Il secolo che muore, vol. III

Part 8

Chapter 83,939 wordsPublic domain

— Da' retta, Fabrizio, tu da quel bravo giovane che sei hai lavorato a mettere su lucerna, a empirla di olio e ad attaccarla al palco, adesso però bisogna pensare ad accenderla; domani fa' di essere verso mezzo giorno al tuo studio; verrà a trovarti un signorone, cui un mio amico mi prega provvedere di valoroso avvocato, non so per quale causa; mi scrive ch'è negozio grosso e grasso da starci su ritto il forchettone. Gua'; io non ci metto su nè sal nè olio; ingegnati; aiutati che Dio ti aiuta; non istare a cercare il nodo nel giunco; questo posso dirti e ti dico, che se la furfanteria può menare talora alla galera, la fisicosa puntualità conduce sempre all'ospedale.

Così il socero dabbene al genero futuro; però immaginate lo sconcerto di quello, quando la sera dopo al suo ansioso interrogativo: — Ebbene, a che ne siamo?

Sentì rispondersi:

— A meno che a niente; non v'è da cavarne costrutto.

— Perchè mai?

— Perchè la è causa che non si può sostenere.

— Non è mica questa ragione onde tu non l'avessi a patrocinare: la capacità dell'avvocato si misura appunto dal contrasto che incontra a sgararla: per la piana qualunque brenna è buona; ma orsù, miriamo un po' perchè a te pare non poterla sostenere.

— O ecco, la è chiara come l'acqua; e' sembra, a dircela qui a quattr'occhi, che il raccomandato del vostro amico, in tempo che non rimonta allo assedio di Troia, fosse solito tagliarsi le ugna dei piedi senza levarsi le scarpe.... c'intendiamo? Ricco di miseria e nemico mortale di povertà, scarso d'ingegno e pure provvisto di girandole, e fornito di una fronte da venire a paragone con le navi corazzate. Costui chiese al governo la concessione di scavare una miniera di ferro, esaurita da tempo remoto, ed anco in epoca a noi più vicina esercitata da altri senza profitto; tuttavia il governo gliela negò, perchè povero in canna; se avesse messo innanzi persone idonee a sopperire alle spese, avrebbe considerato il da farsi; allora e' prese a darsi moto dintorno per formare una società, e ne venne a capo: _butta in terra seme di grullo, e raccoglierai azionisti di società_. Allora, tornato a sollecitare il governo, questo dichiarava accordare la concessione a lui, ma in nome e per conto della società. Inoltre fu stabilito per patto, che un numero strabocchevole di azioni di godimento fossero la sua mercede per la procurata concessione, e queste azioni gratuite partecipassero agli utili desiderati alla stregua delle altre azioni paganti, defalcate però tutte le spese; e così fu sempre praticato di amore e d'accordo dal principio della società fino ad oggi. Adesso costui, di punto in bianco, pretende che gli utili non solo nel futuro, ma nel tempo passato altresì, si devano repartire quanto a lui senza defalco di spese. Gli ho dimostrato come gli stieno contro niente meno che la legge, perchè il socio non è tenuto a rimettere fuori quello che ha riscosso a titolo di utili, il patto e la consuetudine, suprema interprete delle convenzioni dubbie, e le nostre sonano chiare; per ultimo il premio eccessivo, imperciocchè al proprietario delle miniere da esplorarsi è bazza se largiscano un cinque per cento sul prodotto netto.... E ora che ne dite, signor socero, non vi pare ella una causa spallata?

— Ed egli che ti ha detto?

— Egli? Ha fatto una risatina, ha dato una scrollatina di spalle, e senza punto commuoversi mi ha parlato così: ci pensi meglio; giovedì a questa medesima ora tornerò qui a riverirla....

— Caro mio, ringrazia la tua stella, egli ebbe giudizio per te; in generale gli uomini si arrotano invano, durante la intera loro vita, a tirare la fortuna a sè con le tanaglie, e tu quando viene a visitarti spontanea la pigli a calci! Tu sei troppo giovane per giudicare su due piedi; la ragione delle cose non è una mosca, che si pigli a volo; tutte le faccende umane si presentano sotto forma di matasse arruffate, e ci vuole il diavolo a trovarne il bandolo. Di là dal codice, caro mio, vi ha un visibilio di ragioni, le quali, come le stelle di terza e di quarta grandezza, senza il telescopio non si possono scorgere. Quel tagliare i nodi di un picchio con la spada è mossa da soldato _sagato_, non da soldato _togato_.

— Ma voi, signor socero, che pur siete magistrato, e dei buoni, dovete confessare che le mie ragioni non ammettono replica....

— Eh! eh! Io sono magistrato non avvocato, e quindi per necessità bisogna che il mio parere dissenta da quello degli avvocati... Come no? O non mi venite sempre in due davanti; uno per sostenere il diritto e l'altro il rovescio? Ora, se dessi ragione a tutti e due, o come farei a giudicare? D'altronde, acqua in bocca, perchè senz'altro mi toccherà a dire la mia su la questione. Tuttavia io non dubito a confortarti di assumerne la difesa, perchè, come ho detto, la fronte prima delle cose spesso inganna, e lo ha scritto anche Fedro, perchè essendo i giudizi vari quanto i cervelli, tu presumeresti di te oltre il dovere perfidiando nella tua opinione come unica vera, perchè se vorrai assumere la difesa delle cause, dove la ragione comparisca chiara come due e due fanno quattro, non ci era mestieri che ti mandassero a studio; per ultimo il tuo podere è il tribunale, dove se ti riprometti seminare sempre ragioni tu ci raccoglierai grilli cantaioli... e tu... tu hai bisogno di provvedere alle spese di casa tua.

Il pane, più spesso che non si vorrebbe, mentre fa vivere il corpo ammazza la coscienza. Fabrizio ci pensò su, e conchiuse col difendere la causa. Il futuro socero presiedeva il tribunale, ma furbo da tenere le volpi in convitto, affidò la relazione del piato ad un grullo di cui il pendolo pensante non si metteva in moto se uno di fuori non gli ci dava una ditata. Ora, sebbene Fabrizio avesse, in meno di due mesi, con la velocità delle comete, corsa quasi tutta la curva della perdizione, pure ebbe a stupire non poco quando il socero dabbene certa sera, ridottosi con lui dentro allo studio, così gli favellò:

— Senti, Fabrizio, ma tieni in te, in Camera di consiglio abbiamo deciso in massima darti ragione. Dunque l'arrosto è nello spiedo. Ora il dotto consigliere commesso a presentare la relazione e lo schema dei considerandi, come uomo avvezzo alla cucina antica, non conosce quei guazzetti di argomenti alla francese, dove siete tanto esperti voi altri giovanotti, e per ciò vorrebbe tu gli mettessi come in compendio le tue difese, ed in forma deliberativa; a te facile la fatica, ed è utile che la sentenza venga fuori insaccata bene e stretta forte; dunque va' a casa, beviti un paio di tazze di Moka mescolato di San Domingo, se vuoi sentire cosa degna, e stanotte apparecchiami un lavorino da pari tuo; prima di consegnarlo al consigliere, lo rivedrò io, ma vado sicuro trovarlo al suo giusto punto di cottura.... — e qui datogli di un buffetto sul mento, tutto allegro lo licenziò.

Dopo pochi momenti il Vinneri proruppe impetuoso fuori dello studio, ed ebbe a dare del capo dentro Bianca e Fabrizio, i quali se ne stavano sempre tubando a mo' di colombi nell'anticamera:

— Sei qui? Mi era scordato del meglio; senti.... e presolo pel braccio lo ricondusse nello studio, dove lo ammonì: — Bada, per quanto vuoi bene al tuo Cristo, non dire al tuo cliente come le cose stanno, anzi mostrati turbato, dagli ad intendere che fra noi ci è un contrasto terribile, che consultammo due volte, e l'ultima per tre ore senza conchiusione di nulla.... tu.... giusto! avere vegliato la intera notte per dettare una memoria diretta a ribattere le argomentazioni avversarie e raddrizzare certe storture sorte nella mente dei giudici..... _et in primis et ante omnia_ fatti pagare; se si schermisce dicendo non avere danaro, cavagli di sotto pagherò da negoziarsi in piazza. Confida piuttosto che non ti riescano ventosi i ceci che grati i clienti: gli antichi dottori ci hanno lasciato per memoria come gli avvocati, finchè la causa dura, si venerano come angioli, decisa ch'ella sia, si aborrono come demoni usciti fuori dall'inferno del conto.

— Lasciatevi servire.

Fabrizio vegliò tutta notte, scrisse, stracciò, rifece: l'orgoglio in contrasto con l'interesse sfrigolava[25] come olio quando l'arriva il fuoco: di tratto in tratto gli pareva che un dito gli apparisse sopra la carta e gli mostrasse lo scritto, mentre una voce gli ronzava dentro: _questa è limatura del tuo cuore e del tuo cervello fatta per le tue mani_.

[25] Strepito che manda l'olio o il grasso quando frigge; questa voce manca al dizionario della lingua. B. del Bene, Cap. in lode della _Carbonata_:

Apollo..... piglia una padella E voi Muse un leggiadro contrappunto In su lo _sfrigolar_ fate di quella.

Nonostante uscì un lavoro avviticchiato di cavilli da mettersi per giaco addosso al sofisma, onde la ragione non rinvenisse la via di ferirlo; perchè quantunque le gretole facciano allo ingegno umano quello che il limone fa spremuto dentro un bicchiere di latte, pure egli spiega potenza nel male come nel bene: vede strambo, ma vede: mena a casaccio, ma turba sempre e scombussola. Però ottimamente operò Catone facendo licenziare da Roma Carneade, s'è vero ch'egli un giorno per pompa di sufficienza levasse a cielo la giustizia, e in un altro ne dicesse corna.[26] Vero è bene che Demostene, per esercitarsi, componeva due arringhe pro e contro il medesimo argomento, e si leggono nelle sue opere. Come stimiamo fortunatissimo quel soldato, che combattendo sovente nelle prime schiere il nemico non rimase mai ferito, così vuolsi giudicare virtuosissimo l'avvocato il quale, voltolandosi fra tante sozzure, non si contamina; e di questi siffatti ve ne ha, ma rari, come gl'Ippogrifi, che l'Ariosto assicura venire dai monti Rifei.[27] Quando la istituzione dell'avvocatura o fia del tutto abolita, o di molto emendata, e in ogni modo respinta dai Parlamenti, vorrà dire che la lancetta celeste nel barometro della pubblica morale volge al tempo bello.

[26] Questo fatto è riportato da Lattanzio, _De divina iust_. — In Plutarco non c'è, sebbene parli di Carneade tre volte nelle _Vite parallele._

[27]

Che dai monti Rifei vengon, ma rari, Molto di là dagli agghiacciati mari.

Fabrizio pose per fondamento della sentenza: la miniera messa in società non essere pugno chiuso, all'opposto apertissimo come quella che fu _ab antiquo_ esercitata dai cartaginesi, dai romani, e forse chi sa? dai pelasgi o dai focesi: rimasta in asso per la difficoltà di rompere il quarzo con picconi di ferro, ora in virtù delle polveri fulminanti ne era tornato agevole, non menochè profittevole, il lavoro: ciò messo in sodo, passava a dimostrare i contratti aversi a giudicare non per quello che paiono, bensì per quello che sono, dietro razionale e giuridica ricerca; quindi, esaminato sottilmente il contratto in quistione, conoscersi chiaro che presentava in un punto i caratteri di locazione e conduzione di affitto, di livello e di enfiteusi. Ora dal canone, dal livello, dal fitto, si detraggono forse dal conduttore le spese che egli commette per cavare frutto dal podere o dalla miniera? No certo: di natura pari il _compenso_ pattuito nel caso; e tanto più doversi giudicare così, quanto che se avvertiamo alla sua _pochezza al dirimpetto_ dei tesori largiti dal proprietario della miniera, non si sa come non abbia intentata l'azione della _lesione enormissima_. Di faccia al governo _enfiteuta_ il concessionario; di faccia a lui _enfiteuti_ gli azionisti. Non fare amarezza al concetto, se le patenti regie specificavano che la concessione si dava a Gaspero Gasperi (il cliente di Fabrizio si chiamava così) come rappresentante della società, imperciocchè resulti a _luce meridiana_ la società essere accessoria e il Gasperi il principale; quindi non egli la mano della società per pigliare, bensì la società la mano per pigliare e portare a lui. La società teneva le veci della scarsa forza utile a mettere in moto la macchina; la macchina poi spettava in assoluta proprietà al Gasperi. E continuava con un viperaio di sofismi su questo gusto.

Fabrizio vinse la causa, e se ne fece un gran dire: prima nella curia, poi nella città. Pretesto pei curiali allo sbottonare indefesso e crudele l'amore per la giustizia; ma figurarsi: alle brutte passioni agitanti coteste anime male si mesceva quella nobilissima come il fiore di arancio nell'olio di ricino per farlo ingozzare senza stomaco; insomma più che tutto li struggeva la invidia, che il vento tirava in fil di ruota nelle vele a Fabrizio, e da per ogni lato diluviargli addosso grassi negozi, mentre essi anfanavano per non parere, ma in somma pescavano pel proconsolo; portavano lo stuzzicadenti in bocca per dare ad intendere che avevano pranzato, ma erano digiuni. Sottile da principio, secondochè usa, più strepitosa in seguito, violentissima all'ultimo prese a rimuginare una voce, che Fabrizio fosse giunto a spuntarla inducendo il Gasperi a dare l'ingoffo al Vinneri di ventimila lire.

Cotesta voce, quanto a Fabrizio, era calunnia pretta, imperciocchè ben egli si trovasse pur troppo su l'orlo, ma dentro al pozzo non ci fosse anche cascato: rispetto agli altri due bisogna confessare che il Gasperi, con impudenza tetra, non menochè stupida, lo andava dicendo a cui lo voleva e a cui non lo voleva sapere; mentre il Vinneri, torcendo il volto, chiusi gli occhi e le mani levate al cielo, esclamava: Orrore!

Un vecchio succhiello di cancelleria, più tristo dei tre assi, il quale pel continuo esercizio non aveva preso la ruggine, conoscendo di lunga mano i suoi polli, mormorò la sentenza che Esopo assicura avere profferito la scimmia fra la volpe e il lupo;[28] la voce passò, ma come l'acqua del fiume, che un poco di deposito lascia sempre.

[28] Li condannò ambedue. La volpe, perchè capace di chiedere la restituzione di quello che non aveva dato mai; il lupo, perchè furfante da negare avere ricevuto quello che aveva mangiato.

Fabrizio però, ch'era scolaro della pezza donde si tagliano i professori, mise in pratica la lezione insegnatagli dal socero puntualmente, e a vero dire non rinvenne nel Gasperi resistenza, all'opposto maravigliosa arrendevolezza, dacchè questi, uomo da bosco e da riviera, sapeva di avanzo come per corseggiare con profitto sul mare della giustizia bisogni spartire le prede con gli avvocati; egli aveva sottoscritto i pagherò con lo intendimento di non buttare fuori nè manco le spese, e ci era riuscito; e poi aveva fatto a dire: o vinco, e non è caro, o perdo, ed anche il caro giovane ci perde la cappella e il benefizio: a questo non aveva pensato il caro giovane, perchè non abbastanza pratico, e poi anche le civette impaniano.

Il Gasperi vinse, e poichè, rifrustate tutte le vie del bindolo, non trovandoci modo di sgattaiolare, fece il galantuomo, e pagò, onde Fabrizio con questi ed altri guadagni assicurato, avvertiti appena per cerimonia i parenti, aveva contratto il matrimonio con la Bianca Vinneri, e messolo sotto la doppia custodia della legge divina ed umana; una volta si credeva che ne bastasse una, e lo conservava acidetto, e inodore, meno la tara di uso, già s'intende; oggi al contrario ripongono il matrimonio in due casse, come i cadaveri, onde non ammorbi, ma le più volte non basta.

Fabrizio non apparteneva alla specie dei cauti, i quali attendono agli umori del popolo, ed a seconda di quelli si governano; superba indole e pugnace, si compiaceva per lo contrario bravarli: la prosperità inebria più dell'acquavite assai; e poi il continuo struggimento della moglie accanto gli aveva proprio messo il cotone dentro gli orecchi: costei, buttata giù buffa, ormai si palesava qual'era; la chiesa frequentava sempre, perchè femminuccia pinzochera, ma ci andava come al teatro, sfarzosa di vesti; non già per vedere, ma per essere veduta; non per adorare, bensì per essere adorata: due febbri perpetue la tenevano accesa; la febbre dei diamanti e la febbre dei cavalli: a quella dei diamanti aveva rimediato alla meglio, mettendone a canto a due falsi uno buono; quanto all'altra dei cavalli non sapeva che pesci pigliare; difatti, ti riesce comparire in corso con un cavallo di carne ed un cavallo di legno? _Il mio regno, il mio regno per un cavallo!_ E se questo fu lecito gridare al re Riccardo III per un cavallo solo, o che cosa non si ha da concedere alla donna che prometta per due?

Ma se a Fabrizio teneva calafatate le orecchie col cotone l'amore, al Vinneri le dilatava il sospetto; e in verità ne udiva delle bigie e delle nere; nè gli giovava farsi piccino, rimpiattarsi e sparire, chè il pubblico maligno aveva indovinato il gioco: il presidente, egli mormorava, si astiene da pigliar parte nel collegio giudicante le cause difese dal genero, ma sotto sotto fa fuoco nell'orcio, e le cose vanno sempre per la china: cotesti non sono giudizi, bensì grassazioni commesse a mano armata di carta bollata sul pubblico tribunale; o come va che il genero Fabrizio abbia sempre ragione, e chi piatisce con esso lui sempre e poi sempre torto? Sopra lui solo piovve lo Spirito Santo? Il capitano forse per tempo non interrotto potrà vincere in grazia della virtù e della fortuna sua, ma l'avvocato, senza che il diavolo ci ficchi la coda, sempre non la potrà spuntare.

E la caldaia, bolli bolli, già manda all'aria i sonagli, già la schiuma in pelle in pelle all'estremo dell'orlo minacciava traboccare: alla chetichella almanaccarono volgere petizioni al ministro; non bastando, alla Camera; scarse da prima le firme sotto le petizioni, e tirate con le tanaglie, ora venivano giù una dietro l'altra come le ciliege: però se in questo tramestìo fosse tutta invidia, veruno poteva saperlo meglio del Vinneri, a cui la coscienza, come fa lo stomaco per indigestione di fortumi, arcoreggiava: di fatti, date le spese al suo cervello, capì che bisognava portarci rimedio piuttosto oggi che domani, onde chiesta ed ottenuta subito udienza dal presidente del Consiglio dei ministri, il quale in quel momento reggeva nientemeno che tre ministeri, dopo ricambiatesi dall'una parte e dall'altra accoglienze affettuosissime, imperciocchè da molto tempo costoro si conoscessero ed avessero imparato a stimarsi come meritavano, il Vinneri parlò:

— Eccellenza, io vengo a proporle un affare di oro, un acquisto proprio co' fiocchi, da crescere la reputazione al governo, e per conseguenza a lei che tanto saggiamente lo dirige.

— O sentiamo, via, che cosa ci porta di bello, — rispose il ministro dandosi una fregatina alle mani.

— Ecco; ha ella sentito mai, eccellenza, tenere proposito del mio genero Fabrizio Onesti?

— Mi pare...

— Giovane di eloquenza smagliante, di studi profondi, in brevissimo tempo salito in fama di avvocato principe.

— Ebbene?

— Mi ci sono messo d'intorno, mosso dallo zelo pel governo della E. V., e dai dai, io l'ho frollato, persuadendolo a portare al suo servizio negli uffici così giudiziari, come politici, ed anche amministrativi la sua molta capacità: ond'io la conforto a non lasciarsi scappare di mano questa starna; ch'io so che in qualunque maniera me l'accomodi, o arrosto o in salsa, la proverà una delizia.

— Per amore di Dio, signor presidente, non me lo conduca davanti, perchè, veda, dopo le informazioni che me ne ha dato, il suo genero corre rischio ch'io me lo mangi vivo vivo.

Risero ambedue, ma di un riso di qualità diversa; di subito però il ministro rimettendosi al serio, soggiunse:

— Io non credo niente a questo magnifico acquisto: il suo signor genero ha proceduto sempre ostile alla monarchia in modo scandaloso; anche ieri ostentava sensi esaltati di repubblica... e credo anco un tantino di comunismo; egli capo di tutte le combriccole, egli promotore di comizi popoleschi... non mancano neppure prove ch'egli abbia fatto parte di una congiura contro la sicurezza dello Stato...

— Questo è il bello... si affrettò ad interrompere il presidente, il quale non potè astenersi da pensare: Poveri noi, se invece di conoscerlo sì poco da parergli non conoscerlo, lo avesse conosciuto a fondo! Combattere i nemici co' soldati che abbiamo fatto disertare dalle loro bandiere: noi altri ripetiamo in curia il dettato _non sunt sumenda arma e domu rei_, ma quando lo possiamo fare, ci sembra andare a nozze.

— Non sempre, massime quando i disertori sono giovani, spesso tornano ai primi amori, li sperimentiamo prosuntuosi, indisciplinati e spesso soggetti a pentimento: in ciò non siamo sicuri nè anche dei vecchi, perchè consideri, signor presidente, anche Giuda rese i danari e s'impiccò.

— Da quel fatto in poi corrono milleottocento e non so quanti anni; il mondo ha camminato, e di coteste corbellerie non se ne commette più; nè V. E., così sapiente nelle arti governative, vorrà negarmi che il tirare a sè i soldati dal partito avverso non ci getti lo sgomento; lo scredita fuori di misura, uno piglia sospetto dell'altro, la paura entra in tutti i cuori, sicchè, quando pure non approdasse per le forze che porta, ci tornerebbe sempre utilissimo per le forze che gli leva.

— Ci è del vero nel suo discorso... non nego che ci sia del vero.

— E poi io l'accerto che mio genero non è pasta da farne salmi penitenziali, i suoi vecchi amici si sono alienati da lui, lo hanno ferito nello amor proprio, gli levarono i pezzi da dosso, sicchè a quest'ora ha segnato sopra il suo libro verde un grosso ma grosso debito a carico di loro, che gli ha da premere di farsi pagare; — e noi, che gli stiamo al canto, procureremo ch'ei lo riscuota senz'altri amminnicoli.

— Sicuro... sicuro, se la vendetta mettesse le sue legna sul fuoco sotto la pentola, questa in un attimo spiccherebbe il bollore.

— Dunque _aut aut_, concludiamo o non concludiamo?

— Sentiamo via, e che cosa pretenderebbe il suo signor genero?

— Ecco, una procura regia presso la Corte di appello le parrebbe troppo?

— Enorme! Ma che ha dato a rimettere le doghe al suo cervello...il suo signor genero? Di punto in bianco una regia procura! Che scatenìo nel fôro! Che uragano nei giornali! Sopra quanti bisognerebbe passare, calpestandoli come _boie panattere_!

— Via... via, eccellenza, da quando in qua queste paure di affogare in un bicchiere di acqua? Bene altre sublimi audacie ci ha educato ad ammirare il suo felice ingegno; qui basta fare un po' di vuoto, e il cavicchio ci entra quasi da sè. O che vuole, eccellenza, essere da meno del _rosticciere_ di Londra?[29] Costui con un taglio di carne di due libbre era riuscito ad agguantare un magnifico arrosto di quaranta, e a lei non basterà l'animo di trovarmi un posto pel mio genero? Riscattarmi un'anima? Mettersi al fianco una lancia spezzata tagliente e sicura?

[29] Costui arrostiva carni per sè e per fuori, sicchè ogni giorno ne aveva copia di tutti i pesi: riusciva facilmente nel suo intento, surrogando l'arrosto di due libbre a quello di due e mezzo; quello di due e mezzo all'altro di tre, e così di seguito, finchè il pezzo più grosso gli cascava in mano per quello di due libbre.

— Ma io non sono mica il ministro di grazia e di giustizia, ed ella è al caso di saperlo meglio di ogni altro... e adesso che fa? perchè si volta addietro?

— Ecco, eccellenza, ho creduto ch'ella volgesse la parola a qualcheduno che mi stesse dopo le spalle... ma via, Conte, che ho fatto mai per demeritare la sua stima; ma che le sembra che tra noi sacerdoti abbiano corso simili tattere? O che non sappiamo tutti ch'ella fa qui la pioggia e il cielo sereno?

— S'ingannano tutti; ed io in coscienza... in onore, posso giurarvi...

— Eccellenza, lasciamo ogni cosa al suo posto, non diamo incomodo a nessuno...

— Orsù, senta, un posto di sostituto posso ripromettermi ottenere pel suo genero.... più no....

— È poco...

— In coscienza...

— E dai con la coscienza! Non sarebbe forse un dente che le dolga, poichè ci batte tanto spesso con la lingua?

— Presidente, per ora le basti; mi lasci vedere quello che saprà fare; solo che trovi nel giovane un terzo di quello che mi assicurò V. S., viva tranquillo, la sua fortuna è fatta.

— Ne parlerò a Fabrizio... non dissimulo che sperava V. E. più generosa meco.