Il secolo che muore, vol. IV

Part 10

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— Maggiore, l'altra sera ci lasciaste il vostro portasigari — e senza aspettare osservazioni in proposito scappò via; in un attimo verificò se fossero bene quattrocento cinquanta lire quelle contenute nello involto, e tornata col portasigari, mentre lo dava al Fadibonni, ricambiaronsi fra loro una occhiata, la quale poteva tradursi proprio così: — Sgualdrina, non ti sei fidata? — Bisognerebbe avere perduto il bene dello intelletto per confidarsi ad un furfante come sei tu.

— Mia cara Giulia, allora entrò di mezzo a dire Abramino, perdonerà se non posso più a lungo trattenermi con lei, perchè col treno del tocco mi occorre andarmene fino a Casale per assicurare il pagamento di un _effetto_ tornato in protesto col relativo _conto di ritorno_; di là passerò a Vercelli per assistere alla circoncisione del mio nipote, figlio di mia sorella Esterina e del cognato Anania; poi darò una capata a Milano per vedere un po' come vanno le faccende del banco sete, che da tre anni mette fuori bilanci magnifici, e poi tra ceralacca e spago non dà un soldo di dividendo: ma che vuol'ella, cara signora Giulia? L'_hijo d'un mancer_ ci fece sottoscrivere mio padre per cento azioni, e da questo, veda, signora mia, che anche le civette impaniano.

Tale preludiava Abramino nei suoi amori con Giulia.

Al maggiore pareva mille anni svignarsela, onde di nuovo appressatosi a Giulia, in atto eroico favellò:

— Giulia, addio: non ti raccomando i nostri amori, come fece Augusto a Livia, perchè questa rimase vedova, mentre tu convoli a seconde nozze, e nè meno t'impongo dimenticarmi, perchè so che tanto non è nella tua potestà; ti resti di me la memoria come di un sogno che sopraggiunge su le ale dell'alba e fa risvegliare la dormente alla luce con un sorriso. Nel dipartirmi da voi vi auguro sieno i vostri amori pari al muschio del quale dura perenne il profumo senza mai diminuire di sostanza: bevete infaticabilmente nella tazza della voluttà, e l'amore ve la riempia senza requie a bocca di barile: si rinnovino per voi gli amori come il fieno nei prati, dove rifà capo sotto la falce che lo miete; vivete felici, ruzzolate per un pendio di rose monde da ogni spina dalle mani stesse delle Grazie, e quando giunti al termine del tramite mortale, se il Dio dei cristiani non si trovasse d'accordo col Dio di Moisè per collocarvi insieme in paradiso, vi mandino almeno a domicilio coatto nella stella di Venere; addio, addio.

Sbirciato il cappello di Abramino e vistolo nuovo, mentre il suo declinava al tramonto, se lo mise in capo, e provato che gli andava, se ne andò via bisbigliando.

*

— E ora alla busca delle cinquanta lire, e più se riesce.

La signora Radegonda, di cui il casato si tace _honestatis causa_, era giunta a quella età che non invoglia persona a ricercare qual sia; — la età grigia; tra le ventiquattro e l'un'ora di notte; la età che _non è bianca ancora, e il nero muore_; dondolante fra i cinquanta ed i cinquantacinque anni, fu moglie buona e mamma meglio di una figlia unica, e sopra il marito e la figlia, finchè vissero, riversò tutto l'acquazzone della sua tenerezza: ma da prima perse il consorte; poi, per colmo di sventura, la figlia; e l'amore sbraciato dal dolore le coceva l'anima spasmodicamente; anch'egli patisce di ripienezza, e in qualche luogo bisogna pure scaricarlo; provò sfogarsi col canarino, col gatto, col cane, ma non li rinvenne bastevoli all'esercizio della sua passione: allora si tuffò a capo fitto nella beghineria; e fu peggio, imperciocchè i santi le stessero dinanzi dipinti ed appesi a un chiodo; Cristo di legno, e crocifisso, nè disposto a quanto pareva a sconficcarsi, come fece un dì (lo dicono i preti) per abbracciare santa Caterina di Siena: dei confessori, i giovani avevano grandi faccende altrove, i vecchi tabaccosi non le andavano a fagiuolo, e la povera donna aveva ragione. Intanto il sodalizio con gli angioli in sembianza di giovani eternamente leggiadri, l'estasi amorose, le preghiere lubricamente devote, le orazioni confettate di misticismo e di libidine, l'amor divino rinforzato coll'acqua arzente del bruciore terreno, avevano proprio ridotto la misera creatura in un mucchio di stoppa, anzi di polvere, o piuttosto in un barile di petrolio. Dio guardi se ci fosse cascata sopra una favilla. Veruna compagnia di sicurtà contro agl'incendi l'avrebbe per tesoro assicurata; — e poi incendio di amore non ha riparo. Di fatti la favilla non mancò. Fortuna volle che dirimpetto alla vedova tornasse di casa il Fadibonni; si videro, si adocchiarono, si salutarono, si sorrisero; costui, spillando lo stato della vedova, la seppe abbastanza comoda secondo il suo stato per la pensione lasciatale dal marito, a dovizia fornita di masserizie, di panni, di ogni ragione orerie, insomma di tutto ciò che i giureconsulti romani distinguevano col nome di _mondo muliebre_. Ce n'era di avanzo, perchè il Fadibonni se ne mettesse incontinente alla caccia, e non fu lunga impresa, nè ardua: pei bambini balocchi di legno, ai vecchi balocchi di carne: pari in entrambi la concupiscenza di ottenerli, dispari la tenacità di conservarli: quanto facile i primi a buttarli via, altrettanto duri i secondi ad agguantarcisi con tutti i tentacoli. Ora taluno vorrebbe sapere chi dei due condusse la povera donna al mal passo, l'anima o il corpo. Per me confesso addirittura che non lo posso contentare; primamente, perchè mi riesce difficile chiarire distinta la esistenza di cotesti due enti, e supposto che riuscissi a sciogliere siffato nodo, ecco che inciamperei nell'altro, non meno scabroso, di determinare se la materia prevalga allo spirito, o viceversa; chi il mandante, chi il mandatario, o piuttosto chi il colpevole in capo e chi il complice. La meschina era cascata dentro una fitta, dove ogni conato per uscirne la faceva sprofondare vie più: peccava, si pentiva, tornava a peccare per ripentirsi poi, e così con perpetuo ciclo logorava ogni estremo residuo di volontà, di pudore, ed eziandio di salute. Dall'altra parte il maggiore, attaccatosi come ruggine alle sue ossa, le sperperava con persistenza scientifica ogni sostanza; orerie, argenti, pannilini, lani, stoviglie, rami tutto insomma mano a mano spariva. Cotesta casa era neve al sole, ned ella si attentava rifiutare nulla, anzi, strano a dirsi! dava volentieri, pensando che le tribolazioni vecchie e nuove provate nel suo traviamento le dovessero andare in isconto dei peccati.

Alla stregua che la roba scemava, le assenze del maggiore infittivano e si prolungavano: adesso correvano mesi che non capitava a casa Radegonda; difatti ci era rimasto tanto olio da mandare un sospiro di luce: anche la pensione vitalizia della vedova, a cura del maggiore, era stata per parecchio tempo impiegata ad Abacuc, figlio di Anania e padre di Abramino Ottolenghi.

Il Fadibonni ecco si mostra improvviso nella camera di Radegonda, la quale dalla comparsa di lui rimase abbarbagliata, levò supplice le pupille al cielo, le mani congiunse in atto di preghiera, mosse le labbra, ma non potè profferire parola; il peccato aveva preso a nolo dalla beghineria le sue smorfie, ma quel tristo le si accostò carezzevole, la blandì con parole soavi, e siccome ella mostrava non crederci, egli, aggrondate le sopracciglia, proruppe in accenti minatori, perchè la donna smarrita lo pregava per l'amore di Dio e delle anime del purgatorio a placarsi; il maggiore durò un pezzo ingrugnato, alfine parve rasserenarsi, e strettale la mano le disse:

— Addio, a stasera, se posso, verrò a cenar teco.

Rimasta sola Radegonda, per la grande contentezza non capiva nella pelle, le pareva toccare il cielo con un dito: senza porre tempo tra mezzo prese a rovistare per la casa, onde rinvenire robe da potersi fare onore: ahimè! dentro le cantere non tovaglie, nè tovaglioli, nella credenza non posate, non stoviglie su la rastrelliera; di accattarli in presto si peritava; amore vinse vergogna, e con occhi bassi e tremula voce si condusse a chiedere tutte queste masserizie alle casigliane; delle quali quelle di miglior sangue l'accomodarono, pure commiserando lo stato a cui si era ridotta una signora così puntuale e per bene, altre dispettose gliele negarono, e le tagliarono dietro il giubbone che Dio ve lo dica per me.

Ora mancava il meglio, e come avesse a sopperirci non sapeva; ecco, mentre declina la faccia melanconica, le viene fatto vedere nelle dita, oltre l'anello matrimoniale, un altro ornato di piccoli brillanti, ricordo ultimo della defunta figliuola, fin lì salvati dal rigido saccheggio del maggiore.

Se l'anima le rimordesse ignoro; questo so, che in un attimo si cacciò giù per le scale, e arrivata in fondo consegnò l'anello della figlia alla portinaia, conquidendola a portarlo subito al monte di pietà per impegnarlo; ella poi si trattenne nel casotto ad aspettare: indi a breve l'assalì l'impazienza, perchè ogni tantino cavava il capo fuori lo stambugio della portinaia, come fa la gallina tra le stecche della stia per beccare il granturco nella mangiatoia. Alla fine la portinaia tornò; al monte non avevano voluto dare su l'anello più di trenta lire. La vedova prima desiderò toccare la moneta e ne sentì ineffabile compiacenza, poi la rese alla donna prescrivendole recarsi al mercato per comperarvi commestibili e vino. Avuto quanto ella ordinava, si mise intorno ai fornelli soffiando a gote gonfie sul fuoco, apprestò le vivande, attese a cocerle con religiosa diligenza; di tratto in tratto le gustava, paurosa pigliassero di bruciato, o troppo sapide riuscissero, troppo sciocche; si pettinò, si lisciò, si fece bella... aveva lo specchio davanti e ci si contemplava più spesso che non fosse di mestieri, ma sempre invano, imperciocchè ella badasse allo specchio quanto un re (dispotico o no non fa differenza) al consigliere fedele. Con ardentissimo affetto ella affrettava il tramonto del sole, quantunque l'accostasse di un giorno al sepolcro, e alla età sua un giorno contasse mezzo anno; che importa ciò? per rivedere presto l'amor suo avrebbe dato a patto un anno intero, due anni. Le ossa, come le legna, quanto più sono secche più avvampano.

Verso le due ore di notte venne il desiderato. Qui la Musa fa punto, salta un foglio e ripiglia la storia dal momento nel quale la misera Radegonda, vinta da molte cagioni, massime dalla virtù del laudano a lei propinato in copia dal perfido Fadibonni, giacque nel letto come corpo morto: costui allora pianamente si vestì e si pose a rifrustare sottilissimamente per tutta la casa: delle posate non ci era a fare capitale, le riconobbe di ferro inargentato; tovaglie e tovaglioli lisi, buoni a nulla: peggio le vesti, e per asportarle troppo voluminose nè tali che dessero un filo di speranza le avrebbe accettate il capitano per danaro. Che fare? Dare l'anima al diavolo non concludeva, e poi il diavolo da tanto tempo ci aveva acceso su la ipoteca, che non ci era da pensarci nè meno; peggio votarsi ai santi.

Guardò torvo l'addormentata e le vide i pendenti agli orecchi.

— Non basteranno di certo, borbottò fra sè, ma sarà sempre qualche cosa — e ci stese sopra la mano bramosa, svellendoglieli in modo così brutale, ch'ella, quantunque dormente, ne gemè. — E ora che si stilla? Di un tratto, toccatasi con la mano la fronte: — Smemorato che sono, esclama: la Madonna! che, lei sveglia, non ho potuto saccheggiare mai. — Eccola! Non manca nulla, aggiunse dandosi una fregatina di mani secondo l'usanza del Cavour, corona, lampada, angiolino e piletta; vera consolatrice degli afflitti!

E la corona, la lampada, la piletta e l'angiolino — fino l'angiolino, che nella destra brandiva l'aspersorio in modo che pareva volesse venire ad uno assalto di sciabola con Lucifero — tutto insomma egli ripose nelle tasche.

Così il soldato adoperava con Radegonda come il prete con Amina: uccelli entrambi da preda.

Compito l'inclito gesto, il Fadibonni si partiva senza spegnere il lume, scalzo, con gli stivali in mano, e lasciando l'uscio spalancato; se non che giunto a mezze scale gli frullò in mente che i casigliani, levandosi di buon mattino e notandolo, sospettosi di furto non avvertissero la questura, donde scandalo nel vicinato e qualche stroppio per lui; perciò rifece le scale, e chiuso l'uscio con precauzione se ne venne via.

*

Inesorato come il destino, il capitano Parpaglione nel dì e nell'ora stabiliti comparisce in camera al maggiore: che cosa questi dicesse e facesse per indurre costui a contentarsi di sole cinquecentocinquanta lire non si potrebbe con poche parole significare, e le troppe riuscirebbero sazievoli; bisognò snocciolare una ad una tutte le robe rubate, e fu bazza che il capitano se le accollasse per cinquanta lire, non senza però un pertinace tirarsi pei capelli, onde determinare il valore di ogni pezzo. All'ultimo si accordarono: il capitano, mentre stava per mettere in tasca gli orecchini di oro, osservò come ad uno di essi fosse rimasto attaccato un capello bianco, ond'egli presolo delicatamente tra l'indice e il pollice della destra, fece l'atto di restituirlo al maggiore, accompagnando il gesto con queste parole beffarde:

— Quantunque di argento, non mi può servire; però ti propongo renderlo alla sua amabile proprietaria.

Rimasto solo, il maggiore arse il biglietto e, fatto un pizzicotto delle ceneri, le pose sul palmo della mano, poi ci soffiò sopra e le disperse al vento esclamando:

— Siate maledette in eterno!

Distrutta la prova, l'avvocato di Curio, il quale d'altronde di male gambe procedeva nella difesa, non potè nè anche avvantaggiarlo con la scusa capace solo ad attenuare la colpa; all'opposto, avendola l'imputato addotta nella istruzione del processo e non la potendo provare, gli concitò mirabilmente contro l'animo dei giudici. Il colonnello unico ebbe a sostenere dentro di sè un'aspra battaglia fra il convincimento morale e la mancanza della prova materiale del fatto; nondimeno anche a lui fu mestieri piegare il capo, e comecchè con mano tremante, pure anch'egli depose il voto funesto nell'urna. Curio ad unanimità di voti uscì condannato _a morte_.

Tali un giorno, certo non tutti, ma troppo più di quelli che potessero sopportarsi, gli ufficiali dell'esercito italiano; e guai a chi si fosse attentato riprenderli: figlio di madre infelice era costui! La sua sorte pari a quella di Atteone, quando ardì contemplare Diana ignuda; i suoi stessi cani gli si avventarono addosso e lo divorarono; — ed io lo so, che provai cani una ciurma di nati nella terra in cui io pur nacqui: a me risparmiarono lo schifo e il ribrezzo di rammentarli, perchè da loro stessi conficcarono i propri nomi in cima alla forca. Nè uomo nè Dio varranno a staccarli di là ove li attaccarono; essi un giorno serviranno di _Faro_[12] per allontanare gli uomini liberi da questi liti resi infami dalla loro scellerata stoltezza.

O patria! O mia Livorno! in quale abiezione caduta, poichè il sole della libertà col suo calore vitale ad altro non valse che a farti scoppiare fuori le petecchie dei moderati servili, vili e feroci!

[12] I nomi stanno stampati nel giornale _Il Faro_, che riportò le proteste degli sciagurati, perchè chiamai assassini peggiori degli austriaci _quei soldati che avevano ucciso donne e fanciulli disarmati a Brescia_.

CAPITOLO XXII.

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Dei gusti non si disputa; gli è questo un proverbio scritto fino su i boccali di Montelupo; onde io, valendomi di siffatta indulgenza secolare, dichiaro detestare del pari virtù codarde e delitti burbanzosi; e tuttavia, stretto pel collo a scegliere, per me sento che mi mostrerei più parziale ai secondi, che alle prime, e ciò perchè co' secondi potrai, se vuoi, fabbricare qualche cosa, con le prime no. Romolo e Roma e i primi Quiriti informino; dei quali una metà, per dir poco, sarebbe stata meritamente raccomandata al Piantoni, il quale incominciò la sua magistratura di boia nel 1831 per conto di Francesco IV duca di Modena, buon'anima, e continua ad esercitarla per conto di Vittorio Emanuele II, gloriosamente regnante.

I delitti animosi voglionsi considerare come altrettante grappe di bronzo, le quali penetrano nel cuore e nelle carni dei popoli come nei massi di granito e li tengono con inestimabile stabilità legati insieme, mentre le virtù codarde appiccicano, non attaccano; il visco agguanta i pettirossi; le aquile portano via visco, vergone e tutto.

Adesso dovendo scrivere di Filippo, padre di Eufrosina, le virtù pusillanimi non ci hanno che fare, e nemmeno i delitti rubesti, bensì ci capita con grandissima compiacenza dell'animo nostro di favellare di un cuore temperato ottimamente, il quale, in qualsivoglia punto della terra lo avesse balestrato la fortuna, sariasi creduto sempre nel suo centro, e da qualunque plaga di cielo avesse rivolto gli occhi in alto, gli sarebbe parso di vedere Dio per trovarsi faccia a faccia e favellare con lui. La vita pigliava qual'era, senza querimonia come senza tripudio. Dalla buona del pari che dalla ria ventura attendeva a cavare qualche cosa che giovasse alla umanità: _e forti dulcedo_, nel modo che adombrava l'enimma proposto da Sansone ai filistei; se il destino gli poneva nelle mani rose, ei ne tesseva ghirlande pei felici; se catene, ei ne foggiava spade per gl'impazienti di servitù. E poichè egli aveva fede che le dieci trasformazioni di Visnù, dirimpetto alle infinite a cui la materia del suo corpo, prima che la natura gliel'avesse data a nolo, e dopo che se la sarebbe ripresa, erano una bagattella, egli ratificava tutte le passate e consentiva le avvenire, persuaso che le avrebbe adoperate sempre pel bene dei suoi simili. Se mi troverò convertito in ostrica, finchè mi manterrò sana offrirò delicatissimo cibo alle mense degli uomini, e se inferma, con la mia malattia comporrò perle, ornamento di donne oneste e belle,[13] e se diventerò _pizzuga_[14] attenderò a comporre un coccio degno di essere ridotto in iscatola da tabacco degna di papi: insomma, onore del naso di Pio IX, ovvero del collo di Cleopatra; nobili destini non mi potranno mai mancare.

[13] Affermano la formazione delle perle sequela di una infermità dell'ostrica.

[14] _Pizzuga_, così il popolo chiama la tartaruga.

Ed ora la sorte lo aveva arrandellato carceriere nel Castello di Milano. Tristo mestiere in verità, e pure egli sapeva valersene per consolare, ed in quanto gli era concesso sovvenire i meschini che gli capitavano sotto. Gli spruzzi di acqua benedetta, di cui sono larghi i sacerdoti ai morti, giovano per lo appunto quanto l'acqua benedetta a morti, ma lo spruzzo della speranza ai vivi dolorosi è rugiada di cielo; e quindi di parole e di buoni uffici non faceva a spilluzzico l'uomo dabbene, trasmetteva e riportava consigli, saluti e messaggi di genitori, di amici ed anche di amanti, purchè, bene inteso, si trattasse di legittimi amori: confermava i risoluti, ingagliardiva i dubbiosi, raumiliava gli acerbi e diceva loro: — O perchè bestemmi? Tu mi pai matto, e sei. Delle due l'una, o in Dio ci credi, o non ci credi; se non ci credi, egli è lo stesso che tu ti arrapini con questa brocca di terra cotta, e se ci credi, e per giunta lo reputi capace a farti bene o male, e allora, grullo! ingegnati a tenertelo bene edificato. — E se lo interrogavano s'egli ci credesse, rispondeva: io ci credo a modo mio e non penso dalle mille miglia ch'egli si faccia tutore e conduttore delle singole creature, che nella natura stanno, o vivono, o si agitino; per me, ruminandoci sopra, ho trovato che Dio dev'essere _una forza nella materia, una scienza nell'intelletto, una regola nella morale_; ed ora che ti ho detto così, tu ne sai forse meno di prima; ed io che ti ho detto così, non mi sono avvantaggiato neppure di un dito; sicchè tara bara, il meglio che tu possa fare è bere questo mezzo litro di vino e buttarti giù a dormire. Fortuna e dormi: caso mai tu provassi lo strapunto poco morbido, pensa che potrebbe essere più duro, e consolati. Certo, Filippo, come quegli che aveva molto vissuto fra gli uomini, non si sgomentava più per cosa che vedesse, o bigia, o nera, e le parole di lui sonavano acri, ma una stella, che non conosceva tramonto, lo illuminava con bella luce di amore, ed egli ne rifletteva i raggi sopra le creature circostanti. Cotesta sua benignità mescolata di amarezza rassomigliava ai dì di primavera, quando la pioggia bagna le piante ed il sole le asciuga, onde esse si drizzano rigogliosamente liete, quasi per ringraziarlo di coteste sue virtù per le quali godono la vita.

E luce dell'anima sua era Eufrosina, la celeste fanciulla, la quale riposa serena sopra i dolori della vita, simile al bambino Gesù dipinto dormente dal soavissimo pennello dello Albano, intanto che mormora fra il sonno: _ego dormio, sed cor meum vigilat_.

Filippo, se non con amore, con diligenza pari ha compito le tre operazioni nelle quali si versa la presente sua vita: tastò le porte e le inferriate delle carceri, consolò i carcerati, adorò la figliuola Eufrosina, la quale quando egli vide addormentata contemplò sorridendo, la baciò, e contento come una pasqua andò quindi a coricarsi.

Non bene passata un'ora, venne desto a forza da un rumore confuso di schioppi lasciati andare giù di schianto sul selciato, d'imprecazioni e di catene. Si sollecita a vestirsi alla meglio e schizza giù in piazzetta; faceva buio fitto, e comecchè portasse la lanterna, egli appena distinse gli oggetti circostanti; pure vide al barlume parecchi soldati, che sotto la scorta di un ufficiale conducevano prigionieri in Castello; subito ebbe sospetto che si trattasse di pezzi grossi. Il capitano del drappello, piemontese puro sangue, dopo il sacramentale _countacc!_ prese a dire una carta d'ingiurie al povero Filippo, perchè lo avesse fatto aspettare tanto, e poi perchè ardisse presentarglisi innanzi così sciatto di vesti.

Filippo aveva riposato mezz'ora, o poco più, delle fatiche della giornata, e se avesse fatto presto come lo zotico capitano pretendeva, non si sa come il tempo gli sarebbe bastato a mettersi solo la camicia; tuttavia tacque, avendo sentito dire, ed essendogli stato dalla esperienza confermato a sue spese, _che il soldato non ha mai tanto torto, come quando ha ragione_.

— Ecco qua, sebbene mi sia messo in _regola_, a tenore del _regolamento_, col signor cavaliere comandante del Castello, favellò il capitano, tuttavia ho voluto consegnarvi da me stesso il prigioniero. Avvertite qua, sergente; egli è condannato a morte; comecchè egli abbia interposto appello davanti al supremo Consiglio di guerra, non gli darei una palanca della sua vita. Si sa, i disperati si attaccano alle funi del cielo; dunque, sergente, occhio alla penna: voi sapete quello che ve ne va se vi scappa. Ecco qua, andiamo un po' a vedere come me lo arrandellerete.

A Filippo si strinse il cuore, e suo malgrado si sentì spinto a sollevare la lanterna per mirare in faccia il malcapitato... ecco: egli prorompe in uno strido e lascia andare la lanterna in terra, la quale mandando un getto di luce si spenge, colpa dell'olio, che rifluito a cagione del colpo verso il lucignolo lo soffocò: nel punto stesso un urlo più straziante del primo percosse gli astanti, che sebbene non assueti a spaurirsi, ne sentirono raccapriccio e terrore; sicchè il capitano, secondo la rubrica, esclama:

— _Countacc!_ Che storia è questa?

Curio, con l'occhio avvezzo al buio, aveva di già riconosciuto Filippo, e il suo cuore si era sollevato: adesso poi per questi urli infelici sentì come conficcarsi sul capo il coperchio della cassa da morto, imperciocchè, sebbene la sua ragione avesse licenziato la speranza, pure questa ostinata continuava a farsi vedere e non vedere, come le stelle fra i nugoli nelle notti di tempesta.