Part 21
Allora don Macrobio si rizzò su con tale impeto di rabbia, ch'ebbe a rovesciare tavola, lume ed ogni altra cosa; di rincorsa a casa, dove brancolando mise le mani sopra i biglietti ed aguzzò gli occhi per osservarli; ma questi, imbambolati, gli negavano l'ufficio; quindi prese il partito di tornare alla pretura, dove esaminati con maggior quiete i biglietti, il prete dabbene sentì cascarsi il cuore nelle brache di seta.
Tuttavia, per iscaponirlo affatto, mandò pel sarto, il quale, mediante il confronto minuzioso delle differenze, senza pietà ridusse il cuore del prete in un torsello, che la Crusca insegna essere: «il guancialetto di panno o di seta dove le donne conservano i loro aghi o spilletti, ficcandoveli per la punta.»
Don Macrobio non morì, ma non rimase vivo; di un tratto, spiccato un salto, butta via la callotta di capo, pesta i piedi, si dà dei pugni nella tonsura, e aggirandosi per la stanza come colto da subito furore, tira moccoli da far venire giù tutta la Corte celeste; il pretore, la pretoressa, i cittadini là convenuti a giocare e la serva; i bimbi che dormivano, desti dal diavolìo, si buttano giù da letto ignudi come Dio li aveva fatti e corrono dietro a don Macrobio strillando da disperati. Cotesto parossismo nel prete fu trotto di asino; sgonfiò in breve, ed accosciatosi giù prese a nicchiare come donna partoriente: tanto bene da lui era imitato cotesto piagnisteo, che la signora Caterina, moglie dello speziale di faccia alla pretura, sospettando davvero che qualche donna si trovasse alla pretura co' dolori del parto, andò di corsa pel medico, il quale, taroccando a sua posta, seguitata la Caterina, rinvenne pur troppo il prete, il quale si era sgravato con gran dolore di due biglietti _bianchi_ della Banca Nazionale Sarda e di cinque _gialli_. Anche il medico cominciò a sbadigliare, non perchè potessero trovargli il biglietto datogli dalla marchesa, il quale ormai chi sa in quante mani era passato, ma sì perchè temeva di entrare in qualche ginepraio; però cheto come olio. Le sera stessa la vedova locandiera col locandiere Luigi Bigi, avvisati dalla fama, che va di notte anche senza lanterna come di giorno, gementi e piagnenti ed anche schiamazzanti, comparvero alla pretura, dove, dopo tre diluvi di parole inutili, quando tutti diventarono afonici, deliberarono andarsene a letto: domani farebbe giorno; e il governo non sarebbe il governo, ma il prete se la prese con Dio, e disse che Dio non sarebbe Dio se prima non costringesse la marchesa a barattargli i biglietti falsi in altrettanti buoni, e poi con le sue sante mani non la impiccasse ad un albero di fico per un piede.
*
Tu, amico lettore, non avrai per certo messo nel dimenticatoio il questore, amico del Faina; caso mai tu te ne fossi scordato, richiamalo a mente, perchè hai da sapere com'egli fosse pure amico di Egeo, e questi due, legati insieme con ben altri nodi, esercitavano fra loro da tempo remotissimo il cristiano precetto, una mano lava l'altra: e se avessero bisogno di lavarsele spesso, Dio sa. Ora, certa sera che Egeo stavasene sfiaccolato a casa senza sapere che farsi dell'anima sua, gli fu annunziata la visita del cavaliere questore, il quale, dopo le strette di mani e i saluti e gli augurii di uso, gli disse:
— Egeo, di' su, che di quel curaçao da far vedere un sordo e sentire un cieco, te ne avanzerebbe un gocciolo?
— Sicuro che ne ho, perchè egli forma parte essenziale del mio viatico nel pellegrinaggio in questa _lacrymarum valle_.
— E i sigari _trabucos_ li hai finiti tutti?
— Invece di Avana possiedo Manilla da resuscitare un morto.
— Ebbene, vada per Manilla e pel curaçao; fa' portare gli uni e l'altro e barattiamo due chiacchiere insieme.
Portata questa roba, licenziato il servo, chiusa bene la porta, bevuto il primo bicchierino e manomesso il secondo, tra un buffo e l'altro di fumo del sigaro, il questore disse:
— Sotto sigillo di confessione, io ti confido che il tribunale sta per ordinare rigorosissime perquisizioni presso tutte le persone che ebbero attinenza col Boncompagni e con quel poco di buono dell'Onesti, essendosi chiarito com'essi da tempo remoto abbiano posto in commercio una quantità piuttosto sgangherata che grande di biglietti falsi della Banca Nazionale Sarda...
Egeo proruppe in un oh, lungo e roco...
— E temo forte che da questa perquisizione non andrai esente nè manco tu.
— Io! E com'entro io in questi venticinque soldi?
— Ecco, buona somma di questi biglietti è stata spesa dalla famosa marchesa X, che tutto il mondo sa essere molto cosa tua.
— Passò quel tempo Enea... abbiamo rotto paglia da parecchi mesi.
— Sì, ma nel verbo dei giudici il tempo è sempre presente... dunque da' retta... se per caso ti fosse rimasto in casa taluno di questi biglietti, bruciali addirittura; potrebbero servirti da tiro a quattro per menarti diritto ai lavori forzati... capisci?
— Capisco; ma con costoro da parecchi mesi non ebbi affari, e pochi furono quelli che ci feci per lo addietro... e accidenti a quello che mi andò diritto! Biglietti di loro io non ho mai posseduto nè possiedo.
— Tanto meglio; ma allora, o perchè di rame mi sei diventato in faccia di ottone?
— Io? Perchè, a dirtela, ho paura che una persona alla quale sono attaccato, adesso, comunque innocentissima, possa trovarsi nelle peste.
— Ho mangiato la foglia; tu capisci che io mi sono condotto qui per giovare a te ed agli amici tuoi; usa prudenza, e non ci siamo visti.
— O che nascemmo ieri?
— Va bene, ed ora ti lascio, che a me da fare non manca mai; e si alzò per andarsene.
Egeo mentre lo accompagnava col candelliere in mano, lo interrogò sbadato:
— E questa perquisizione per quando tu giudichi l'avrebbe a venire?
E l'altro, non parendo il fatto suo, rispose:
— Chi ha tempo non aspetti tempo: domani potrebbe essere tardi.
Egeo torna a dietro di rincorsa, va al banco, ne tira fuori quanti biglietti si trova a possedere; li riscontra; quelli del Boncompagni non aveva tocchi, erano dugento da mille; i proprio suoi sommavano a cento: esaminati con diligenza e postili a confronto gli pareva impossibile di aver preso quel granchio; ma sì, anche le civette impaniano; divise pertanto i fogli reprobi dagli eletti, li guardò, li riguardò, tornò a guardarli ancora; poi, soprammessa la gamba destra alla sinistra, e quella agguantatasi con le mani incrocicchiate sul ginocchio, dopo alcuni sospiri incominciò a dire:
— Di tanti valori, di tante azioni, obbligazioni di strade ferrate, di tanti biglietti che ti facevano corona, eccoti quasi solo, o Egeo. E almeno di tanto si chiamasse paga quella baldracca della fortuna! Ma no; ella non è contenta se tu con le proprie mani non trucidi questi Isacchi, questi figliuoli della tua tenerezza. Saturno dicono si mangiasse i figli per regnare, ma io non ho mai appetito regni e non appetisco, perchè anche nel mestiere di re comincia a entrarci troppo osso e la carne non vale il giunco. Medea ammazzò i figliuoli, e raccontano lo facesse per vendetta, ma per me non ebbi mai lite con Giasone, anzi con alcuno. Dicono altresì che il Padre Eterno s'incaponì di pagare col sangue del suo figliuolo un debito non _suo_ alla _sua_ giustizia; ma posto anche da parte che qui dentro io ci vedo chiaro come in un forno, io non ho debiti con le giustizie divina nè umana. E ripensandoci su, Egeo, o non potresti scansare in qualche fondo di cantina questi biglietti infedeli per ricondurli in tempi migliori a rivedere le stelle? No; da' spesa al tuo cervello, Egeo, e persuaditi che ti stanno intorno alla vita come i cani a quella di Scilla; sarebbero fantini di mangiarti anche le ossa: ormai è finita per te; fintanto si trattava girare attorno al codice criminale, io faceva buono; anche babbo buon'anima me lo lasciò detto morendo: «Egeo, basta mantenersi onesto fino alla porta della galera», ma adesso bisognerebbe sfondare tre o quattro articoli del prelodato codice criminale, e ciò non mi quadra; non già perchè mi dieno fastidio coteste litanie di articoli, che con una ditata io sono capace di sfondarne più che non fa di cerchi impannati il saltatore col capo, ma sì perchè io corro il rischio d'incontrarmi di là dal foglio muso a muso con qualche cane mastino di procuratore del re. Egeo, datti pace, bisogna che tu ti butti di buzzo buono con un sasso al collo nel canale dell'onestà; o, se ti garba meglio, impiccati per disperazione all'albero del galantuomo... Qui, declinato il capo sul petto, meditò; rilevandolo poi dopo alcuno spazio di tempo riprese: eppure non mi vuole abbandonare quell'altra baldracca della speranza, la quale mi va zufolando nell'orecchio che una volta o l'altra farà cessare la fortuna, sua sorella, dalle vendette: anche Anteo, per ripigliare le forze, ebbe a battere il pattone sopra la terra... no, il paragone non mi garba, chè la patta non gli valse, e all'ultimo gli toccò morire soffocato... piuttosto mi persuade quest'altro: Colombo con piccole caravelle scoperse un mondo; Laperouse ed altri persero sè e i vascelli senza levare un ragnatelo da un buco: coraggio! non è tramontato il mio astro!
Accatasta fascine e legna sottili nel caminetto, e risoluto arde su quelle i dugento biglietti _bianchi_; severo in sembiante, aspettò che le ceneri si spegnessero e poi si assise dirimpetto a loro; se in cotesto punto gli fosse comparso qualcheduno davanti per domandargli che cosa avrebbe dovuto rispondere al pretore Sestilio, non ci è dubbio che egli, _senza singhiozzi_, gli avrebbe detto a imitazione del fiero romano: «_riferiscigli che hai veduto Egeo sedere su le ceneri di dugentomila lire di biglietti falsi della Banca Nazionale Sarda_.»[60]
[60] Quel buon uomo di Plutarco nella vita di C. Mario racconta: «Mario alla fine _singhiozzando_ rispose: riferiscigli che veduto hai Caio Mario ramingo sedere sopra le rovine di Cartagine.»
Spente per bene le ceneri, furono con diligenza raccolte da Egeo e gittate da lui nella latrina, posto dove nella moderna nostra civiltà danno fondo più spesso figliuoli illegittimi che biglietti falsi.
— Ed ora, abbottonandosi l'ultimo bottone del soprabito, disse: Egeo, andiamo a fare un'opera di carità — e con questo egli intendeva recarsi presso la Elvira, per avvertirla che caso mai si trovasse a possedere biglietti procedenti dalle banche degli Omoboni, nonno e nipote, non istesse a gingillarsi, li bruciasse addirittura, se pure non voleva trovarsi a guai. Se a questo atto lo spingesse tutta carità non credo, perchè gli amori di Egeo e della Elvira fossero stati di quelli che cominciano a graffi e terminano a morsi. Recatosi pertanto a casa Elvira, gli fu detto ch'ell'era uscita: trovarsi sola in casa la signora Amina, di salute mal ferma.
— Fa lo stesso, soggiunse Egeo, e se ne andò difilato nella camera di Amina, la quale rinvenne giacente su di un lettuccio pressochè al buio; domandatole come si sentisse, rispose:
— Male, Egeo, male.
Di fatti molte cause di tristezza l'erano cascate addosso tutte di un groppo; prima la feroce cupidità della Elvira che, richiesta di partire la spoglia del tradito, proruppe in escandescenze, urlando che a lei sola toccava sopportare le spese di casa, a lei spandere danaro per tenersi bene edificati i vecchi amici, procurarsene dei nuovi o mettere il bavagliolo ai nemici; e poi di che cosa aveva ella bisogno? Ogni cosa che desiderava, lì stampata; galanterie, delizie, fantasie chiedesse e domandasse; non le mancava neppure il latte di gallina: aggiungi che ora le conveniva starsene in casa, farsi dimenticare, non mettersi in vista della gente; e di queste e di altre simili ragioni chiamava giudice il Merlo, il quale, da quel furfante matricolato che egli era, le approvava tutte e ce ne appiccicava di suo. Coteste erano gocciole grosse, nunziatrici dell'acquazzone, sicchè Amina a dritto poteva dire: il mal mi preme e mi spaventa il peggio: i servi ogni dì la curavano meno; passava intere giornate senza vedere anima viva: già era venuta a tale, che per sospetto non avria mangiato nè bevuto, se non fosse stata la paura di morire d'inedia. A questa prima causa teneva dietro la infermità di cui andò un tempo fieramente travagliata, la quale, comecchè fosse comparsa guarita per virtù del fosfato di mercurio e di altri farmachi del pari violenti, le serpeggiava insidiosa nel sangue e di tratto in tratto le annunziava la sua presenza, ora trafiggendole le ossa in prossimità delle articolazioni, ed ora stirandole i muscoli dolorosamente; più che tutto le dava spasimo la cefalea notturna, mentre la luce le pungeva le pupille: oltre l'angoscia fisica, principiava a impadronirsi di lei un'allucinazione precursora del rimorso, ed era che, mentre la memoria dei particolari della morte di Omobono in lei illanguidiva, uno solo cresceva, per così dire, a scapito degli altri; e consisteva negli occhi di Omobono, quali ella li vide quando gli sollevò le ciglia per accertarsi se fosse morto, — fisi, con le pupille contratte, senza coscienza di sguardo e non dimanco terribili, oh! quanto terribili! — Cotesti occhi non se li poteva levare dinanzi; nel giorno sempre di faccia a lei, e in mezzo alla tenebra le comparivano più distinti che mai: la solitudine l'atterriva e la compagnia la spaventava, per tema non le scappasse di bocca qualche esclamazione rivelatrice delle sue colpe.
Tutto giorno avviene che ci vediamo sovente apparire davanti la persona alla quale pensavamo qualche minuto prima; forse ciò avviene perchè la precorrano gli effluvi noti ai nostri sensi, che emanano da lei, oppure per tal altro dei tanti segreti della natura che non ha ancora palesato alla scienza: fatto sta che Amina aveva pensato e pensava ad Egeo quando gliene annunziarono la visita.
Entrando nella stanza, così al buio, egli investì dentro una sedia, e parve con suo poco gusto, perchè tirò giù un sagrato da dì delle feste; quindi, stropicciatosi alquanto la parte offesa, prese a dire:
— Ed ora ci è venuto di Francia anche il costume di stare al buio come gli operati della cateratta? E pazienza al buio, ma sola, e' ci è da far morire per la tristezza un morto...
— Ah! buona sera, Egeo; vi ringrazio di non avermi dimenticata; giusto in questo punto pensava a voi.
— Amina, non è facile dimenticarti dopochè ti abbiamo conosciuta; ma a ciò diamo di frego; veramente io non veniva per te, bensì per la Elvira; molto mi preme parlarle; e ora dov'è ita? Come le bastò il cuore di lasciarti qui sola?
— Oh! a lei basta l'animo per bene altre cose — ed avendo il cuore pieno, non si potè trattenere di sfogarsi con Egeo; però delle cause della sua malinconia tacque la seconda e la terza, e della prima confessò quanto credè spediente, accomodandolo alla sua maniera: delle insidie mortali a danno dello sventurato Omobono, del proprio corpo avergli fatto la via pel sepolcro, dei biglietti rapiti... insomma della truce tela di delitti ordita dalla libidine di avere nè anco un motto; invece si distese nella infelice passione che l'aveva traviata, e con arte mirabile toccò della poca generosità usatale dall'uomo troppo amato... e tuttavia dello averla ridotta in tale stato lo perdonava e gli pregava pace; entrava a dire della convivenza con la Elvira, diventatale ormai insopportabile: avere conosciuto a prova come cotesta perversa la raccogliesse per giovarsene ai suoi fini, ed oggi aborrirla, o perchè ella avesse conseguito il suo scopo, o perchè non la reputasse più idonea a procurarglielo; lasciarla in abbandono; non obbedirla i servi, talora deriderla, fra poco l'avrebbero maltrattata, forse peggio... e qui la sua voce sonava pianto, imperciocchè quello che diceva pur troppo temesse.
Egeo sentì i vestigi dell'antica fiamma, chè a modo suo l'aveva amata. Gli fosse cotesto amore uscito dal naso, dal petto, o dai piedi, come gl'indiani credono che le diverse coste derivassero dalle varie membra del Dio Brama, fatto sta ch'ei lo provò un giorno, e adesso ancora, sotto molta cenere, ne trovava le tracce; perciò le diceva:
— Amina, da' retta: tu, e non lo negare, mi hai trattato peggio dell'animale ch'è tanta parte nelle mortadelle di Bologna, sicchè non mi avrebbe da parer vero di agguantare la occasione pel ciuffo di vendicarmi di te; ma no; io ti volli bene e te ne voglio;
Anche infedel ti amai; Ed or che sei tradita, Le braccia io ti apro e voglio Renderti soglio e onor,
come canta Percy nell'_Anna Bolena_; dunque veniamo al _grano_, come diceva l'ebreo Marini; della mia vita ho risoluto fare una fine; mi è saltata addosso la fantasia di pigliare domicilio nel paese magno della quiete eterna, ma adagio adagio... con tutti i comodi... in bussola. Tutto provai, meno la parte del galantuomo: ebbene, proviamo anche questa; non fosse altro per erudizione. Alle corte, se tu acconsenti, io ti levo di qui e ti conduco presso la mia parente a Locarno, per ricrearti: poi ti sposerò, o non ti sposerò, come ti garberà: io la rimetto in te. Avverti bene, ricco io non sono più, ma da vivere lo raccapezzerò sempre; a sfoggi dunque non ti ci aspettare; tuttavolta da questa vita ci usciremo un po' meglio vestiti di quando ci siamo entrati; perchè, mira, Amina, io non so chi fossero i _maggior tui_, ma metto pegno che tu devi avere ereditato qualche cosa meno di venti milioni.
— Egeo, e quando vorreste mandare a esecuzione la vostra proposta? domandò Amina stendendogli la mano.
— Per me, anche subito.
Allora Amina si levò risoluta e si fece nella camera da letto, donde dopo brevi istanti uscì vestita, col cappello in capo, e disse a Egeo:
— Andiamo. Bada anche tu, e pensaci bene per non avertene a pentire poi, da queste vesti che mi cuoprono in fuori io non possiedo altro nel mondo; venendo a te sarebbe follia che io pretendessi amore eletto e puro; saranno norma alla nostra convivenza le parole del poeta:
Egli mi amò per le sventure mie, Ed io l'amai per la pietà che n'ebbe.
— Andiamo, soggiunse Egeo, mi tengo per avvisato; il peggio passo è quello dell'uscio.
*
Elvira tornò a casa tardi; l'accompagnava il Merlo, avvinazzati entrambi; ella straviziava in sala con principi e marchesi; egli in cucina co' servi; ella aveva giocato al faraone, egli a briscola; ella aveva vinto, egli perso, però gli era entrato il diavolo in corpo; mentre Elvira stava per andarsene in camera, i servi la informarono ch'era venuto il signor Egeo, il quale aveva condotto seco la signora Amina; al che ella osservava: — E' va pei suoi piedi, la vedovanza l'è venuta in uggia; sta bene, andate a dormire; e tu, furfante, marcia in camera, e prima di coricarti risciacquati la bocca.
A cui di rimando il Merlo:
— O sai che nuova c'è'? Io non ci voglio più venire. In pubblico mi tocca a stare fuori di carrozza col cocchiere a cassetta; in casa a letto con te; o insieme da per tutto, o da per tutto separati; io te l'ho detto per la terza volta, e tu non la vuoi capire.
— Ed io per la quarta volta ti avverto che il tuo destino mi sta in cima della mia scarpa diritta; va' là, buffone, marcia a letto.
Un pipistrello ricoperse con le ale cotesto osceno rimescolamento, che amore non si potrebbe dire senza offesa anche dei figli della Venere terrena.
Quando Elvira si vide il giorno dipoi comparire davanti Egeo, diede subito mano al suo agaiolo per cavarne gli aghi più acuti per trafiggerlo; ma egli, o non sentendo, o non curando coteste punture, le favellò così:
— Amina, come sai, ha lasciato la tua casa a cagione delle sevizie con le quali tu avevi preso a tribolarla.
— Non è vero nulla... ella ingratissima... ella disamorata...
— Risparmiati il fiato, o adorabile Elvira, per quando sarai arrivata all'articolo _mortis_, perchè io so appuntino dove e come te ne sei lavata la bocca; ti è bastato fino l'animo di dolerti ch'ella ti aveva screditata la casa! E di ciò, se ci pensi un momento, devi essere maravigliata anche tu. _Siamo onesti_, come disse il Ricasoli: tu te l'appropriasti come arnese adattato ai tuoi interessi; ora che tu li hai fatti lo butti via. Gua'! Che ti ho a dire? Tu sei nel tuo diritto, e certo non sarò io quegli che ti biasimerà; tiriamo un frego su questo e non perdiamo più tempo. A quest'ora Amina si trova a Sesto Calende, donde pel Lago Maggiore si condurrà a Locarno; nella notte scorsa venne ospitata in casa Sebergondi, dove certo la passò più innocentemente di te; ma ciò non rileva. Io venni qui per dirti che dalle vesti che la coprono in fuori ella non si è portato altro: ora, ti domando io, ti pare egli decoro lasciarla uscire così ignuda da casa tua?
Elvira, per cotesto parole, si sentì punta nel suo orgoglio, che di bontà e di convenienza ormai non si aveva a parlare con lei; onde alquanto risentita rispose:
— Se la sguaiata non se ne fosse partita _insalutato hospite_, avrei atteso a provvederla del bisognevole.
— Oh! via, di questo non la incolpare; fui io che la persuasi ad assentarsi così, per risparmiare ad ambe le parti una separazione che, forse a torto, io dubitai non si sarebbe effettuata senza qualche amarezza.
— Basta, io te la crederò come tu me la conti; qualche po' di danaro se l'avrebbe pure a trovare.
— Nè anche un soldo per far cantare un cieco.
— E sarà; la è tanto sprecona.
— Non l'hai creata, bensì tirata su ad immagine tua.
— Ecco, un quaranta... un trentamila lire io gliele regalerò; con queste e col profitto che caverà dai suoi talenti potrà tirarsi innanzi discretamente.
— E così per lo appunto disegna di fare, ma danari non ne vuole.
— Non vuole danari!
— No; ella teme che le abbiano a portare sciagura; mi prega solo dirti tu le sia cortese di mandarle la roba sua: ora tu contentala in questo: dei quattrini parleremo più tardi fra te e me.
— Si accomodi come le aggrada; torna domani e troverai i suoi bauli allestiti.
— Chi ha tempo non aspetti tempo, cuor mio; io non ho da fare niente, e tu, a quanto sembra, nemmeno; riponiamo subito le sue robe nei bauli; io glieli spedirò immediatamente a Locarno, e cosa fatta capo ha.
Elvira assentiva: chiamati il Merlo e gli altri famigli di casa, si diedero a empire bauli di ogni maniera vesti, calzature e cappelli di Amina; la Elvira ci aggiunse roba di suo, e non poca; nè vesti sole, ma dorerie e gioielli altresì. Dato fine alla faccenda, Egeo disse:
— Or ora vado a spedirli, sicchè ci è caso che la roba arrivi a Locarno prima di lei; ma e tu non le scriverai nulla?
— Che le ho da scrivere, io?
— Mira! Cause d'inimicizia tra voi non ce ne avrebbero ad essere; forse un cotal po' di gozzaia, che importa a te come a lei levare di mezzo; fai una cosa, scrivile _sol due righe di biglietto_.
— Io abbassarmi davanti a lei? _Jamais_.
— Ma che abbassare! Che abbassare! Tu hai da scriverle da protettrice, alla grande; ecco, presso a poco così; e disse il come.
Allora Elvira si pose a pensarci su, e dopo alquanti minuti di riflessione conchiuse:
— Andiamo via, i consigli di _Figaro_ ci sieno di norma; e sedutasi al tavolino scrisse:
«Tutta cara Amina,
«Apprendo da Egeo la tua partenza per Locarno: quanto questa tua risoluzione mi peni, io non ti dirò; ma tu sei donna di subitanei consigli, e a Dio piacesse che come subiti fossero sempre buoni: ma di ciò basta. Avrei voluto assegnarti centomila lire (quando temeva che le potessero venire accettate, disse quaranta o trenta; adesso, sicura che non le aveva a dare, sbracciava a uscita), ma Egeo mi dichiara che tu rifiuti recisamente danari, ferma nel proposito di sopperire ai tuoi bisogni col frutto del tuo lavoro; quantunque ciò mi sappia un po' di superbia, pure io lodo, e faccio voti che la Provvidenza ti secondi. Ad ogni modo ti avverto che, in qualsivoglia caso, come la casa ti saranno aperte le braccia della tua benefattora; tu non picchierai mai invano alla porta del mio palazzo, nè mai invano ti richiamerai al mio cuore. Sii felice come ti auguro e rammenta qualche volta chi ebbe affetto di madre per te. — ELVIRA.»
In poscritto le annunziava la spedizione della roba; ce ne aveva aggiunto qualche po' della sua, che la pregava a tenere in memoria di lei.