Il secolo che muore, vol. III

Part 20

Chapter 203,800 wordsPublic domain

La ipocrisia classica, per non andare a rifinire sopra uno scalino di chiesa, si accomodò a entrare nei conservatorii delle damigelle, alle quali insegnò scrivere le lettere per capo di anno a papà e pel giorno natalizio a mammà, e su su fino a reggere loro la mano quando esse vergarono la _prima_ lettera di amore; la _prima_, perchè alla _seconda_ non ebbero più bisogno di lei; dicono che, presi in uggia i conservatorii, siasi ridotta a fare da cucina a certi deputati repubblicani che siedono a sinistra nel Parlamento a Roma, ma io non ci credo, quantunque m'intronino gli orecchi col dirmi: che tu sia benedetto, vorresti che i deputati italiani fossero da meno dei cavoli? Mira quante mai le specie di questi erbaggi! Nella sola del cavolo cappuccio ecci il _cavolo pisano_, il _cavolo lombardo_, il _cavolo veronese_, il _cavolo bianco piacentino_, _il cavolo nero napolitano_, il _cavolo a piccole teste_, che abbonda nel Fiorentino, e delle altre specie si tace.[55] Or dunque, tra deputati diritti e deputati mancini, tra ventreschi destri e ventreschi sinistri, non ci possono incastrare ancora i deputati repubblicani-monarchici-costituzionali?

[55] _Tesoro delle Campagne_, compilato da Antonio Balbiani. Milano, tip. Politti, Vol. un., p. 623.

CAPITOLO XIX.

LE SIGNORE ED I SIGNORI.

Parve all'Elvira (e lo notai) avere omesso cosa d'importanza grave, alla quale si era ripromessa riparare quanto prima poteva, e volendo che la dimenticanza non la sorprendesse la seconda volta, fece un nodo al fazzoletto, e per giunta si punse il pollice mancino: di fatti con tante cautele non se ne scordò più; sicchè nel primo momento che rimase sola con Amina le disse:

— Adesso, Nina mia, occorre che bruciamo tutte le lettere che ci siamo scritte: dove hai tu le mie?

— Le ho qui allato.

— Ed io pure le tue; ma non basta; tu mi hai da scrivere una lettera alla liscia, dove esposta prima la disgrazia del portafogli accaduta a Como, mi tratterrai della crescente cupezza di Omobono, della sua paura di cascare in mano alla giustizia, e finalmente della sua disperazione; calcherai sopra il suo proponimento di ammazzarsi, e tu pure, per l'amore grande che gli porti e per lo stato in cui il tuo mal passo ti ha ridotta, avere risoluto tenergli compagnia nella morte come già gliela tenesti in vita; questa lettera nuova riporrò nella busta dell'antica, procurando che la data della marca postale corrisponda a quella della lettera, e bisognerà pure che ci abbiano fede, e chi gliela nega provi il contrario.

Nè queste sparvierate femmine sperimentarono le Provvidenze loro inani, imperciocchè appena giunte a Milano ecco entrare loro in casa un topo insinuante e rodente, cioè il questore, ovvero il cancelliere criminale... insomma uno di quelli che vanno attorno per città e per ville a raccattare gli escrementi che si lascia dietro il delitto, per portarli al tribunale a concimarvi la giustizia.

Le donne sonavano accordate più dell'arpa del re Davidde: spedirono persona svelta a Como per pigliare odore delle cose, e trovarono che le informazioni corrispondevano a capello; però da questa parte giudicarono spediente interrompere i lavori di ricerca, almeno per ora.

Seguitando un altro filone, il tribunale prese a instituire indagini sottilissime su i libri delle ragioni Omobono Boncompagni e C., e Omobono Onesti, e apparvero, come veramente erano, ai più svegliati ragionieri laberinti veri da non venirne a capo nè manco col filo di Arianna. Dai libri della ditta Boncompagni e C. resultava avere essa somministrato a quella Onesti somme da prima non esorbitanti, e con queste la ragione Onesti aveva impreso operazioni regolari nel modo, quanto lucrose nel fine; di un tratto si vede una vera fiumana di valori irrompere dalla prima nella seconda ditta, nè si giungeva a capire bene a quale scopo: guadagno l'Onesti non ci aveva fatto su; pareva piuttosto che i negoziati conchiusi con cotesti valori fossero per interesse altrui; di vero non si mescolavano con le altre operazioni particolari alla banca Onesti; donde si poteva conchiudere che i danari versati dalla banca Boncompagni e C. servissero ad acquistare _recapiti_ sopra le piazze estere, e dopo acquistati alla medesima si consegnassero; e stando le cose come si supponeva, appunto non si capiva il motivo di ricorrere a seconde mani, e astenersi da cambiare direttamente da sè: all'ultimo la fiumana avvertita diventa la cascata di Niagara nella cassa dell'Onesti, avvenuta di un tratto, o a pochi giorni di distanza scritta da mano diversa di carattere; e di questi ultimi valori non si ha altro discarico, eccettochè nella fuga dell'Onesti, nella immersione del portafogli nel lago, e per ultimo nella fine miserabile del giovane Omobono.

Per ottenere un po' più di lume fu pensato mettere le mani addosso al Nassoli, ma questi, fiutata l'aria, prese il largo, e non riuscì a trovarlo. E perchè mai erasi allontanato costui? Di che cosa aveva a temere? Veramente non era stato partecipe degl'illeciti guadagni, ma consigliere di non poche marachelle egli fu, e le aggiunte su i libri della ragione Onesti erano pure fatte da lui, epperò non si giudicava netto come una tovaglia venuta mo' di bucato; ed anche pensando come il dubbio e l'errore sieno due campanelle messe agli orecchi del genere umano, e come i giudici per chiarirsi dieno subito di mano all'arnese della prigione, reputò prudente riparare in luogo sicuro. Il Nassoli, come altra volta fu dichiarato, era filosofo adoratore di due cose: dell'_Ordine_ e del _Buon esito_; badava al fine riuscito a bene; tutt'altro era metodo: pari agli eroi di Omero, per lui non correva differenza tra valore aperto e frode: o se mai distingueva, preferiva la frode, a mo' di Ulisse e di Diomede; e così il furto dei cavalli di Reso, l'altro del Palladio e il tradimento di Sinone pari in merito alla difesa delle navi greche assalite dai troiani: di uomini siffatti possediamo copia adesso; fra questi il Thiers scrittore e attore plaudente sempre ai felici; se fanno il tomo, ed ei lor suona le tabelle dietro. La fede del Nassoli, posta da lui nel vecchio Omobono, dopo la prima stincatura rimase incrinata; la ristagnava alla meglio, ma al primo urto si ruppe, come suole, sul saldato. Non aveva preso in uggia il procedere di Omobono come delittuoso, bensì come disordinato; giudicava i delitti stonature in orchestra; egli avrebbe atteso con uguale devozione a che Cristo si trovasse in mezzo l'altare come la carruccola in mezzo della scala; con pari diligenza badato che i sei candellieri sopra l'altare, come le scale su la forca, si trovassero equidistanti fra loro. Con la virtù egli non ci aveva pratica, ma, per quel poco che glie ne avevano detto, quel suo trovarsi spesso in balìa dell'entusiasmo gli dava uggia; il male gli si mostrava più positivo e da farci sopra fondamento maggiore, quindi, a mo' che i santi eremiti per ispirazione divina si recarono nei deserti della Tebaide, egli s'incamminò difilato nel convento dei gesuiti a Brusselle; quivi chiesto del generale, gli fu risposto ch'egli era a Roma, ma che volendo avrebbe potuto parlare col padre provinciale, che sarebbe lo stesso. Il Nassoli, cui l'andata a Roma lì per lì non garbava, soggiunse che volentieri: ammesso pertanto al cospetto del provinciale, espose candido le vicende della sua vita, implorando essere ricoverato nel convento come in fidatissimo porto; il provinciale lo respinse reciso; ma l'altro riprese ch'egli non intendeva già mangiare a ufo alle spalle del convento; avrebbe versato nella cassa dell'Ordine ventimila franchi, unico frutto della lunga fatica; e siccome uscendo alquanto dal solito metro volle calcare un po' troppo su l'ultima parte del suo discorso, il generale ne arguì: dunque ei ne tiene in serbo almeno altri ventimila; onde, mutato subito registro, gli domandò che cosa sapesse fare; e l'altro ingenuo rispose: un po' di tutto.

Allora il provinciale proseguendo:

— Ma voi sapete come noi, seguaci veri di Gesù, pratichiamo sopra tutto il precetto: chi si umilia sarà esaltato, e _per necesse_ la prima prova che chiede ai suoi alunni è l'umiltà, massime da voi, che non potreste essere accettato che per converso; e non oltrepassare giammai gli ordini minori cominciando dall'ostiario.

— E ostiario che è?

L'altro glielo disse, e il Nassoli soggiunse: sia. Nella giornata dunque egli consegnò nelle mani del padre provinciale i ventimila franchi e fu gesuita.[56] Richiesti riscontri su lui da Milano, gli ebbero a capello conformi al suo racconto, ond'egli subito venne in fama di sincero. Preso possesso della carica, incominciò dal sonare le campane con esattezza maravigliosa, sia per l'ora, sia pei tocchi, sia pel suono; cani in chiesa non se ne vide più uno; serviva le messe preciso di voce e di tempo; le ampolle piene di acqua e di vino sempre al medesimo livello senza scattare una linea; le pilette colme tutti i dì di acqua santa; lustrava come specchio il pavimento; nella gloria del quadro di san Luigi Gonzaga i ragnateli non si attentarono più impancarsi in compagnia degli angioli; la beata Vergine Maria ebbe a confessare non essersi mai trovata pulita come allora; i santi Ignazio da Lojola, Francesco Xaverio, Stanislao Kostka si maravigliarono di sentirsi spazzolati con tanto furore; la chiesa dei gesuiti di Brusselle, giudicata sempre un gioiello di lucidezza, adesso poi toccava la cima; il Nassoli, che mutato nome aveva preso quello di Lissona, anagramma di Nassoli, fu visto una volta arrampicarsi come scimmiotto su per certe corde, onde assettare un lembo di festone dispaiato col lembo pendente dall'altra parte; egli usciva puntuale, puntuale rientrava; misurati sempre il cibo e la bevanda; nè di un minuto differiva l'andare a giacersi, nè di un minuto affrettava il levarsi; con lui in casa potevano buttarsi fuori di finestra gli orologi: non mai impaziente, non disforme da sè mai, sicchè il provinciale, dopo averlo considerato sottilmente per di dentro e per di fuori come sanno osservare i gesuiti, esclamò: _egli è gesuita nato_! Allora gli commise certa ragione di conto, che fece presto e bene, comecchè fosse suo mestiere; così di mano in mano fu messo dentro alle segrete cose, dove rimase stupito dell'ammirabile congegno dei concetti, dell'armonia delle pratiche, dell'efficacia dei modi di acquistare l'altrui, conservare l'acquistato, ricuperare il perduto, che ei fu per andarne in visibilio: e sebbene nelle vene, piuttostochè sangue, sentisse gocciolarsi olio di merluzzo, pure rimase vinto dall'entusiasmo, imperciocchè un giorno, esaltato, si gittò pentito e contrito ai piedi del padre provinciale e gli chiese a un punto perdono per avere dissimulato e licenza di versare in cassa gli altri ventimila franchi rimastigli.

[56] Veramente non senza cerimonie solenni vengono ammessi i gesuiti laici: certo non saranno mica uguali per tutti; quelle che praticarono per la recezione del conte Macharty, del cardinale duca di Talleyrand Périgord e del principe di Croi, grande elemosiniere di Luigi XVIII, trovo descritte nelle _Mémoires d'un Jésuite_. Entrato il ricevendo nella sala delle Conferenze, lasciasi a meditare sopra un libro contenente le massime della Compagnia. Quindi va alla cappella, dove confessa essere informatissimo di quanto sta per fare, e volere rimanere attaccato alla Società di Gesù. Il capo levasi, va all'altare, piglia una lettera sigillata; la bacia tre volte; poi ordina al recipiendo spoglisi il vecchio uomo, e si purifichi, diengli l'assisa di Gesù Cristo. I purificatori lo spogliano, lo ungono di olio santo in capo, alle mani, al petto, lo esorcizzano, lo coprono col manto gesuitico e, purificato che sia, il capo gli consegna la lettera del generale di Roma, che lo ammette; prima di leggerla ha da giurare il segreto, renunziare alla famiglia, sagrificare moglie, figli, genitori, congiunti, amici, ecc., per la salute della santa Compagnia; allora gli mettono al collo l'abitino da portarsi sempre; poi lo sottopongono ad umiliazioni d'ogni maniera, baciare i piedi altrui, sedere in terra, apprestargli sozza mensa, ecc.; per ultimo conferenze frequenti e lunghe col capo.

Il padre provinciale, senz'abbaco, aveva fatto i conti giusti... egli lo assolvè senza tante invenie, dicendogli come Cristo all'adultera:

— Va' e non peccare più.

Ma subito dopo, riprendendo le parole, aggiunse:

— Però badate; se tenete in serbo altra moneta, quando vi venga voglia confessarvene, voi sarete con pari indulgenza perdonato.

I tribunali di Ninive avrebbero più facilmente trovato Giona in corpo alla balena che quei d'Italia un uomo inghiottito da un convento di gesuiti; però dopo infinite ricerche sempre invano, i giudici posero l'animo in pace di poter ripescare il Nassoli; il quale sotto il nome mentito più tardi venne a Roma, e credo che ci si trovi anche adesso; tuttavia ci vive desolato, considerando come le faccende della compagnia decadano maledettamente; colpa, e lo dice, della passione, che agitando il cervello di alcuni padri ha scombussolato l'ordine antico; niente di troppo; lo zelo è vizio; tutto al suo punto; adagio quando hai fretta: abbaco e compasso compongono il suono e il canto delle sinfonie gesuitiche: amore, odio, vendetta, perdono, dare e pigliare, tutto vuolsi tagliare alla debita lunghezza come le ugna e i capelli: per ora gli danno poco ascolto e gli appongono nientemeno che lo Spirito Santo in persona là dove dice: «ogni cosa ha la sua stagione... tempo di uccidere e tempo di sanare... tempo di guerra e tempo di pace.»[57] Ma egli risponde: Sta bene; badate che lo Spirito Santo ha taciuto di un altro tempo, che se non adoperiamo giudizio ci sta addosso, ed è quello di romperci il collo. — I furori erotici egli saprebbe sanare col nenufar e la canfora, ma contro ai bellicosi si trova corto a partiti; intanto non rifinisce mai di ripetere come una gazza addomesticata: — _Ordine_, padri miei, _ordine_; coll'_ordine_ noi venimmo a capo delle più ree fortune; coll'ordine mantengonsi le monarchie ai tempi nostri; — e comecchè ogni giorno più gli si vada illanguidendo la speranza di rimettere i cervelli a sesto, pure ci si attacca con l'agonia del naufrago: dove questa speranza gli venisse a mancare, egli pregherebbe Dio di farlo morire e convertirlo in un orologio a pendolo per misurare il tempo, finchè la eternità sua madre non l'affoghi nel caos con tutti i mondi attaccati al collo.[58]

[57] Ecclesias., c. 2, n. 3, 8.

[58] Voltaire definisce il gesuita: animale che si leva la mattina alle quattro, si corica alle nove, dopo avere recitato tutto il giorno le litanie dei santi. _Mémoires d'un Jésuite_, p. 7.

Il commesso Carpoforo, debitamente chiuso in prigione, fu interrogato; ma costui, che scottato dall'acqua calda aveva appreso a tremare della fredda, non diede in tinche nè in ceci; non sapeva niente di niente, perchè il principale amministrava da sè la cassa, e quanto a scritture senza dubbio le teneva egli; ma poco innanzi della partenza il signor Omobono avergli ordinato consegnasse i libri della ragione al computista Nassoli, e questo aveva fatto; di ciò potersi chiarire ogni uomo gittando solo una occhiata su i libri, i quali sul fine palesavano che una mano di carattere diversa dalla consueta aveva scritto le partite; da questo in fuori non ci fu da spillare altro, ed il processo rimase in asso.

Succede nelle procedure criminali come nelle navigazioni transatlantiche, dove se ti favoriscono i venti etesi ti conduci a volo nel porto destinato; se all'opposto ti coglie la bonaccia, la nave per lunghi mesi dorme sopra l'Oceano che dorme; e poichè i giudici credono fermamente che queste calme giudiciali non rechino ingiuria ad alcuno, così non si fanno scrupolo di prolungarle: in vero, o come lo imputato potrebbe giustamente desiderare quiete e sicurezza maggiori di quanto ne gode prigione? Quivi la voce del creditore non arriva a dargli molestia; quivi non lo angustia la moglie; gli stridi dei suoi figliuoli non lo assordano fin là; il padrone non si bisticcia con lui nè pel fitto della casa, nè per le ore del lavoro, nè pel salario; le carrozze non lo investono per davanti, le tavole da pane dei fornai per di dietro, gli ombrellai possono fallire, i calzolai impiccarsi, i sarti chiudere bottega; nessuna cura per nutrirsi; tutto lì dentro è pagato. Oltre la carcere, si conosce un altro luogo anche più sicuro di quello, ed è la _fossa_; posta anche questa in mano al giudice; ma egli la serba per le feste solenni; il pane quotidiano della giustizia _è la carcere_.

Il vento etesio sorse e si levò da Nervi. La pretoressa facilmente indulgendo alla smania materna, di vedere le sue creature vestite con garbo, fu sollecita a chiamare il più rinomato sarto di Nervi e ordinargli una muta di vesti co' fiocchi pei suoi bambini. Il sarto non ci andava di buone gambe, come quello che la conosceva più povera di Giobbe, ma siccome la sapeva altresì proba e discreta femmina, si attentò ad arrisicare; da un lato lo trasse la sete del guadagno, dall'altro il pensiero che, trattandosi di panno ordinario e da estate, la batteva in poco. Il sarto fece gli abiti e li portò. Io renunzio a descrivere la beatitudine della madre: agguantò uno dopo l'altro i suoi scimmiotti per lavarli, e con la promessa del vestito nuovo lasciaronsi fare: il sarto, coadiuvato dalla pretoressa, gli indossava ai fanciulli; la madre si struggeva per la contentezza; gli parevano tanti dogi; eglino stessi rimasero un momento attoniti di tanta magnificenza: un momento, che indi a breve tornarono a tempestare peggio di prima. Il sarto, vista la mala parata, cavò subito il conto fuori di tasca, e premesse non so quali parole circa la malignità dei tempi, le strettezze della sua borsa, i mirifici vantaggi del riscuotere e del pagare subito, conchiuse col supplicare la donna a saldarglielo sul tamburo; ed ella anzi con piacere; andata pertanto a prendere il biglietto delle cinquecento lire, glielo sporse dicendo: pagatevi e rifatemi il resto.

Alessandro Tassoni, volendo dare ad intendere nel suo _poema_ di un furbo matricolato così esprime: _l'oste, che era guercio e bolognese_: eppure il nostro, che aveva ambedue gli occhi diritti e nacque a Genova, per accortezza gli avrebbe dato ai cento passi venti di giunta; quindi è che avvertita la grossa somma e la facilità di alienarla, toltosi delicatamente il biglietto nei pollici e negli indici delle mani, lo sbirciò per davanti e per di dietro, lo sperò di contro al sole, e poi incurante che alla pretoressa avessero a comparire bugiarde le parole testè pronunziate da lui circa alla propria penuria, cavato fuori del suo portafogli un biglietto legittimo della Banca Nazionale Sarda, prese a istituire fra i due biglietti tale un confronto minuto e sottile, che Dio ve lo dica per me: facile gli fu sincerarsi della falsità del biglietto offertogli; allora verdemezzo le domandò:

— O da chi ha mai avuto _voscià_ cotesto biglietto?

— O che importa a voi saperlo?

— A me? Nulla; purchè _voscià_ me lo baratti.

— Perchè ve l'ho da cambiare?

— Eh! per un _pettin de ninte_... perchè gli è falso.

— Falso!...

— Falsissimo; _scià mii_ qui; _scià mii_ qua; confronti, paragoni... e tante ne disse e tante ne aggiunse, da persuadere Pirrone.

— Ed ora? sospirò la povera donna, che si sentì venire la pelle d'oca, e non si potendo sostenere in piedi cadde sopra una seggiola.

— Ecco, soggiunse il sarto, un empiastro ci è, che rimedio non lo posso chiamare; io mi ripiglierò i vestiti per ora: a lei darò otto giorni per venirli a ritirare e pagarli; se passato questo tempo io non la vedrò venire, procurerò venderli a conto di _voscià_, e _voscià_ mi rifarà la differenza tra il costo di fattura e il prezzo che ne avrò ricavato.

Non fiatò la povera madre; e animosa il doppio di quando si fece ad agguantarli per vestirli, ecco ora gli acchiappa per ispogliarli. La sventura, più che per proprio peso, noi troviamo grave per la debolezza dell'animo nostro; alla povera donna scoppiava il cuore come per morte; il solo sforzo ch'ella durava per non prorompere in pianto le avrebbe meritato la corona del martirio; ma gli uomini queste cose non sanno vedere, nè possono: Dio, licenziato dai cieli come un servitore infedele, senza neanco un zinzino di ben servito, è dispensato da vederle: quindi, sentire a quel modo oggi si giudica sciupìo di virtù, come notarlo sciupìo di tempo. Mirabile a dirsi! Quei demoni incarnati dei figliuoli della pretoressa stavano muti e immobili; veri pulcini che sentono aliarsi sopra la cornacchia. Alla pretoressa non sovvenne la maniera di pagare il conto; tuttavia non mancò di recarsi al sarto per compensarlo della differenza coi risparmi che in una settimana aveva potuto fare su le spese di casa: figurarsi! raschiare sul tosato. Gli avanzi consistevano in cinque lire, e la differenza batteva in venti. Il sarto, indovinando la desolazione della povera donna, si sentì venir su come una flatulenza di buon cuore, che lo spingeva a donarle il resto, ma l'afferrò quando stava per uscirgli dalle labbra, e respintala addietro la trasformò in queste altre parole:

— Per le rimanenti _quinze lie_, _voscià_ non la si stia a _invegendòu_... me le _daròu_,.. quando _potròu_.[59]

[59] Le parole del dialetto genovese sonano così: voscià, vostra signoria; mii, miri; pettin de ninte, cosa da nulla; invegendòu, confondersi; quinze lie, quindici lire, ecc.

Anco a quel modo per un genovese non fu poco; e qui pure metterei pegno che se gli angioli custodi usassero sempre, l'angiolo del genovese glielo avrebbe registrato a credito; in difetto dell'angiolo glielo noto io. Gua'! ognuno ha i suoi gusti, chi raccatta mozziconi di sigaro per le strade, chi croci da cavaliere per le Corti; io le buone azioni da per tutto dove le trovo.

La pretoressa informò del duro caso il marito, il quale sbatacchiato da un insulto nervoso di onestà voleva subito ragguagliarne il prefetto, ma la prudenza lo tenne per le falde e lo consigliò a non mettere il campo a rumore; molto più che i tristi avrebbero trovato materia da malignare nelle cinquecento lire accettate dalla moglie, e di un bruscolo farne una trave; e dacchè i deboli diventano per necessità astuti, deliberò aspettare la sera e far venire una pulce nell'orecchio al prete; e così avrebbe adoperato se il prete per la subita fortuna non fosse salito a petulanza insopportabile, in cotesta sera, cresciuta a dismisura a cagione della sorte che lo favoriva a _goffo_, onde il pretore, indispettito dentro ma placidissimo in faccia, gli sparò a bruciapelo queste parole:

— Ma sapete, don Macrobio, che novità corrono? Ve le dirò addirittura senza farvi tanto penare; i biglietti di Banca sbraciati dalla marchesa con la pala e' sono tutti falsi.

— Fandonie! fandonie! Guardate, scarto tre carte...

— Eh! caro mio, per questa volta dubito che la voce pubblica riporti il vero... certe informazioni recapitate all'ufficio...

— Astii, pretore mio, soliti astii... datemi carte.

— Le informazioni giunte all'uffizio hanno tanto fondamento di vero, che io per debito di magistrato mi troverò costretto a farne inquisizione presso coloro che so averne ricevuti.

Don Macrobio diventò bianco come la candela, che, datagli ai funerali, spegneva appena accesa; depose le carte sul tavolino esclamando:

— Pretore, su queste cose non si scherza.

— Dico da senno io, e mi vennero partecipati i segni onde conoscerne la falsità. Anche senza confronto, ogni uomo, per poco che ci badi, se ne accorge facilmente; se poi si mette sott'occhio il falso ed il legittimo, ne ottiene la prova, per così dire, palmare.