Part 11
Filippo si chinò e si raddrizzò; quello che pensasse nel brevissimo tempo in mezzo a questi due atti non si potrebbe significare con un volume; mostrò essere della razza di Anteo, il figlio della terra, che quante volte cascava sopra sua madre, tante si rialzava più forte di prima; in fatti, di voce fermissimo e di sembiante, riaccese la lanterna e disse:
— Scusi sa, signor capitano, questa maladetta palla tedesca che ha preso a pigione la mia coscia sinistra di tanto in tanto mi dà dolori da cani: caso mai metto il piede in fallo, anche di mezzogiorno io vedo le stelle.
— Ma, ecco qua, l'altro grido donde è venuto?
— Ah! l'altro grido... non le faccia specie, signor capitano, nella piazza ci è l'eco, taluni dicono che ci si risente; grullerie? Come ho avuto l'onore di informarla, è l'eco. Mi rincresce proprio che avrà svegliata la signora del signor comandante, la quale, come saprà, dopo un travagliosissimo parto è entrata appena in convalescenza; — quanto a prigioni, di quelle a tutta prova ne possediamo poche; per fortuna, la meglio, secondo la mia povera opinione, in questo momento è vuota: — favorisca, signor capitano, di visitarla e dirmene il suo parere.
— Stupenda!
— Veda la porta com'è bassa; per entrarci bisogna andare carponi.
— Vedo; ed ecco qua, munita di doppie porte: — le serrature _è_ a due mandate — i chiavistelli robusti, muniti con bravi lucchetti... chi la fece non mancava di giudizio.
— Consideri! Lo chiamavano _Sette cervelli_; lunga è poco più di quattro passi, a cinque non ci arriva; a livello del pavimento si apre la finestra munita di due grosse inferriate...
— Oh! qui mi cascò l'_assino_; meglio... meglio in alto vicino al palco, le finestre basse, ecco qua, sono troppo alla mano per essere segate. — Direbbe bene, il signor capitano, se la finestra non desse sopra un corridore che prende aria da finestrini muniti di ferro in croce; e tagliati anche questi, che avrebbe fatto il prigioniere? Nulla, perchè si troverebbe in una chiostra, chiusa da tutte le parti e per giunta vigilata dalla sentinella.
— Com'è così muta specie: anche a me parrebbe che avesse a bastare.
— Aggiunga poi, illustrissimo, che il prigioniere non ci ha a stare mica libero, bensì incatenato al pancaccio.
— Giusto! È quello che pensava ancora io.
Intanto Curio, sentendosi rifinito, si lasciò andare sul pancaccio, dicendo con fievole voce: ho sete.
E Filippo al capitano:
— O che un bicchiere di acqua io gliel'ho a dare?
— Gua'! fate voi; per me, pensandoci su, mi sembra che gli si potrebbe dare.
Allora Filippo entrò in prigione, ed accostatosi a Curio a voce alta gli dice:
— Un po' di pazienza e avrete l'acqua: — e a voce sommessa aggiunse: Curio, coraggio!
Conosco gente che va matta a vedere la pioggia delle stelle cadenti; per me, da una volta in su, e fu la notte della vigilia di San Lorenzo, non la volli più vedere, imperciocchè allora mi venisse fatto rassomigliarla alle parole regie, che partono dal cielo in sembianza di stelle, promettono luce e calore, e poi si spengono a un tratto lasciandoci al freddo ed al buio peggio di prima; ma la parola dello amico scende refrigerio alle anime desolate, da non potersi significare con accenti umani, e lo inferno converte in paradiso, perchè quivi si ferma a scintillare come nel suo proprio firmamento.
Il capitano parti co' suoi soldati, e Filippo tornò a dare animo a Curio e a provvederlo delle cose necessarie al vivere, e:
— Quanto a vitto lascia fare a me, che ti porterò del meglio, perchè bisogna tu ti rimetta in gambe e presto: circa al restante adattati, che se ai superiori saltasse il ticchio di venirti a visitare, vedendoti provvisto meglio degli altri piglierebbero ombra ed allora...
— E allora?
— To'! O a che pensi? Dubiti forse che alle mie mani tu abbi a morire! Bada qua, questa è una lima e quest'altra è cera scura: attendi senza requie la notte a segare le catene, più presto che farai meglio sarà; conto che tu deva essere lesto in tutta la nottata di domani; adesso riposati e stai di buon animo: segate le catene fa' di riappiccicarle con la cera, mettiti a letto e fingi dormire, che domani verrò accompagnato, e forse potrebbe venirci il mio aiuto solo.
— E della Eufrosina non mi dici...?
— Silenzio; qui non ci ha luogo Eufrosina; zitto e dormi.
Chiusa appena la prigione, Filippo, salendo le scale a quattro a quattro, entra in casa; corre nella stanza della Eufrosina col cuore che gli picchiava il petto più forte di un ariete romano. La stanza era vuota.
— Frosina! Frosina! Dove ti sei cacciata?
— Veruna risposta; passa in camera sua; colà pure chiama, osserva... niente. Salta in cucina, di cui la finestra dava su la piazzetta del castello dove facevano capo le prigioni, e quivi la mira caduta supina in terra priva di sentimento. S'immaginò subito il successo e prese a dire:
— Ci mancava anche questa! Ora su, Nina mia; non ti abbandonare; il diavolo, sai, non è brutto come si dipinge; da brava, via, rimettiti in piedi.
E siccome l'altra non dava retta, la levò di peso portandola sul letto e con acqua diaccia, aceto ed altri argomenti s'ingegnava farla rinvenire, e rinvenne.
— Ahimè! Anima, che hai?
Ed Eufrosina, mentre si fregava gli occhi, rispondeva:
— Che brutto sogno, babbo mio, mi sono fatta... mi pareva...
— Senti, Eufrosina, quello che hai visto è vero. Curio è qui in prigione condannato a morte per avere rotto la faccia ad un ufficiale furfante e truffatore...
— Babbo... porgimi la mano... ah! muoio.
— Ferma... non morire... avrai sempre tempo a farlo: sta' di buon animo: — noi salveremo Curio, lo salveremo quanto è vero Dio... ma tu hai da fingere di non sapere nè manco che esista nel mondo... non lasciarti sfuggire nè un gesto, nè un detto: sii prudente... sii discreta... raddoppia vigilanza... pensa che se adesso lo perdi, lo perdi per sempre...
— Basta, basta; e tu pensa, babbo, che mi preme più che a te... accostati ora, che ti vo' dare un bacio, due baci, venti baci.. ma perchè così al buio? Allegria che non si vede è meno che mezza. Accendi il lume.
— Come! Accendi il lume? O non è acceso... anzi due?
— Ma io non ci vedo.
— Stropicciati da capo gli occhi.
— Io non vedo nulla.
— Com'è possibile mai?
E presi i candelieri accostava le due candele agli occhi di Eufrosina, e mentre specola mormora:
— Ecco qua, i soliti occhi... smaglianti... sinceri... veri testimoni del cuore... come dunque può essere che tu non ci veda?
— Non ci vedo, mamma mia! non ci vedo... Madonna santissima! sono diventata cieca... E gittate, smaniosa, le braccia al collo al padre, proruppe in pianto... Oh! io non li rivedrò più, continuava singhiozzando, nè Curio... nè babbo... oh!
— Sta' quieta... non ti disperare, o mi fai dare nei lumi; non sarà nulla, sangue al capo... vado pel medico del Castello... ma, bada, bocca chiusa: per me sento che il colpo che hai ricevuto alla vista di Curio è stato cagione di tutto.
Il medico del Castello, desto sul più bello del sonno, andò bifonchiando: visitata Eufrosina fra uno sbadiglio e un altro, conchiuse che Eufrosina aveva perduto la vista; lì su due piedi non poteva dire di più; continuassero le pezzette dell'acqua diaccia per iscoprir marina, la rivedrebbe domani; — su di che buona notte.
Filippo sbattuto, ma rigido più che mai, la mattina per tempo fu a visitare il comandante del Castello col quale rinvenne per ventura il medico: chiesta ed ottenuta facoltà di parlare, espose il caso della figliuola, aggiungendo che lì in Castello non la poteva guardare, chiedergli pertanto il permesso di menarla presso certa parente della defunta sua moglie in Milano: se questo partito gli rincrescesse, Dio lo sa, persuaso com'era che per la molta capacità del signor chirurgo maggiore in breve la sua figliuola sarebbe andata guarita.
Il comandante anch'egli era della progenie dei cani, ma non mastini, quindi qualche devozione egli aveva, e poi a farlo meno acerbo contribuiva la nascita di una figlia, a lui vecchio e malconcio dalla gotta, partorita pochi giorni innanzi dalla moglie trentenne; il dabbene uomo la chiamava la figlia del miracolo, ma chi l'udiva pensava come di cotesta maniera miracoli assai di frequente accadevano nei castelli, dove stanzia continuo un presidio di soldati, quantunque di tratto in tratto si muti. Il chirurgo maggiore, per la fumata d'incenso che gli aveva sbraciato Filippo, venuto propizio alla istanza di lui, ed anche per levarsi dintorno la seccatura di dover visitare la inferma, l'approvò con molte ragioni, una più bella dell'altra; onde Filippo ottenne la facoltà di starsi per qualche ora assente dal Castello, a patto che il servizio non ne soffrisse.
Filippo, salutato il comandante, partiva, senonchè mutati alquanti passi tornava indietro, e levata la mano al berretto aggiungeva:
— Signor comandante, vorrei sottoporre alla sua saviezza di mandare un uomo di rinforzo al sottocarceriere durante il tempo che io starò lontano: ella sa che stummie di gente ci tocca custodire, ed è meglio aver paura che toccarne.
— Giusto! Era quello che pensava anch'io; andate franco, sergente, che terrò l'occhio alla penna.
Filippo con celeri passi s'incammina alla prigione di Curio in compagnia dell'aiuto servente: entra senza salutare il carcerato, e molto sollecita il servo a sgombrare la prigione di ciò che vuolsi quotidianamente pulire e che non importa inventariare: rimasti soli Curio e Filippo, questi subito gli domanda:
— A che punto siamo della segatura?
— Tra un paio di ore gli è affare fornito.
— Bene: però ti avverto che la Eufrosina con noi non possiamo... non dobbiamo condurre.
— Come!
— Anzi, tu non la potrai nè manco vedere...
— Ma io...
— Ma tu, interruppe Filippo con atto che parve più di rabbia che d'impazienza, devi lasciarla in custodia di tua madre finchè non sia passato il pericolo: piglia qua lapis e carta; scrivi a tua madre raccomandandoti che presso di sè accolga la mia... la nostra Eufrosina, come figliuola la custodisca... l'ami. Ma di' un po' su, confidati a me, che non lo saprà neanche l'aria, la è veramente buona, come tante volte mi hai assicurato, tua madre? — Non potrebbe mica il troppo affetto filiale averti fatto velo alla mente? Perchè... vorrei tu mi capissi... Eufrosina... l'anima dell'anima mia...
Adesso fu la volta per Curio di mostrare impazienza; levate le spalle, tolse di mano a Filippo la carta e il lapis, ponendosi a scrivere senza dargli risposta.
Filippo, che comprese l'intimo pensiero di Curio, ne rimase mortificato, e susurrando a fior di labbro: Scusa, andò a piantarsi di sentinella alla porta per parare ogni accidente: di vero ben gli valse il consiglio, imperciocchè il servente, pigliando per contanti la raccomandazione di Filippo, si fosse sbrigato più presto del consueto, ed ora tornasse con la lingua fuori nella speranza di sentirsi dire: Bravo. Filippo, appena lo vide, borbottò sommesso: — Avessi potuto romperti il collo! — e ad alta voce soggiunse: — Metti giù la bigoncia, chè al posto ce la porterò io.
— Ma le pare, sor sergente: questo tocca a me.
— Silenzio! Obbedite; andate a empire la mezzina e fate sia fresca e pulita... andate ad attingerla al pozzo... via, presto, che mi occorre prima di mezzogiorno andare per commissione del comandante fuori di Castello.
Quando lo vide per sufficiente spazio allontanato, mise il capo dentro la prigione e interrogò a voce bassa: Sei lesto?
— Mi manca appena un rigo.
— Tira via.
Quando il servo tornò coll'acqua era finita ogni cosa, e Curio aveva potuto raccontare così a bastoni rotti tutto lo accaduto fra lui e il Fadibonni. Filippo aveva preso la breve scrittura, ed involtatala dentro sottilissima foglia di piombo, se l'era nascosta in bocca tra la pelle delle guancie e le gengive, avendo notato più volte come i _questurini_, visitando le persone, non avessero risparmiato le ascelle, i capelli e ogni altra più segreta parte del corpo (delle vesti, delle scarpe e del cappello non se ne parla nemmeno), ma quanto alla bocca si erano rimasta di sbirciarla aperta, senza insisterci troppo.
Filippo aveva avuto la fiera costanza di essersi rimasto fin lì da visitare Eufrosina; e con deliberato consiglio, timoroso di darsi alla disperazione, caso mai avesse trovato che le durava la crudele infermità, e la disperazione come il coraggio gli portasse via la prestanza; e per disgrazia troppo bene si appose, dacchè le tenebre abbuiassero sempre gli occhi della bella desolata. Filippo, nel mirare la sua creatura immobile e in volto trasfigurata, compresse i gemiti che lo spasimo gli spingeva alla gola, ma non si potè tenere da baciarla con veementissimo ardore: riconfortatosi alquanto, la mise a parte del proposito di condurla presso la madre di Curio, che in cotesto stato, ella, lo doveva capire, sarebbe stata di pericolo mortale alla fuga, ed ella lo voleva salvo il suo Curio, non è vero?
— E, babbo, dimmi, quando è che tu lo salverai?
— Zitto! Questo non importa che tu sappi.
— Non importa? Ah! tu non pensi quanto mi lasci infelice.
— Hai ragione, anima, — ed accostati i labbri all'orecchio di lei, ci bisbigliò con un filo di voce: — Stanotte.
Eufrosina gli prese il capo con ambedue le mani, glielo strinse forte, lo baciò su gli occhi, su le labbra, su tutta la faccia, e parlò:
— La mamma mia, la moglie tua, che ti fu sì cara, dal cielo ti ascolta, ti benedice e ti aiuterà, ne sono sicura; e, dimmi, Curio lo sa?
— Lo sa.
— Ha mostrato voglia di vedermi?
— Si domanda? L'avresti anche tu?
— Ah! per ora come farei a vederlo? E tu, babbo? bada bene, non dirgli la disgrazia che mi è successa, perchè quel caro angiolo mio se ne accorerebbe, e nel maggior bisogno gli cascherebbe il cuore... però una voce mi dice che lo rivedrò... lo voglio rivedere di certo... ma adesso non è tempo; capisco che ci vuole risoluzione... va' dunque, babbo, pei fatti tuoi.
— Vado, Frosina, vado; guarda qui, ci è da mangiare, e qui metto la boccia per bere... per trovare ogni cosa tu non hai a fare altro che stendere le mani...
— Ho inteso... ho inteso... va' pure senza sospetto.
— Ma se credi che ti abbia a mandare qualcuno...
— Va'... va'... ah! non senti, che finchè non vi sappia in salvo mi parrà di arrostire a fuoco lento?
Ora è da sapersi come Filippo avesse in Milano un amico, ma un amico come usavano nel 1848; lo chiamava compare, non già perchè gli avesse tenuto al fonte verun figliuolo, ma perchè l'uno accanto all'altro avevano ricevuto il battesimo di fuoco nelle cinque giornate; — di cui adesso taluni milanesi fingono ricordarsi, per far dimenticare la memoria di Napoleone tanto iniquamente ravvivata da loro. — Pari nei due amici il cuore, disforme la vita: randagio sempre Filippo e propenso a imprese guerresche, l'altro casalingo e pacifico: tuttavia, quando si trattò menare le mani, non si distinse il borghese dal soldato, ed è ragione, perchè la tirannide schietta nudrisce gli oppressi di latte acerbo, ma forte, latte di lupa, mentre la tirannide impiastrata di libertà è ai popoli come una balia sifilitica; la vita degli alunni delle monarchie costituzionali è rósa dalle scrofole interne ed esterne... in verun tempo mai, ne chiamo in testimonio la terapeutica moderna, fu fatto tanto uso dei bagni di mare e di ferro, bene inteso ridotto _in limatura_ o _in chiavi false_.
Il compare si chiamava Foldo e di suo mestiere era fornaio. — Fornaio? — Fornaio. Lo so, lo so, che messere Zanobi Bartolini, reggendo come commissario della repubblica di Firenze il comune di Pistoia, quando gli mancava gente da impiccare andava in compagnia del bargello per la terra a diporto, ed imbattendosi in qualche fornaio, lo acciuffava e impiccava, affermando: che ad impiccare a quel modo i fornai si poteva andar franchi, che tanto la coscienza non se ne risentiva. Questa opinione veramente a me parve sempre un zinzino abbrivata, imperciocchè succeda dei fornai appunto come dei lucchesi, i quali godendo fino dai tempi passati il privilegio di fornire il mercato di carnefici, interrogati di che patria sieno, rispondono: «io sono di Lucca _per servirla_; — ce ne sono dei buoni e dei cattivi...»
Foldo dunque faceva il fornaio — fornaio di cuore; un di quei cuori che la Natura serba sotto il banco e tira fuori di tanto in tanto, per far prova che anche _lei_, se ci si mette, una creatura di garbo la sa imbastire; Filippo, entrato nella bottega di Foldo, gli domandò:
— Come sta la comare?
— Prima Dio, bene.
Allora Filippo, senza aspettare la risposta, infila su per la scala (Foldo per mezzo di scala interna dalla bottega saliva in casa) e va dalla comare; della quale nuova improntitudine di Filippo impermalito Foldo, che lo aveva provato fin lì tanto riguardoso, gli corre dietro e lo trova piantato a mezze scale;
— Che fai tu qui?
— Zitto! Io ti aspettava, ho bisogno di parlarti.
— O chi ti teneva da farlo in bottega?
— Parla piano. In bottega ci era gente, e non ti ho voluto neppur chiamare per paura di destare sospetti; era sicuro che tu mi avresti seguitato.
— Dunque andiamo in casa, ci chiuderemo in camera e parleremo.
Filippo gli disse: — Ecco, per ora ti confido che mi bisogna trovarmi travestito a certa posta di qui a mezza ora: però prestami i tuoi vestiti da giorno di lavoro; quando tornerò a ripigliarmi i miei panni da soldato, allora ti racconterò ogni cosa per filo e per segno. — Comare, vi prego, acqua in bocca; gioco sopra una carta la vita di quattro persone.
E Foldo: — Vivi tranquillo, abbiamo mangiato la foglia.
Senz'altre parole, aiutato dalla moglie, Foldo trasformò il compare per modo, che guardatosi allo specchio non si riconobbe neppur'egli; dopo ciò Foldo per maggiore cautela fece uscire Filippo dalla scala maestra, che riusciva in via Ciovasso, dietro a quella dell'Orso, dov'era aperto il suo forno.
Filippo, travestito, se ne andò lemme lemme, che non pareva fatto suo, rasente le case, sbirciando con l'occhio destro i numeri delle porte; voltò al Carmine, prese di via Brera, venne giù per San Giuseppe, Appiani, Bossi: per ultimo a San Tommaso; qui, notato il numero 31, guizza nella porta e si arrampica per le scale al quarto piano: picchia; gli è aperto.
— O Filippo, siete voi? Se non era la voce chi vi avrebbe riconosciuto! Come qui? Mirate casi! In questo momento io pensava a voi...
Così incominciò a parlare Isabella, e Filippo di rimando:
— Perchè a me...?
— Che so? A voi e a Curio, e non mi potendo capacitare come a lui e a voi potesse bastare l'animo di lasciarmi tanto tempo senza vostre nuove, fra me pensava, qualche altra disgrazia mi sarà cascata su le spalle.
— Giusto, veniva a darle nuova di Curio; e la signora Arria come sta?
Isabella non rispose altro che levando gli occhi al cielo e stringendo le mani come chi si raccomanda. Allora Filippo girò la ruota del timone e soggiunse.
— Io, signora mia, le vorrei parlare in luogo dove veruno ci sentisse.
La Isabella umile riprese:
— Andiamo in cucina, non ho altra stanza più adatta.
Andarono: non ci erano seggiole; Filippo si sentiva stanco; cominciò ad appoggiarsi al camino, poi vi mise su la coscia offesa, poi l'altra, finalmente ci si assettò a sedere.
— Ebbene? interroga Isabella, vedendo come Filippo gingillava a parlare.
— Ecco, signora, prima di tutto bisogna che si pesti bene nel cervello che stasera, o al più lunge domani notte, egli sarà salvo...
— Chi salvo? Curio! Dunque corre pericolo?
— No signora: egli non corre pericolo al mondo; solo è in prigione.
— O Dio mio! Voi mi spaventate... in prigione! Quando? Dove? Perchè?
— Non corre pericolo, perchè l'ho in custodia io. Io sono il suo carceriere. Dunque non si rimescoli.
— Ma che colpa ha commesso? Di qual delitto è reo?
— Una bagattella... cose da nulla; ha spaccato la faccia al suo maggiore.
— Oh! grave errore è cotesto. Si è comportato indegnamente.
— Anzi ha fatto benissimo; e se non lo avesse fatto dovrebbe tornare a farlo; creda, signora, la faccia di cotesto maggiore era proprio degna _di mandarci i cazzotti in guarnigione_, come dice il poeta... un ladro... un furfante... e poi lascia morire di stento la sua povera mamma... via, ce n'è di meglio in galera.
— E chi ha conferito a Curio l'uffizio di vendicatore del genere umano?
— Le basti, signora, che egli ha dovuto farlo, e se non lo avesse fatto lo stimerei meno di un prete; ma, le ripeto per la decima volta, a liberarlo ci penso io.
— Caro sergente, mi sembra avere udito che la legge militare procede severissima contro gl'infrattori del carcere; per l'amore di Dio pensiamo di non fare un peggio; se foste ripresi, che mai ne andrebbe a Curio e a voi?
— Certo, la legge militare non è fatta col miele.
— Dunque non sarebbe meglio lasciare che Curio scontasse la pena?
— Che diavolo dice? Ma che le pare?
— Perchè mai?
— Perchè... perchè la pena alla quale condannarono Curio non è di quelle che si sopportano due volte.
— Voi mi spaventate... ma si prega, si mettono persone di mezzo... e gli avvocati o che ci sono per nulla?
— Tempo perso... le ripeto che Curio fu condannato...
— Ma condannato a che?
— A morte... e subito, tese ambo le braccia per sostenere la Isabella che balenava per cascare, aggiungendo con parole infocate:
— Su, su, che adesso non è tempo di svenirsi, bensì di richiamare tutte le virtù intorno al cuore per la salvezza di Curio.
La madre si raddrizzò di forza, quasi il dolore le avesse infuso nuova lena nel sangue, e favellò:
— La sventura mi ha posto per bersaglio ai suoi strali; — a quest'ora dovrebbe trovarsi presso a finirli... coraggio!
— Sì, coraggio, riprese Filippo, e volendola confermare in cotesta risoluzione cavò di tasca una grossa chiave e mostrandogliela aggiunse: — Miri, questa è la chiave che tiene chiuso il nostro Curio (e cotesta fu pietosa menzogna). Ora a noi, signora Isabella: come sta a quattrini?
Isabella ghignò acerba e a denti stretti rispose:
— Di debiti un diluvio.
— E mezzi per farne?
— Veruno... e se potessi racimolare qualche soldo, o che la inferma figliuola ha da soffrire?
— Dio ne guardi, povera creatura!
— E il padre mio travolto nella miseria? A lui tanto più aspra quanto più insolita.
— Di certo; dunque la non si stia a confondere, penserò io a rimediare.
— Ma come potrò io uscire dall'agonia del pendere incerta per la vostra salvezza?
— Aspetti, egli era appunto quello che io stava per dirle. Da domani in su Foldo, il fornaio di via Ciovasso... lo conosce?
— No, bensì ho udito parlarne.
— Bene; quando non ci sarò io, ad ogni suo bisogno faccia ricapito a lui; — ma mi raccomando con circospezione, senza che veruno lo sappia. Dunque da domani in su Foldo le manderà a casa un filo di pane; lo guardi bene dentro, e quando ci troverà un franco, ciò vorrà dire che siamo fuori di prigione, e quando due che ci troviamo fuori di Stato: sul partire per l'Inghilterra le scriveremo addirittura per la posta.
— Ho capito...
— Il pane non istia a pagarlo, faremo i conti con Foldo quando sarò di ritorno... ora ecco qua un biglietto di Curio, lo legga, poi ragioneremo del resto.
Isabella prese il foglio, lo baciò, lo lesse in un bacchio baleno, e il sangue dal cuore le refluì sopra le guancie.
Amore e luce, allorchè prima nascono, ovvero quando tramontano, colorano sempre le sommità della persona o della terra; subito dopo con ineffabile affetto esclamò:
— Oh! venga, venga la desiderata... povera tosa! ma sarà nulla... più no, che non potrei, ma la custodirò... ne avrò cura come figliuola.
— Come figliuola sua ha detto? Tocchi qua...
— Ne dubitereste, Filippo?
— No... si... scusi, sa, anch'ella è madre...
— Pover'uomo! Anche a voi tocca un'angoscia che non ha conforto... Ma come accadde il caso?