Il secolo che muore, vol. III

Part 23

Chapter 233,837 wordsPublic domain

— E che sono eglino cotesti soldi? Non mi bastano pel tabacco — pure si mise a contarli — trenta... trentuno, trentadue, trentatrè... quanti gli anni di Cristo; — dopo averli intascati soggiunse: — Vo' vedere se ne hai altri, e fattesi dare le chiavi, frugò armadi e cassettoni, ma non rinvenne altro: allora, infellonito di trovarli vuoti, si volse alla figliuola e le domandò:

— E della bella roba che avevi, che ne hai tu fatto?

— Padre mio... la miseria...

— La miseria! Vallo a contare ai morti... come puoi sostenere la miseria, se ti trovi capace di aprire in tua casa un ricovero di mendicità?

Isabella per sè avrebbe sopportato ogni cosa, ma udendo umiliare così la povera cechina, cominciò a venirle meno la pazienza; ventura fu che di un tratto frullasse per la testa a quel tristo di andarsene, e:

— Orsù, disse, io non vo' entrare nei fatti vostri; domani tornerò a mezzogiorno in punto... e bada a farmi trovare i _miei_ trentatrè soldi... per ora, s'intende... perchè tu devi bene ficcarti nella mente che trentatrè soldi ad un uomo par mio non possono bastare.

Dio solo, che li vide, conobbe i dolori della desolata per sopperire alle improntitudini di cotesto uomo: anch'ella provò le sue ore di passione, che fanno sudare acqua e sangue: non bastando l'arrovellato lavoro notturno e diurno a racimolare i trentatrè soldi ad Omobono e a provvedere il cibo a due persone, sè condannava al digiuno: e siccome la povera cieca non avrebbe sofferto nutrirsi mentr'ella si struggeva d'inedia, il suo cuore di donna e di madre le suggerì, un pietoso inganno, il quale fu questo: mentr'ella sedevasi a mensa con la cechina, batteva del cucchiaio in fondo alla scodella, e recatoselo alla bocca, con le labbra mandava il suono di chi sorbisce materia liquida; e così dando ad intendere che mangiava, incoraggiava Eufrosina a saziarsi senza sospetto.

Ormai ho risoluto di non incomodare più gli angioli con le mie similitudini, però che mi accorgo che anch'essi stanno in bilico di dare la capata nella bottega del rigattiere, ma io credo (e quest'altra è roba che nella bottega del rigattiere non capiterà mai) che solo Gesù, in un trasporto divino, avrebbe saputo trovare così gentile atto di amore.

È facile immaginare come non corressero troppi giorni che la fatica incomportabile e lo scarso nutrimento condussero Isabella a tale, che appena poteva reggersi in piedi; sovente non vedeva gli oggetti interi, all'opposto, la più parte annegati nel fuoco; le frizzavano i nepitelli di cocente ardore; non più bianca la congiuntiva degli occhi, bensì chiazzata di sangue, e tuttavia si fece coraggio per istrascinarsi fino al mercato a procacciare quel po' di vivere per la giornata: comprò non so che erbaggi ed una libbra di riso, non badando, come quella che era sbalordita, ai soldi che aveva in tasca: comprò anche un pane, ma quando fu sul pagarlo si accorse avanzarle due soldi soli: avvampò di vergogna, e rimettendo il pane sul banco, parlò tutta tremante:

— Scusate, mi sono dimenticata di portar meco i quattrini per pagarlo.

Senonchè la fornaia, sbirciandola in volto, si accorse che s'ella stava male in tasca, doveva trovarsi peggio in casa; onde le fece ressa a pigliarlo, lo pagherebbe a comodo; e la Isabella, dopo alquanto schermirsi, pensando che in casa non ci era pane, lo pigliò e le disse grazie, nella pienezza del cuore.

Anche questa sarebbe stata un'azione degna che Dio ne pigliasse ricordo nel suo taccuino, per ricompensarla nel giorno del giudizio, ma poichè la moderna filosofia ci ha portato via il giorno del giudizio e Dio, la fornaia si chiami saldata dalla contentezza che provò, non mi attento affermare maggiore, ma quasi uguale a quella di vederselo pagare.

La Isabella, salite le scale con lena affannosa, depose la spesa sul tavolino di cucina; guardò nell'armadio, e recatasi la boccetta dell'olio in mano, si fece a sperarla di contro all'aria; visto che conteneva tanto rimasuglio di olio da condire il riso alla Frosina, parve respirare, ed esclamò:

— Anche per oggi non istenterà, la meschina.

Allora, tolto il coltello, si pose a trinciare l'erbe; quando l'aspettava meno, ecco comparirle davanti il padre Omobono, che sempre beffardo le domandò:

— Ebbene, i miei trentatrè soldi li hai tu ammanniti?

— Oh! padre mio, mirate un po' che cosa mi sia riuscito raccattare per vivere la giornata... ed anche il pane l'ho avuto a credenza; e come sfinita si lasciò cascare su di una seggiola.

Il volto, l'atto e la voce di lei facevano testimonianza com'ella pur troppo avesse parlato il vero; per la qual cosa non parve aria ad Omobono insistere sopra il denaro, ma posta mano sul pane, sul riso e su gli erbaggi, il pane si cacciò sotto il braccio e il rimanente in tasca, poi volse imperturbato le spalle per andarsene.

— E noi con che camperemo? gli guaiva dietro Isabella; ed egli, di su il limitare di casa, di rimando:

— Un giorno di digiuno fa bene all'anima ed al corpo; quella preserva dal peccato, questo dalla indigestione — e scomparve.

Isabella, che fino a quel punto non aveva avuto balìa di levarsi da sedere, ecco sentire una fiumana di sangue avventarlesi alla faccia; i nervi irritati impartirle inusitato vigore, e assorta in piedi lo rincorse e lo raggiunse a mezzo la prima scala: qui gli pose la mano al petto e gli disse:

— Rendimi il cibo di quella povera creatura.

Omobono, visto il balenare degli occhi della donna, la rigidità delle membra e il coltello che per caso l'era rimasto nelle mani, ebbe paura; feroce ad un punto e codardo come sempre accade tra i vili; quindi si affrettava a renderle tutto piagnucolando:

— Ed io con che mangio?

Isabella brandì il coltello, ed egli atterrito saltò giù sul pianerottolo, non tanto presto che Isabella gli potè levare il pane di sotto al braccio, e tagliatolo gliene porse mezzo dicendogli:

— Con questo voi non potete morire. Al tempo stesso, avendo ricuperata la minestra e gli erbaggi, aggiungeva: e se volete la minestra, aspettate che sia cotta.

— All'inferno te e la tua minestra; all'acquavite come ci rimedio? E così favellava, perchè costui aveva fatto assegnamento su mezzo pane e sul riso per rinvestirli in tanta acquavite.

Prego il lettore a riscontrare la osservazione che sovente ho fatto per mio uso, cioè che l'acquavite pei ribaldi tiene il luogo d'Ippocrene pei poeti: dalla prima i tristi cavano gli estri del delitto, imperciocchè anche ai perduti quel rompere la legge metta un zinzino di scrupolo, ed un zinzino più quelle di natura; dopo avere eccitato gli estri del delitto, fa da calmante al rimorso, il quale taluno morde come la vipera e tal altro come la zanzara, ma tutti morde.

Il dì veniente, inevitabile come il destino, si presentava Omobono, e lo avvertivano invano la sua figliuola giacersi inferma; che premeva a lui se la passione e lo stento l'avevano obbligata a starsene a letto. Volle passare ad ogni modo, e di su l'uscio della camera prese ad interrogare:

— E i quattrini?

— Non ce ne sono, rispose la inferma.

— E da mangiare?

— Neppure.

— Questo vedremo, e andò a sincerarsi rovistando ogni cosa in cucina ed i più riposti nascondigli di casa; allora tornò in camera alla figliuola, dove gli occorse a capo del letto la immagine della Madonna; era una copia di quella del Sassoferrato, che ha il mesero tirato giù su gli occhi e le mani bellissime in atto di preghiera, così leggiadramente soave a vedersi, che devoti e non devoti volentieri le fanno di berretta col saluto: Dio ti salvi Maria piena di grazie;[61] guardatala alquanto, Omobono favellò:

[61] Questa Madonna incisa da molti si conosce in commercio: _venite ad me omnes_, venite tutti da me. Davvero può risparmiarsi gl'inviti.

— Oh! che gingilla costei che non ti aiuta? E poichè ella o non può, o non vuole aiutare te, la sforzerò ben io ad aiutare me.

E staccatala dal muro la portò via, strillanti invano e reluttanti le donne. Omobono, nascostasi la tela sotto il palandrano, a scanso di scandali se ne andò difilato a venderla a Neftali rigattiere, il quale dopo un gran battagliare di parole gliela pagò due franchi; costava cinque volte più la cornice, e pure Neftali, comprata appena, se ne pentì; temè qualche mal tiro di Omobono; stava proprio su i pruni, onde prima di mezzogiorno si disfece di cotesta mercanzia pericolosa. L'acquistò per dodici (e l'ebreo, come di rubrica, giurò per vita sua che gliela dava a scapito) una _generosa_ devota; cosa ordinaria a incontrarsi, imperciocchè queste due qualità accordino insieme come il suono e la voce. La _generosa_, tornata a casa, levò da capo del letto una vecchia immagine della beata Vergine, e ci sostituì la nuova; poi le accese il lume, — e questo parve ordinato, perchè la ci avesse a vedere; poco dopo ci tirò sopra una tendina, — e questo evidentemente perchè non ci avesse a vedere; contradizioni umane, che si svelano da per tutto, anche al capezzale del letto delle _generose_.

Volle ventura che la portinaia, non vedendo scendere per tutto il giorno la signora Isabella, dubitasse che si sentisse male, e si appose; salì, ed entrata in casa si accorse a un tratto della desolazione delle donne, onde si profferse amorosa di sovvenirle giusta la sua possibilità. Isabella, non respingendo il soccorso che Dio le mandava, levò di sotto al guanciale dov'ella posava il capo una bellissima trina, e la porse alla portinaia, pregandola gliela portasse a vendere a qualche signora; da ebrei rigattieri, per amore di Dio, no; del prezzo ricavato in prima pagasse il fornaio, che le aveva fatto credenza del pane; del rimanente — e questo le susurrò negli orecchi — provvedesse brodo e alimenti leggeri per ricreare la povera Eufrosina; quanto a sè non importava, ormai sentiva avere messo il piede sul cammino della morte, e niente allettarla a tornare indietro. — La portinaia non le rispose niente; solo col dito le accennò la giovane cieca; — come per dirle: fatevi coraggio per lei. La buona donna ebbe avvertenza a tutto. La Isabella, tostochè la vide uscita, si recò il vivagno del lenzuolo in bocca per reprimere i singhiozzi, e le lacrime le inondarono la faccia; — perchè ella pianse? Ah! le venne in mente che coteste trine orlarono l'accappatoio che coprì i suoi figli quando li inviava al battesimo. Tanto ormai del suo sangue non vestiranno più alcuno!

A notte affannosa succede giorno pieno di ansietà, imperciocchè le donne aspettassero da un punto all'altro la visita di Omobono col cuore del condannato che messo in cappella attende il carnefice che venga per lui; con maraviglia pari alla contentezza egli non comparve; ed ecco come andò la cosa. Che Omobono fosse quasi una spugna tenuta per tutta la sua vita in molle nella malignità lo sappiamo; ora, a cagione delle avversità e dell'acquavite, la sua malignità, per così dire, si era immalignita: si era fatto un orologio di cui i minuti, le mezze ore e le ore segnavano i dolori arrecati altrui; se gli bastava il coraggio, sarebbero stati delitti; si contentava seminare ceci per le scale, perchè taluno le ruzzolasse, o vetri per le strade, onde chi va scalzo si tagliasse; si dilettava introdurre sassolini nelle serrature, onde l'operaio la mattina perdesse tempo ad aprire la bottega, e spazientito bestemmiasse il santo nome di Dio. Soleva dire, che se le bestemmie fossero stati fiori, ne avrebbe colto tutti i giorni un mazzo per offerirlo a San Gaetano _padre della divina provvidenza_!

Ma a costui erano soprammodo odiosi i fanciulli; lo agitarsi di questo sciame strepitoso e irrequieto pei vari giochi della infanzia lo faceva arricciare peggio di un istrice che veda il cane; così non ci era dispetto che loro non facesse; se li sorprendeva a sollazzarsi alla _buchetta_, egli con le proprie mani la riempiva di terra; se alla _settimana_, ed egli ecco cancellarne i segni dei vari compartimenti co' piedi; era il flagello dei _maschi_ e delle _piastrelle_, perchè quante gliene capitavano nelle mani tante scaraventava lontano; nella _spagnoletta_ il meno che si potevano aspettare era vedersi con un calcio sparpagliati i soldi fitti per taglio in terra; onde i ragazzi, appena lo vedevano dalla lontana scantonare, gli urlavano dietro:

— O maligno! O vecchio maligno!

Egli allora, tutto indracato, volgendosi li minacciava col pugno, ed essi, quantunque per la tardità delle membra costui non li potesse rincorrere, pure spuleggiavano; ma indi a breve raggruppavansi più infesti di prima, e agli schiamazzi aggiungevano i fischi. Ora accadde che Omobono, per essersi la sera innanzi ubriacato di acquavite, si levasse tardi, e più scorrubbioso del solito; gli pareva gli tenessero un bottone di ferro infuocato su lo stomaco; aveva la bocca, per così dire, motosa: camminava per le vie svagolato e brontolando vanità maligne; fortuna volle che gli venisse fatto di passare per certa via, dove parecchi giovanetti giocavano alla palla, e come avviene rimase _bollato_; costui schizzò veleno, ghermì la palla, trasse fuori un coltellino, e sbuzzatala ne disperse il ripieno. Se i fanciulli si arrapinassero a vedersi sagrificare sotto gli occhi a quel modo l'amata palla, immaginatelo voi: per me giurerei che tanto non patì Agamennone per la figlia Ifigenia, lui presente svenata su l'ara di Diana.

Gli urli di vecchio maligno e i fischi andarono alle stelle, e bisogna confessarlo, volò anche qualche sassata; Omobono non si rimase con le mani a cintola, e raccolti anch'egli alquanti ghiaiottoli, rispose per le rime, donde ne nacque una sassaiola nelle regole, l'esito della quale però non poteva esser dubbio, perchè, oltre a trovarsi Omobono solo contro a tutti, i suoi colpi come quelli di Priamo contro lo scudo di Pirro erano _tela sine ictu_, mentre i sassi dei fanciulli fendevano l'aria sibilando come vipere in amore: dopo lungo battagliare, ecco un sasso coglie in pieno l'occhio sinistro di Omobono e glielo spacca orribilmente; costui per lo atroce spasimo stramazza e si avvoltola per terra; i ragazzi spulezzano; le guardie di sicurezza accorse raccattano Omobono semivivo, e lo trasportano semivivo all'ospedale; e questa fu la causa ond'egli in quel giorno non tribolò con la sua presenza la povera Isabella.

La infermità fu giudicata pericolosa, la cura lunga; ne uscì con un occhio di meno, e più che non era deforme a cagione di una margine cavernosa sempre sanguinolenta; siccome durante la malattia e nella convalescenza spesso diede prova di vaneggiare, fu deciso accomodarlo in certo ricovero di mendicità nella Liguria, dove io lo vidi.

Stava solo dentro una stanza che prendeva luce dall'alto, e tutti i compagni d'infortunio lo fuggivano peggio della moria; colà grugnando logorava i suoi dì a sfilacciare vecchi cavi. Chiamato a nome non rispose; mi posi fra la luce della finestra e lui per tentare se il buio subitaneo valesse a moverlo, e non tentennò. Interrogato il custode intorno ai costumi di lui e alla qualità del lavoro che faceva, mi rispose:

Cotesto suo capo è una pentola che spicca sempre il bollore della iniquità, con questa ragione, che le gallozzole di mano in mano spariscono in una galla sola, ch'è quella del furto. Quante volte ha occasione di andare nella sua stanza da letto, tante ci porta dentro un lucignolo piccolo o grande, e lo nasconde dentro le materasse, ovvero nel saccone; in capo alla settimana noi andiamo a cavarlo e lo riportiamo al magazzino; e' pare che non se ne avveda, però che il lunedì cominci da capo. La sfilacciatura ch'ei fa serve per calafatare i bastimenti; ad altro non è buono.

Allora il mentecatto, piegando il collo sopra la spalla sinistra e sbirciando traverso di sotto in su, proprio a mo' della iena, brontolò:

— Non tutta... non tutta; buona parte ne vende costui ai funaiuoli, perchè la mettano in mezzo ai cavi, che i funaioli furfanti quanto lui danno per nuovi.

Io proruppi in un solenne starnuto per fare le viste di non sentire; ma guardando di scancìo vidi la faccia del custode tinta in verderame.

*

Un tempo furono gli altari asilo contro la giustizia umana e la giustizia divina; oggi contro la umana non contano più, ma contro la divina si cercano sempre, e si cercheranno ancora per lungo secolo; imperciocchè si mantenga grande il numero di coloro a cui giova una religione che ti agguanta l'anima e te la foggia a _maestro_, dove da un lato ti si registrano a _debito_ le colpe e dall'altro a credito i _suffragi_, offrendoti comodità di metterti da parte un po' di viatico pel viaggio del paradiso, o alla più trista di saldare i tuoi conti; quindi non importa nè anche dire con quale e quanta furia Amina si attaccasse all'altare, e per converso con quanta furia i sacerdoti si attaccassero a lei; scarafaggi che sotto l'altare pongono il covo. La donna si peritava a mettere nel bucato della confessione tutti i panni sudici dell'anima sua, e per altra parte la serpentavano i preti non isperasse salute se non travasava la sua anima intera nell'anima del confessore; forse, se avesse potuto persuadersi, se avesse avuto pegno in mano che dopo la confessione fosse cessata la vista dei due occhi appannati dalle pupille contratte, ella avrebbe rotto il diaccio; ma no; qui incerto il guadagno, la perdita del mettere a parte una terza persona dell'orribile segreto sicura.

Però, compiacendo alla naturale sua disposizione ed ai conforti del confessore, desiderò in prima mettere a fil di squadra il suo stato dirimpetto ad Egeo. Il confessore sempre lì a limarla, che per celebrare il santissimo sacramento del matrimonio bastava, e ce n'era di avanzo, la sola cerimonia religiosa; ma ella non dandogli torto, pure lo supplicava a consentire che si facessero le cose in regola ai termini della legge; però i preti, addentata che abbiano per un orecchio l'anima del cristiano, non lasciano presa così facilmente, onde il confessore insisteva:

— Ma veda, la è chiara come il sole di luglio che regna in tutto Babele; legislatori e leggi, mentre rifuggono dal fine peggio che dal sangue di vipera, ecco qua spianano le strade e ci spingono la gente. O la mi faccia la finezza di dirmi che cosa predica aborrire questa società matta? Il materialismo; e sta bene, perchè questo è morte di ogni eccelsa aspirazione, e fa le anime immortali sorelle alle ranocchie nel pantano. Ora, mi dia retta, questi grulli, per conseguire il loro scopo, che mi fanno? Allontanano dai matrimoni, nei quali tanta parte ci entra di bestia, ogni concetto di sacramento, che solo vale a nobilitarli: ma le pare che bastino a consacrarlo la lettura di alcuni articoli del codice civile fatta da un coso che sbadiglia e fa sbadigliare, a patto però che sia fasciato della sciarpa dai tre colori? Dopo ciò, o che trova ella di strano che altri, alla derrata del diavolo aggiungendo la giunta infernale, insegni ai popoli il matrimonio consistere nel mescolarsi in amore alla spartita di due creature di sesso diverso? I galli, secondo i nuovi dottori, soli maestri da preporre allo insegnamento del matrimonio e dei suoi doveri. — A queste aggiungeva altre ragioni, ma l'Amina dura.

Proprio il giorno antecedente a quello del matrimonio davanti il sindaco, Amina tenne ad Egeo questo discorso:

— Caro Egeo, il Signore, che ha veduto in segreto la vostra carità verso me, povera, derelitta, ve ne vuole ricompensare in palese... e qui raccontava essere provvista con bene duecentocinquantamila lire di capitale; volere accomunarle con lui con questa ragione, che di ogni loro bene si facessero donazione irrevocabile _inter vivos_.

Ad Egeo parve sentirsi inondato da capo alle piante di contentezza; un vero bagno di giubilo; ma siccome nel fonte stesso del piacere sorge qualche cosa di amaro che ne intorbida le acque di un tratto, una nuvola gli passò davanti gli occhi. La nuvola sorgeva dal dubbio: — e se fossero falsi! — Ma a rimettergli il cuore in corpo sovveniva la donna dicendo: legittimi essere i biglietti, averli esaminati ella stessa più volte; li riscontrasse anch'egli; e avvertisse che da lei potevano adoperarsi in buona coscienza, perchè il defunto marito glieli aveva assegnati per dote.

Mentiva; ma da un punto all'altro di vermi non si diventa farfalle, e questo le diceva anche il confessore, che ogni dì le faceva una predica, e talora dopo il pasto un'altra.[62]

[62] Così Lucrezia Borgia, quando la paura dello inferno prevalse in lei. La marchesana di Gonzaga lasciò scritto in proposito: «tanto era sitibonda (di ascoltare le prediche) che non istando contenta di un solo predicatore, duoi predicatori udire voleva; uno la mattina, e l'altro il dopo pranzo, ma eziandio induceva quelli a recare in iscripto molte devote dottrine da quelle udite.» Sempre così; i frantumi di tutti i naufragi vanno a morire sopra la spiaggia.

A Egeo poco premeva, anzi punto, chiarire se Amina mentisse, moltissimo poi se fossero buoni i biglietti di banca; ella glie li portò; egli prese a esaminarli parte a parte, e poi nell'insieme; niente sfuggì alla sua molta pratica in materia: per ultimo con un sospiro, che tenero gli partiva dal cuore, esclamò:

— O benedetta tu sia fra tutte le donne, i biglietti non sono falsi; però, Amina, pensa che mettendo io in comunione solo cinquantamila lire, mentre tu ce ne poni duecentocinquanta, ciò darebbe luogo a Dio sa quanti sospetti, che ci potrebbero turbare la pace domestica... forse peggio... tu hai buon giudizio, e vorrei tu mi capissi: a scanso di fastidi, ecco, io figurerei costituirti la dote di centocinquantamila lire, che tu poi faresti soggette alla donazione, e siccome io godo sempre opinione di ricco, ciò non farebbe specie. Per tua sicurezza iscriveremo nei nomi tuo e mio nel gran libro le ventuna o ventiduemila lire di rendita, a patto che non si possa alienare senza il consenso di ambedue.

La donna assentiva; stipularonsi i contratti; il matrimonio civile si celebrò; e finalmente le due colombe furono congiunte davanti l'altare del Signore da un sacerdote quasi innocente quanto loro, il quale per di più li benedisse.

E codesta benedizione sembra che sopra la infermità latente dell'Amina esercitasse la virtù della rugiada sul cespite dell'erba inaridita; perchè appena ella tornò a casa le si manifestava nella gola un bruciore insopportabile; crescendo lo spasimo mandarono pel medico, il quale tostochè l'ebbe esaminata fece ritirare il marito col pretesto di visitarla nelle parti segrete del corpo, ma in realtà per dirle spiattellatamente:

— Signora Amina, mi duole averle a dire che vostra signoria è minacciata di lue sifilitica della peggiore qualità; prima di tutto si separi di letto dal suo signor marito, ed anche di camera; in quanto a me, mi studierò medicarla con i rimedi indicati dall'arte salutare, e spero riuscire a guarirla; solo la prego ad essere obbediente alle mie prescrizioni.

In questa guisa il giorno che vide stringere il nodo delle due belle anime fu testimone altresì della separazione dei corpi.

Terribile fu il processo della malattia, che per me giudico avvelenamento; e non mica portata fra noi da remote contrade per la trafila degli spagnuoli, o dei francesi, ma sì messa nel mondo con le sue benedette mani da Dio; sicchè fra le altre delizie il genere umano dovrebbe essergli obbligato anco di questa.[63]

[63] Il professore Ricord soleva aprire le sue lezioni con questo dettato: «Dieu créa le ciel, la terre, les animaux, l'homme et les maladies vénériennes».