Il secolo che muore, vol. IV

Part 18

Chapter 183,822 wordsPublic domain

D'improvviso si illumina la scena, e al chiarore della manella di strame che porta accesa in mano, si scopre uno dei tre offensori del vecchio accostarsi alla catasta della legna e delle altre materie infiammabili per appiccarci il fuoco; non aveva ben finito di stendere il braccio, che passato fuor fuori da una palla in mezzo al petto cascò bocconi su la fiamma; i compagni tentarono tirarlo indietro e non riescono, perchè, bersagliati a man salva dalle feritoie, uno casca sopra l'altro traendo urli spaventevoli; il mucchio divampa, e i cadutici sopra, sentendosi scottare, non trovando altro aiuto si rotolano per iscostarsene, insanguinando di orribili strisce il terreno.

Allora la voce del vecchio, facendosi udire da capo, comanda:

— Don Giacinto, vada per la contessa e la meni alla postierla a sinistra giù a terreno; don Patricio, faccia lo stesso con la marchesa, appostandola alla postierla diritta; quando sentiranno il mio fischio aprano gli usci e le avventino contro gli assalitori; richiusi gli usci si compiaceranno ridursi nella sala di entratura per ricevere nuovi ordini.

Le belve, comecchè per ispiegar le ugne e insanguinare le labbra non avessero mestieri incitamento, pure i _peoni_ innanzi di sguinzagliarle le inzigarono; da manca, da destra, con un gran salto esse cascarono addosso agli assalitori, e, poichè di cibo fossero sazie, non si fermavano a divorare, bensì guizzavano or qui, ora là, facendo sdruci con le granfie che parevano tagli di sciabola; dove addentavano portavano via ogni volta almeno una libbra di carne, nè ci era riparo, perchè investiti i ribaldi da terribilissimo urto, non si potevano reggere in piedi, e sternati non avevano schermo, nè le armi loro giovavano. Gli urli disperati, i ruggiti, gli omei e il suono strano di bramiti e di bestemmie di quel branco di bestie e di cristiani empivano il cuore di affanno: aggiungi il nitrire incessante dei cavalli atterriti, i quali tremavano, le orecchie tese appuntavano; irta la criniera, la coda diritta, tentavano sforzi maravigliosi per iscavezzarsi, o per rompere le briglie e fuggire: smanianti di paura, dalle froge aperte cacciavano fuori alito fumoso, negli occhi dilatati e reticolati di sangue roteavano la pupilla smarrita, con le zampe zappavano in furia il terreno, come se volessero scavare una fossa per nascondercisi dentro: insomma a nessuno riuscì abbonire il proprio cavallo, tanto da poterci saltare su in groppa e scappare; invece parecchi rimasero malconci dai morsi e dai calci; la più parte aveva spulezzato, ma una dozzina di assalitori teneva fermo nella speranza di vendicare ad un punto le vecchie ingiurie e le nuove.

Quando i _peoni_, data la via alle fiere, si condussero nella sala di entratura, ci trovarono il padrone ed i suoi amici; il padrone intanto aveva osservato dalle feritoie come i nemici, più impronti delle mosche, scacciati, tornassero caparbi alle offese; onde gli parve metter fine alla triste avventura, chè le cose lunghe diventano serpi; con questo intento favellò ai compagni:

— Orsù, lo indugio piglia vizio, perchè la fodera di ferro delle porte arroventandosi può agevolmente bruciare il legname che fascia e lasciare libero il passo; facciamo uniti una sortita e finiamo di ammazzare cotesti _marrani_ scomunicati.

— Salvo vostro onore, don Giacinto si credè in debito avvertire, cotesti _hidalghi_ non sono scomunicati, molto meno marrani, bensì cristiani battezzati come vostra signoria e come me; salvo sono cristianacci.

— Come le piace, don Giacinto; però gente da mettersi in quarti, e non sarebbe il loro avere.

— Sì signore, da ammazzarsi come serpenti a sonagli; chè se, sbalestrati nell'altro mondo, non riuscisse loro trovare la via del paradiso, la colpa non sarebbe nostra. Non le pare, padrone?

— Io mi dichiaro puntualmente del suo avviso, gli rispose il vecchio, che proseguì volgendo il discorso ai compagni: — don Patricio, aprite la porta di mezzo; — fuori di conserva, e dopo sparate le carabine diamo mano alle sciabole e scagliamoci su cotesti mar... voleva dire cristianacci.

Filippo, avendo udito quelle parole, pensò; a cui comanda non duole il capo; il tempo degli slanci è passato per me; io mi costituisco dietroguardia, per dare, dove occorra, il colpo di grazia, ovvero proteggere la ritirata.

La porta si spalanca e ne prorompono fuori gli assediati; il primo avviso furono quattro palle, che andarono a ficcarsi nelle carni degli assalitori; e poi addosso: al comparire che fecero all'improvviso costoro, gli altri non ressero, molto più che temerono restare oppressi dal numero; da per tutto vittoria, eccetto in un punto, dove la prospera fortuna ebbe a tornare in tristo lutto; ed ecco come: il vecchio, venuto all'aperto, s'imbatte in colui che l'aveva percosso nella faccia a Colombo e lo riconosce al chiarore della fiamma; acceso d'ira si avventa saltando e ruggendo come.... appunto come la pantera e l'orsa sue; però che l'uomo inferocito, se metti da parte il battesimo, ti apparirà tale e quale un orso o una pantera; onde io ho creduto sempre e credo che, dove le bestie feroci fossero insignite di questo sacramento, non ci sarebbe più ragione di escluderle in paradiso dalla compagnia di san Domenico o di santo Arbues; il primo santo tallito, il secondo novellino. Il tessiano, essendosi accorto a sua volta del vecchio colono, lo aspetta a piè fermo, quantunque per ripararsi dalla sciabola non gli sovvenissero altre armi dalla carabina (che aveva scarica) e dal coltello piegatoio in fuori. Il vecchio, mentre corre improvvido, incespica nei tronchi di canna di cui era ingombro il sentiero e stramazza; la sciabola nel tracollo gli schizza di mano; l'avversario in un attimo gli s'inginocchia sul petto e con la manca forte gli stringe la strozza; il vecchio tenta ogni via per levarglisi di sotto, dando degli strettoni o cercando voltolarsi; non riusciva.

Filippo, che rimasto fra le ombre vedeva il caso al chiarore del fuoco, spianò per bene la carabina, pigliando di mira il capo del tessiano; però a sparare si peritava: «Guai a me! ruminava nel suo pensiero, se ora mi capita pigliare due colombi ad una fava,» e questo diceva perchè nella baruffa i capi dei contendenti si toccavano e si confondevano. Il tessiano, sentendo che l'aveva a fare con uomo il quale, sebbene attempato, possedeva nervi di acciaio, dubitò potere da un punto all'altro essere messo di sotto, e poi cotesta storia doveva finire: per la quale cosa si cacciava la mano destra nella tasca laterale delle brache per cavarne fuori il coltello piegatoio; di vero lo cavò, ma chiuso: ora il punto stava nel poterlo aprire; la gola al caduto non avrebbe lasciata libera per tutto l'oro di California, e con la sola destra non riusciva a inastare la lama del coltello; si provò co' denti...

— Gua'! gua'! bisbiglia Filippo, il quale tutte queste cose attentamente considerava; qui non ci è tempo da perdere; chi ha paura delle passere non semina panico... prima che arriviamo a sovvenirlo, egli sarebbe spacciato... e la vendetta! Oh! la vendetta non resuscita... ecco... no... da bravo, Filippo... e sparò.

Il vecchio che, prossimo a soffocare, ormai aveva perduto la vista delle cose circostanti, con sua ineffabile contentezza sente di un tratto liberarsi la gola; un tepido lavacro gli bagna la faccia; il nemico, prosciolte le membra, gli rotola allato: solo lo molesta una puntura al sommo del petto; guardò, e vide il coltello che, caduto a piombo, gli aveva traforato le vesti e sforacchiato le carni. Filippo lo sovvenne a rimettersi in piedi, imperciocchè Maurizio si sentisse tutto rotto nella persona, e mentre si agguantava alla sua mano, egli le disse:

— Patriotto, io vi devo per la seconda volta la vita; avete fatto un tiro da Guglielmo Tell.

E Filippo a lui: — E' mi parrebbe bene ritirarci a casa, perchè questa guazza notturna per noi altri vecchi è peste.

— Voi dite unicamente; tra i nostri non ci è guaio?

— Sani e salvi.

— Bene; sto in pensiero per la marchesa e per la contessa.

— Oh! eccole là accucciate davanti alla porta di casa. Come il Signore, dopo avere lavorato, riposano.

— Che diavolo dite, Filippo? Dio, prima di riposarsi, creò...

— Ed esse distrussero, interruppe sempre acerbo Curio; ma fare e disfare è tutto un lavorare.

Rientrarono tutti in casa, eccetto i peoni, avendo chiesto ed ottenuto rimanersi fuori per soccorrere i feriti e confortare i moribondi.

Difatti don Patricio e don Giacinto, andando attorno, trovarono dieci morti e due moribondi; feriti nessuno, o perchè non ce ne fossero stati, o perchè i compagni presili sopra le spalle li avessero tratti con seco.

Don Giacinto, cattolico apostolico romano, quantunque nato in America, si adagia a canto al moribondo più prossimo, e così pietosamente gli favella:

— _Deo gratias_. Vostra signoria non se la piglierà a male se io le dico per ispirito di carità che ella mi sembra assai prossima a levare l'àncora per l'altro mondo.

— Così sembra anche a me; — rispose l'altro, il quale più che dalla bocca respirava da uno squarcio che aveva al sommo del petto.

— Se vostra signoria desiderasse provvedersi di una bussola per dirigersi con sicurezza in luogo di salute, io sarei al caso di contentarla.

— Magari! E dove l'ha questa bussola?

— Io gliela profferisco nel santissimo sacramento della confessione.

— Scusi! O ch'è prete lei?

— Prete... prete veramente non mi posso vantare, ma una volta ebbi gli ordini sacri minori, fra i quali, vostra signoria sa, entra l'esorcista; ond'è che io non penso peccare di presunzione se, facultato a cacciar via i demoni coll'acqua benedetta, mi giudichi altresì capace di salvare vostra signoria da casa del diavolo in grazia della confessione.

— Ecco, a dirgliela come la penso, questo punto non mi è chiaro.

— Che diavolo dice? Si vede bene che la morte imminente la fa vagellare. Facendo vostra signoria professione di religione cattolica, apostolica...

— E romana.

— E romana, deve sapere che ogni uomo, in caso di necessità, è buono a confessare, la quale confessione poi salva di certo il penitente, purchè compreso da attrizione, ch'è in certo modo l'essenza della contrizione.

— Sicuro; mi ricordo benissimo averlo letto nel trattato dei sacramenti del padre Ribadeneira, ed anche ho udito quando il curato spiegava il Vangelo alla messa... Avrebbe vostra signoria da favorirmi un sigaro?

— Si signore.

— Ora mi sia cortese di accenderlo e mettermelo in bocca; mentre vostra signoria mi ammonirà, io mi svagherò a fumare.

Don Giacinto, quantunque la faccenda non gli paresse affatto canonica, accese un sigaro, e dopo provato lo insinuò fra i denti del moribondo: in seguito, postosi in atto di ascoltare, favellò:

— E ora su da bravo, incominci.

Il sigaro ritto mandava fuori dalla cima un filo di fumo, in grazia dell'arsione spontanea del tabacco: al moribondo non era riescito cavarne però fuori una boccata; per lieve fosse lo sforzo che aveva fatto, bastò a menargli fuori l'anima dal petto; della quale cosa don Giacinto essendosi accorto, si volse al compagno dicendo:

— Don Patricio, in che termini si trova col suo moribondo?

— Sembra ch'egli sia in alto mare; non risponde.

— Allora, considerato quello che deve considerarsi, mi permetterei consigliare a vostra signoria andarcene a bere un gotto di rhum e a dormire?

— Vostra signoria è il buon senso nato e sputato; così opino anche io.

Però il tessiano non era mica morto; fingeva esserlo, per levarsi il fastidio d'attorno: appena i _signori servi_ ebbero voltato le spalle, costui carponi si accostava al morto, e levatogli il sigaro di bocca se lo metteva nella propria fumando tranquillamente.

A giudicarne da quello che videro la mattina seguente, la vita gli era bastata a fumarne mezzo; e morto non l'aveva lasciato: pari all'eroe caduto in battaglia con l'arme in mano, egli col sigaro stretto fra i denti sfida la morte.

CAPITOLO XXIV.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Taciti e mesti, Curio, Filippo e il degno ospite loro, seduti al rezzo delle magnolie, stavano contemplando il sole occidente. Ognuno di essi, compreso da tanta magnificenza, andava a seconda della propria indole fantasticando immagini e pensieri. Filippo, come colui che ritraeva assai della educazione antica, rammemorando i versi del Tasso,

Ma nell'ora che il sol dal carro adorno Scioglie i corsieri e in grembo al mar si annida

con quello che seguita, vedeva nel sole il grande auriga della natura, che, affranto dalla fatica, in ogni membro riarso, anelava rinfrescarsi in grembo a Teti, la quale gliene faceva invito con assidui sorrisi smaglianti azzurro ed oro; prima però, siccome è cura di ogni amatore di cavalli, sciolti i suoi dal plaustro, li mandava ai prati ampi del cielo, dove essi si rincorrevano, scapestrando a mo' di fanciulli irrompenti fuori della scuola; e le ore, seguendo il vecchio costume dei cortigiani, disertato il carro del sole declinato, rifacevano i passi nel firmamento per andare incontro alle cerve del carro di Diana; però che le ore nacquero per servire sempre.

Diverse le immagini del colono tessiano; a lui parve raffigurare nel sole occidente un guerriero che cada sul campo della gloria: e la sua mente pensò a Giuliano l'_Apostata_ alla battaglia di _Frigia_;[18] considerando bene, non mancava niente a pareggiare il confronto, non lo scudo e l'elmo corruschi, non le armi fulgide e lo splendore della clamide imperatoria; le stesse nuvole chiazzate di vermiglio, che brizzolavano il cielo, porgevano ricordo delle goccie di sangue, le quali, è fama, l'Apostata in sua mano raccogliesse e contro l'empireo avventasse esclamando: _ah! Galileo, vincesti_.[19]

[18] Eragli cessata ogni speranza di vivere, da poi che, domandando del luogo in cui era, sentì che denominavasi _Frigia_, però che quivi appunto gli era stato predetto ch'egli dovrebbe morire Ammiano Marcellino, _Stor._, l. 25, § 4.

[19] Oggimai non occorre storia la quale ometta riportare questo fatto, comecchè notoriamente falso. Ammiano Marcellino, che si trovò presente alla battaglia di Frigia, alla morte di Giuliano, ne tace; lo misero fuori Sozomeno, Teodoreto ed altri scrittori cristiani, dacchè la religione nostra, ormai scaduta dalla purità primiera, sentiva il bisogno, per sostenersi, della menzogna: gli è giusto ricordare che il gesuita Petavio, nella opera: _De ratione temporum_, T. 1, p. 149, lo dichiara espresso: _fabula plebeia_.

E tu pure, oceano, pigliando il colore di porpora,[20] ti piaci sovente rassomigliare il campo di battaglia tinto dalla strage; sublime letto di gloria pel guerriero che muore! Vi cinga, immortale camicia di Nesso, la fama, o carnefici incoronati, dacchè il vostro nome sia grande in proporzione del male che avete fatto all'umanità!

[20] Ci erano due maniere porpora: una violacea, colore che piglia di sovente il mare in Oriente. Omero qualifica il mare _purpureo_. _In mare_ purpureum _violentior influit amnis_. Virgilio, 4 _Georg._ Purpureis _agitatam_ fluctibus _Hellen._ Properzio, l. 2. Eleg. 20. E così pure Cicerone più volte in _Acad._

Con altre fantasie si contristava Curio contemplando cotesta agonia della luce, e la tenebra spegnere codardamente, come un veleno letale, il bel raggio di amore. La sua mente, versandosi su le storie dei tempi passati, si fermava nel re longobardo Rachis, figlio di Pammone, il quale, nello splendido mezzogiorno della sua potenza, punto nel cuore dall'aspide della parola sacerdotale, casca sotto il proprio peso, sbadiglia, e di re diventa frate. Eccolo ginocchioni dinanzi a papa Zaccaria, che ad una ad una gli spoglia le insegne regali; da un lato mira gettata la dalmatica tessuta di bisso e di oro; dall'altro lo scettro; la corona percotendo in terra ci ha seminato le gemme, nella medesima guisa che il sole nella sua partita sparge in cielo le stelle: ora sotto la cappa si spenge il re; in breve sotto il cappuccio del frate si spegnerà anche l'uomo; nè da cotesto infelicissimo occaso si scompagnano le rugiade, imperciocchè le lacrime sieno le rugiade del dolore, siccome la rugiada è il pianto della natura. Silenzio e tenebre: la notte ormai accecò il sole, il monastero si è inghiottito il re. E perchè il paragone comparisse più conforme al vero, — siccome fra noi, tramontato il sole, spunta dal lato opposto la luna, così l'immaginativa riportava a Curio la sembianza di Tasia vedova del re frate, che si faceva, pallida pallida, a visitare il marito, e sempre invano, — perchè: se Rachis fosse sceso cadavare nel sepolcro dei morti, la desolata avrebbe potuto liberamente piangervi sopra e implorare pace all'anima diletta; ma l'avara crudeltà del frate vigilava con occhi senza palpebre il sepolcro dell'uomo vivo e ne respingeva ogni affetto.[21] L'inferno e il monastero si mostrano del pari gelosi di conservare la loro rapina.

[21] Anastasius, in _Vita Zachariae_.

Dileguatesi siffatte immaginazioni, subentra nella mente dei nostri personaggi un altro pensiero del pari in tutti uguale; e lo sentivano, imperciocchè paia cosa certa che gli spiriti degli uomini corrispondano fra loro con altre facoltà che la parola, i cenni e lo sguardo non sieno: invero i pensieri di tutti loro adesso si appuntano nel giorno dell'addio. Invero, come potessero durare più oltre a convivere insieme non si vedeva; gli affetti nostri, quantunque legati con vincoli che si giudicano sacri, di leggieri si sciolgono, pensa se gli altri che ci sorgono nell'anima a modo di riverbero di luce, o come eco di voce.

Il vecchio colono, quasi dando l'ultima mano ad un disegno condotto a conchiusione da tempo remoto, ad un tratto incominciò così:

— A voi tarda, amici miei, ripigliare la vita avventurosa in cerca di fortuna, onde vi sia dato rivedere la terra del vostro nascimento e vivere in pace con le creature che tanto vi sono a ragione dilette. Senza loro i giorni vi sanno di amaro, che poco più è morte, e vi lodo e va bene; però vi prego a considerare che, se pel tempo che corre, impossibile non si può dire, difficilissimo proviamo far fortuna, e farla presto; quindi io vi propongo addirittura di mettere giù la voglia dei pellegrinaggi e rimanervi meco a vivere all'ombra della nostra vite e del nostro fico, per dirla con le parole dei patriarchi del Testamento Vecchio... Non mi interrompete di grazia; statemi a udire fino in fondo; risponderete dopo. — Voi per avventura vedrete due impedimenti a questo mio concetto; uno da parte mia, l'altro dalla vostra. Da parte mia vi daranno scrupolo i congiunti, gli eredi necessari, le speranze deluse ed altri simili intrugli; ponetevi l'animo in pace; io ne vado immune: ora in due tratti tirati giù con la brace vi darò contezza dell'essere mio. Nacqui a Novara; il mio nome è Maurizio Goguini; credo essere stato conte o marchese, qualche cosa così: giovanetto, perchè se aveva compito il diciassettesimo anno a diciotto non arrivava, mi sentii acceso per la libertà o piuttosto per la sua larva; tolto quanto più potei danaro sopra i miei beni, accorsi là dove mi chiamava la voce del conte Santorre Santarosa, amico vecchio di casa mia; breve, ingloriosa impresa fu quella, e per parecchi lati anco infame; caddi ferito, ed a gran pena mi salvai nella Svizzera; colà giacendo lungo tempo sul letto del dolore, diedi spesa al mio cervello; tritato e vagliato, il preteso liberatore mi resultò uno erede ustulante il retaggio dell'uomo vivo; in lui vidi libidine di regno, non amore di libertà; onde costui quinci a breve, per non cascare giù dalla speranza del regno, sopporta in pace che un soldato tedesco, il generale Bubna, gli brancichi per dispregio la ganascia e gli dica irridendolo: «Ecco il re d'Italia». Costui più tardi, per emendare il breve fallo di amore di patria, e per accattarsi il perdono dei re, di preteso soldato della libertà in Italia si converte in soldato della tirannide nella Spagna; — sputai monarchi e monarchie: — nè meno severo meditai sul Santarosa, su Moffa di Lisio ed altri cotali, e mi comparvero avversi alla monarchia non mica per ischiantarla, bensì per ripararsi sotto l'ombra delle sue fronde; non impazienti di patire tirannide, bensì di esercitarla: della vera libertà amici falsi o tepidi. La monarchia non li volle, la democrazia li rifiutò. Il Santarosa per fastidio di vita si fece ammazzare a Sfatteria. La libertà non pose cura a rilevare cotesta morte, nè raccolse le ossa del caduto, nè gli pose il monumento, o gli cantò l'epicedio: solo il dottrinario Cousin gli sbraciava quattro palmi di marmo con una iscrizione stecchitaci su. Giusta dispensiera di fama quasi sempre la morte è provvida: a moderata cenere, tomba moderata, posta da mano moderata; — e sputai patrizi pelatori della monarchia per mettersene le penne al berrettone; poi vidi il popolo, e lo conobbi terra dove Dio non soffia più, sibbene qualche volta lo scirocco che ne leva la polvere da un luogo per balestrarla in un altro; popolo che invoca sempre, e vuole altissimi fatti, come se avessero a venire da altri fuori che da lui; e intanto si appaga di maledire e servire; popolo nato forse alla vendetta, non alla libertà...

— Eppure, interruppe Filippo, il popolo italiano ha saputo rivendicarsi in libertà...

— Non libertà; dalla oppressione straniera; per ciò bastava odio e mani; l'acquisto della libertà desidera intelletto di amore. — Anzi nè anche dagli stranieri seppe liberarsi il popolo, perchè commise la sua causa al re, e questi ad uno imperatore, donde uscì fuori una indipendenza scrofolosa; figlio di Anteo, il popolo italiano, a cui per guadagnare qualche cosa fu mestieri battere la patta in terra; il mendicante seduto su gli scalini del palazzo che implora la elemosina per lo amore di Dio vi par'egli che possa presumere di entrarci dentro a farla da padrone? Taci, importuno, tu hai avuto abbastanza; rodi modesto e in silenzio il catollo[22] che ti buttarono davanti. Che hai che ti tasti dintorno? Ti mancano alcune costole come Nizza e Savoia? Gua'! Dai bagni di Barberia non si usciva senza riscatto. — Sciagurato! Libertà è quella che si ricupera rompendo di uno strettone delle proprie braccia le catene e sbatacchiandone i tronchi sul cranio all'oppressore; libertà che conta è quella che si strappa a mano stretta, non l'altra che si accatta a mano aperta; — ed io sputai fuori della mia bocca una volta i monarchi, due volte i patrizi e dieci volte il popolo.

[22] _Catollo_ — tozzo di pane; manca al vocabolario della lingua; l'adopra A. Caro, _Volgarizzamento degli Amori di Dafne e Cloe_.

— Dunque tutti all'inferno, dove non ci è redenzione? disse Filippo.

— Io parlo della vecchia Europa, massime dei popoli così detti di razza latina, e più specialmente degl'italiani; e così presagendo fino dal 1822 parmi essere stato profeta. Qui mi rifugiai raggiungendo i trecento primi venuti coll'Austin; danari non portava molti, pure quelli ch'io aveva erano troppi più del bisogno; comprai taluni negri, che in altro modo non si poteva possederli allora, e mi posi proprio a rinnovare le fatiche di Ercole; vincemmo l'aere infesto, purgammo i paduli dai serpenti, dissodammo terreni, schiantammo foreste, non ad uno ma a parecchi Acheloi fiaccammo le corna, domammo fiere, e selvaggi più feroci assai delle fiere; — ed ora vivo non senza orgoglio ed in pace in una contrada, che Dio creò, ma che io disposi a ricevere le sue benedizioni: certo gli uomini che mi circondano non mi amano come vorrei, però quanto la natura loro glielo concede, ed io in mancanza di meglio me ne contento...

— Contento! Ma voi non consolano figli, non congiunti.

— Io adottai figliuola la umanità.

— Però non sembra che qui la umanità proceda diversa da quella del nostro paese, e l'amore che a lei è dato mostrarvi non si prova troppo diverso dall'odio.

— Chi ve lo ha detto?

— Eh! mi pare averlo veduto; a meno che in queste parti coltellate e archibugiate non corrano per carezze e per baci.