Il secolo che muore, vol. IV

Part 13

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Senz'altro intoppo, alla fine vennero all'aperto; non si scorgendo attorno anima viva, affrettarono il passo per la via Legnano: appena giunti a un terzo, ecco occorrere loro persona che parve sbucata dal centro della terra, e rasentatili salutò:

— Buon giorno e buon anno!

E Filippo: — Il santo?

— Santo Ambrogio da Milano, e vienmi dietro accosto al muro.

Dopo camminato un pezzo, lo sconosciuto, che precorreva, picchia con le nocche su di un portone da rimessa, che si apre, e dietro a quello sparisce. Filippo e Curio, arrivati a cotesto punto, assai sbigottirono non vedendo più alcuno, se non che a rimettere loro il cuore in corpo una voce parlò:

— Buon giorno e buon anno.

— Il santo?

— Santo Ambrogio da Milano.

— Entrate.

Entrarono: l'uscio si richiuse, ed essi si trovarono dentro un fienile ingombro di legna e di strame; di corto si mostrò un uomo di faccia gioviale che li invitò a bere un bicchiere di acquavite per cacciar via la mattana, ed a mangiare un boccone di pane; finito il sobrio pasto, costui disse:

— Voi altri deporrete qui la balla, e m'indicherete dove ha da essere recapitata, che noi ce la porteremo con le debite cautele, s'intende.

Filippo glielo disse.

— Bene, adesso spogliatevi dei vostri panni e vestite questi da barocciai; ecco due perrucche; giovanotto, giù i baffi; di biondo trasformatevi in nero; voi, vecchio, di grigio ferro vi muterete in argento schietto; ci guadagnate un tanto; tra poco arriverà qui un branco di bestie e di cristiani, e voi v'imbrancherete con gli altri; vi affideranno un baroccio; a condurre un cavallo poco ci vuole; le nostre povere bestie, affrante dalle fatiche, voi non proverete bucefali; andate dove gli altri andranno: non domandate, non rispondete; e sarà spediente che voi non vi mettiate uno dietro l'altro, lasciate tra voi quattro barocci o cinque; e addio; lavorate pulito.

Dopo mezz'ora la contrada andava sossopra da un fracasso di cavalli, di barocci e di vetturali; se avessi pretensioni alla fama di storico veridico, dovrei aggiungere: e di bestemmie, perchè, io non so la cagione, la plebe tutta, ma i vetturali in particolare, hanno lite perpetua col paradiso e con chi ci è dentro. Lascio andare l'acqua per la china, ma per me ripeto che se la plebe non crede in Dio e bestemmia, è stolta; se ci crede, scellerata.

In tanta gente, in mezzo a cotesto bailamme, Filippo e Curio si confusero con gli altri, senza che veruno se ne addasse, e ciò tanto più potè farsi, che due barocciai, i quali erano d'intesa, entrarono nel fienile, e dati i debiti segni, si convertirono in facchini, ammonendo sommesso i due fuggitivi che pigliassero posto ai loro barocci.

Parte dei barocci caricò strame, parte legna, di questi i barocci di Curio e di Filippo: poi si misero in moto per andare: alla prima svolta il guidaiolo capo del traino a voce alta ordinò:

— Chi ha strame in casa Berretta; chi ha legna alla prefettura.

Alla prefettura! pensarono d'accordo Curio e Filippo, di cui i barocci portavano legna, ma curvarono le spalle e proseguirono senza fiatare.

Di vero fermaronsi davanti alla parte postica del palazzo della prefettura, e tosto diedero mano al discarico: indi in breve fu un brulichio, uno andare e un venire da disgradarne le formiche. Qui ad un tratto si presentava a Curio ed a Filippo l'uomo del fienile, il quale, mentre finge dare loro ordini pel trasporto, aggiunge sommesso:

— Ora smettete il mestiere di barocciaio per pigliare quello di facchini; caricatevi un fascio di legna sopra le spalle e salite su franchi; troverete qualcheduno per le scale che vi guiderà.

I nostri eroi, carichi come muli, seguitarono i compagni che osservarono avviarsi su per le scale, però che altri scendevano per recarsi alle cantine, ovvero alle cucine; ma pei nostri eroi, rifiniti dai patimenti, non fu piccola fatica portare quel tocco di fascio di legna in soffitta; venuta loro meno la balìa, si buttarono a sedere sopra gli scalini a riprendere fiato, mentre i compagni scendevano vociferando, e taluno motteggiandoli; riconfortati alquanto, scesero anch'essi pensosi se ad un secondo viaggio sarieno loro bastate le forze, quando ecco, mentre meno se lo aspettavano, apparve loro sopra la porta del secondo piano un vecchio vestito civilmente che li salutò col saluto convenuto: Buon giorno e buon anno. Quelli avendo chiesto il santo, udirono rispondersi: Santo Ambrogio da Milano.

Invitati entrarono in casa al vecchio; quivi per tutto cotesto giorno rimasero, alternando insieme molti e bei ragionamenti che non importa riferire; basti sapere ch'egli era un patriotta della stampa antica; la fortuna lo aveva fatto padre di un giovane che un dì, ardente garibaldino, per vanità infelice aveva fatto voltafaccia, e, Saulo alla rovescia, perseguitava ora i repubblicani coll'impeto col quale un dì aveva parteggiato per loro; infatti di presente si trovava a Lugano per tenerli di occhio; ma il vecchio si era mantenuto per genio proprio e per pericoli comuni durati per la libertà legato ai vecchi amici, onde questi non avevano saputo escogitare asilo più sicuro ai fuggitivi della casa del delegato capo di polizia, occhio diritto del prefetto e mignone dello stesso ministro dello interno, il quale aveva aperto con questo oggetto della sua tenerezza un conto corrente d'infamie e di croci; circa a quattrini adagio; ma al delegato di questi importava poco, perchè se li pigliava da sè.

— È mio figliuolo, diceva il vecchio con un sospiro, l'ho unico sopra la terra, e odiare non lo posso: il mio dovere m'impone di stargli a canto, tentare di ricondurlo nel diritto sentiero; e in ogni caso, quanto più posso, emendare il male ch'egli fa: prima che finisca la settimana io non lo avrei ad aspettare, ma vado sicuro che lo richiameranno prima per isguinzagliarvelo dietro, chè senza di lui non sanno a quanti dì viene san Biagio. Ora lasciatemi andare a chiudere il cancello di mezze scale, e prima che si faccia più buio bisogna che vi accomodi nella soffitta, dove ho ammannito quanto ho potuto, stante l'angustia del tempo e la necessità di non destare sospetto: adattatevi e compatite; non fumate, non accendete lume, procurate non fare rumore, camminate scalzi; avvertite che qui in casa molta gente ci bazzica, e la serva fino a sera, chè allora va a dormire a casa sua; quando potrò verrò a vedervi, e se vi manca qualche cosa ve la provvederò; per la strada si assettano i basti. Passata la prima sfuriata, ci riuscirà facilissimo più che altri non pensa cavarvi da Milano e dal regno. Noi siamo potenti e molti; di vero, chi mai potrebbe capacitarsi che vi abbiamo trovato asilo proprio su la testa del prefetto, anzi nel giaciglio del segugio che vi avrebbe a scovare?

I successi si svolsero giusto nel modo presagito dal vecchio; il suo figliuolo, richiamato, tornò due giorni dopo dalla Svizzera, il quale ridottosi a parlamento col prefetto, col generale di divisione, col procuratore del re e col questore, si condusse a casa in fretta e in furia per rinnovare la biancheria della valigia, desinare e partire. Mangiò appena, le mani gli tremavano per la commozione; narrò, il governo sottosopra per la fuga del soldato condannato a morte e del carceriere; non sapeva distinguere chi più procedeva smaniosa in questa faccenda, o l'autorità civile o la militare; entrambe parergli frenetiche: se non giungeva a dare uno esempio solenne, addio disciplina; il regolamento urlava carne peggio di un lupo affamato: egli aveva rimesso il cuore in corpo a tutti: essere corso fra loro un patto: se a lui fosse riuscito in capo ad una settimana reintegrare i contumaci in Castello, gli avrieno impetrato dal governo una questura e la croce dei santi Maurizio e Lazzaro. Bel colpo, babbo mio! bel colpo!

— Bada, gli notava il padre, bada, figlio mio; ho paura tu abbi preso una gatta a pelare; i repubblicani sono potenti; almeno se ne vantano.

— Eh! dove sono adesso i repubblicani? Repubblicani erano i giovani, ma il governo li pesca alla mazzacchera delle preture, degli assessorati, delle delegazioni, delle questure; qualcheduno, che va per la maggiore, si abbarbaglia con lo specchietto delle prefetture; due l'hanno, quaranta l'aspettano; un flagello allunga il collo e pigola da mattina a sera; per me, vedete, con metà meno di brumeggio mi farei forte di chiapparvi una retata di deputati.

Nè alcuno voglia osservarmi che sembra strano un tale linguaggio in bocca a costui, colpevole anch'egli, però che tale lebbra invada appunto l'anima venduta, la quale negli altri disprezza o aborre quello che in sè o non vede o non sente.

— Ci sono i vecchi, soggiunse il padre; ed essi non hanno speranze, ed anche meno timori.

— Vecchi! una manata di sgangherati, conti della sputacchiera, duchi del cristere; cenere, cenere, soffiaci su, e andranno dispersi: _afflavit Deus et dissipati sunt_.

— Ma hai pensato che se li agguanti, tu li meni al macello...

— Babbo, _mors tua vita mea_; due più, due meno, non saranno la rovina nel mondo, e poi siamo troppi; non so e non credo che ci siamo condotti a vivere insieme per aiutarci, certo egli è che adesso stiamo insieme per divorarci.

— Come così è, riprese il padre visibilmente commosso, io vo' tentare se mi riuscisse buscarmi un cento di lire a man salva: al caffè dove vado la sera ci è un gran chiacchierio su questo proposito; chi dice che li ripescheranno, chi no; tanto si sono incaloriti su tale contrasto, che ci sono già corse scommesse, ed altre ce ne correranno.

— Scommettete pure che saranno presi, e figuratevi di avere i quattrini in tasca.

— Dunque scrivimi quanto più spesso puoi, e tienmi bene informato, perchè, secondo gli avvisi, scommetta pel sì, o alla peggio anche pel no, onde non fare all'ultimo la figura dei pifferi di montagna. E ti tratterrai molto fuori?

— Di una settimana mi avrebbe a bastare, perchè per quanto mi è riuscito conoscere spillando dintorno, fuori del confino non dovranno essere andati; staranno nascosti nel contado.

Al vecchio veramente qualche scrupolo aveva trottato per la testa, ma le parole del figlio gli serenarono l'anima: egli non tradiva costui, bensì avrebbe tradito i miseri che aveva accolto nelle braccia; al figlio non noceva, all'opposto, seminandogli di triboli l'atroce cammino, sperava disgustarlo, e dato il caso riscattarlo; in ogni modo quelle due vite innocentissime, salvate e offerte a Dio, avrebbero giovato a impetrare la sua misericordia sul figlio perduto, imperciocchè il vecchio repubblicano era, ma poneva ogni sua fidanza in Dio, e nel ben fare lo confermava la fede ch'ei lo vedesse e lo approvasse.

Le lettere del figliuolo gli giungevano quasi ogni giorno, e per esse veniva a conoscere quanto stupida e volgare cosa sieno le reti che la polizia presume intrecciare con arguto magistero: nei prati ov'ella mena la falce non crescono altr'erbe che femmine da partito, pollastriere, lenoni, osti, barbieri, e soprattutto preti; senza di questi non raccoglierebbe una boccata di fieno. Il presuntuoso bargello scorrazzava a destra e a mancina come il cane con la polpetta in corpo; ogni momento stava lì per lì per acchiappare la preda, e poi stringeva mosche; certa volta corse con la lingua fuori fino a Domodossola; adesso non gli sguizzavano più; certi i segnali; sicuro il covo; stende la mano e piglia un cappellano e la moglie dell'organista scappati insieme; scattò di un pelo che il bargello scorrubbiato non tirasse il collo a tutti e due: molto più ch'entrambi con le mani su i fianchi urlavano:

— O _lei_ come ci entra nei fatti nostri? Chi le dà noia? Facciamo col nostro e non diamo fastidio a nessuno.

Il peggio fu, quando ricondusse la moglie al marito (chè il prete lasciò ire per non entrare in disgrazia al ministro), dacchè questi gli si avventò come un basilisco gridando:

— O chi le ha detto di pigliarsi questi pensieri del Rosso? Chi l'ha incumbenzato di andarmela a cercare? Chi di riportarmela? _Lei_ se la infarini e _lei_ se la frigga.

E qui gli sbatacchiò la porta sul muso.

Allora la donna si mise a guaire:

— Ohimè! chi mi farà le spese? Chi mi vestirà, chi mi albergherà, chi mi nudrirà? Ora il marito mi scaccia, il cappellano non mi vorrà più a cagione dello scandalo; io verrò a stare con lei; _lei_ è obbligato per coscienza a mantenermi, e per legge.

Il delegato scappò via per non darsi del capo nel muro: infellonito, frusta, rifrusta, da per tutto fruga, ci adopra l'estremo della sua malizia; invano; coloro ch'ei cercava stavano tranquilli a dormire in casa sua: scornato, ebbe a tornare con le pive nel sacco.

Mentr'egli entrava in Milano, i nostri eroi ne uscivano. Molte le cautele, gli accorgimenti infiniti adoperati per trarli fuori di pericolo, e soprattutto non laudata quanto merita la fede inconcussa degli amici; io mi passo dal descriverli; basti al lettore che Filippo e Curio, travestiti da calderari istriani, passarono per Rocca di Anfo; rividero fremendo di pietà e di rabbia tutti i luoghi consacrati dall'altrui sangue italiano e dal proprio: appena giunti a Trento trovarono modo di avvisare Foldo, il quale non mancò di mandare subito alla signora Isabella il filo di pane co' due franchi dentro; di che se si facesse festa grande in casa di lei lascio che il lettore immagini: avresti giudicato che nel cuore della madre di Curio dovesse essere ben morta ogni litizia, e non fu così, perchè il cuore materno si accende tanto per una, quanto per cinque fiaccole: ed ella godè uno dei più bei giorni che avesse rallegrato la primavera della sua vita, sentendo a prova come la coppa della gioia e del dolore non si vuota mai tanto, che qualche gocciola in fondo non ne rimanga sempre.

Da Trento scesero a Trieste, dove in grazia delle cure amorose del signor Giamari, greco, della libertà di tutti i popoli amante come fratello, di quella della Grecia e dell'Italia come figlio, ebbero comodità imbarcarsi per Londra; di questo ricevè lettere nunziatrici Isabella, le quali la confortavano a starsi di buono animo, confidare in Dio, che li avrebbe sovvenuti anche in avvenire. Ormai non potersi revocare più i mattini sereni; tuttavia dopo un giorno procelloso gli occhi si consolano a vedere il tramonto del sole circondato da mesti raggi, e l'anima ne gode.

Io, scrittore, non conosco cosa nel mondo della quale sia stato detto tanto bene, ovvero tanto male, a seconda degli appassionati interessi, come delle sètte segrete: i governi lungamente mi perseguitarono, e ferocemente, pel sospetto che io fossi capo o parte principale di taluna di quelle: la verità è che io mi tenni fuori di tutte; privato cittadino, sovvenni coll'opera e col consiglio, impiegandoci non pure le mie facoltà, ma altresì quelle di parecchi amici, quanto ci parve magnanimo, libero e onesto. Di questi amici alcuni morendo portarono seco nell'altra vita l'anima dirittamente intera, ed io li piango; altri durano tuttora nella vita, ma hanno fatto getto dell'anima intemerata, — e di questi piango troppo più. Ora che io e voi siamo giunti dinanzi la porta della morte e teniamo in mano il battente per picchiarci che ci apra: dite, vecchi compagni della mia gioventù, valeva il pregio avvilirvi? Il retaggio che lasciate ai vostri figli, _unico inalienabile_, è la fama contaminata.

Ma tornando a parlare delle sètte segrete, è giusto che si affermi come, nonostante gli errori molti e qualche colpa commessa, elle fossero per la libertà ciò che furono le catacombe per la religione cristiana; loro mercè si mantennero accesi sopra il medesimo altare con fiamma congiunta l'_amore_ della patria e l'_odio_ contro lo straniero; colla parola li confessarono, col martirio li suggellarono; ed anche questo altro so, e veruno me lo potrebbe negare, che molti italiani vanno debitori all'opera delle sètte segrete della loro vita. — Com'essi l'abbiano spesa non considero, non voglio considerare; noi compimmo il nostro dovere; — non ora, ma più tardi, per quelli che mal vivendo perderono le cause del vivere, non può mancare chi _in loro_ potendo _più di loro_ li interrogherà: e voi come adempiste il vostro?

CAPITOLO XXIII.

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Più brevi sì, ma non però men gravi di quelli di Ulisse furono gli errori pei quali si avvolsero Curio e Filippo. Tutto essi provarono; l'ira immane dell'oceano, in mezzo a cui essi si conobbero troppo meno di atomi travolti nella immensità dello spazio: anzi più che ad altro andarono debitori della propria salvezza alla loro nullità: le ruote del carro non giungono a stritolare il granello di arena sul quale trapassano; videro la tremenda rabbia della natura quando si agita a rompere le leggi le quali tengonla infrenata come schiavo che tenti spezzare la sua catena, e i furibondi spasimi di lei allorchè intende ribellarsi alla tirannide di Dio che la flagella; — videro spaccarsi montagne, e dai fianchi lacerati avventare fiamme; — sentirono traballarsi sotto le gambe la terra, a mo' di creatura che ferita nel cuore baleni per cadere; — sparire a un tratto fiumi, e ad un tratto irrompere moltitudine di acque schierate come guerrieri in battaglia; — li atterrirono serpenti a sonagli lunghi ben diciotto piedi, e torme di alligatori andare a processione a guisa di formiche; i vermi stessi e i bruchi mezzo braccio e più: natura piuttosto immane che grande; paurosa, non bella. Alberi due volte tanto i nostri altissimi campanili. Conghi, tigri, leopardi, pantere, orsi, copracappelli, insomma una sterminata famiglia di enti maligni mettere in comunella la ferocia e il veleno. E gli uomini? Gli uomini trovarono tali da fare diventar rossa per vergogna la faccia ai coccodrilli se non l'avessero corazzata di scorza. Peggiori degli antichi lestrigoni i comanchi, i quali se divorassero interi i prigionieri è ignoto, tuttavia sappiamo che li _scalpellavano_ di certo, ovvero svellevano dal cranio la pelle co' capelli, e se ne ornavano la persona, a imitazione delle nostre croci; e si narra di un giovane ventenne, il quale portava penzoloni da un anello saldato intorno al braccio manco ben dodici di queste capelliere svelte di propria mano dal capo dei suoi nemici; — giovanetto di belle speranze senza dubbio costui. La umanità da per tutto è la medesima stoffa, gli uomini fogge tagliate dal costume diverso. Fra i popoli che in America si dicono civili, o almeno non selvaggi affatto, si praticava allora e tuttavia si pratica la legge del _Lynch_; e i nostri personaggi, approssimandosi a Brownsville, terra sul Rio Grande, la quale dopo il trattato Guadalupa-Hidalgo segna il confino tra il Messico e il Texas, si trovarono presenti ad un fatto che vale il pregio ricordare. In mezzo di una macchia folta videro tempestare un branco di bestie, uomini e cani frugando bramosamente per cespugli e per greppi; su quel subito giudicarono dessero la caccia alla pantera, ma in breve furon tolti d'inganno, imperciocchè si udissero disperate grida uscire dal prunaio, dove slanciavasi di corsa una maniera di colosso umano, ricomparendo di corto con una mano alla strozza di un uomo e con l'altra a quella di un cane di ferocissima razza, costà noti col nome di _blood-hound_: venuto allo aperto costui arrandellò il cane lungi da sè; il cane rotolando ringhiava minaccioso, e aveva ragione da vendere, perciocchè essendo stato educato con parecchi altri colleghi dagli uomini a lanciarsi addosso agli uomini, e lacerarli, ora dell'opera meritoria si trovava a ricevere quella razza di ben servito; e ciò, sebbene bracco, gli pareva ostico. Per senso di carità ci sarebbe da mettere l'esempio davanti gli occhi dei questori, assessori, apparitori, e di altri siffatti tutori e curatori della pubblica sicurezza, ma è tempo perso, mastini e questori non imparano mai nulla. Ai polli soprasta la stella della strozzatura; ai tordi l'altra dello spiedo; agli sbirri, finchè mondo è mondo, predomina l'astro della sassata e del bastone: così vuole il destino!

Intanto il colosso si era vôlto alla terra traendo seco attanagliato il prigioniero, mentre la turba gli moveva dietro con schiamazzi e fischi. Curio e Filippo imbrancaronsi con gli altri, e curiosi di sapere la cosa, interrogati quanti più poterono spillarono: il colosso venuto in lite col mastino essere il capitale magistrato della terra, cioè lo _sceriffo_; il prigione un _indio bravo_, il quale aveva allora allora fesso il ventre a un povero giovane del Kentuky, che spazzando davanti la porta del caffè dove stava per garzone, aveva per disgrazia buttato un po' di spazzatura su le scarpe di lui; il popolo infellonito volere mettere in pezzi l'omicida, che si era dato alla fuga per campare la pelle, ma lo sceriffo, e più il cane, gli avevano tronco il disegno.

Lo sceriffo condusse (che senza offesa del vero non si potrebbe dire strascinasse, dacchè l'_indio_ andava così di buon grado che non pareva fatto suo) il prigioniero dinanzi al cadavere del garzone, che giaceva supino in mezzo della strada dentro una pozzanghera di sangue, e di subito mise mano allo interrogatorio.

— Conosci questo uomo?

— Sì.

— Chi lo ha ammazzato?

— Io.

— Come puoi provare di averlo ammazzato?

— Hanno visto tutti.

— Si, si, abbiamo visto tutti, urlava la turba, benchè pochi fossero quelli che si trovarono presenti al caso.

— Perchè?

— Perchè mi è parso di ammazzarlo; — perchè stamani ho bevuto acqua di fuoco più del consueto; — perchè col buttarmi la spazzatura addosso ha inteso insultarmi.

— Dunque tu convieni che devi essere punito?

— Siccome per conchiudere l'affare non è necessario il mio consenso, così chiedo astenermi da rispondere.

— Come ti piace; ed ora, riprese a dire lo sceriffo volgendosi alla turba, tutti quelli che giudicano doversi impiccare... come ti chiami?

— Che fa il nome alla cosa?

— Nulla; per la formalità, capisci!

— A Lampasas mi chiamavano _Lumediluna_.

— Sei cristiano?

— Si; mi battezzarono a Georgetown.

— E allora come t'imposero il nome?

— Dianoro Bermudez.

— Bene, prosegue lo sceriffo, tutti quelli che giudicano aversi a impiccare Dianoro Bermudez, del paese di Lampasas, passino dal mio lato sinistro.

Non uno rimase dal lato destro del degno sceriffo, perfino i fanciulli, i quali per via della età quello che facessero ignoravano.

— Tu lo vedi da te, o Dianoro, che adesso ti tocca a pensare sul serio di morire, disse lo sceriffo.

— È cosa vecchia; ci pensai da quando nacqui.

— L'uomo prudente è come la tavola degli osti, sta sempre apparecchiato: possiamo andare.

Lo sceriffo s'incamminò verso la campagna; dietro lui Dianoro, e dietro Dianoro le turbe; venuti allo aperto occorse loro un bello, grande e forte cedro rosso, del quale si servono per fare le bacchette ai lapis; lo sceriffo, dopo averlo ben bene squadrato, domandò:

— Dianoro, di' su, questo cedro non ti parrebbe al caso?

— Per me, me ne lavo le mani; io non ci entro.

— Ma... mi pareva che per qualche cosa ci entrassi anco tu.

Tacque il dabbene sceriffo, e presa senz'altro indugio la corda si mise ad armeggiare per foggiarla a nodo scorsoio. Dianoro stava a guardarlo tranquillamente, ma vedendo poi che non veniva a capo di nulla, gli levò la corda di mano dicendo:

— Si conosce chiaro che voi non siete del mestiere; lasciate fare a me.

E in un attimo annodò un cappio ch'era una delizia, e senza spavalderia se lo adattava al collo da sè. Lo sceriffo, incantato, a questo punto non si potè reggere, lo abbracciò forte forte e disse:

— Dianoro! Ti giuro sul mio onore che se non ti avessi a impiccare ti piglierei per segretario; e ora, figlio mio, desideri nulla da me?