Amori, non gli date retta; amore è tutto un etere; la differenza non istà nella sostanza affatto, bensì nel diverso grado del calorico. Ed ecco per qual guisa Gavino di amante si trasformò in fratello di Artemisia, ed Efisio se ne compiacque: — me ne sarei compiaciuto anche io.

Le lettere accennano forse ad occulti ritrovi, od alludono a fatti che la pudicizia non può udire senza recarsi le mani su gli occhi? No davvero; amore tramandano sì, ma come i fiori il profumo e i rosignoli il canto. Io avrei tenuto coteste lettere preziosissime come semenzai di buoni esempi da approfittarmene alla occasione, e il procuratore regio ci trovò delitti: gusto depravato! Io ci avrei adattato le strofe di una canzone di amore, egli ci vorrebbe adattare gli articoli del codice penale: voglie fradice! Ecco che cosa vuol dire essere procuratori regi. A me basti affermare, senza tema di venire smentito, che coteste lettere nulla in sè contengono che dia appiglio alla turpe accusa. Ma che vide? Che cosa mai vide lo accusatore Efisio? Lo dica una volta: ma no... non dica nulla, egli lo ha già detto. Vide abbracciari e baciari; niente più, niente meno. Io innanzi tratto potrei opporre allo accusatore Efisio: tu sei testimone unico, epperò testimone nullo, _etiamsi papa aut imperator fuisses_; tuttavia io non voglio fargli torto: sta bene, abbracciaronsi e baciaronsi; ma o non li vedeva tutti i giorni adoperare così? Non sono cose ovvie, anzi desiderabili tra fratello e sorella? Se mi opporrete che tra baci e baci ci corra, e che altro è baciarsi alla presenza del marito, ed altro quando viaggia su le ferrovie romane, risponderò che toccava allora al signor Efisio accompagnare la sua concessione col _regolamento_, come i nostri cari piemontesi costumano; il regolamento avrebbe distinto il giorno dalla notte, la compagnia dall'assenza; anzi, ora che ci penso, avrebbe fatto meglio a mettere l'argomento in musica, indicando piano, pianissimo, andante, allegro, crescendo, e tocca via. Quanto poi a buona morale e alle altre tutte sperpetue di cui il pubblico ministero, tra i fulmini ed i tuoni della sua eloquenza, ha minacciato la società, io vo' ch'ei sappia che amore alto, veemente e sincero non nocque mai all'umano consorzio; ben gli nocque l'amore ipocrita; l'amore sensale che va in traccia di un sacco con una donna, l'amore ragioniere che tiene un libro in mano invece di arco, e la penna dietro gli orecchi invece del turcasso dopo le spalle, l'amor notaro; questi e non altri gli amori tarli che han roso le fibre intime della moderna società. Alla Maddalena fu molto perdonato perchè aveva amato molto; e santa Teresa ci ha fatto sapere essere il diavolo immensamente infelice, perchè non poteva amare... ha ella capito, signor regio procuratore? E Gesù crocifisso per virtù di amore non istaccò le braccia di croce, onde stringersi al seno la dilettissima santa Caterina da Siena? E se non reggeva il chiodo di fondo a tenerlo fitto pei piedi, chi sa fin dove si sarebbero spinte le cose. Dunque, l'egregio magistrato difensor della legge guerreggi i furti, stermini le frodi, ammazzi gli omicidi, ma lasci in pace l'amore.

La Dio mercè i miei clienti sono tali che non hanno mestieri scuse; e bandisco con fronte sicura che la bella onestà non si scompagnava mai da loro: pure, siccome gli _uomini gravi_ hanno da cogliere ogni occasione per difendere la causa della pubblica morale, piacemi rammemorare un fatto che a molti, forse anche al pubblico ministero, basterebbe il cuore infamare per colpa, se amore, gratitudine e religione non lo avessero consacrato virtù. _Favete auribus_, porgetemi tutti gli orecchi. Correndo la metà del secolo decimoterzo, sotto il pontificato di Gregorio IX, il conte di Gleichen, combattendo per la fede in Palestina, cadde prigione e fu ridotto in ischiavitù. Ora avvenne che, mentre egli stava lavorando nei giardini del Sultano, la figlia di questo gli ponesse gli occhi addosso, e consideratone il decoro della forma e la severa venustà del sembiante, forte si accendesse di lui. Siccome in cotesti paesi volere (almeno in cose di amore) è potere davvero, ella per segreto messaggio lo fece avvisare ne avrebbe procurato la fuga, semprechè seco se la menasse e la togliesse per moglie; ma il gentiluomo, di coscienza netta, le mandò per risposta: più che volentieri, ma non poterlo fare, trovandosi già moglie: la quale cosa udendo la saracina, disse: ciò non tenga, chè il cuore di un uomo a più mogli può bastare. Contenti loro, contenti tutti! Saliti in nave, dopo prospera navigazione giunsero a Venezia; donde il conte, per quietare certi suoi scrupoli, mosse a Roma, e quivi presentatosi al papa gli narrò a parte a parte l'amorosa storia. Gregorio commosso lo assolvè, e poi gli spedì la dispensa di tenersi le due donne col santo timore di Dio, a patto che la saracina si convertisse alla fede cristiana. Ora, aggiunge la storia, tale e tanta fu la contentezza della contessa di ricuperare il marito, che qualsivoglia condizione le parve accettabile; nè mai rifiniva di accarezzare la sua benefattrice. La saracina non ebbe figli, e se ne consolò amando di amore materno quelli della rivale. Al castello di Gleichen mostrano anche adesso, a cui lo vuole vedere, il letto dove queste care creature dormivano insieme: ebbero sepolcro comune nella chiesa dei Benedettini a Petersbourg; e il conte superstite alle due donne compose il seguente epitaffio, che ci fece incidere sopra:

«Qui giacciono due donne che amaronsi fra loro come sorelle e me come fratello. Una abbandonò Maometto per seguitare il suo sposo, e l'altra si strinse al seno la rivale che glielo riconduceva. Uniti co' vincoli dello amore e del matrimonio, avemmo un solo letto nuziale in vita, come abbiamo in morte un sepolcro solo.»

Successe un'accompagnatura di singhiozzi; taluni giurati, paurosi di perdere il decoro, finsero soffiarsi il naso per celare le lacrime: anche le donne si sentivano commosse, ma non lo diedero a divedere, parendo loro non senza pericolo cotesto esempio; massime adesso, che non essendo più il caso che i mariti andassero a combattere contro i credenti in Maometto in Palestina, ci cascava come il cavolo a merenda; e questo osservava con molta sagacità la signora Agata, la quale aggiungeva, che se la quistione della _poliandria_ poteva fino ad un certo punto sostenersi come non anche esausta, quella poi della _poligamia_, per giudizio dei savi universale, doveva considerarsi attentato contro tutte le leggi divine, umane e cattoliche.

Il nostro bizzarro avvocato capì esser giunto il momento di battere sul ferro caldo, sicchè con voce malinconica e non pertanto abbrivata esclamò:

— Tanto mi piacque dire per dimostrarvi come non sieno sempre delitto le azioni in sembianza delittuose, nè sempre virtù le opere apparentemente virtuose: la mia difesa non ha mestieri ipotesi, nè scuse, nè commozioni, nè affetti; giustizia intera invoco; un millimetro meno io la disdegno. — Efisio!...

Efisio diede un salto come un puledro a cui scaricano una pistolettata rasente agli orecchi per avvezzarlo al rumore.

— Efisio! Io non ti sono amico, quantunque io chiuda nel petto un giovane cuore e mi senta poeta quanto tu; io non ti sono amico, ma va'... io ti compiango. Io vorrei potere condurti adesso al camposanto...

— Oh! Sentiamo anche questa!

— Io vorrei poter costringere i morti ad obbedire ai miei comandamenti, per dir loro: — Sorgete e rispondete: amereste voi tornare in vita a patto, aprendo le braccia ad un amico della vostra infanzia, questi vi rispondesse urlando: indietro, le tue braccia stritolano peggio delle mascelle del coccodrillo? Ovvero desioso di deporre un bacio su i labbri della donna del tuo amore, questa fuggisse via strillando: i tuoi baci uccidono più presto della peste bubbonica? Quanti mi state ad ascoltare, dite, vi garberebbe tornare alle vostre case per dimorarci soli più che nel sepolcro? Alle vostre ville per udirvi solo l'eco delle vostre pedate, come se la solitudine pigliasse cotesta voce per ischernirvi? Chi vorrebbe vivere unicamente per sentirsi morti? Non speranza di figli. Non conforto di cui teco partecipi i dolori e le gioie. Veruno ti bagnerà le labbra riarse dall'agonia, veruno ti chiuderà le palpebre, o ti dirà il vale estremo. Per me gioco la testa contro un cocomero, che i morti con la gargana del deputato Massari[2] risponderanno ad una voce: — Lasciateci _in statu quo_, intendiamo e vogliamo rimanere morti. — Eppure questa è la vita che ti sei fatto, o Efisio. Se ti fossi conciato come Origene _propter regna cœlorum_, io lo sopporterei con pazienza, ma ridurti, come hai fatto, la vita in vetri rotti per camminarci su scalzo la via dell'inferno, questa io la giudico tale una rabbia contro di sè, che ogni altro tormento mi comparisce un ninnolo...

[2] Giuseppe Massari, una maniera di feto mostruoso della libertà, che merita essere impagliato e conservato in qualche museo per servire alla storia naturale della monarchia temperata del regno d'Italia.

Qui chinò il capo sul petto e ce lo tenne alquanto; poi, rialzatolo, a un tratto esclamò:

— Eppure a tanta ruina tu potresti riparare con una sola parola. Dopo il Creatore a te solo è concesso con una parola ricondurre la luce dove hai chiamato le tenebre, ripopolare di stelle il firmamento per tua colpa abbuiato; una parola... una sola parola, e il lago tornerà a riflettere gli azzurri sereni del cielo. Che ti arresta? Dubiti forse del tuo perdono? Io mi ti offro mallevadore che la tua Artemisia, che il tuo Gavino ti perdoneranno; ti perdoneranno, perchè è bello per l'uomo pronunziare almeno una parola della lingua di Dio, e questa parola è perdono... Va', Efisio, tu sei perdonato a patto che tu ti possa perdonare.

— Poffare Dio! esclamò Ambrogio, gli avrebbe a rifare anche il resto?

— Ma sicuro, riprese Agata, l'ha fatta penar tanto quella poverina.

Vuolsi credere che se Fabrizio, ovvero il presidente, avessero avvertito le capestrerie dell'avvocato, non l'avrieno sì lungamente lasciato ruzzare fuor di briglia; ben per lui che, pari a due boa ingronchiti dal freddo, costoro non davano segno di vita.

Diverso da essi Efisio, scappa su a modo di un diavolo di saltaleone senza che il suo avvocato fosse a tempo di reggerlo, e volto al banco degli accusati con parole tronche esclamò:

— Maledetto il giorno in cui apersi il cuore alla gelosia. Maledetta l'ora che dubitai di voi. Maledetto l'uomo, che invece di raumiliarmi, mi aizzò: annullo la mia querela; confesso che fu proprio il diavolo (e senza badarci accennava all'avvocato) che mi trasse dinanzi a voi, illustrissimi signori: questo valgami di scusa, e perdonatemi...

Chi lo chiamò matto, chi savio.