Il secolo che muore, vol. III

Part 6

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Così Probo argomentava fondandosi sul dettato: cane non mangia cane; e sbagliò, però che dovesse all'opposto pigliare per regola di condotta l'altra sentenza, che i lupi danno addosso al lupo ferito e lo divorano. Quindi un bel dì si trovò accusato e tradotto alla presenza dei suoi complici trasformati in giudici. La natura, la quale diede pure ardimento allo scorpione e l'ira al verme, non corteseggiò niente di tutto questo con Probo: respinse da sè come una tentazione del demonio la idea di acciuffare taluno di cotesta nobile ciurma e rotolarlo giù nel rigagnolo a voltolarsi con lui; fermo nella sua ghiacciata abiezione, quanto più lo trafiggevano, ei rifaceva il conto su le dita dell'utile e del danno di rompere paglia con loro: «quando li avrò travolti nella polvere, forse ritornerò io sopra l'altare? Bisogna avvertire bene a questo, che se essi mi si mostrano in apparenza avversi, nol fanno mica per odio di me, bensì per amore di loro, e per bisogno di provvedere alla propria salute: adesso li sperimento serpi; se li irrito li proverò aspidi.»

Gli onorevoli furfanti, voleva dire giudici del Seigatti, altro non facevano che sbottonare contro le arti improbissime dei corruttori; ed anco, per non parere, non risparmiavano i corrotti; però su questi non si aggravavano co' gomiti. «Che cosa è mai, dicevano essi, questo civile consorzio senza la buona morale? La stessa libertà fra gente fradicia dal mal costume diventa peste.»

Che Dio mi aiuti, parevano muli di condotta, i quali, essendosi affibbiata sotto il collo una sonagliera, ad ogni moto più leggero della persona tintinnassero alla dirotta: probità! probità! probità! Caso mai Socrate li avesse uditi innanzi di morire, ci si sarebbe confessato; e non che altri Cristo, se ci si fosse rinvenuto in mezzo, si saria picchiato il petto recitando il _Confiteor_.

Uno, che a giudicarne dall'arroganza sembrava dei maggiorenti fra loro, somigliante come due gocciole di acqua al geroglifico egiziano dell'uomo col capo di sparviere,[17] colore di stovigli, dagli ugnoli uncinati, cui egli celava con solertissima cura sotto guanti neri, prese a squittire con voce di cagna infreddata:

[17] Nei geroglifici egiziani, l'uomo col capo di _sparviere_ sta a significare il re.

— Qui non c'è casi; bisogna venirne all'acqua chiara; buttiamo giù buffa, i rispetti mandiamoli a casa, e chi ne tocca le sono sue: non vi state a confondere, senza forti esempi la libertà non ci si fonda; il maestro della me' bimba, don Trabocchetto pievano della Decipula, l'altra sera raccontava in cucina ai contadini il caso di Tito Manlio Torquato, senatore, il quale, udendo i legati della Macedonia mettere querela in Senato contro il suo figliuolo Decimo Silano per concussione nel governo di cotesta provincia, chiese ed ottenne giudicare egli solo la causa: due giorni dopo, udite le accuse e le difese, sentenziava: «essendomi provato che Silano me' figlio abbia estorto danaro dagli alleati, lo dichiaro indegno della Repubblica e di me, e lo bandisco perpetuamente dalla mia presenza.»[18] Silano per disperazione nella notte veniente si ammazzò. Capite? A quei tempi non si mondava nespole. Nè voi altri costà mi state a belare come cotesti esempi si attaglino a me, predicato da tutti l'uomo di ferro, perchè anche il mitissimo Gesù che cosa lasciò scritto nel Vangelo? Se il tuo occhio ti fa intoppare, cavalo e gittalo via da te, meglio è per te entrare nella vita con un occhio solo, che averne due e andare in perdizione. Dunque voi avete inteso: addosso ai ladri!

[18] Val. Max., l. V.

Al mal capitato Probo incominciò a entrare in corpo la paura per davvero; si spaventò di coteste lustre, come il fanciullo impaurisce del compagno che in carnevale si nasconde la faccia dentro un testone di carta pesta; non ebbe più balìa di azzeccare due idee e di mettere insieme quattro parole; si diede a piangere, supplicò a mani giunte pei figli innocentissimi; costui era così avvezzo ad appropriarsi il bene degli altri, che gli parve furto perfino il risparmio dei venti milioni procurato allo Stato! Lo stomaco commosso della sua coscienza ribolliva furfanterie vecchie e nuove; e poi tremava gli rivocassero la concessione, onde avesse a rimanerne in camicia.

La stessa abiezione stette scandalizzata allo spettacolo di tanta viltà.

Quando poi incominciò a conoscere che cotesti neri nuvoloni si sarebbero sciolti in pioggia, e lui uscito pel rotto della cuffia di una censura, spiccò un salto per l'allegrezza, e fra un groppo di riso e un altro esclamava:

— O grullo! Tre volte grullo! O non capisti di colta che se io cascava gli altri mi venivano dietro, perchè, o chi avrebbe finito di pagare a costoro il beveraggio? Diamo tempo al tempo: quando la pecora entra nella siepe, qualche bioccolo di lana egli è pur forza che ci lasci. Pieghiamo per raddrizzarci. Niente è perduto se rimane la cassa: renunzierò alla deputazione perchè io, se non la posso adoperare come canovaccio per ripulirmi il banco sudicio, non so che cosa farmene.

Probo, mirabile a dirsi! finì con lodare la prudenza dei complici che si convertirono in giudici, imperciocchè seguitando per cotesta via fossero giunti in certo modo a castrare il mal talento dei nemici suoi.

Per converso i suoi complici si tennero ottimamente edificati di lui, perchè lo ebbero provato uomo sodo e da potercisi fidare, ascrivendo ad astutezza e a prudenza quanto fu effetto nel Seigatti di codardia. Di ora in poi decisero di sostenerlo a tutto uomo, sicchè costui cascò davvero come l'antico Anteo, che da ogni stramazzone cavava argomento per rilevarsi più gagliardo di prima.

Ma siccome in queste faccende ci vuole sempre un becco emissario per iscaricare sopra la sua testa le colpe degli ebrei e dei sammaritani, e consacratolo poi agli dei infernali scaraventarlo in mare, di leggeri lo trovarono nello Anussi lontano, e in certa maniera si può dire che si proferiva da sè: quindi addosso tutti a lui; sinfonia d'improperi a piena orchestra sul giudeo; che più? L'ebreo Zinfi giunse perfino a dire ingenuamente:

— Non ci è casi, con questi ebrei non si può fare un pasto buono!

Così è, cotesti nobilissimi e rispettabilissimi furfanti, imitando il costume dei Curoti, picchiavano sopra gli scudi menando un rumore d'inferno, onde Saturno non udisse i vagiti di Giove e non mangiasse anco lui; urlavano a squarcia gola, perchè il principe non udisse i gridi del popolo, e non risensasse, ed essi, se possibile era, quello della propria coscienza.

— Che cosa vuol'ella? Qui domando ad un lettore, che mi ha dato uno strettone alla falda del soprabito.

— Scusi, o che mi permetterebbe una parola?

— La ne dica anche dieci.

— Mi fa la finezza di abbassare il capo, perchè mi perito, e glie la vorrei parlare dentro un orecchio.

— Eccolo abbassato.

— Ma che sia benedetto, la le dice grosse come il cupolone del Duomo; o dove vuol'ella che abbiano la coscienza i Sorci, i Nici, i Rami, i Solicari, i Duecancri, i Garidi ed altra gente di siffatta risma? dunque la tiri un frego al grido della coscienza; _lei_ ce lo ha messo per figura rettorica.

— Ecco, i' ce l'ho tirato; ed ora con sua buona licenza posso ire innanzi?

— La vada a buon viaggio, che San Giuliano e Sant'Antonio l'aiutino.

Dunque Probo fece come colui che si tira indietro per pigliare la rimossa ad abbrivarsi più innanzi; e gli riuscì proprio com'egli aveva pensato, e così a lui toccò aprirsi le porte del paradiso co' grimaldelli, laddove altri ci ebbe a rompere dentro la serratura le chiavi di san Pietro.

Lui allietarono principesche nozze; duchi, marchesi, principi e baroni gli redimirono la fronte coi raggi della loro nobiltà, ed anco a lui il regio favore fece scaturire sul capo due corni luminosi pari a quelli di Moisè, e lo rese sfolgorante di luce propria.

In un caso solo gli sdrucciolò il piede, e fu quando si attentò avventurarsi a entrare da capo in Parlamento senza annasare prima se fumo di pudore fosse rimasto sempre là dentro. Si fece uno scappuccio, ma senza sgomentarsi ripose la bandiera nel sacco: non è anco tempo; a quest'altra bellissima ottava.

E la seconda volta procedè con maggiori cautele. Annasò prima la sua città, annusò meglio il Parlamento; in quella trovò morto ogni senso di umanità, in questo svaporato qualunque fumo di pudore. Di fatti in cotesta città prevaleva allora la setta di coloro i quali avevano segnato umilissima supplica, affinchè la oppressione degli stranieri vi si prolungasse. Poichè in questa vita non vi toccò verun castigo, nè manco la esecrazione del popolo imbestiato, possa Dio, giudice, serbarvi nell'altra i meritati premi!

La Camera dei deputati gli aperse le paterne braccia, quasi al figliuol prodigo; non celebrò la festa di famiglia ammazzando la vitella grassa, perchè vitelle nella Camera non se ne trova. Insomma, tante glie ne dissero e tante glie ne fecero, che egli, guardandosi allo specchio mentre si radeva la barba, talora interrogava se stesso: «ma che io sia diventato davvero un benefattore della umanità?» All'ultimo se ne persuase sul serio; allora prese a portare il capo su le spalle con la religione con la quale il prete sostiene il sacramento con le mani; e talora discorrendo delle sue fortune a tavola, come uomo convinto nell'intimo delle viscere, scappava fuori con questa sentenza:

— Se pari al sole ho comune con lui qualche macchia, come il sole dispenso luce e calore all'alma madre Italia.

Quelli che sedevano a mensa con lui esclamavano:

— Bravo!

Ed il Ramassi conduceva il coro.

CAPITOLO XVII.

. . . . . . . . . . . . . . . .

— Umanità, tu non vali la corda che t'impicchi; — noi abbiamo lasciato Fabrizio, il quale così bestemmiava contro gli uomini, come già Bruto un dì maledisse per disperazione contro la virtù; però, quantunque la procella rimescolasse l'anima del primo come quella del secondo, bisogna confessare che troppo erano diverse le cause, le quali avevano condotto ambedue al doloroso passo.

Fabrizio sortiva dalla natura talento, non ingegno; differentissime doti fra loro; pure anche col talento si fanno cose egregie, ma a patto che il cuore lo sovvenga a conseguire nobili aspirazioni. I diplomatici quasi tutti possiedono talento; non mi è occorso alcuno che abbia ingegno.

Gli onorati studi pertanto praticaronsi da Fabrizio, come una carta geografica, la quale gli avrebbe insegnata la strada per arrivare al tempio dove Dio è Mammone. L'eccessivo presumere di sè lo rese vano, ed è di angustia grande considerare quanto la vanità possa a piegare verso terra anime uscite di mano alla natura, divine per indole. La vanità, oltre a fecondarli, salda insieme i pessimi istinti. Il giovane, il quale arroga di aver messo il tetto, in breve vedrà demolito quel tanto ch'egli si aveva con lunga fatica fabbricato. Fin qui i nostri costumi, o pari in tutto, o diversi poco da quelli di Francia, ond'ella cadde in miserabili rovine, e a noi non è concesso risorgere. Piaccia a Dio che i concetti magnanimi e il sangue generoso non sieno stati sparsi invano; ma intanto ne sgomenta uno sfinimento mortale. Vedete se l'anima della massima parte della gioventù italiana non vi sembra adesso una spugna tuffata nelle turpitudini francesi. Da anni ben lunghi la Francia è fatta acquitrino di gente rotta ad ogni libito; colà furono assegnati nomi onesti alle infamie, eleganze alle oscenità, e perfino sembiante di amore patrio al tradimento; quivi troverai l'assassino che allieta gli ozi forzati del carcere scrivendo poesie con penna intinta nel sangue; — e il pudore mandato a scuola da pubbliche meretrici; banchieri i quali vissero a Corte, perchè non erano incatenati in galera: colà volteriani che vanno alla messa, atei papisti; repubblicani smanianti per una delle tre monarchie che li ha nerbati come servi della pena; da un lato delirano per la uguaglianza, dall'altro spasimano per la febbre di croci, siano pure quelle dello Sperone di oro, o dell'ordine Piano; amatori sviscerati della umanità, e al punto stesso credenti, che la natura li fornì di calcagno unicamente per pestare il collo dei loro fratelli di umanità. — Le lettere diventate bordello; poeti e prosatori, invece di darsi la mano a chiudere la tetra sentina, e a calafatarla, onde non se ne spanda il fetore, pretendono costringere le Muse a rimestarla, ed essi ci tuffano bocciuoli di canna, e per la Europa diffondono le laide bolle, che si attentano battezzare per libri: tutto costà sa di ebbro, sa di matto e di feroce ancora, ma il matto prevale. Le Muse, sdegnate, gli sguardi torcono e il passo dal paese imbastardito; per la quale cosa agli oratori colà sembra arringare, e cicalano; ai poeti immaginare sublimi fantasie, e gonfiano le gote; i guerrieri di Francia si crederebbe che sieno venuti in Italia a scuola da Lamarmora per imparare a perdere; i politici hanno appreso per ispirazione (dacchè maestri non ne potevano avere) l'arte di convertire gli amici in inimici, e di stringere forte con le proprie mani le leghe potenti a cancellare da un punto all'altro la Francia dal novero delle nazioni.

Satura di queste mal'erbe (respingendo dagli occhi le lacrime e la passione dal cuore) miriamo un po' adesso quale si mostri la massima parte delle generazioni che sono venute dopo di noi: odia più della morte la onorata parsimonia: agonizzante per la pecunia, che valga a spingerla nel mare magno della lussuria, dove rompono inevitabilmente salute e fama.

Solo che Maometto promettesse di trasportare in Italia il paradiso che riserva ai suoi devoti nell'altro mondo, anche a patto della circoncisione, la nostra gioventù si farebbe turca. Essa vorrebbe dare ad intendere di dividersi in cultrice della libertà e in cagnotta della tirannide; non le badate; da un canto la riarde astio di stomaco vuoto, dall'altro la travaglia flatuosità della indigestione dei rilievi cascati dalla mensa regia. Agguantatela, una dopo l'altra buttatela su la stadera: qual diversità riscontrate nel peso? Tutta temeraria, tutta insolente, tutta parimente corrotta: per ragioni ha vituperi, per dottrina obbrobri: calunniosa e maligna, simulatrice e dissimulatrice, impronta, temeraria; rôsa dalla invidia, non si potendo inalzare fino agli austeri cittadini, unico vanto d'Italia, si arrabatta ad abbassarli fino a lei:

E nequitosa li persegue, e fuga Con schiamazzo infinito, e con suo testo Di lordura macchiato e pien di ruga, E lo irrequieto suo stridere infesto, Timidi e pochi amici aggiunge al vero E al vivere civil sempre è molesto.[19]

[19] F. Pacchiani, da Prato.

Le voci distinte confonde in accordo quando si tratta d'inneggiare ghiottornie, lascivie e stravizi, onde s'imbestia la vita. Catoni quando non possono farla da Aristippi, cinici sempre. Leggete le scritture loro: dove la virilità dei concetti? dove il prudente discutere? dove il solerte investigare? Invece di sentenze, motti da taverna; sensi da far vergogna al bordello.

E pure il sentire generoso, gli studi sapienti, il forte operare e le parole sante, indispensabili alla conservazione delle repubbliche, appaiono necessarie alla impresa, piuttosto che umana, divina, di rigenerare un popolo e cavarlo dal sepolcro per riporlo in soglio.

E se così argomentasse la gioventù italiana, i versi eccelsi di Francesco Petrarca, che fino ad ora vagarono per la Italia cercando un luogo dove fermarsi, troverebbero sede nella fronte di lei:

Che puoi drizzar s'io falso non discerno In stato _questo popol doloroso_ Quanto ti fia _glorioso_ Dir: gli altri l'aiutâr giovane e forte, Questi in vecchiezza lo salvò da morte.

Peggio che ingiustizia sarebbe negare che molta, non tutta, di questa gioventù adoperò ferocemente le mani, e le paia gran vanto avere rivendicato la patria dalla insolenza francese: _gl'italiani non si battono;_ ma oggimai chi dà retta ai francesi? Noi però dobbiamo avvertire che anco i gladiatori combattevano ferocemente: talora costretti, spesso volontari, per campare vita breve e infame consentivano a uccidere e ad essere uccisi, e morendo pigliavano atteggiamento scenico per libidine di plauso: tanto ai morenti, quanto ai superstiti cotesto rumore pareva gloria! Le armi solo sanguinose non approdano nè onorano; le sapienti sì, ma queste per noi italiani stanno sempre nei voti. Soldato fu Cesare, che militando dettava i _Commentari_; la mano stessa, che la mattina con la spada operava miracoli di valore, la sera con lo stilo li tramandava alla memoria dei posteri, sicchè noi oggi andiamo perplessi se egli meglio li effettuasse o li scrivesse; soldato Catone, che immoto negli ultimi pericoli si confortava leggendo il dialogo di Platone su la immortalità; soldato Bruto, vigilante la notte in mezzo ai campi meditando sui libri; soldati parecchi di quelli alunni di Napoleone I, i quali portavano nello zaino confusi con le cartucce classici greci e latini da volgarizzare e commentare, o piuttosto celebriamo soldati veri coloro che combattono per giusta causa con sapienza pari alla virtù.

In Marte bertone di Venere la gente ravvisa il soldato da osteria, solo lo salutano Dio quando lo accompagna Minerva.

Fabrizio dunque era vano e smanioso dei piaceri, e più delle apparenze del lusso: quanti lo soperchiavano di tutto cuore odiava; se accadeva che qualcheduno dei suoi amici lo rasentasse sfolgorante in cocchio trasportato da focosi cavalli, a voce alta gli mandava un saluto e a bassa aggiungeva: a rotta di collo! — Del suo fratello Omobono non sapeva darsi pace; sopra costui la Fortuna aveva versato e poi scosso il sacco, mentre su la sua faccia lo aveva sbatacchiato vuoto: frequentava luoghi appartati; aspreggiatore di se stesso; ogni giorno più corrivo all'ira e selvatico; per uscire di pena avrebbe dato l'anima al diavolo se gli fosse comparso davanti.

E il diavolo gli comparve davvero nella persona del presidente di una Corte di appello. Aveva nome Vinneri. I sette peccati mortali gli andaron fino a casa ad educarlo _gratis;_ ma egli durante tutta la vita mise da parte quanto gli avanzava da quelli per fabbricarsene un ottavo, e giusto allora stava per rompere il salvadanaio; però dei sette, due gli avevano preso il sopravvento, ed erano la ghiottoneria e l'avarizia, impossessata di lui sotto la forma del demonio del gioco. Se avessero ragguagliato la sua ignoranza con la sua malignità, non ci saria scattato un dito; e tuttavia lo giudicavano dottissimo, però che egli ponesse a parere quello che non era la pazienza industre di cui la natura si mostra liberale alle creature peggio complessionate. Lento il passo, la sembianza grave — i bufali non ridono mai, — la favella tarda, come frequenti sopra le labbra di lui le parole: ci penseremo, esamineremo, gli è un caso _momentoso;_ e vuolsi considerare _ad trutinam_, e via discorrendo: nel suo studio da per tutto libri, e di carte una catasta: però queste ciurmerie a cui le guardava pel sottile palesavano la sua inane ed improvvida furberia, imperciocchè ti venisse fatto di scorgere improntata in varie guise la forma del gatto di casa sopra lo strato di polvere che vi era caduto. Strana condizione! Non lo amava persona, e tutti accoglievano volentieri costui: prima di salire i gradini davanti la porta del tribunale, egli soleva levare le ciglia in su per mirare da quale parte piegasse la banderuola per regolarsi; nè punto lo celava, al contrario soppiattone in ogni altra cosa, procedeva aperto in questa, affermando che il magistrato è appunto come il cane, latra e morde per chi gli butta il pane. La giustizia distributiva da lui s'intendeva a questo modo: fra il governo, che di presente teneva il mestolo in mano, e i privati, sempre torto ai privati; tra nobili e ignobili, i secondi sempre condannati nelle spese; fra ricchi e poveri, non si sentiva il cuore da innovare l'antico costume: all'osso dàgli addosso; alla marmaglia era giustizia la sorte, ed era la meglio trattata; il primo processo, che allungato il braccio gli capitava sotto, vinceva.

Tutti i governi lo avevano disprezzato, e tutti lo avevano blandito, perchè senza eccezione tutti lo avevano giudicato arnese eccellentissimo di servitù. Costui, per operare i voltafaccia a tempo, girando lieve e veloce su le calcagna come uscio sopra i ben unti arpioni, valeva un tesoro; e se le ritirate politiche fruttassero fama quanto le militari, Senofonte di petto a lui sarebbe stato un tamburo; per la quale cosa egli, sicuro di sè, presentava le insegne degli ordini cavallereschi dei governi caduti ai governi via via sorvegnenti, come il forestiero getta sopra la tavola del cambiatore la moneta affinchè gliela baratti, e i nuovi governi senza fiatare gliela permutavano, ed anche qualche cosa del loro ci aggiungevano. Il governo tramontante se lo vedeva scomparire da canto fra la pera e il formaggio, senza accorgersene, proprio a quel modo che il sonno inavvertito piglia l'uomo; il governo oriente se lo trovò davanti non sapendo donde fosse venuto; forse pensò gli fosse cascato dalle maniche; il Vinneri allora per salutarlo finì un sorriso che aveva incominciato per l'altro; appunto come il cardinale Zondadari a Siena ebbe a finire pei francesi il _Te deum_ ch'egli aveva incominciato pei tedeschi. Se invece di sperperare al gioco il prezzo della giustizia venduta lo avesse custodito nello scrigno, e se le monete fossero stati galletti, non avrieno nella notte lasciato dormire lui nè tutta la contrada.

Ebbe moglie; un povero corpo composto di carne di seppia, bianco e senza sangue; una povera anima tenuta quindici anni in molle dentro una pila di acqua benedetta; la notte a letto, il giorno in chiesa; concepì di una figliuola per distrazione; la vide nascere senza gioia; la vide crescere senza amore; la beghineria l'aveva insugherita; tutto accadeva per volontà di Dio; quanto Dio ordinava tutto era bene; e quindi era mestieri rassegnarsi ai voleri di Dio; se a un povero diavolo ruzzolando le scale accadeva rompersi una gamba, la gamba rotta attestava il castigo del Signore, la rimasta sana il miracolo del Signore, ambedue la visita del Signore a cui vuol bene; le sue sostanze parafernali, che non furono poche, colarono a stille nella Chiesa pei buchi religiosi, che innumerevoli sanno praticare i preti; e i giorni suoi svaporarono in sudore di rosari; alfine disparve tacita, come la goccia dell'acqua santa grondò nella piletta dalle sue dita che ce l'avevano attinta.

Quando fu morta, il Vinneri essendosi accorto ch'ella aveva disperso i beni parafernali com'egli dato fondo ai dotali, esclamò amaramente:

— Ah! quel buono uomo del Franklin ha lasciato scritto che un vizio costa più di due figliuoli, e sarà; non però più di una moglie: devota la divorano i preti, mondana le crestaie; ed ora con questa figliuola in casa come si stilla?

Di fatti, se la madre non se n'era tolta cura, figurarsi se il padre! Egli aveva in pratica la regina di cuori mille volte più della figliuola. La madre, quando l'aveva menata a messa tutte le feste di precetto, a confessarsi ogni mese una volta, quattro a comunicarsi in capo all'anno, credeva aver fatto quanto Carlo in Francia; al padre sembrava avere superato la fatica del Cireneo, menandola nel carnevale al teatro un paio di volte.