Il secolo che muore, vol. III

Part 3

Chapter 33,870 wordsPublic domain

Omobono, nonostante la sua repugnanza grandissima di mandare al palio nuovi biglietti falsi, pure, stretto alla gola, ne trasse fuori dallo scrigno per un duecentomila lire, esclamando: — Il Rubicone è passato da un pezzo; dove andò la galera vada il brigantino: — e li consegnò ad Egeo, il quale osservò che non gli parevano a sufficienza, ma che tuttavia avrebbe cercato di farli bastare.

Da questo fatto però non ne venne male nè bene imperciocchè Egeo veramente in così cattive acque come aveva dato ad intendere non si trovava: poco spese, e dei suoi; i biglietti avuti da Omobono, dopo averli ben contati, lasciò intatti nel portafogli.

Ora nel mezzo tempo erano accaduti due casi, che importa riferire.

Egeo, compiacendo alla sua prava natura, ed anco a un vago desiderio di sottrarsi, potendo, alla servitù della Elvira, che incominciava a provare leggera quanto un pane di piombo sopra lo stomaco, prese a blandire più che non soleva Amina, la nipote di lei: se veramente ella fosse tale non sapeva; ne dubitava; tuttavia, poco premendogli di venirne in chiaro, lasciava andare tre pani per coppia. Di Amina non si poteva dire che versasse acqua diaccia nella pentola, ma nè manco ci metteva legna sotto: lasciava che cocesse così lemme lemme senza spiccare il bollore: — spesso mi trovo imbrogliato a esprimermi come vorrei, forse ci rasenterò dicendo ch'ella provocava pudibondamente le carezze, molto più che ogni carezza le fruttava un regalo. Ora, le carezze di amore, od egli sia di sal fine, ovvero di sale grosso, si sa, le sono come le ciliege, di cui una tira le quattro e le quattro, venti; così Egeo, non avvezzo neppure agli assedi regolari, un bel giorno, trovata sola Amina, volle di punto in bianco baciarla in faccia.

Mi chiamo impotente a descrivere la maraviglia, il furore, il rossore della castissima donzella, e ci rinunzio; dirò solo che in breve ella pensò se doveva urlare, o disperarsi, o svenirsi, o che cosa altro diavolo fare: — deliberò con atto dignitoso respingere da sè il novello amatore, e significargli con fermo accento:

— Signor Egeo, la prego a tenersi bene a mente che Amina non sarà baciata da altri, che suo marito non sia.

Ella aveva letto questo esempio in un libro dove si narra di certa figliuola di uno speziale che tal fece risposta al Re, impronto sollecitatore di un bacio da lei; e le fu ventura, che per tal modo si procacciò dote e marito; ma se n'era dimenticata da un pezzo, ed ora le tornò alla memoria come un cibo indigesto alla gola. Egeo, che da qualche giorno in poi aveva cominciato a spillare alcun che dei fatti suoi, stette a un pelo per isbottonare; poi lasciò correre per non guastare le uova nel paniere.

Diversamente accadde al giovane Omobono, il quale di frequente usava nella casa di Elvira, molto per necessità di conferire ogni sera o con lei o con Egeo, intorno al grave negozio che avevano per le mani, e troppo più per genio, perocchè Amina, vedendolo di persona ben formato e di modi gentili, diede spesa al cervello ed attese a ridurselo marito. Arrogi che ella lo immaginava straricco; e adesso nella grandiosa impresa in cui egli andava a mettere le mani ella vedeva aprirsi una sorgente inesausta di opulenza. Si mise tosto a fabbricare un'anfora di elisir di amore, il quale troppo bene le venne fatto, come colei che ne era maestra, se non che questa volta ci pose maggior cura e ne raddoppiò le dosi.

Dicono (ma nella _Genesi_ non ci si legge) che il diavolo in persona ne insegnasse la ricetta ad Eva, subito nella prima conferenza che ebbe con lei, e che accresciuta, diminuita, rivista e corretta, giungesse alla perfezione nella quale noi oggidì la vediamo. Basta, anche a rischio di fare cosa inane io vo' metterla qui: non fosse altro per dimostrare quanto grande sia la premura ch'io pongo mai sempre a rendere servizio alle mie leggitrici.

Recipe. — Scrupoli 24 occhiate languide. Idem occhiate ardite. Idem occhiate velate. Idem occhiate scoperte. Idem occhiate diritte. Idem di traverso. Dramme 6 risi assortiti a mezze labbra; a scopridenti; modesti, immodesti e imbecilli.[6] Idem sospiri caldi e sospiri scorrucciati. Once 9 lacrime in parte risucchiate e in parte lasciate andare pel verso loro. Libbre 2 lettere di amore senza senso comune.[7] Mezza oncia di lettere col senso comune. — Misce in acquavite di libidine colta in primavera e stillata co' lambicchi di Venere celeste, co' lambicchi della fabbrica del canonico messer Francesco Petrarca; amministra per una settimana a tre cucchiaiate da tavola per dì. — Alcune fabbricanti ci aggiunsero non so quali dosi di piè percossi, di fazzoletti stracciati e di ventagli rotti, anzi ardirono mescolarci perfino le cascate in sincope, le canterelle e i temperini vibrati verso i paesi del cuore, ma questi ingredienti, massime i due ultimi, furono scartati addirittura dal costume elegante. La ricetta dello elisir di amore dura adesso inalterata nel modo che ho detto.

[6] Questi ultimi incontrano più di tutti.

[7] Anche di queste ci è gran consumo, quasi quanto della revalenta arabica.

Quando la nave è stagna all'acqua, resistenti le vele, esperto il pilota, il vento in filo di ruota, gran tratto si cammina in breve tempo sopra il mare di amore, e i nostri amanti ci camminarono molto: già si erano aperti i segreti affanni e mostrate le scambievoli ferite, onde uno fa per l'altro medico a un punto ed infermo; si promisero amore, e per tenerle saldo giurarono conficcarlo e ammagliarlo coi chiodi del sindaco e del prete, e con le funi del codice civile e del sacramento, imperciocchè Amina pendesse allo ascetico e professasse devozione sviscerata alla purissima Vergine, alla quale non passava sera che ella non recitasse le litanie. Siccome questo amore aveva a procedere placido e sereno, e per così dire in bussola, il giovane Omobono ne fece motto allo zio, il quale non rispose sì, e no neppure; pel momento se ne cavò col solito: ci penseremo. Anch'egli voleva scoprire marina e veleggiare secondo il vento; ma il giovane, conforme persuade la nostra natura, facilmente credendo quanto gli piaceva e gli giovava, la tenne per cosa fatta e lo disse all'Amina, che per la contentezza n'ebbe il capogiro. Allora Omobono, non già col piglio di Arsace quando canta: _Eccomi alfine in Babilonia_, come aveva fatto Egeo, bensì in sembianza umile, con voce da pigliare per soavità sotto gamba quella del flauto, che nelle notti di primavera si diffonde sulla tremula superficie del lago... — e qui fo punto, perchè altrimenti la similitudine romantica minaccia di vincere in lunghezza la più classica di Omero, — egli, Omobono, la scongiurò a permettere che con un casto bacio i suoi legittimi ardori suggellasse; ma ella intemerata a lui supplichevole rispose come ad Egeo arrogante: veruno uomo l'avrebbe baciata, tranne il marito dopo celebrate le nozze; lì per lì s'impossessò di Omobono una maledetta rapina, che l'avrebbe mangiata viva, ma indi a poco, ripensando alla virtù della donzella e al culto professato da lei alla Vergine purissima, un lampo di giubilo gli irradiò la faccia per modo che parve trasfigurata. _La moglie casta è una corona di gloria sul capo del marito..._ eh! lo ha detto lo Spirito Santo, che se ne intendeva, andò per quanto fu lungo il giorno borbottando Omobono.

Ma dunque cotesto vostro Omobono, che pure ci avete descritto giovane elegante, insomma era un ghiozzo da pigliarsi con le vangaiuole? No, signore, Omobono era innamorato; ed ella fu mai innamorato? Se sì, e non le incolse peggio, accenda i moccoli ai piedi del suo santo avvocato, perchè la sua consorte ebbe più virtù che ella giudizio; e però baci la mano alla sua signora, pigli una presa di tabacco e continui la lettura del _Secolo che muore_.

Ormai tutto è stato ammannito; il gruppo dei banchieri stranieri, capitanato da un caporale coi fiocchi, presentò le sue proposte; le condizioni furono discusse sottilmente, modificate e approvate, le garanzie richieste accertate con tanti biglietti di Banca Nazionale messi in deposito; il contratto, sottoscritto dal ministro e dagli imprenditori, ormai è diventato irretrattabile, salva sempre l'approvazione della Camera, la quale aveva da parecchi giorni a studio lo schema di legge; nè, per quanto si sapeva, negli uffici era sorta nuvola alcuna che turbasse il bel sereno dell'affare. Ogni ora più pigliava piede il prognostico che la legge sarebbe passata senza serio contrasto; intanto i mestatori parevano tanti barberi al canapo per acquistare e palleggiarsi le _azioni_; fra gli interessati era una irrequietudine, un'allegria da non potersi con parole convenienti descrivere.

La sera precedente al dì in cui si aveva a discutere la legge per la concessione della ferrovia in proposito, Egeo volle ad ogni patto che si facesse cena in casa di Elvira (veramente cotesta casa apparteneva a lui, e come padrone dì e notte ci albergava, quantunque tenesse aperta un'altra casuccia in via del Giardino; tuttavia volle una settimana fa che la Elvira la mettesse in testa sua, cosa che, senza pensare ad altro, la _garga_[8] di leggieri assentì), e dopo cena un ballonzolo così tra i banchieri interessati nella impresa ed i clienti più intimi. Gente tutta volgare: si scorgeva in essa, un miglio alla lontana, il filibustiere, il quale aveva mutato il mare per la terra; eccetto l'elemento in loro ogni altra cosa al suo posto come per lo innanzi. Eccetto la prima parte, tutto il rimanente dello epitaffio di Sardanapalo formava la pratica e la scienza della loro vita.[9] Bevevano come tedeschi, fumavano come camini e bestemmiavano come vetturali; taluno di loro aveva titolo di conte, tutti di cavalieri; e veramente meritavano esserlo, ma dell'ordine del _Bagno_[10].

[8] Per la significazione della parola _garga_ vedi Giusti, _Gingillino_.

[9] Si racconta che in Anchialo fosse rinvenuto un monumento rappresentante Sardanapalo, con questo epitaffio sotto: «Sardanapalo figlio di Anacyndarasse fondò in un giorno Anchialo e Tarso. Mangia, bevi ed ama; il resto non vale un fico». Aristotele dice che la seconda parte di questa iscrizione si confà meglio a un _porco_ che ad un _re_. Arriano e Cicerone riportano cotesto epitaffio, ma alquanto alterato.

[10] _Bagno_. È nobilissimo ordine equestre in Inghilterra; altrove s'intende l'ergastolo dove si tengono i forzati.

Mangiarono e bebbero a ribocco, alternando arguzie fra loro, delle quali la più mite avrebbe meritato uno schiaffo a cui la profferiva; ma cotesta gente aveva sortito da natura pelle di rinoceronte, e invece che con ira venivano accolte con alte sghignazzate e suono di mani con elle: anzi in cotesta guisa fu aperto il cancello ad una giocondissima tenzone, dove se uno appiccicava sorbe, l'altro non mondava nespole: ogni scudo veniva giusto barattato per cento soldi: riferire tutti cotesti discorsi non parrebbe onesto, basti che il vituperio, arrandellato fuori di finestra il pudore e il tabarro e il cappello di lui, tornò a tavola, e quivi, tiratesi su le maniche della camicia, cominciò a vomitare le più sozze e ree cose che si sieno udite nel mondo.

— Domani, diceva Egeo ridendo, volto ad Elvira, tu cesserai un momento il sacerdozio di Venere per quello di Mercurio....

— Perchè? osservava un convitato; forse questi sacerdozi sono benefizi con la cura delle anime che non permettono il cumulo?

— Ma, entrava a dire un terzo, io porto opinione che la Elvira abbia in un medesimo punto ministrato alla diva e al nume; anzi, giurerei che taluno di noi potrebbe farne testimonianza come di fatto proprio.

— Insomma delle somme, urlava Elvira, dissimulando col riso il vituperio di cui l'abbeveravano, si potrebbe sapere perchè vorreste che io uficiassi domani in tempio diverso del consueto mio?

— Perchè Mercurio è il santo nostro e di parecchi ministeri, come sarebbe a dire di quello delle finanze, dell'altro di agricoltura e commercio, e in particolar modo di quello dei lavori pubblici, da cui dipendono le concessioni delle strade ferrate. Ora, nel modo che fra molti popoli marittimi costuma battezzare le navi, tu, Elvira, battezzerai con le tue immacolate mani la nuova ferrovia.

— Peccato che io non sono turco, chè adesso potrei farmi battezzare da codeste tue immacolate mani.... disse Egeo, ed alle sguaiatissime parole aggiunse atti anco più sguaiati.

— Ma che tu sii cristiano non è ben sicuro, gioia mia; onde, per levare ogni dubbio di mezzo... ecco, ti ribattezzo; — e così favellando afferra in un attimo la caraffa dell'acqua e tutta glie la rovescia sul capo. Egeo, di rosso cremisi, diventò colore di fegato, e ciò per colpa della tinta dei capelli stemperata nell'acqua. Allora si levò un baccano di risa scompisciate, di convici e di salutazioni un po' diverse da quelle che le divote inviano a Maria _piena di grazie_; rizzaronsi, acciuffaronsi, si corsero dietro, con plebei colpi di mano si offesero.

Amina e il giovane Omobono, assorti nei loro amori, per un pezzo non si addarono dello infernale tramestìo: egli, col frequente premere col suo piede quello di Amina, le aveva nabissato lo stivaletto di raso turco, mentr'ella a furia di gomitate gli aveva infranto mezze le costole; così anche le colombe a colpi di ale castigano i protervi colombi appassionati: finalmente, travolti pur essi dal vortice, corsero via per sottrarsi al volgare tumulto, e volando di stanza in stanza ecco giunsero in un corridore buio. Il luogo, la occasione, lo strepito, il calore del cibo e della bevanda, con l'accompagnatura di un diluvio di circostanze _attenuanti_, come dicono i giudici giurati, diedero balìa al giovane di stringere a mezza vita Amina, tutta confusa, recarlasi al seno e stamparle un bacio sopra la faccia; ma ella gli guizzò dalle mani, lo saldò con una solenne ceffata e riprese la corsa; egli, punto sbigottito, dietro focosamente veloce da disgradarne Apollo quando perseguitò Dafne, e la potè riagguantare e imprimerle sopra le nude spalle un secondo bacio con tanto ardore da lasciarci il succhio.

Comecchè le spalle non abbiano denti, tuttavia Omobono si sentì frizzare da un umore acre entratogli in bocca; e ciò perchè al buio aveva strizzato con le labbra una certa tal quale pustola d'incerta origine, ma d'indole più che sicura...

Ditemi, avete voi mai visto nel porto di Genova l'alberatura dei navigli quivi raccolti quando imperversa il vento di Provenza? Tentennando a quel modo s'incamminarono al riposo i nostri personaggi: chi si buttò sopra e chi scivolò sotto il letto; alcuni mezzo spogliati, altri vestiti. Il Sonno allora, spalancate a due battenti le sue porte, quella di avorio e l'altra di corno, diede la via alla famiglia intiera dei sogni, affinchè andassero a taloccare a loro talento i nostri addormentati.

A Egeo, fra le altre cose strane, parve vedere un Amore, il quale, dopo avergli messo al naso il morso e la briglia, glielo inforcava di un tratto a modo di postiglione, spronandoglielo alla dirotta per ispingerglielo al galoppo: infatti la mattina se lo rinvenne tutto sanguinoso per esserlo stropicciato furiosamente quanto fu lunga la notte.

Omobono il vecchio vide addirittura il diavolo, e siccome erano conoscenze antiche, così lo pregò a dargli un colpo di mano, e il diavolo gli rispose: _magari!_ e subito dopo gli portò con la forca un gran fascio di _azionisti_, il quale Omobono avendo messo nel trinciatoio, mentre per troppa bramosia lo trita senz'avvertenza, onde ruminarselo a suo agio, si porta via di netto una mano. Fuori di sè, dallo spasimo, mugola come un toro, intanto che il diavolo, postasi la mano tagliata al cappello, a mo' di penna, si allontana uccellandolo: «Bietolone! dovevi fare con meglio garbo».

Omobono il giovane allietò la visione di due farfalle di Casimira, che si rincorrevano volando di fiore in fiore, finchè incontrata una enorme _bocca di lione_, non potendo trattenere il volo impetuoso, vi traboccarono dentro; la bocca del lione si chiuse, ed esse vi rimasero imprigionate. Allora Omobono si accorse che la farfalla assomigliava all'Amina e il parpaglione a lui, e non gli increbbe.

All'Amina sembrò le si fosse posato in grembo, come il cigno a Leda, un magnifico fagiano dalle piume dorate, che ella senza ceremonie si mise subito a pelare; e pelava e pelava con un gusto che era un desio a vederlo; quando di un tratto, quasi le piume del fagiano si fossero convertite in aghi, sentì pungersi le dita; gittò un urlo, si destò e rinvenne che nel cacciarsi le mani dentro i capelli una forcina l'aveva trafitta. Per quietare la paura che le durava nel _lago del cuore_, rischiarata dal lume della lampada che ardeva dinanzi la immagine della purissima Vergine, sua santa avvocata, si mescè un bicchierino di liquore della Certosa (ah! quei benedetti frati dove mettono le mani fanno tutto bene), e dopo il primo un altro mezzo. Le parve essere rinata; recitò una avemmaria e si ripose a giacere, gustando le beatitudini del sonno dei giusti.

Se Amina si sognò di essere convertita in Leda, all'Elvira toccò sognarsi di essere mutata in Danae, e standosene a pancia all'aria esultava pel rovescio dei marenghi che le pareva le ci piovesse sopra: a romperle cotesta contentezza sopraggiunse un fischio come di macchina a vapore; declina lo sguardo, e mira un boa sterminato, che, postosele ai piedi, fa prova di risucchiarla, e pur troppo si sente attratta da lui tanto più agevolmente, che conosce giacersi sopra un piano inclinato: guardando meglio, conosce cotesto piano andare tutto composto di capi umani, criniti di capelli bianchi, neri, castagni, e biondi, ovvero zucconi: insomma un esercito: formavano questo esercito tutti coloro che ella tenne sotto la sua disciplina come amanti, e adesso in un batter d'occhio li passa in rassegna. Le parve tornare da morte a vita; due terzi erano cavalieri e nobil gente, dunque la difenderanno; e s'ingannò; veruno si mosse, o battè ciglio, o profferì parola; e poichè il boa sempre e più sempre la tirava a sè, ella, non sapendo in quale altro modo aiutarsi per impedire lo sdrucciolo che di minuto in minuto diventava ruina, prese ad agguantarsi ai peli ed anche alle barbe di cotesti capi.... invano! chè la fiera ecco la ghermisce per un piede, le inghiotte le gambe, le coscie; la stringe nei fianchi, la soffoca, non può più respirare. Mercè uno sforzo disperato le riuscì levarsi da giacere supina; allora riprese libero il circolare del sangue, ed ella si destò spaventata e mèzza di freddo sudore. Lume in camera non aveva; si gittò giù dal letto, accese la candela ed aperse una maniera di stipo, che si teneva a lato sopra una tavola da notte, pieno dentro di bocce di cristallo con varia ragione liquori: lo sogliono chiamare _cantina_; scelse la boccia dov'era scritto: _Acquavite di Scio_, nè stette a cercare il bicchierino per misurarne la quantità; se l'accostò alla bocca, e in una gozzata ne mandò giù più di un terzo; ripreso fiato, ribevve, e per questa volta ne fece sparire mezza; rotta agli spiriti ell'era, tuttavia parecchie lagrime le cascarono giù per le gote. Volle provarsi altresì a fumare un sigaro, ma le cascò subito dalla bocca; e la fortuna volle che, acceso male, si spegnesse quasi subito, altrimenti avrebbe dato fuoco alla stanza; ella ricascò sul letto dove si addormentò di botto.

Sdraiata dorme e russa come un orso.

Tale progresso hanno fatto nelle vie della perfezione le così dette gentildonne (che di rado troviamo essere donne gentili) da Parini a noi.

CAPITOLO XVI.

LA CONCESSIONE DELLA FERROVIA.

Ecco il giorno, ecco l'ora della discussione intorno alla legge della ferrovia. Alla Camera occorre ammannita ogni cosa; il presidente messo a sedere col campanello da un lato ed il cappello dall'altro, parafulmini entrambi delle procelle parlamentarie: ecco l'acqua e lo zucchero che si hanno a bere, ed ecco in pronto la eloquenza ch'egli ha da bere: al fianco del presidente il segretario legge, nel suono della pentola che leva il bollore, il _processo verbale_ (una volta si chiamava relazione), il quale viene sempre approvato, per la buona ragione che di ordinario non ci è alcuno che lo possa disapprovare.

Vedi allestita la stanza dove i deputati vanno a rifare, bevendo, la voce affranta dalle lotte della tribuna, nella stessa guisa che i cerusichi tengono in pronto l'ambulanza per medicare i soldati delle ferite riportate in battaglia. Qui in bell'ordine disposti coltelli, sarracchi, tanaglie, maddaleoni e fasce; lì bocce, bicchieri, e bicchierini, e cantimplore, e arnesi altri siffatti.

Taluno afferma che i deputati che parlano meno sono quelli che bevono di più, ma non gli date retta; coteste lingue le sono come la campana del bargello, sonano sempre a vituperio.

E' vi ha bevande adattate a tutti i partiti; per la destra limonee, acetose ed altre simili _acidità_; pel centro sciroppo di tamarindi; qualcheduno propose aggiungervi _acqua del Tettuccio_, ma non attecchì; per la sinistra rhum puro e _anisetta_, onde mantenerci il fuoco sacro. Egli è negli angoli più remoti di questa stanza che tu miri passeggiare un uomo con la destra sotto il mento e la sinistra dietro la vita, verso il _coccige_ dove alle bestie spunta la coda, con un foglio; è uno degli oratori, che deve correre il palio nell'aringo parlamentario, il quale, ripassa la diceria, che fra poco andrà a _improvvisare_;[11] e perchè la illusione diventi maggiore, la prelodata mala lingua assicura che fino dal giorno innanzi egli ha concertato con certi suoi amici compari le interruzioni, le quali devono parere nate lì per lì per provocare _ex tempore_ i frizzi e i motti visti e rivisti e corretti dallo autore. Eh! via, smettetela, cerretani! Credete voi che Cicerone improvvisasse la orazione _pro Archia poeta_? O Demostene quella per la _Corona_? E Pitt, e Fox, e Sheridan, e Brougham, credete voi che improvvisassero i loro discorsi? Sapete voi chi improvvisa? Chi vagella.

[11]

Che 'n delitto nun è _premeditato_ Pelchè avanti lo feci anco _avvisare_.

(Neri Tanfucio, Son. XXXV).

Anche i bidelli secondo il grado hanno indossato le livree, e appeso al collo la catena; i deputati non ne hanno bisogno, perchè la più parte di loro venne al mondo sotto lo influsso della costellazione della livrea, e serva vestita nacque, e serva ignuda perirà. Quando conterete i miei anni, voi che leggete, andrete come me persuasi che nelle dimore degli uomini trovano alloggio tanto il genio della libertà, quanto quello del servaggio, — e ci ha perfino chi li piglia per fratelli. — E rispetto alla catena, io vi voglio dire che non vidi mai deputati destri scendere stretti insieme a combattere una legge ostile alla libertà, senza che mi ricorresse alla mente Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, che, comunque _cieco_, volendo pure pigliar parte alla battaglia di Crécy, s'incatenò con altri cavalieri, e a questo modo combattendo incontrarono tutti miserabile morte. Dove non basterebbero Titani co' cantoni di granito credete potercela voi Enceladi di carta pesta, lanciando fagiuoli con l'occhio?

Si alza il ministro, che a quei giorni fu un coso nè brutto nè bello, co' capelli in parte bianchi ed in parte neri; sentiva altresì del guercio, imperciocchè con un occhio guardasse a oriente donde nasce il sole, e coll'altro ad occidente dove il sole tramonta; non buono, non tristo, ma alla occasione più tristo che buono; nei discorsi suoi limpido come l'acqua piovana, e come lei insipido: insomma un vero ministro _costituzionale_, creato da madre natura subito dopo il diluvio, e poi messo lì a stagionare: costui pertanto prese a snocciolare adagio adagio uno dopo l'altro tutti gli argomenti in pro della legge nell'ordine col quale glieli avevano imbeccati i segretari; e conchiuse col dire, ch'egli però non intendeva del rigetto di cotesta legge fare quistione di Stato: anzi se qualcheduno avesse a proporre meglio, non si peritasse; approvata o respinta cotesta legge, egli rimarrebbe.