Il secolo che muore, vol. III

Part 9

Chapter 93,936 wordsPublic domain

— Ed io m'ingegnerò col ministro di grazia e giustizia... però non taccio che l'avrei creduto più ragionevole.

— Più ragionevole! Ma veniamo al finocchio... come con lo stipendio di sostituto può mantenersi con decoro una famiglia?

— Quando — e qui il ministro toccò coll'indice una cassetta sopra la quale si leggeva scritto: _fondi segreti_ — quando si sa e si vuole rendere servizi utili, la paga si aumenta a beneplacito.

— Oh! scusi, eccellenza, me n'era dimenticato.

— Presidente, la sua conversazione è piacevole quanto istruttiva, ma le noie dell'uffizio mi costringono senz'altro a dirle addio.

— A rivederci, eccellenza.

*

Appena costui fu uscito dalla stanza, il ministro esclamò: Ecco una colonna a cui si appoggia la salute della società! Ecco una delle àncore alle quali si affida la sicurezza dello Stato! Certo cotesti uomini meriterebbero essere gettati dove si calano le àncore, all'opposto li paghiamo, fingiamo rispettarli, onde altri li rispetti... Se un ciarlatano comparisce su la fiera, via di rincorsa; e che fa egli, il povero ciarlatano? Vende zucca per balsamo, mentre costui ministra veleno invece di giustizia... provate a mutare se vi riesce... e se tu provassi! Mi guardi Dio da siffatte tentazioni! Smovendo un mattone mi rovinerebbe sul capo tutta la volta; e sia, ma la volta così sconquassata per quanto starà ferma al posto? Che importa a me? Quando sarò morto caschi il mondo... La razza umana non vale la corda che la impicchi!

Anche Fabrizio, lo ricordate? aveva esclamato così dopo la difesa di Felicina.

Al fine delle sue parole, un nodo di tosse colse il ministro così impetuosa, che nello sforzo gli saltò fuori delle gengive la rastrelliera dei denti finti che vi stava raccomandata. In questa appunto ecco aprirsi la porta ed entrare in fretta il ministro di grazia e di giustizia: era già presso al presidente, quando questi con cenno e con voce lo fermò gridando:

— Non venite oltre... non vi movete... o mi rovinate...

— Io? O che novità sono queste?

— Non sono novità, ma cose vecchie; o non vedete che se fate un passo di più mi stritolate i denti che mi sono caduti per terra, ed io, come sapete, tengo il portafogli delle finanze: ora, un ministro di finanza senza cuore ed anche senza cervello può darsi, senza denti no; sarebbe un padre senza... oh! a proposito...

E qui espose al collega il suo bisogno; e colui nato e cresciuto giunco in terra palustre, si piegò subito alle voglie del suo piuttosto padrone che compagno nell'ufficio, e gli venne dichiarando partitamente chi avrebbe messo da lato con la debita pensione, e chi scarrucolato da un paese all'altro per fare largo a Fabrizio.

Mentr'egli favellava, il presidente del Consiglio, presa così per trastullo una penna, si mette a calcolare: lire seimila aggravio allo Stato per la pensione, lire ottomila per traslatamento di sei sostituti, non contando altri disagi e spese, e tutto questo per tenermi bene edificato il Vinneri! Il Vinneri! lui, se non fossi ministro, non mi gioverei pigliare con le molle per buttarlo sul concio. Il Vinneri! che se dimani ci trovasse il suo conto, mi darebbe di un calcio nei reni alla traditora, quando anche mi trovasse in capo di una scala... Così vuole questa delizia del governo costituzionale... Però, non creda già di mangiarmele a ufo... gli darò bene io ossi duri a rodere... e dall'altra parte è spediente che gl'impiegati stieno sempre corti a quattrini; le punte dei piedi della miseria ne urtino continuamente i calcagni, allora si maneggiano meglio, li troviamo più pieghevoli... più disciplinati. I contribuenti brontolano: brontolino, purchè paghino... e poi essi hanno meno cervello dei passerotti: quello che assorbo io con la tromba delle imposte, o lo Stato non rende a loro in forma di pioggia? E gli operai? Oh! questi sì che meriterebbero la frusta quando mi lacerano a cagione, dicono essi, delle improvvide spese: fare e disfare non è tutto un lavorare? E se facessi sempre bene non lavorerebbero meno? Avanti... avanti, e voghi la galera.

E qui, rinnovata la solita fregatina alle mani, attese ad altri affari.

*

— Caro Fabrizio, diceva il Vinneri stringendo in ambo le sue mani la destra del genero, questa fu per me la più bella giornata della vita.

— Me ne rallegro con voi, e potrei...?

— Anzi, sono io che ti prego di starmi a sentire, e mi corre l'obbligo informartene, perchè si tratta proprio di te.

— Di me?

— Appunto: stamane per faccende di ufficio ebbi una conferenza col presidente del Consiglio dei ministri: dopo aver dato sesto ai nostri affari, egli mi ha chiesto nuove di te.

— Di me? Proprio di me?

— Già, e me ne ha parlato in termini eminentemente lusinghieri: io, che ti sono babbo, vedi, non avrei detto meglio, e così, passando dal lesso all'arrosto, ha deplorato che il tuo bellissimo ingegno si strugga nell'avvocare volgari cause private, oggi segno di fastidiose importunità, domani buttato là nel dimenticatoio, sempre traballante sopra un terreno che ti vacilla sotto: vita di avvocato, vita di giocatore di pallone, di fantino di circo equestre, di funambolo; levante stentato, mezzogiorno pomposo, tramonto in soffitta, quando va bene; se no allo spedale. Codesto non è il suo posto; egli dovrebbe prendere parte nel governo, dove per poco la fortuna lo assistesse non potrebbe mancare di giungere a grado sublime.

— Il signor ministro ha detto proprio così?

— Così proprio; io non ti ci metto su sale nè pepe se io fossi nei tuoi piedi, senza gingillarmi tufferei il cappone che la Provvidenza mi manda dentro la pentola a bollire.

— Eh! non lo nego: la proposta potrebbe forse convenirmi, se non fossero i principii politici da me professati fin qui, i quali mi attraversano la via; il meno che me ne verrebbe sarebbe sentirmi tacciato di carnaccia venduta.

— Si vende cervello di montone, rispose il presidente facendo spallucce, non il tuo; quando tu metti la tua capacità al servizio del governo, e questi ti paga, non è vendita, ma baratto di uffici; dove tu, almeno sul principio, scapiteresti un tanto. Quale è mai il fine di coloro che si atteggiano a oppositori del governo? Quello di partecipare agli uffici; adesso, siccome coloro che li occupano e ci stanno bene tengono chiusa la porta di strada, e li escludono dalla scala maestra, gli altri appoggiano ai muri esterni una scala da pagliaio e si arrabattano a entrarci per le finestre. Sai tu che ti ho a dire? Si compra la roba che vale: su i banchi dei pollaioli io non ci ho visto avanzare altro che le galline morte di pipita. Specchiati nella Camera dei deputati; a dar retta alle lingue maligne, tutti sono venduti, o da vendersi, e pure insieme al monarca ed al Senato ella forma la prima magistratura del regno.

— Ci penserò; e caso mai mi risolvessi, vi ha detto il ministro a quale impiego mi destinerebbe?

— Per ora basterebbe bucare; ma, appena dentro, va' sicuro tu saliresti glorioso al cielo come il fumo dell'arrosto.

— Ma pure...

— Ecco, ti servo. Di primo acchito sostituto procuratore regio alla Corte di appello... Eh! che ne dici? Ti pare piccolo slancio?

Fabrizio, che si aspettava, secondo le persuasioni della sua vanità, almeno la presidenza della Corte di cassazione, con faccia scorrubbiata rispose secco: — Rifiuto.

— E perchè rifiuti? Sentiamo, via, le ragioni: forse la proposta ti riesce sotto il dente tigliosa? ovvero al gusto stantia?

— Ma voi, caro socero, dovreste sapere meglio di me come il sostituto del regio procuratore venga sempre commesso a sostenere le accuse contro gli imputati; ed io, che fin qui sostenni il nobile ufficio della difesa, mutati a un tratto studi ed instituto di vita, dovrò farmi accusatore... incettatore di vittime alla mensa della giustizia...?

— Quanto a questo poi, l'ufficio di liberare la società dai furfanti giudico nobile per lo meno come quello di scarmanarsi per tanti pezzi da galera; nè il banco della giustizia si ha da chiamare mensa, bensì ara; nè tu provvederesti, ma riceveresti le vittime consacrate all'altare; spetta ai giudici la parte di sacerdoti.

— No... non è così... provvisionieri della forca i regi procuratori: gl'impiccatori un po' per uno: il giudice e il boia...

— Ubbie! proprio ubbie!... con voi altri non si vince nè s'impatta; o non avete sostenuto voi, e meritamente, le accuse presso i popoli liberi onoratissime quanto le difese e più, come quelle che chiedono maggior prova di coraggio ed espongono a maggiori pericoli? Cicerone informi, e la sua testa recisa, e la sua lingua sforacchiata. Da' retta a me, non rompere paglia con la fortuna. Considera la immensa soddisfazione di vederti a un tratto mutare scena davanti. Coloro che prima ti squadravano a squarcia sacco, fingendo di non riconoscerti, eccoli tutti umili venire a metterti il prezzemolino al naso; adesso tu li farai aspettare ore ed ore nella tua anticamera come l'ultimo dei tuoi servitori... ecco venuta la tua volta di fingere di non li riconoscere, anzi di neppure vederli... se ti capitassero sotto — e non può mancare che qualcheduno di loro, o dei loro aderenti, non ti ci capiti — io ti raccomando di pigliarti la voluttà di stringerli così per vezzo un zinzino per la gola...

— Ah! proruppe dal cuore Fabrizio, toccato sul debole, se non fosse Dio che mi tenesse le sue sante mani in capo... a quest'ora!...

— Lascia Dio a casa sua, che qui non ci ha che fare; di' che ti tiene la tua superbia o piuttosto la tua sterile vanità.

— Sarà come volete; ma tanto è, una ripugnanza invincibile mi respinge indietro... e poi adesso mi casca nella mente un'altra considerazione: alle gravi spese di casa come potrei sopperire io? La bella e cara Bianca, da noi unicamente diletta, a modo di farfalla che folleggia da fiore a fiore, s'inebria volando di piacere in piacere... ella forma tutta la mia felicità... il mio orgoglio... il mio tutto; ditemi, socero, mi somministrerete voi il danaro che mi mancherà?

Non così pronte si ritirano foglia di vergognosa, o corna di lumaca al tocco altrui, come di subito si chiuse il Vinneri a cotesta mazzata, ma poi riaprendosi a poco a poco incominciò a dire:

— Quando la dovesse andare a cotesto modo sarebbe sempre una cosa passeggera; non si mettono gli ortolani al buio, perchè ingrassati facciano poi nobilissima mostra sopra le mense signorili? Lo stesso, alla più trista, avverrebbe di voi; ma voi non correrete neanche questo pericolo, perchè... perchè il ministro non fa penuriare di danari i magistrati zelanti, che spendono in solerti ricerche dirette a prevenire i delitti comuni, e più i politici.

— E qual profitto mi viene dai danari che spendo per cause inerenti al mio uffizio?

— O te beato eletto al regno dei cieli! Possibile che tu sia così povero di spirito da non comprendere che il ministro, quando vuol provvedere di danaro i suoi beniamini, trova sempre qualche onorato pretesto, onde questi possano darsi ad intendere che non lo mangiano a ufo.

— Io questo so, che quando accetti il mandato di adoperare il danaro altrui per un fine prescritto, se te lo intaschi commetti furto.

— Ecco le solite ubbie: di' su, quando il sarto o il calzolaio ti porta il conto, lo paghi tale e quale, oppure ci fai la tara?

— Io ci faccio la tara.

— D'incanto. Ora, se fai la tara per te, di certo la farai per gli altri, e questa tara ti potrai legittimamente appropriare, perchè da un lato corrisponde ad una tua industria e dall'altro ad una liberalità di animo riconoscente per parte delle persone che impieghi. Aggiungi che in moltissimi uffici, dove per ragione d'impiego l'uomo è costretto, oltre il lavoro ordinario, a prestare opera straordinaria, si ricompensa sempre con supplemento di onorario: di simile natura giusto è il tuo: veruno ti obbliga a vegliare tutta notte, onde altri dorma tranquillo, nè a mettere a repentaglio la tua pelle perchè non isforacchino l'altrui; dunque parmi di tutta equità che ti abbiano a pagare le vacazioni come ad ogni altro impiegato quando lo mandano in gita. La differenza consiste in questo, che agli altri il ministro dispensa il danaro da sè, per te lo rimette nella tua discrezione.

— Andrà tutto bene, ma rifiuto recisamente, conchiuse Fabrizio abbottonandosi l'ultimo bottone del soprabito e facendo atto di andarsene; senonchè il Vinneri, agguantatolo per la mano, lo tirò giù di forza dicendo:

— Non ti licenzio ancora; compiaciti sedere per altri cinque minuti, e ti chiarirò meglio la cosa. Fabrizio, parliamo aperto, ora che siamo a quattro occhi: sai tu chi ti ha procurato tante liti a patrocinare? Io. Sai tu chi te le ha fatte vincere? Io; adoperando coperti accorgimenti; e _molle segrete_ di cui non importa discorrere. _Tamen_ anche le arti della più astuta accortezza all'ultimo si fanno scorgere, perchè dal frutto indovinano il seme. Adesso sai tu a che ne siamo? Te lo dirò io. I tuoi colleghi hanno fatto ricapitare al ministro di grazia e giustizia un lungo memoriale, dove punto per punto si specificano le cause da te avvocate, le ragioni dedotte nelle tue scritture, i motivi delle sentenze, e si prova come senza scandoloso favore tu non potevi vincere in onta al diritto espresso ed alla pratica di giudicare. Infatti, io lo confesso, il troppo amore per te e per la cara Bianca mi ha tolto il lume dagli occhi. Ma ci ha di peggio: i deputati della opposizione minacciano di farne un richiamo in Parlamento, studiosi di dare il gambetto ai ministri; di ciò fu ammonito segretamente il ministro da parecchi esploratori che mantiene nel campo nemico...

Fabrizio si coperse la faccia senza profferire parola; il Vinneri dopo breve silenzio continuò:

— E con bellissimo garbo mi faceva avvertito ch'egli intendeva risolutamente antivenire cotesta botta traditora, non potendo nè volendo esporre a cimento le fortune della monarchia e il credito delle istituzioni costituzionali...

— E il suo portafogli...

— E il suo portafogli, questo ci va sottinteso: per ciò mi proponeva due partiti, entrambi accettabili; lasciandomi la facoltà di eleggere: i quali erano o trasferirmi alla presidenza di altra Corte in forma onorifica per me, ovvero, accettata la mia renunzia.... capisci bene, la mia renunzia inviarmi alla Corte dei conti per liquidare la mia pensione...

Qui successe una seconda pausa, e poi riprese:

— Se consideri attentamente, conoscerai come l'un partito e l'altro torni del pari esiziale al tuo interesse; se scelgo la traslocazione, mi metteranno al collo la croce di grande ufficiale di qualche ordine del regno, come il sasso al collo del cane che vuolsi affogare, e mi butteranno in Arno, o nel Serchio, o nella Polcevera; se risegno l'ufficio, eccomi diventato inutile più di uno scaldaletto a mezzo luglio: io non ti posso più aiutare; non difenderti allorchè tutti ti piglieranno a bersaglio dei loro strali avvelenati dalla vendetta nel fiele della invidia: i miei stessi colleghi, sta' certo, per ricattare la reputazione di servili verso di me, si sbracceranno a mostrarsi una volta e mezzo più servili al mio successore, il quale aspettati addirittura nemico. I clienti diserteranno dal tuo studio: ed a ragione, l'interesse te li diede, l'interesse te li toglie; la calamita tira altrove; e tu che presenterai allora in società? Un fiasco bevuto, una festa fatta, un barbero scoppiato nel correre il palio... e non metto in conto il motteggio maligno, le trafitture, e più acerbo di ogni altra cosa il filo di rasoio del compatimento... datemi la corda, un maglio su la testa, di una scure sul collo, mettetemi nella botte spuntonata di Attilio Regolo, dentro il sacco dei parricidi, ma risparmiatemi, oh! per amore di Dio o del diavolo, l'arsenico del compatimento... Ora, dirimpetto a codesto stato da far venire il mal dei denti ai cani, poni una carica onoratissima con promessa di sollecita promozione e l'insegna da cavaliere, insegna che ogni fedele democratico si fa caso di coscienza di sprezzare lontana e di agguantare vicina con tutte e due le mani, per tenere come l'antico colosso di Rodi la gamba destra sopra un plinto e la sinistra su di un altro, intantochè le navi gli passavano di sotto. Io te l'ho già detto e te lo torno a dire: queste faccende le sono come i denti, dolgono nel nascere, ma poi ci si mastica (veramente il proverbio non parla di denti, bensì di altra cosa, che al presidente non giovava rammentare, nè a Fabrizio udire).

— Ecco, esclamò doloroso Fabrizio, mi tocca a entrare nella magistratura come un dannato nello inferno!

— Ubbie! Da quando in qua si è sentito dire, che il diavolo dia ai dannati seimila lire di pensione all'anno, oltre quello che fa la penna, e la croce per giunta? — Bazzica i santi il diavolo?

— No.... sono questi che consegnano la loro anima nelle mani al diavolo.

Il Vinneri avendo fatto con molta arguzia notare come l'uscita di Fabrizio dal ruolo degli avvocati gli era stato un togliere il dente alla vipera, riuscì a mantenersi nell'ufficio, dove non procedendo diritto (chè simile facoltà non si confaceva alla sua complessione), bensì dando un colpo al cerchio ed un altro alla botte, potè barcamenarsi.

Troppo più duro stato ammanniva la fortuna a Fabrizio. Tutti gli si rovesciarono contro, così buoni come tristi; i buoni, per pietà dello strazio che loro pareva venisse fatto della morale pubblica da esempi tanto abominevoli; i tristi, perchè il pane quotidiano che implorano recitando il paternostro sia l'avvilimento altrui, non già che nella vilezza universale si stimino di più, bensì perchè si disprezzino meno. Calunnia è pei buoni mal comune mezzo gaudio; che i furfanti al male altrui sentano ricrearsi vero è pur troppo; vive una gente nel mondo, la quale reputa i dieci comandamenti insulti fatti alla sua libertà di coscienza, e quelli che li osservano aguzzini inviati per angustiarla. Il misero uomo beveva l'obbrobrio nell'aria; gli aperti oltraggi amari, non meno acerbi gli altri velati da parole freddamente urbane: non passa giorno che gli antichi colleghi, approfittandosi della licenziosa libertà della toga, non gli menassero manrovesci in faccia, sicchè ormai pareva non vi dovesse rimanere più luogo ad altri sfregi; tutto lo irritava, tutto pungevalo; perfino gli atomi che lo fasciavano gli parea che il pungessero. I vecchi amici, se da lontano lo scorgevano, svoltato il canto gli sparivano dinanzi; se mai se lo trovano addosso da non poterlo scansare, ecco fingevano ripulirsi il petto da qualche pagliuzza, ovvero portavano la mano sugli occhi, quasi gli ci fosse entrato un bruscolo; infiniti i pretesti e atrocemente ingegnosi per non salutarlo, per iscansarlo e per fingere di non accorgersi della sua presenza in un luogo. Ora la canatterìa dei giornalisti gli si avventa dietro latrante e mordente; pare un cignale corso in caccia; certo egli le sanne mostrava tinte di sangue, qualche cane traendo guai casca sventrato intorno a lui, ma rossi eziandio erano i denti dei cani, ed a taluni pendevano dalla bocca i brindelli della sua carne. Ne aveva perso il sonno e l'appetito; parlava da sè, o rispondeva come se taluno lo chiamasse fuori del mondo: indizio di follia che si avvicina; si guardava fisso davanti, quasi persona gli desse soggezione, ovvero teneva gli occhi bramosi a terra, imperciocchè egli ormai non tirasse più le sue ispirazioni dal cielo, ma sì dalla polvere: e la congiuntiva degli occhi non gli comparisca più bianca, al contrario iniettata di sangue, e in parte tinta in color fosco, pari a quello della fuliggine: sopra la fronte immoto il pallore della morte e del peccato.

Fabrizio sperpera ogni dì il suo ingegno nella persecuzione di volgari delitti commessi da gente volgare: nè anco lo strepito dei trivi lo assorda, nè manco il polverio che si leva dalle pubbliche strade lo accieca: si spossa a portare fimo come ogni altro più vile giumento; e il guaio non rimane qui, chè le angustie della domestica economia, le quali da prima lo punzecchiavano a mo' di mignatte, adesso lo mordono come mastini: danaro da spendere nella polizia preventiva non gliene offrivano, e a chiederne non si attentava; e ad ogni modo non avrebbe saputo a cui rivolgersi per averne. Ma il bisogno, implacabile boa _constrictor_, stringendo ogni giorno più forte, deliberò conferirne con la dilettissima Bianca.

Non lo avesse mai fatto, che la dilettissima Bianca, sentendosi minacciata a scemare servidorame, soffiò, miagolò peggio di gatta spaventata: avvampante in volto, impetuosa nelle parole e nei gesti, giurava non potere farne a meno nè manco di uno. O che si ha da licenziare la cameriera? E allora chi mi pettina, chi mi veste, chi mi lava, chi mi stira, chi cuce? e via via. Accommiateremo il cuoco? Peggio... chi va al mercato pel vivere, chi cucina, chi mette in tavola... e quando viene gente a pranzo come rimedieremo? La donna di mezzo? Chi spazza, chi acconcia le camere, chi rifà i letti, chi dà il bucato, chi lo riceve? E alle lucerne pensi tu, Fabrizio? A lustrare le scarpe, a spazzolare i panni ci pensi tu, Fabrizio? A portarti la mattina, quando ti svegli, il caffè nero al letto ci pensi da te, Fabrizio? Misericordia! non ha tante parole un leggio quante n'ebbe la Bianca in cotesta occasione; le cateratte della loquacità donnesca si apersero diluviando. Fabrizio, non avendo l'arca per ripararcisi dentro, tacque e scappò.

La necessità più forte di lui schiuse le gavigne alla Bianca, la quale bel bello si trovò ridotta a tenersi dintorno una serva sola: però l'assottigliare la uscita non bastava, occorreva crescere la entrata, e per questo non ci si trovava ripiego: e poi finchè si scarniva il necessario per la famiglia fino all'osso, la donna, quantunque con afflitto animo, ci si adattava; ma a toccare le spese di lusso, o come le si sogliono chiamare di comparsa, guai! Piuttosto morasi di stento in casa, ma il superfluo lascisi stare.

Se considerate tutte queste cose, vi figurerete quale inferno fu quello quando Fabrizio, lasciandosi cascare su di un seggiolone con le braccia abbandonate, significò alla moglie non avanzargli in tasca più tanto da tirarsi innanzi quel giorno: essere forza mettere la mano su qualche diamante per campare.

Io, lo confesso addirittura, mi trovo corto a colori ed a similitudini per descrivere le disperazioni di Bianca; nè mica finte, all'opposto verissime e lacrimevoli; empì il cielo di strida dolorose; si strappò i capelli, corse per la casa come frenetica; per furore non pianse; solo dagli occhi stralunati sprizzava faville; cascò in deliquio, violentissime convulsioni la sorpresero, in breve ora gli affetti isterici la ridussero a mal partito, tantochè Fabrizio, il quale l'amava teneramente, ne sentì compassione e paura, onde, racconsolatala come meglio gli venne fatto, uscì di casa recandosi difilato presso un cristiano circonciso, o ebreo battezzato, sua conoscenza vecchia, per impegnare l'orologio, quantunque a lui per le necessità del suo ufficio fosse indispensabile più del pane.

Scarso sollievo; stilla di rugiada su la pelle di un dannato; pochi giorni dopo, patite tre o quattro strappatelle, fu mestieri cedere ad uno squasso maestro della fortuna... Ma che Agar, madre infelice, quando, abbandonato il figliuolo Ismaele sotto una palma, se ne va lontano a piangere per non vederselo morire su gli occhi! Due cotanti più angoscioso lo spasimo della Bianca nel vedersi staccare dal seno un diamante: dopo averlo co' più cari nomi chiamato, e con i più acerbi rinfacci garrito della sua ingratitudine, serrò gli occhi e si pose a letto chiusa in un tetro silenzio.

Talora pensava Fabrizio fra sè: chi mai lo avrebbe sospettato! Esclamazione dei tre quarti dei mariti dopo un mese o due di matrimonio, e questo perchè la natura dipinge la passione a buon fresco, e la educazione poi la ritocca a secco: i ritocchi a secco col tempo cascano, ma la pittura a buon fresco rimane. Prima di portarla non si può sapere se farà male la scarpa, e finchè le non si daranno le mogli a prova io non ci vedo verso di evitare simile pericolo.[30]