Il secolo che muore, vol. III

Part 22

Chapter 223,846 wordsPublic domain

Egeo prese la lettera, assumendo il carico dello invio, e, domandata licenza di allontanarsi alquanto per curare il trasporto dei bauli, disse a Elvira non si movesse di casa, sarebbe in breve di ritorno, averle a dire cosa di suprema importanza per lei. Coteste parole buttate là valsero a mettere sottosopra lo spirito della mala femmina, per la vecchia ragione che chi porta la coda di paglia teme sempre che gli pigli fuoco: quando Egeo dopo un'ora tornò, sebbene in vista comparisse tranquilla, pure ella in cuore tremava; appena lo vide, ridendo di un suo riso alla trista, gli disse:

— Ebbene, qual tu ne vieni a me, colomba o corvo?

— Elvira, non corre tempo da scherzi; ti parlerò schietto e succinto; dimmi, ti si sarebbero a caso attaccati alle mani biglietti di banca di provenienza Onesti o Boncompagni?

— Che discorsi mi fai? urlò Elvira, e con vicenda assidua ora avvampava in faccia ed ora impallidiva come per morte. Ah! me lo porgeva il cuore che Amina ti avrebbe messo su... Calunnie... tutte infamie... lo giuro su l'onore mio... su l'anima..

— Elvira, per l'amor Dio, non mettiamo tanta roba a sovvallo; calmati. Amina, non mi ha parlato di niente; io lo arguiva dalle folli spese che fai.

— O che credi il mio tempio così venuto in ira agli Dei, che lo abbiano disertato tutti i devoti?

— Io invece penso che un devoto ti sia rimasto, non però di quelli che offrono, bensì degli altri che accattano.

— Sei un insolente, esci dal mio cospetto.

— Ti servo di cuore; ma ti avverto prima che i biglietti spesi da te sono falsi, che la giustizia sta dietro a cercarne la traccia, che è in pelle in pelle a perquisire te, me e chi sa quanti altri: se ne possiedi e non vuoi trovarti a guai, bruciali; altro non ho da dirti, e ti bacio le mani.

Ecco la occasione porgermi il ciuffo, perchè io, aperto lo armadio delle similitudini, ne sciorini almeno un paio, incominciando dal fulmine, dall'albero e dal pastore; ma non ne farò niente, stringendomi a dire che Elvira, appena Egeo fu uscito, corse affannata a tirare il cordone del campanello; se nonchè giunta a mezzo della stanza il Merlo mise fuori il capo dall'uscio aperto dicendo:

— Non ti scarmanare, eccomi qui.

E siccome ella pigliava a narrargli il successo per filo e per segno, egli la interruppe con queste parole:

— Tira via, che ho sentito tutto dal buco della chiave.

— E se hai sentito, adesso che pesci pigliamo?

— Ci devi pensar tu; tu li hai da friggere e tu infarinali.

— Rammentati che a tavola ti ci sei messo anche tu.

— Sicuro, eh! che dovrei servirti _gratis_ di coppa e di coltello?

— Ma non meniamo il cane per l'aia: se ci trovano con questi biglietti falsi temo che entreremo in un bertovello serio,

— Ora che ci penso, ma sai, padrona, che sei curiosa; finchè i biglietti riputavi buoni dicevi sempre io; adesso che li sai falsi parli in plurale.

— E chi ti dice che io li stimo falsi?

— E allora che smanie sono le tue? Tienteli e goditeli.

— Ma se fossero falsi?

— E allora bruciali.

— Si fa presto a bruciare, e poi come tiriamo innanzi?

— Se ti scomoda bruciarli, e tu non li bruciare.

— Vedi, Merlo, quest'altro mi dà noia... ne ho spesi tanti e a tanti gli ho dati, che a dire di no sarà lo stesso che negare il paiolo in capo.

— Senti, se la duri così ti avverrà come all'asino, che non sapendosi risolvere tra la biada e il fieno da che parte incominciare, morì di fame.

— Ecco, io avrei pensato a schermirmi così: li piglierei quanti sono, li porterei subito fuori di casa e porrei in deposito presso qualcuno de' tuoi amici.

— E se la giustizia glieli trova?

— Quando ho detto tuo amico, ho voluto indicare persona che un delitto più non sarà quello che la manderà in galera.

— Ci è del buon senso in questo tuo discorso, pure devi considerare ch'è sempre l'ultimo grano quello che dà la balta alla bilancia: epperò io opino che senza mancia nessuno vorrà incaricarsi del deposito: d'altronde ogni fatica merita premio.

— Quanto a questo non ci trovo a ridire: promettigli un terzo, la metà...

— Generosa come un ladro.

— Giusto, a proposito di ladri, ma pensiamo un po' al risico che il tuo amico ci porti via sacco e radicchio.

— I ladri non rubano ai ladri... che poi sia sempre così non vorrei scommettere; pure affermo che i ladri fra i ladri si trovano più rari che fra voi gentiluomini i galantuomini.

— E questa perla di ladro l'avresti sotto mano, Merlo?

— Non uno, ma tanti da fartene un vezzo.

— Ebbene, va' in camera; to' qui la chiave del _segretario_; prendi tutto il portafogli e diamo sesto a questa faccenda, che mi scotta le dita.

— Tu la vuoi far bollire e mal cocere, o non ti parrebbe meglio rimandarla a stasera?

— No... il cuore mi dice che abbiamo tardato anche troppo.

Il Merlo andava e tornava col medesimo portafogli arraffato da Elvira a Nervi sotto la finestra del morente Omobono; però smagrito come un infermo messo nell'ospedale a mezzo vitto senza vino. In questa la cameriera tutta sottosopra irrompe nella stanza annunziando:

— Signora... tre signori domandano di lei.

— Fateli entrare...

Erano belli ed entrati secondo la usanza vecchia degli sbirri classici, i quali comparivano in tavola senza prezzemolo. Il Merlo fu agguantato come il gatto col lardo nelle granfie. Allora accadde, come suole, di chiacchiere un diluvio, e, come suole, le ragioni dette agli sbirri furono un monte, e questi, secondo il consueto, non rifinivano di assicurare essere affaruccio da nulla, cose da accomodarsi in un _fiat_; e al Merlo arrangolava a ripetere:

— Ed io come ci entro? Se mi hanno trovato il portafogli in mano, egli è perchè la mia signora mi ha ordinato portarglielo dalla camera in salotto. O che non doveva obbedire io? Me ne rimetto a lor signori, specchi della vera disciplina... prima di mancare alla obbedienza lor signori, mi hanno detto, ammazzerebbero il padre.

— Ma sicuramente, rispondevano gli sbirri, è chiara a luce meridiana, con un bocconcino di schiarimento alla questura vedrà che lo rimettono in libertà sul tamburo.

— Lo crederei!

— Favorisca, signora, intanto diceva il più galante degli sbirri, offrendo il braccio alla Elvira ma questa, punta lì per lì nell'orgoglio, respingendolo fieramente, domandò:

— E dove, in grazia, pretendete menarmi?

Il poliziotto, a sua volta sgraffiato, avanzò subito le punte degli artigli e rispose con ipocrito sarcasmo:

— Scusi, madama, mi pareva averle detto alla questura, dove il signor questore l'aspetta per procurarsi il piacere di fare la sua conoscenza.

— Aspettate tanto che il cocchiere attacchi la carrozza.

— Oh! la non si stia a disturbare, ci ho provvisto io; la non dubiti che ogni cosa procederà con decoro.

Di fatti non una, bensì due carrozze trovarono ammannite a piè dell'uscio, e quando Elvira, adagiatasi in una, chiamava il Merlo perchè andasse a sederle allato, il poliziotto offeso nella sua dignità le avvertiva:

— Lei, signor maestro di casa, si compiaccia accomodarsi col suo portafogli in quest'altra carrozza che ci si troverà più alla larga.

La questura non toccarono nemmeno: diritti come fusi in prigione; l'una dall'altro divisi; entrambi in prigione. Il portafogli, dopo che ebbero riscontrato i biglietti, sigillarono e consegnarono al giudice istruttore, che stese la confessione libera del Merlo appartenere tutti cotesti oggetti alla marchesa sua signora padrona, e gliela fece sottoscrivere insieme a due testimoni superiori a qualunque eccezione, il confessore e il dottore delle carceri; questi medico del corpo, quegli medico dell'anima dei prigionieri.

Nell'ora stessa che perquisirono la casa di Elvira, altri _poliziotti_ compivano la medesima faccenda nelle case del defunto Onesti e di Omobono Boncompagni, ed in tutte qualche cosa pescavano; in casa dell'Onesti torchi, colori, carte ottimamente apparecchiate per falsare i biglietti, pietre litografiche, tavole di rame, bulini, pennelli: uno armamentario intero da fabbricante di cedole false; presso il Boncompagni, nelle stanze di casa nulla, e neppure nel banco: su in soffitta pezzi di ferro antichi e sconnessi, di uso non determinato; qualche punzone di carattere inglese, ed un marchio assai male condotto, rappresentante l'arme dell'Inghilterra. Qualche benigno questore (ed i questori sono benigni tutti, come possono attestare quanti li ebbero in pratica) avrebbe di punto in bianco sospettato che, dopo essersi ingegnati a falsare le cedole di Banca inglese, ne avessero deposto il pensiero.

Ora le ruote del processo, lungamente ferme, ripigliano a girare con celerità maravigliosa; anzi, si sarebbe detto che da qualche mano arcana venissero unte; e quanto più si accostavano al fine, più turbinavano veloci. Di un tratto, quando uomo se lo aspettava meno, ferme da capo di stianto. O come ciò?

Ecco: gli affini di Elvira, al solo udire rammentarla, strabiliavano, i congiunti si sentivano venire addosso i sudori freddi; per verità, e lo notammo, a lei non erano mancati gli esempi materni e nè i paterni avvertimenti, ma sempre invano; ella era proprio ramo tagliato da madre natura dall'albero del male; la perversità aveva rovesciato a panieri i più maligni dei suoi influssi sopra di lei; ribalda nacque, come velenosa la vipera. Se ammazzata alla chetichella, avvelenata, o meglio annegata col sasso al collo per non tornare più a galla, nessuno dei suoi si sarebbe fatto vivo, qualcuno, all'opposto, avrebbe portato il voto alla Madonna; ma ora non per lei, bensì per sè trepidavano; il nobilissimo loro casato adesso correva rischio, dopo passata la trafila di un processo infame, mettere capo alla galera, e questo li scottava. Se gli affini fossero stati sicuri che i tribunali avrebbero condannata la donna sotto il nome dei congiunti, non se ne sarieno dati per intesi, e così del pari i congiunti nel caso inverso; però grande turbava tutti il sospetto i loro nomi uniti avessero a figurare sopra i registri dello ergastolo, quindi strinsero lega per cavarne la Elvira ad ogni costo; così vediamo sovente nelle classi privilegiate, che ciò che per amore non si fa, per paura d'infamia si effettua.

Di un tratto però la Elvira provava il giudice istruttore, di can mastino, barbone: non più ringhiava, non più mostrava i denti: scodinzolava; in breve ei seppe cattivare l'animo suo: allora le partecipò come Amina, alle interrogazioni giudiciali, avesse risposto: dei biglietti di banca ella sapere nulla, nè mai averne avuti; forse, ma non lo poteva affermare, non era fuori del probabile che Omobono buon'anima, _oltre_ il portafoglio cascato nel lago di Como, ne avesse un altro; e per ciò verosimile che la signora Elvira, entrandole in camera mentr'ella versava in gravissimo pericolo di vita, avesse trovato il portafogli e tenutolo; e non senza perchè, avendo la buon'anima non una, ma più volte promesso solennemente di costituirle dote proporzionata al suo grado, che per opinione comune si aveva per isterminato. La signora marchesa Elvira per senso di dovere, come per attitudine fisica inettissima alla fabbricazione di biglietti falsi; tanto potere giurare e giurarlo. Ora il giudice istruttore persuadeva Elvira a pigliare la testimonianza ordinata a favorirla, tale e quale, e a servirsene di falsariga per adattarci sopra la sua confessione; pensasse che veniva ad escludere il dolo dal fatto dell'appropriazione del portafogli e dall'altro dello spandimento della moneta falsa; pel resto lasciasse almanaccare gli avvocati. Il tedio del carcere, le impedite sfrenatezze nelle quali la Elvira irrompeva alla stregua degli anni declinanti, ed anche perchè si vedeva venire meno ogni altro uncino dove potersi attaccare con qualche speranza di buon esito, la indussero ad accettare il partito e a metterlo in pratica.

Rispetto al vecchio Omobono, ci volle il diavolo per ridurlo a termine di ragione; fieramente di tutto si lamentava e di tutti; i suoi costituti erano querimonie e imprecazioni perpetue; avere accolto al suo seno di padre parenti, amici, di ogni maniera infelici, e tutti avergli deposti nel cuore nidi di aspidi; peggio di ogni altro il proprio sangue; il suo nipote avere falsato i biglietti, egli averne per milioni e milioni empito la sua cassa; nè potersene accorgere egli, perchè inesperto a conoscerli, come quello che non amministrando la cassa non li aveva in pratica: unico e di piena fiducia, capace a trovare il bandolo della matassa arruffata, il Nassoli, ma sparito ad un tratto, non avere lasciato traccia dietro di sè. Cotesta parve acqua grossa, ed era, ma passò per la doccia; tuttavia faceva mestieri rinvenire un capo espiatorio, e per ventura non mancava; quello del tradito giovane Onesti, il quale presentava due qualità uniche all'uopo, era assente e morto.

Nonostante ciò, fu reputato savio consiglio sostare, affinchè le ardenti passioni dei creditori sboglientissero, i quali co' pugni chiusi, i denti stretti, irti i capelli e stremenziti come il Flaxman disegna gli spettri degli eroi greci comparsi ad Ulisse giù nell'inferno, stavano ad aspettare che i prigionieri uscissero di carcere per iscorticarli di santa ragione; ed anche perchè la gente, assuefacendo l'occhio alla cosa, o dimenticandola nel turbinìo giornaliero delle vicende umane, non levasse troppo scalpore a vederli prosciolti.

Ed i presagi, come ordinariamente avviene, si verificarono, dacchè nei fallimenti i tocchi nell'interesse si avventano sul fallito a nugoli e schiamazzanti peggio dei corvi sopra la bestia morta; ed un convento intero di monache non varrebbe a ripetere le letanie delle bestemmie e delle maledizioni che escono loro di bocca; ma poi il nugolo si dirada, chè qualche stella cadente si stacca a sua posta dal cielo mercantile per precipitare anch'ella nel fallimento; il tempo cicatrizza la piaga; e quando ormai si sono adattati a perderli tutti, se mai avvenga di ricuperare un terzo, non parrà loro perderne i due terzi, bensì guadagnare un terzo, e, se ti piace, farai loro deliberare un voto di ringraziamento ai ladri.

I bisticciamenti fra spogliati e spogliatori in commercio arieggiano agli screzi che corrono fra gl'innamorati; si rappattumano presto; la causa di pace trovano per lo più nello accordo di spogliare un terzo.

Dopo un attendere lungo, un bel giorno la Camera di consiglio giudicò tutti i detenuti aversi a riporre in libertà per mancanza di prove; quanto all'Omobono Onesti, lui spento, spenta l'azione penale. Questa notizia non fece caldo nè freddo, e tutti poterono tornare inavvertiti nel consorzio umano, come i ranocchi dalla ripa rituffansi nel pantano. Innanzi però di aprire la porta del carcere alla Elvira, la costrinsero ad accettare per patto ch'ella si sarebbe _spontaneamente_ confinata sotto nome mentito in qualche remota terra di provincia, dove l'avrebbero mantenuta, e poichè ella capì che reluttando gliene poteva incogliere peggio, piegò la testa e si ridusse a Gavi, nell'Appennino Ligure; le tenne dietro il Merlo, delle tante accuse appostegli di questa unico innocente. Qual vita costà menassero, io volentieri mi passo raccontare: nella medesima guisa che i gravi tendono perpetuamente al centro, Elvira ogni giorno più precipitava verso lo stato che gli uomini appellano abbrutimento, con espressa calunnia delle bestie, di cui ogni specie vive da pari suo. Nè tabacco, nè acquavite, nè vino bastavano a sollevare la tetra noia: invece dei bei discorsi come i pastori di Virgilio costumano, si alternavano sbadigli da fendersi le mascelle. Le persone dabbene li fuggivano, i ribaldi si peritavano visitarli; allora il Merlo, per non morir di noia, propose procurarsi la patente per la rivendita dei tabacchi e dei sali, e piacque; e tanto si dimenarono con le mani e co' piedi, che l'ottennero. Apersero pertanto bottega in mercato, dove non mancando frequenza di trecconi e di vetturali, la bisogna avrebbe potuto camminare pei suoi piedi, se la Elvira e il Merlo non avessero da per loro consumato la metà delle provviste; allora trovarono un altro partito, e ci aggiunsero il giuoco: dopo l'un'ora di notte, chiusa la porta, illuminati appena da una lampada fumosa, e con carte luridissime si davano a spellicciarsi scambievolmente a maccao, a toppa, a goffo e ad altri giuochi plebei, comecchè noi non sappiamo giuoco nobile che sia: ladri sempre, non era da supporsi che deponessero gli istinti rapaci sopra la soglia: non l'avrebbero fatto entrando in chiesa, figuratevi se lo volessero fare entrando in bottega al Merlo! però non passava notte, che Dio metteva in terra, che non accadessero fiere riotte con accompagnatura di pugni, seggiolate e legnate ed altra simile confettura: certa notte, fra le altre, il Merlo attaccò lite con Sandraccio, uomo fino dalla sua nascita destinato a morire su la forca come il cappone in pentola. Sandraccio, colto sul punto che rubava la carta, con un pugno mandò a terra la lampada, e grancita una manata di quattrini se la diede a gambe; il Merlo, infellonito, salta fuori di bottega, e piglia a rincorrerlo, e via via tanto che lo arriva sul canto della piazza, quivi gli mette una mano sopra la spalla, e con la bocca trovandosi presso ad un'orecchia di lui, di una zannata gliela strappa mezza: il nibbiaccio, ridotto a mal partito, cacciava urli, che per morte non avria potuto maggiori: sopraggiunsero due giandarmi, i quali, come suole, diedero lì per lì torto ad ambedue; ma il Merlo perfidiava a voler dire la sua ragione, e intanto la ubriachezza e lo affanno non gli permettevano di spicciare parola, sicchè uno dei giandarmi, non avendo tempo da perdere, mise fuori le manette, _ultima ratio_ dei giandarmi; al quale argomento non mostrando volersi arrendere il Merlo, i giandarmi gli strinsero vie più i panni addosso per persuaderlo; non fu niente di niente; due cotanti intorato, il Merlo caccia fuori il coltello, e ne passa da banda a banda il braccio sinistro al giandarme, il quale, senza dire un fiato, cava a sua posta la rivoltella, e gli spacca il cranio come un melogranato. Accuse, processi, discorsi da un lato e discorsi dall'altro, ma è stabilito che ai giandarmi non si può mai negare ragione, massime quando hanno torto; il nostro giandarme, avendo ragione, stentò alquanto più a farsela fare; per allora l'assolverono; dopo alquanto spazio di tempo lo licenziarono, avendo conosciuto i suoi superiori che veramente costui menava un tantino troppo le mani: gli si contavano tre ammazzati e dieci feriti nello esercizio della sua nobile professione.

Elvira (caso non raro nè strano) prese a delirare pel giandarme omicida, che acuto solletico le diede il sembiante terribile e il corpo atticciato, nè il giandarme trovò il tornaconto a rinnovare il caso di Giuseppe ebreo, lasciandole il suo tabarro in mano: durò breve il contubernio; al giandarme non piaceva andare in armento, però dirizzava l'ale in altre regioni, non senza avere fatto prima _domine repulisti_ in casa dell'amica del cuore; l'Elvira, tutta sottosopra, ricorse alla pretura, ma o non la crederono o non le diedero retta: allora non le sovvenendo altro conforto, nè volendo, nè potendo forse ritrarre il piede dal tristo cammino, prese ad affogare più che mai i molesti pensieri nell'acquavite. Sovente la raccattarono per le strade in deplorevole stato, rotta il mento e la fronte, tutta sanguinosa o intirizzita dal freddo; portata all'ospedale per morta, si riebbe sempre; ma anche per lei una volta le furono buone mosse, che stramazzata briaca nel canto di una via, le si rovesciarono addosso le braci del caldano che portava, onde arsero le vesti e le carni di lei; la mattina la rinvennero cenere: — uscita di grembo alla natura terra innocente, ci tornò terra scellerata; ma scellerata o no, ella è tutt'una; anzi essendo il vizio crapulone, chi sa che la sua terra non contenesse elementi più idonei al laboratorio della natura, che la terra costretta alla compagnia della sobria virtù. — Parrebbe che a scavare tutte queste cose l'uomo ci avesse ad essere condotto come un condannato alle miniere, ma no; egli si arrangola per sapere e far sapere ch'è una bestia, e va su i mazzi a pensare che la sua figlia leverà gli occhi al firmamento per richiamare la memoria di lui morto, invece di cercarne la traccia fra i lumbrichi del terreno guasto. E' sono gusti!

I parenti dell'Elvira provarono per la morte di lei maravigliosa contentezza, però non la palesarono, paurosi di rimuginare la cloaca; in segreto ne fecero baldoria; dove e come morisse lo seppero pochi: tuttavia rimane in certo mondo memoria di lei come della più bella e più abietta creatura che sia comparsa fra noi a dare l'ultimo sfregio su la faccia della nobilea italiana.

Omobono, uscito di prigione con fronte più invetriata delle maioliche di Luca della Robbia, ricomparve in _Borsa_, abbordando disinvolto or questo, or quello dei suoi conoscenti. Guai al banchiere caduto! Il sodalizio loro è compagnia di lupi, uniti per divorare: quando taluno resta ferito, gli altri gli saltano addosso per divorarlo; nè certo ci è da fare le maraviglie, che finisca in odio un amore che nei giorni più lieti si nudriva con dolci messaggi di protesti, conti di ritorno e precetti a pagamento. Non giovava pertanto scansarlo, nè voltargli le spalle; per guardature bieche non si sgomentava costui; con disgustosa famigliarità poneva a tutti le mani addosso, lasciando il segno nero anche su la veste nera; non gli riescendo co' vecchi archetti a pigliare più uccelli, prese ad arcare; dapprima chiedeva cento per avere dieci, ma si ridusse presto a domandare dieci per ottenere uno: e ciò nonostante questo rigagnolo in breve si seccò; allora fu visto di via in via rovistare, a mo' che i cani fanno per le spazzature, in traccia della sua figliuola; cerca, fruga con pervicace insistenza, alla fine la rinvenne; orribile a vedersi, le comparve davanti: sozzo nelle vesti e nel corpo, artigli le mani, il volto non più umano, le scarpe a ciabatta, sdrucite sul tomaio, sicchè seminava, come si suol dire, le dita; la palandrana per lungo uso lustra, sforacchiata, in brindelli, quasi bandiera che si fosse trovata a molte battaglie contro la miseria; il cappello ad ogni sussulto levava in alto il cucuzzolo... pareva la scatola del frate cercatore quando entra in casa al contadino, e la sporge col saluto: sia lodato Gesù Cristo, lusinga al nasso e lusinga alla religione della massaia; ma se era orribile a vedersi, troppo più era ad udirsi. Egli ghignando si congratulò con Isabella, che la sua fortuna le concedesse il lusso di beneficare la giovane cieca; cosa di ottimo augurio, dandogli sicurezza ch'ella potesse adempire il dovere di compensare il padre che si era quasimente spropriato per lei, e che il suo figliuolo aveva assassinato: alle corte, pensasse a mantenerlo, e bene, altrimenti avrebbe ricorso ai tribunali per farla condannare a passargli la prestazione alimentaria. La povera donna con mani e con cenni lo supplicava a tacere, onde le sue parole non contristassero il cuore della infelice giovane; ma costui ringhiava più stizzoso che mai.

— Che importa a me di colei? Veniamo al _gloria patri_... vai d'accordo a somministrarmi gli alimenti?

— Padre, vi darò quello che posso.

— Parole equivoche... frasi ministeriali: tu hai a pigliare per misura non la tua potenza, bensì il mio bisogno; d'altronde volere è potere; l'ha detto anche il Lessona.

— Sentite, padre mio, venite, noi stenteremo purchè stiate bene voi.

— No davvero; io non intendo di starmene in compagnia; le oche vanno in armento, le aquile volano sole... hai capito... vogliono essere quattrini... piglierò anche carta; però meglio sarebbero contanti.

— Non urlate, per carità; non mi fate scorgere nel casamento... oh! che vergogna! che vergogna! Eccovi tutto quello che possiedo — e Isabella rovesciò le tasche sul tavolino.