Il secolo che muore, vol. III

Part 24

Chapter 243,889 wordsPublic domain

Nella sciagurata la infermità consumò implacabile i suoi tre stadi; se talora davanti alla potenza dei medicamenti parve arrestarsi, e' fu come poca acqua in fiamma, la quale invece di spegnerla la divampa. Apersero la marcia le ulceri, a cui tosto si aggiunsero ascessi infiammatori e virulenti, scrofole e dolori nelle ossa in prossimità delle articolazioni; ma supremo affanno le arrecava lo spasimo nei capelli, che presero a cascarle in tanta copia da trovarne quotidianamente sparso il guanciale e piena la cuffia. Durante la notte pativa strazi d'inferno, ora guaiva come colta dalle doglie del parto, ed ora strideva come se le trafiggessero il cuore; le stava nella fronte inchiodata la cefalea notturna, e sempre dinanzi agli occhi, sia che li tenesse aperti o chiusi, le pupille appannate e contratte del morto Omobono... sempre... ahimè! sempre; e siccome ella fantasticando, si dava ad intendere che tra coteste pupille e la sua visione intercedesse qualche spazio, poneva nel mezzo la mano per nasconderle; vani conati! che coteste pupille appannate e contratte, non fuori, ma dentro la fronte gliele aveva dipinte il rimorso.

Impensierito dei progressi del male, il medico curante, sentendosi venir meno il coraggio, persuase consulti, e si aggiunse alla cura medici che andavano per la maggiore: allora sì che ricomparve il caos nella magnificenza della confusione: chi prescrisse bagni sulfurei e chi iodici; altri, Dio ne liberi da bagni: frizioni mercuriali soltanto. Da un lato dieta rigorosa, dall'altro ha da mangiare bocconi ghiotti, e vino del buono, e lo ha detto il Faloppio.[64] Il confessore, che si trovava presente al consulto, non potè trattenersi da esclamare: — anch'io faccio così, e me ne trovo benone.

[64] _Comedat res bonas, bibat vinum praestantissimum laeve, et, si potest haberi, suavissimum_.

Uno dei medici, con aria ingenua, soggiunse:

— Come! Anche _lei_ si cura la lue in cotesto modo, reverendo?

— Che lue? Io mi curo in cotesta maniera lo stomaco, la lue lascio intera a lei, _eccellentissimo_.

Proseguendo i medici a contradirsi, taluno suggeriva tagliassero i capelli alla inferma e col sapone glieli lavassero, tale altro non si toccassero; solo con molta cura si nettassero; chi li voleva coperti; chi scoperti: con quattro voti contro tre rimase vinto il partito della fumigazione. Posero la malcapitata a sedere sopra una sedia, e sotto questa collocarono un lume alimentato a spirito di vino, il quale infocava una lastra di porcellana messa orizzontalmente sul lume, e quivi spargevano ad ardere fino a due grammi di cinabro: coprivano inferma e sedia per via di cappa d'incerato disposta così, che non lasciasse adito a svaporazione; a quel martirio la facevano durare quindici minuti o venti; però cessarono di corto, imperciocchè ogni volta che tentavano lo esperimento ce la cavassero più morta che viva.

Nè i medici soli si erano moltiplicati intorno al letto della inferma, bensì preti, frati e di ogni generazione beghine; i primi non sapevano di altri rimedi che non fossero messe, tridui, novene, e così via; le altre, pur confessando la virtù di tutte queste cose, a cui aggiungevano quella dei rosari alla beata Vergine della Cintola, consigliavano, ammannivano e di celato ministravano all'Amina brodi di serpi e vino dove avevano annegato rospi... ella poi beveva disperatamente ogni cosa, tanto agita i petti mortali la rabbia della vita!

Tuttavia il morbo procede a bandiera spiegata: adesso tutto il suo corpo si cuopre di eruzioni purulenti, massime negli occhi e nelle membra riposte; il sangue dà volta come il vino sotto la sferza del sollione; la sifilide si avventa alla gola, e quinci e dal naso emana in copia una materia viscosa di formidabile fetore più tristo di quello dell'_ozena_. Ora l'uno, ora l'altro occhio, e sovente ambedue le s'infiammavano nelle iridi, nelle orbite e nei globi, per cui la luce la punge e il buio non la solleva; molto più che le pupille appannate e contratte del morto le stanno attaccate alle palpebre quasi bocca di amante s'incolla alla bocca dell'amante.

Veramente non ci era mestieri occhio medico per conoscere che la morte veniva avanti a gran giornate; tuttavia occhio di confessore in simili faccende non teme confronti; e poi i segni della prossima fine concorrevano tutti; prima di ogni altra cosa la quantità dei medici; il continuo contendere di parole, e talvolta d'ingiurie fra di loro, senza che alcuno sapesse che pesci pigliare; in fine il flagello dei medicamenti; comode da notte, tavole, tavolini, canterani, inginocchiatoio ingombri di bocce lunghe, piccole, mezzane, di ogni dimensione, insomma tante che più non possiedono canne gli organi della chiesa dei Cavalieri di Pisa e della cattedrale di Siviglia; il mercurio faceva pomposa mostra di sè, sotto tutte le forme e con tutti i colori; qui avanzi di pillole di etiope, ovvero ossido mercuriale _nero_, colà reliquie di deutossido _rosso_, più oltre di calomelano _bianco_, e non mancava lo ioduro _giallo_. Le preparazioni metalliche furono tentate tutte, e invano; il platino o l'argento, e soprammodo l'oro in pillole, ovvero mercè frizioni sopra la lingua; i medici, disperati, si erano spinti fino ad amministrarle bevande di sublimato corrosivo, rimedio giudicato _eroico_ per modo, che a ragione può dirsi l'_Achille_ della morte. Anche il dottor _Tenca_ con la caterva dei suoi medicinali ci rimase sbancato. Allora non parve al prete tempo di starsi con le mani a cintola: quindi, avvertiti i servi che andava a confessare per l'ultima volta la signora, epperò non entrasse persona, nè anco il marito, aperse con fracasso l'uscio, si pose di faccia alla morente con sembianza minacciosa; dopo parecchi istanti con tali parole l'assale:

— Donna, la morte ti batte alla porta di casa; peccatrice, io non voglio avere su l'anima la perdizione della tua anima. Io ti leggo nel cuore; tu non hai confessato tutti i tuoi peccati; fin qui le tue confessioni furono tanti sacrilegi. Tu hai dubitato della misericordia di Dio, e Dio vendicandosi ti nega la sua misericordia; perchè io vo' che tu sappia, maggiore ingiuria non potersi fare a Dio, che mettere in dubbio la sua bontà. Tu certo non leggesti nei libri di santa madre Chiesa, bensì unicamente libri profani, e pure, se tu avessi voluto, avresti eziandio da questi raccolto insegnamenti salutari per l'anima tua, come appunto Sansone levò il miele dalla gola della bestia feroce: _e forti dulcedo_; l'esempio dell'ira del Signore che leggesti nella _Ildegonda_ di Tommaso Grossi è vero, vero come il Vangelo, vera la mano lunga lunga, nera nera, che calava giù dal cielo del letto, e buttati via dal guanciale il crocifisso, dai piedi la stola, e abbrancato l'infermo alla strozza, lo strangolava; veri i demoni saltati sul letto a graffiargli il crisma dalla fronte; vero il doloroso trasporto dell'anima alle fiamme dell'inferno su le spalle ai demoni; preci non valsero, non assoluzione di sacerdoti, Renzo Brancaleone di San Vittore andò dannato nel fuoco penace, dove sono rabbia, disperazione e stridore di denti, per avere taciuto in confessione un solo peccato. Dunque confessa il tuo, approfittati di questo istante che ti concede Dio nella sua infinita bontà; non ci è tempo da perdere, scegli tra Dio e il diavolo, tra l'inferno e il paradiso.

La donna infelicissima, presa così a soqquadro mentre il suo spirito errava sul confine ultimo della vita e sentiva ventarsi in faccia il soffio ghiacciato della morte, fu invasa da ineffabile terrore; tutte le piaghe del corpo le si riapersero e pianse lacrime di sangue — proprio di sangue spremuto dalle ulcere che aveva intorno agli occhi; tremola più che foglia di autunno in procinto di staccarsi dall'albero, con voce rantolosa svelò al confessore l'atroce insidia tesa ai danni dell'infelice Omobono; e giunte le mani, con gli occhi levati al cielo, stette come persona che attenda il colpo di grazia; ma con sua maraviglia somma, non meno che con sollievo, la voce del prete, lasciato di un tratto il suono del serpentone, assunse quello soavissimo del plauso, e le diceva: Dio stendere così larghe le braccia da ricoverare bene altre colpe che non erano le sue, a patto però ch'ella con attrizione e contrizione dei peccati commessi si pentisse e con fermo proposito deliberasse di non commetterne più (e qui il prete si prendeva evidentemente gioco della moribonda). Tuttavolta, il sacerdote proseguiva, il pentimento solo non bastava alla espiazione delle colpe; occorreva lo accompagnassero i suffragi, i quali non solo avrebbe dovuto ordinare per l'anima sua, ma troppo più per quella del tradito defunto; la quale uscita, sua mercè, da questo mondo senza sacramenti per colpa sua, andò perduta... forse; chè un solo sospiro di contrizione basta a placare l'ira di Dio; e vuolsi credere che questo sospiro gli sia uscito dal cuore; ma quanti secoli di purgatorio prima di purificarsi! Nè manco lo scritturale del debito pubblico saprebbe scrivere tanti numeri. Dunque presto si ponesse mano a fare un bel testamento di ogni sua sostanza in pro della pia casa di ***, con l'obbligo della celebrazione quotidiana di messe, e uffici altri divini in capo ad ogni mese e ad ogni anno. La donna rispose: magari! ma temere assai poterlo fare con efficacia a causa del contratto di donazione scambievole celebrato col suo marito Egeo.

A questa inopinata notizia il nostro prete fece greppo come fanciullo a cui il gatto abbia sgraffiato una mano, pure, avvezzo ai colpi di vento, non si diede per vinto e chiese del contratto, e Amina, che lo teneva sotto il guanciale, potè porgerglielo senza indugio; il prete, presolo, volto alla inferma soggiungeva: — si desse coraggio; non disperato il suo stato affatto, e ci volesse per sanarla anco il miracolo, pensasse che come non sarebbe il primo, così non si avrebbe a giudicare l'ultimo operato per intercessione della beata Vergine e dei suoi santi avvocati in paradiso. _Amen_. Verso sera tornerebbe a visitarla, intanto trattenesse il pensiero in pie meditazioni.

Impaziente poi di uscire per la ragione che sto per esporre, e non rimanere soffocato dal fetore iniquo, irruppe con passi frettolosi fino alla porta, ma qui risensando tornò a comporsi, piegò il collo, atteggiò il volto a compunzione e aperse l'uscio. I servi, quale turandosi il naso e quale tenendoci sotto ampolline e fazzoletti intrisi in acque odorose, gli mossero incontro per domandargli: Come va? Come sta?

Ed egli:

— Ahimè! _Laborat in extremis, orate pro ea, orate fratres_; stasera verrò ad amministrarle la estrema unzione, perchè quanto alla eucaristia non ci è da pensarci nemmeno.

E se ne andò: se ne andò per recarsi a saetta volante dall'avvocato meglio tenuto in pregio della compagnia di Gesù; il nostro lettore già deve essersi accorto come il curato, quantunque non fosse ascritto _de jure_ alla prelodata compagnia, pure le fosse addetto: e il mondo va pieno più che non si crede, anzi dirò di avanzo, più che non si ha la codardia di confessare, di satellizio siffatto; di satelliti di gesuiti vanno ingombri il parlamento, i consigli provinciali e municipali; nelle scuole non mancano e nella curia; e, duro a significarsi, non mancano in casa, e tu, che leggi, forse ti trovi del gesuita in corpo più che non pensi, imperciocchè tu mangi del gesuita impastato nel pane, lo bevi confuso nel vino, lo respiri nell'aria: per me propongo addirittura eleggere re d'Italia il padre Becker gesuita, dopo Vittorio Emanuele s'intende, e semprechè il principe Umberto se ne contenti, dacchè non vorrei mi apponessero l'accusa di sovvertire l'ordinamento presente delle cose e la monarchia della Casa di Savoia.

Questo reverendissimo avvocato meriterebbe essere descritto per la sua persona, costumi e modi suoi, con il suo studio altresì ed i suoi commessi; ora mi menerebbe troppo in lungo; lo farò un'altra volta. Il confessore pertanto, succinto e preciso, gli espose il suo bisogno: considerasse se per via di testamento potesse buttarsi all'aria il contratto di donazione che gli porgeva; se sì, ammannisse tutto, testamento, notaio e testimoni; tornerebbe poco prima delle ventiquattro, e partì. L'avvocato senza indugio si mette all'opera, legge, rilegge, torna a leggere; spezza frasi e periodi, li riconnette, li confronta nell'insieme, li esamina separatamente, leggi consulta e commentatori; entra e giravolta nel laberinto — non mica quello di Creta, bensì l'altro della giurisprudenza, in mezzo al quale s'incontra, non il minotauro, che per quello si sente dire fu mezzo uomo e mezzo bestia, bensì una bestia intera. Tanto cotesto contratto, tutto bene considerato, gli parve avere ad essere messo in terzo co' nodi di Salomone e gordiano.

Puntuale come... il vizio delle similitudini, ch'è un vizio come gli altri e peggiorando invecchia, il vizio, dico, delle similitudini quasi mi aveva spinto su l'orlo di paragonare la puntualità del prete con quella degli orologi pubblici, che tutti i giorni gli orologiari rimettono e tutti i giorni vanno peggio; puntuale dunque, il prete comparve nello studio del giureconsulto, il quale con faccia da _de profundis clamavi_, tostochè lo vide, gli disse:

— Ah! padre mio, cattive nuove; io ci ho provato tutti i grimaldelli della legge sofisticata e della giurisprudenza cavillata, ma e' non ci è verso per aprirlo: il contratto sta, e mettersi a cimento di farlo annullare dai tribunali tornerebbe lo stesso che dare del capo nel muro, e _lor_ signori devono astenersi da sputare contro vento, perchè, massime ai tempi che corrono, vi ritornerebbe in faccia.

Il nostro prete, all'udire questa sentenza, lanciò un'occhiata al cielo, che parve un tiro di schioppo ad ago; tuttavia, ricompostosi, indi a un attimo disse:

— Gua'! bisogna rassegnarsi ai divini voleri, — e se ne andò via senza pur torre comiato dall'onesto curiale. Passò di rincorsa dalla sagrestia, dove presa la teca dell'olio santo proseguì fino alla casa di Amina. Le parole di lui, messo appena il piede sul limitare dell'anticamera, furono queste:

— È anche viva?

— Viva, rispose un medico, che giusto in quel punto usciva da visitare la inferma, anzi in apparenza più sollevata che non fosse mai da parecchi giorni in qua.

— O come può darsi questo?

E l'altro: — Già, tutti gli infermi all'appressarsi della morte pare che si riabbiano; ma non è perciò che sembra ricreata la signora: ella le stazioni del suo calvario ha compito tutte: già accadde la tumefazione delle ossa; la cangrena di queste, ovvero la necrosi è incominciata; le guancie le pendono giù flosce; i muscoli furono presi da paralisi; respira appena; la sua laringe ha perduto le parti solide che ne formano, per così dire, lo scheletro; i brani necrosati di tratto in tratto gitta fuori tossendo; ora riesce facile a intendere, che cessando in lei la potenza di espellere taluno di cotesti brani di carne fradicia, o il catarro sifilitico, che le si condensa nella gola, ella può da un punto all'altro rimanere soffocata; sicchè la causa più prossima di morte per lei non sarà la sifilide, bensì l'asfissia: ciò può accadere adesso, o fra un minuto, o fra ore: ma fino a domani non potrebbe andare. Già Venere, secondo il costume vecchio, non ismesso mai, ha incoronato la sua vittima; voi potrete osservare la fronte della misera donna cinta da una tempia all'altra di ulcere dolorosissime.

Così è, le care rose, onde l'Amore inghirlanda i suoi devoti, dove vengano tocche da taluna delle inique Veneri, o _pornea_, o _schenide_, o _pandemia_, o _etaira_, perdono le foglie, e diventano spine in paragone delle quali paiono soavi gli artigli delle Furie.

Il prete, dopo avere avvertiti i circostanti che lo lasciassero solo con la moribonda, imperciocchè intendeva riconciliarla con Dio, li chiamerebbe per amministrarle la estrema unzione, entrò in camera, e a colpo d'occhio conobbe come nello indugio stesse il pericolo, onde reso a costei il contratto di donazione, favellò:

— Pur troppo, di qui non si può cavare seme da seminare grano di suffragio; ma a voi non possono mancare mezzi da sopperirci, comecchè in minima parte; dove tenete i vostri ornamenti? Ori, gemme e simili? Vi fia meritorio convertire tutti questi arnesi di peccato, suggeriti dal demonio per la perdizione delle anime, in opere intese alla salute dell'anima. Poca cosa sono, ma Dio che misura il valore dell'offerta non dal pregio di quella, bensì dalla intenzione dell'offerente, ve la segnerà a credito nel giornale dov'è scritto il bene e il male: volete darmi a questo scopo libera e spontanea i vostri ornamenti preziosi?

La donna si provò a parlare, ma facendole fallo la voce accennò col capo affermativamente; allora il prete cacciò le mani rapaci per cantere e cassette, tutto arraffando, e tutto nelle bolge della sua tonaca affondando; non gli parve caso di perdere tempo a esaminare quale fosse buono e quale falso, li scevrerebbe a comodo; — come rispose la buon'anima dell'abate Arnoldo circa all'ammazzare in fascio cattolici ed eretici a Bezières: «ammazziamoli tutti, poi il Padre Eterno a tempo avanzato cernirà i buoni dai cattivi.»

Intascati i gioielli, il prete soggiunse: Qualche biglietto di banca voi ve l'avreste pure a trovare?

Ed ella assentì con un lieve cenno del capo; altro non potè significare; allora egli fruga e rifruga, rovista, rifrusta, metti sottosopra ogni cosa, e trova tra biglietti grandi e piccoli otto bellissime mila lire, che ripose dentro un abitino della Madonna del Rosario fatto a modo di tasca, che portava appeso al collo.

Ciò fatto, da capo il prete, improntissimo come un prete, aggiunge: Se avete altri oggetti di oro o di argento non vi lasciate scappare la bella occasione di fare un magnifico affare, voi li mettereste a cambio in paradiso alla ragione del mille per uno.

Ma essendo venuta meno nella donna la balìa di assentire, ella tacque; ond'egli conchiuse: chi tace acconsente, e continuò ad arraffare: da prima prese una stoppiniera di argento, poi un cucchiaio e un campanello, il quale per sospetto che squillasse agguantò pel battaglio, e insinuò nelle tasche dei calzoni; avendo visto poi a capo del letto un angiolino con la piletta nella mano sinistra e l'aspersorio nella dritta, tutto bene inteso di argento, così gli rivolse la parola: Creatura celeste, tu hai finito il tuo compito, e qui adesso tu stai come lo imbuto dopo la vendemmia. Levando le ciglia in su ecco occorrergli una lampada di argento appesa davanti alla immagine della Madonna, ed un crocifisso della medesima materia inchiodato sopra una croce di ebano... vero patibolo di lusso, e mormorò: dove trovi la ragione medesima di giudicare, tu pronunzia la medesima sentenza; e così brontolando tira innanzi una seggiola, ci monta sopra, stacca la lampada, ne cava il lampioncino di vetro, dove ardeva galleggiante su l'olio il lucignolo, dipana le catenelle intorno al guscio della lampada, e giù tutto in tasca. Anche questa è fatta; ora tocca a te, Cristo. Tu sai, mio divino Redentore, se io voglia o possa dividermi da te. Tu hai salvato me dalla servitù del demonio, ed ora intendo renderti la pariglia salvando te dall'obbrobrio di questa casa; e strettolo nelle gambe lo cacciò nelle tasche del suo tonacone a capo in giù come ci danno ad intendere che fosse crocifisso san Pietro a Roma, dove egli non capitò mai. All'ultimo, passato e ripassato lo sguardo da per tutto, a mo' che il barbiere costuma il rasoio sopra le gote dell'avventore per farci la barba e il contropelo, conobbe essere tempo di levare le tende: per la qual cosa attorse un bioccolo di cotone intorno a un ferro da calza, e lo tuffò per fare più presto nell'olio da lumi del lampioncino; chiamate poi le beghine e le serve in camera prese a menare il ferro col bioccolo unto per la fronte della moribonda a mo' d'imbiancatore che scialbi una parete: dalla fronte in fuori altro non unse, essendone dispensati i preti dai sacri canoni in caso di contagio. Profferite ch'ebbe così alla lesta le parole sacramentali della estrema unzione, aggiunse con voce di usciere che intimi lo sfratto:

— _Proficiscere anima christiana._

E siccome l'anima cristiana pareva che non avesse furia ad andarsene, egli disse fra sè: poichè non se ne vuole andare ella, facciamo una cosa, me ne andrò io; e se ne andò.

Rimasero le pinzochere a frigolare salmi; ma indi a poco l'insopportabile fetore le cacciò via. Finchè non furono uscite di casa tacquero, ma appena messo il piè su le scale, apriti cielo! Un pissi pissi vorticoso di discorsi di tutti i colori, un fuoco artifiziato di maldicenza da far paura; senonchè tutti i vari discorsi si confusero di corto in uno solo, in quello del giuoco del lotto. In _primis_ fu proposto giocare una quaderna, e votarono pel sì alla unanimità; e non fu difficile, perchè, quantunque devote, avessero talora saltato la messa, non mai il giuoco del lotto; nell'accordarsi su i numeri s'incontrò l'osso; udito _hinc et inde_ il flagello delle opinioni diverse, parvero prevalere queste. Ecco, notava una bigotta, bisognerebbe cavare la giocata degli anni della sua vita bene spesi al servizio di Dio; ella ne contava ventisette, dunque dividiamo prima, due e sette; ora moltiplichiamo, due via sette quattordici; dunque propongo due, sette, quattordici. — O che sia benedetta, si cucia la bocca, saltò su a dire un'altra, ma le sballa proprio da pigliarle con le molle; io... io ho trovato il bandolo; dov'è il libro dei sogni... che numero fa la stola? Quanto fa crocifisso? — Gesù mio, che mi tocca a udire! miagola la terza beghina, o che il crocifisso è un sogno? I numeri non si hanno da rilevare dai sogni, bensì da casi che sono cascati veramente sotto occhi aperti. A monte il libro dei sogni, miriamo un po' in altri libri quanto fa Venere, Amore e... — _Lei svagella_, signora Girolama, sarebbero quattrini buttati nel Naviglio; o che non sa che la Fortuna si è fatta cristiana? Ella si recherebbe a scrupolo di bazzicare con quei figuri degli Dei dell'antichità, che in fine dei conti erano tanti demoni. — Che la Fortuna sia stata battezzata in duomo, io non l'ho sentito mai dire; ci crederò se mi porta le fedi. Intanto veda qua, dei giorni della settimana cinque sono consacrati da lei ai demoni: lunedì a Diana, martedì a Marte, mercoledì a Mercurio, giovedì a Giove, venerdì a Venere, che non sempre per lei fu il diavolo; il sabato al Dio degli ebrei; la domenica sola al nostro Signore. O sa che cosa ho da dirle, signora Paola? — Che cosa, signora Girolama? — Che i suoi discorsi mi puzzano di zolfo. — E i suoi di scemo.

Si separarono: ognuna giocò da sè; persero tutte; una ne rovesciò la colpa su l'altra: unione acre nelle vecchie la devozione; si potrebbe definire la pellagra dell'anima.

Il curato, affrettando il passo, è giunto senza intoppo fino alla sala d'ingresso, ma qui fu che mi cascò l'asino; egli vide schierarglisi contra _in acie ordinata_ Egeo, il questore suo amico e due guardie di pubblica sicurezza. Il questore, senza tanti amminnicoli, secondo la usanza dei tre quarti e sette ottavi dei questori, messa la mano sul braccio al prete (già si sa che nei questori, come in ogni altro membro della polizia, tra mano e lingua corre parentela strettissima, sicchè alla lingua non riesce parlare se la mano non agguanta: nelle costoro orazioni la perorazione tiene il posto dell'esordio) gli disse:

— O reverendo, o che va nel deserto a sagrificare al Dio di Abramo?

— Mio buon signore, che dice mai?

— Dico che il troppo leggere il Testamento vecchio gli ha fatto venire il capo grosso. Adesso a lei pare d'essere diventato un ebreo.

— Io!

— E di più crede questa casa terra di Egitto, Faraone il signor Egeo; di fatti, ella, come gl'isdraeliti, si parte di qua col buono e col meglio della casa... oh! non vede che di petto a lei uno idropico non c'è per nulla? La si compiaccia passare in quest'altra stanza.

— Ma con chi ho l'onore di parlare?

— Col questore di polizia.

— Scusi, io non ho niente a fare con lei.