Il secolo che muore, vol. III

Part 2

Chapter 23,875 wordsPublic domain

Costei essendo capitata nelle mani di certo famoso ministro, questi, tenutala per alcun poco di tempo, la rimandò dicendo: «Bella mia: conosco che tu possiedi tutte le virtù teologali, e forse avrai ancora le cardinali, ma se tu duri a trattenerti in casa mia ancora un mese, tu me la riduci in cenere.» Così avarizia vinse libidine, ed il conquasso di due vizi venuti in urto fra loro parve virtù. Anco Demostene avendo domandato a Laide quanto faceva i suoi abbracciamenti ed uditolo,[5] disse: «Non pago tanto caro un dispiacere.» Gli avvocati furono sempre uguali; non la coscienza, ma il prezzo avvertì costui della turpezza dell'azione che voleva commettere.

[5] Mille dramme, o lire _codine_.

Forse veruna femmina al mondo testimoniò meglio di Elvira il simbolo significato anticamente dalla pittura di una donna, la quale nella destra portava una fiaccola e nella manca un gancio, per dimostrare lo schianto della casa donde usciva e la devastazione di quella dove entrava; nei luoghi pestati da lei non cresceva più erba; ella distruggeva per vanità, per esercizio di tirannide, per malignità di natura, per voluttà, per leggerezza; breve, la distruzione era l'aria respirabile della sua vita. Come mai Egeo si fosse tirato addosso cotesto unguento da cancri, è facile immaginarlo da quanto ho avvertito; perchè non se lo levasse dattorno.... non ci era riuscito, e ormai non poteva farne a meno; come l'ellera fa ai muri, lo scassinava, ma ad un punto lo reggeva.

E poichè ella era più furba di un famiglio dell'Otto, certo dì, passandosi in rassegna davanti lo specchio, ebbe a persuadersi che volendo continuare in cotesta vita un pezzo le faceva mestieri di coadiutore: così i provvidi capitani di lungo corso si muniscono per ogni fortuna di doppio apparecchio, di alberi e di vele. Non ebbe a travagliarsi troppo tempo per trovarlo anco superiore alla speranza: le occorse di colta una giovane bella, alta, bionda e di gentile aspetto: le sfolgoravano gli occhi colore del cielo, ma le ciglia pudibonde glieli velavano in parte, come la mano di Psiche la lampada, allorchè, in mal punto curiosa, mosse a vedere com'era fatto Amore. I cieli (e dichiaro così, perchè davvero io non saprei a cui altro attribuirlo) l'avevano dotata di un dono insigne, che io per me antepongo allo stesso cinto di Venere, ed era la facoltà di arrossire a suo piacimento fino alla radice dei capelli; la voce le spirava dalle labbra fragranti, soave come l'alito vespertino in mezzo ai fiori. Insomma, per farvela breve, sapete che cosa io vi ho da dire? Che se l'arcangiolo Gabriele fosse stato spedito a lei per annunziarle imminente la _calata_ dello Spirito Santo, si sarebbe peritato — seppure non avesse creduto meglio di fare per sè. — A giudicare di colta, o al lume dei doppieri, tu le avresti dato venti, o tutto al più ventidue primavere, ma sopra il suo cuore era passato il freddo di ben ventiquattro inverni.

Donde mai l'andò a scovare la nostra Elvira? Dal limbo forse? Dal purgatorio? Scappucciatevi e riverite. Elvira, la quale talvolta si sentiva pungere da un bruscolo di carità nel cuore, come da un bruscolo di paglia negli occhi, visitando gli infermi all'ospedale, la rinvenne quivi giacente in balìa di una Dea.... Per guarirla non ci fu altro rimedio che raccomandarla a un Dio, il quale, trasfondendosi in lei, le ridonò salute. Presela in casa, la rimise a nuovo, e così bene le venne fatto che insuperbì di cotesto restauro, e sulle prime caldezze si decise di darla ad intendere per figlia; pensandoci meglio non ci trovò il suo conto: cugina era poco: si fermò a nipote, figliuola di non so, e non lo sapeva nè anch'ella, qual fratello, morto alla battaglia di Novara; così le parve che stesse a pennello; del resto va da sè, che la fanciulla era nubile e partecipe dello attributo largito da Maometto alle Urì, voglio dire di rinnovare la propria verginità ad ogni quarto di luna.

Adesso che da me sono state descritte le nuove _dramatis personae_, sta a loro uscire dalle quinte e recitare la parte.

Le cose della ragione di Omobono Buoncompagni e C. andavano troppo peggio che zoppe; a tenerle su ritte non era bastato il barbacane dei biglietti falsi, imperciocchè ormai non se ne sarebbe potuto, senza manifesto pericolo, mettere in commercio copia maggiore. Omobono, quando prima s'ingaggiò in questo partito disperato, sapeva ottimamente che dopo un certo tratto la via si biforcava in due, di cui l'una poteva mettere capo ad una contea, e l'altra alla galera: adesso, tentato per bene il terreno, gli pareva essere senz'altro entrato su quella della galera. Nella tempesta si prova il pilota; ond'ei pensa e ripensa, gira e volta, sbirciala per la diritta e alla rovescia, ecco gli piove una ispirazione dall'alto.... Se arrivasse a comporre una società in accomandita per la costruzione di una strada ferrata! Se la concessione dal governo di fabbricarla! Niente sarebbe perduto, all'opposto salvata ogni cosa: nuovo olio sarà infuso nella lampada, la casa sua rifulgerà di raddoppiato splendore: la massa dei biglietti falsi si dileguerà come nuvoletta di estate nell'orizzonte purificato: dunque qui dentro tutti, coll'anima e col corpo; mano ai ferri subito.

Chi legge facilmente comprenderà come Omobono dovesse conoscere Egeo, e di che tinta! Si amavano svisceratamente, giù per lì come Federigo II Maria Teresa, di cui la passione, secondo quello che egli stesso diceva, non si sarebbe quietata se prima non l'avesse veduta ignuda. Adesso trovaronsi insieme; accordaronsi; con forze unite stabilirono proseguire un fine comune, pure guardandosi le mani. Dopo lunghi ragionamenti gittarono le basi della grandiosa impresa come uomini di siffatti negozi intendentissimi; in seguito aggiunsero alle conferenze il Nassoli, il nipote di Omobono ed Elvira, disegnando meglio il concetto; poi presero a colorirlo: ad ognuno fu assegnata la sua parte; diviso il lavoro; pattuito il guadagno; descritte le vie da correre, le terre da coltivare, gli uomini da sfruttare, gli aiuti da conseguire, le reputazioni da impiegare; i banchieri co' quali negoziare e dividere.

Incominciarono col rendersi per via di doni favorevoli quanti stavano attorno ai ministri, e di leggieri ci riuscirono, imperciocchè anco gli Dei, _antichi_ sieno o moderni, si rallegrano per le offerte dei mortali; ed anco Giove viene pei doni propizio, assicura Omero; e nella _Genesi_ si legge che Dio s'impermalì contro Caino, però che questi gli si mostrasse meno generoso di Abele. Del Dio romano io non parlo nemmeno, che i preti cattolici senza tante invecerie gli hanno appiccato al collo il cartello con la leggenda: _point d'argent, point de Dieu_. Ora, se anco gli Dei agguantano i doni a due mani, dovranno gittarli fuori di finestra i semplici mortali? Chi tale pretende non se ne intende.

Nè rimasero trascurati gli imi, i quali a prova sperimentiamo spesso più utili dei potenti, e con poco mantengonsi bene edificati; i pesciolini di vasca corrono a frotta ai bricioli di pane, i tozzi li spaventano. Allo sforzo continuo degli interessati irrequieti a soffiare co' mantici in mano, il metallo prese a squagliarsi.

Il ministro più che volente era entrato nel disegno; se repugnante, sarebbe stato lo stesso, che lo avrebbe travolto senza rimedio lo _impiegatume_, ai tempi nostri con reo nome, convenevole alla cosa, appellato _burocrazia_. Questa cancrena degli Stati ti avviticchia e ti attortiglia, non già terribile quanto i serpenti venuti da Tenedo Laocoonte e i suoi figliuoli, bensì a modo di _lombricaia_ schifosa e invincibile.

Io non so se gli impiegati convengano la sera insieme a pregare, ovvero ognuno preghi da sè; fatto sta che tutti, prima di coricarsi, si genuflettono accanto al letto, e con le mani giunte a punta di lancia, sicchè sembra che vogliano sfondare il cielo, cantano sull'aria del _Veni Creator Spiritus_ una invocazione al Genio dei manifesti teatrali, dei discorsi della Corona, delle esposizioni dei direttori delle società in accomandita e dei programmi ministeriali, affinchè si degni stabilire dimora permanente in Italia, e sì gli dicono:

«O nato da un tagliacantoni in Ispagna, battezzato in America, dove gli fu compare Barnum, e nudrito da una spaccamonti in Francia, deh! non aspettare (poichè la prima volta hai potuto scamparne per miracolo) che i prussiani ti attrappino la seconda e ti taglino l'ale: che cosa diventereste allora? Un passerotto saltellante per casa destinato a cibarsi di pappa ed a morire del male del calcinaccio; passa le Alpi e vieni ad abitare fra noi; in Roma ci puoi stare anche tu; noi ti aspettiamo a braccia aperte: quasi vergine qui troverai il terreno: insegnaci tu a ridurre a cultura le immense pianure della bugiarderia e la virtù dei concimi della sfrontatezza e della impudenza: portaci di quel prezioso seme di balordo, che, sparso a tempo con le regole delle società in accomandita, fa, come abbiamo udito da persone degne di fede, delle cento per uno: ammaestraci a segare la messe degli azionisti babbei. Scendi, o invocato, scendi. Il genere umano non si mostrò mai ingrato ai suoi veri benefattori; mira! Trittolemo, che insegnò ai mortali l'arte di seminare il grano, e Cecrope quella di raccogliere le olive, e il Cavour quella di piantare carote, ebbero devoti, sacrifici e simulacri. Noi saremo tutto per te; qual più vorrai intorno al tuo capo corona di alloro o berretto da notte; che se ti piacesse avere le mani in pasta, noi ti procureremo il portafogli dell'agricoltura, o se piuttosto ti talentano gli onori, ecco qui, tu ti puoi sfiorire. Vuoi croci di Corona d'Italia? O vuoi commende dei santi Maurizio e Lazzaro? Parla, non peritarti: solo non ti promettiamo collari, perchè cotesta la è roba da cani». La industria degli abbindolatori consiste nel mescere il vero col falso, ed anco nel metterti il paraocchi prima di mostrarti un negozio, perchè tu veda la strada piana innanzi a te, ma ti rimanga nascosto l'abisso che ti si scoscende allato. Però in questa faccenda gli ufficiali potevano assai di leggieri dimostrare al ministro che la impresa proposta era migliore a pane che a farina: ed ora gli magnificavano il concetto di porre, per virtù di queste strade, in comunicazione celerissima fra loro le parti più remote d'Italia: l'agricoltura ampliata, accresciute le industrie, i commerci promossi: paduli sterminati convertiti in campi fiorenti di ogni bene di Dio: bonificato l'aere maligno, le maremme scomparse: in mano alla madre natura messo un pettine d'avorio, laddove prima ravviava i capelli ai suoi figliuoli coll'erpice: le boscaglie infami un dì per latrocini ed omicidii, ora ridotte in dilettosi recessi dove le coppie innamorate vanno.... a far funghi.

La _burocrazia_ cala un'altra _veduta del mondo nuovo_, e mette sotto gli occhi al ministro i benefizi della secondata corrispondenza, non pure d'interesse, ma sì d'intelletto e di affetto fra le molteplici generazioni della gente italica, donde ha da nascere la _fusione_ vera di tutte in una famiglia sola; perchè, caro mio (i segretari generali danno del _caro mio_ al ministro), la non si confonda, i vari pezzi di cui va composta l'Italia per ora stanno cuciti a _filzetta_, mentre prudenza consiglia ad assicurarli a _sopraggitto_. Di più, consideri quali e quanti vantaggi ridonderanno dai quattrini stranieri risucchiati qui da noi. E ci hanno cervelli malsani che temono possa perpetuarsi a questa maniera la dominazione degli avventicci, surrogando in certa guisa la prepotenza del danaro a quella delle armi; non dia retta, le sono fisime coteste. Il concetto del Danton, che il cittadino non si porta sotto le suola delle scarpe la patria, non è pensiero, bensì dolore di corpo dei repubblicani di quei tempi: oggi non usa più, e i repubblicani dei giorni nostri cantano a squarciagola il coro degli zingari del _Turco in Italia_: «Nostra patria è il mondo intero.» Ad ogni modo, se non ce la porta il cittadino, ce lo porta il banchiere: patria per lui ogni paese dove il denaro frutta dal venti per cento in su. Di fatti gli ebrei furono chiamati a Firenze dalla repubblica a patto che, oltre il diciotto per cento sopra la moneta prestata, non avessero a pigliare per usura. Tanto vero che pel banchiere patria è quella dove fiorisce l'usura, che gli ebrei non sono voluti tornare in Gerusalemme: per la fabbricazione del tempio avrieno potuto aspettare, ma per la Borsa no: è indispensabile che ce la costruiscano prima. Edificata che sia, quel Dio che precedè il popolo d'Isdraele verso la Terra Promessa dentro una colonna di fuoco, lo ricondurrà a Gerusalemme avvolto in una nuvola dove si leggerà scritto: «interessi al 50 per %, netti da provvisione e senseria.»

E non ci ha dubbio, i pensieri e gli atti di banchieri rassomigliano a capello agli atti ed ai pensieri dei tarli; ma come ai tarli avviene trovare per ordinario la morte nel buco ch'ei fanno rodendo, così dai corpi dei banchieri strani, morti nel nostro paese, la natura caverà l'_umo_, o vogliamo dire terra vegetabile per piantarci _cavoli nazionali_. Vantaggio strepitoso, incalcolabile! Arrogi che ingegneri e scienziati, così inglesi come belgi, francesi e alemanni, qui accorrendo ad esercitare le loro professioni, le insegneranno agli italiani; e come degli ingegneri dicasi degli operai, e perciò dobbiamo aspettarci di veder sorgere qui industrie doviziose, non mai più viste nè conosciute in Italia....

O segretario generale caricato per compire la tua sonata fino all'ultima nota, tu pigi troppo e corri rischio di sfondare l'organo. Quando la più parte d'Italia si reggeva a repubblica, ricorda che a Firenze fiorivano le arti di Porsammaria e di Calimara, mentre la Inghilterra ci mandava le sue lane gregge ai tempi di Enrico VIII, e la sua figliuola, la potente regina Elisabetta, non usava calze. Le grandi e nobili industrie risorgeranno fra noi quando tutte le arti maggiori non consisteranno nello scorticare e nel frodare; e quando frutterà più onore scoprire una stella che una baldracca al regio scannatoio, o una taglia pel regio erario; quando finalmente il premio alla virtù non si butta per terra, affinchè ella nel raccattarlo s'infanghi... Oh! scusino, signori: io mi batto il petto e mi chiamo in colpa, se in un impeto di passione mi è cascata la maschera; torno a riallacciarmela subito ed a mostrare di ridere perchè altri rida.

Approssimandosi il tempo di tirare in terra le reti, gli amici Omobono ed Egeo ebbero insieme questo ragionamento.

— Egeo, io ti ho da dire una cosa.

— Amico mio, dimmene due.

— Io ti ho da dire che più ci penso, e più sembra non sia stato ammannito abbastanza il terreno parlamentare.

E questo osservava costui per paura, perocchè sapesse pur troppo di far del resto sopra l'ultima carta; mentre Egeo, il quale credeva di aver mestato più che Carlo in Francia, rispose:

— Di più non si poteva; non sono mica terre da conciarsi col guano i deputati, nè con la pollina, nè con altri ingrassi.

— Che vuoi tu? È meglio avere paura che toccarne. Per me, se fossi papa, metterei la indulgenza plenaria a chi mi pestasse dentro ad un mortaio quei cialtroni di deputati repubblicani; to', ci pestarono un filosofo, potrebbero pestarci anche costoro, che non sono filosofi.

— Eh! la garberebbe anche a me; ma non usa più adesso pestare la gente nei mortai, e bisogna adattarci ai tempi. Tu, però, affoghi dentro un bicchiere d'acqua: dimmi, hai tu mai pensato cotesti repubblicani che sieno? Come le femmine, le quali dopo essersi arrabattate molti anni invano a farsi tentare, per disperazione si vestono monache, così certuni deputati, poichè rimasero due o tre sessioni in mostra su gli scanni della Camera, a mo' dei mezzi cocomeri sopra la scalinata, senza attirarsi carezza o sguardo del governo, per disperati si gettano al repubblicano. Essi si cullano nella fiducia che veruno conosca il fatto loro, e invece tutti li conoscono dall'_a_ fino alla _zeta_, e li deridono; di costoro, va' pur sicuro, la voce, da qualunque parte del corpo la mandino fuori, è stimata del pari.

— Di parecchi io non contrasterò che tu abbia ragione da vendere, ma per altri poi.... noi che di virtù c'intendiamo.

— Noi conoscitori di virtù! Si vede espresso che tu hai oggi, Omobono, alzato il gomito a tavola.

— No, non è questa la ragione; vieni qua che te la dirò dentro un orecchio: — per conoscere i galantuomini non ci è quanto i furfanti; basta metterci accanto a loro per vedere subito la differenza. Persone che s'incocciano nella onestà ce ne fu sempre, e ci sono.

— Gua'! ci sieno; il nostro mestiere sta nello annientarle, non col pistello, ma in altra maniera consentita dalla odierna civiltà. Osservale bene e vedrai come le si distinguano in due categorie: in iraconde ed in flemmatiche: le prime di più facile cottoia, sicchè quando esse tutte infervorate favellano, e noi o tossiamo, o stranutiamo, o sbadigliamo, od esclamiamo in diverso tono le cinque vocali, o buttiamo là una buffonata.... insomma _fraus arma ministrat_ per confonderle; se mostrano i denti accennando a mordere, e noi componiamo a gravità il sembiante, ma sotto ai banchi lavoriamo di piedi. Di siffatti tiri noi possediamo un flagello, e non ci accade mai di votare il sacco; per ordinario non siamo giunti al terzo, che le iraconde pigliano il cappello, sfogansi in fulmini di parole, che non hanno mai incenerito alcuno, e se ne vanno via colla spuma alla bocca. Buon viaggio! A nemico che fugge ponte di oro. Co' deputati flemmatici si desidera un altro governo. Tu sai come la polizia, sotto gli stoppacci dei suoi calamai, allevi un semenzaio di giornalisti; è patto fra noi e la polizia che ad ogni nostra richiesta ce ne abbia a fornire un corbello: sovente ce li dà a mezza gamba, purchè facciano un viaggio e due servizi, vale a dire calunniatori per noi, per lei spie; ma talvolta ci tocca pagarli a noi soli, e sarebbe un guaio se non rinviliassero ogni dì, stante la portentosa loro moltiplicazione. Io non so di anatomia, ma li credo di natura di cimice, che ha i due sessi, così almeno dicono. Costoro valgono oro quanto pesano: nel riferire ch'ei fanno in succinto le orazioni di questi deputati che voglionsi demolire, se ne sopprime con diligentissima cura il buono e il bello; se ne arruffano gli argomenti, i raziocini si alterano; le parole si mutano così che paiono matte o briache. Quei dessi che le profferirono, rileggendole, forza è che esclamino: possibile mai che noi abbiamo sciorinato tante melensaggini? No, voi non le avete discorse, ma come ne chiarirete il paese? Intanto il ragguaglio doloso, stampato sopra centomila fogli, il vapore con lena affannosa trasportò da un capo all'altro d'Italia; dentro ventiquattr'ore si lesse a Susa e ad Otranto. La _Gazzetta Ufficiale_ seguita i nostri giornali alla lontana, come san Pietro Gesù quando lo trasportavano al pretorio; e poi chi la legge? Ovvero vorranno riparare con le proprie forze alla botta proditoria? Fuori danari, e quando la tua orazione vedrà la luce, riveduta e corretta, sarà tardi: il vortice perpetuo dei casi quotidiani avrà tolto ogni importanza ai fatti passati: il paese accorrà il tuo discorso come un cavolo a merenda. Possediamo altresì un altro segreto, e questo consiste nella congiura del silenzio: ai Piombi di Venezia e al Canale Orfano sostituimmo la pratica di non profferire mai il nome della persona a noi infesta, non cenno circa i suoi scritti, non allusione sopra i suoi gesti... tenebre ed oblìo intorno a lui... in breve ti comparirà una figura deforme nel fitto alla caligine.... figurati una maniera di sfinge più che mezza affondata nella sabbia del deserto. Vorrà ostinarsi a stare? Che cosa importa a noi? Invece di scomparire di schianto, lo disfaremo in limatura di ferro; per noi la messa torna a mattutino. Il popolo è con noi. A cui afferma il popolo grato ai suoi benefattori, elleboro e doccia di acqua fredda sul capo. Il popolo non ama alcuno, nè manco sè; egli odia ed obbedisce unicamente chi ha potenza di fargli del male....

— Tu predichi ai convertiti, Egeo, soggiunse Omobono; di questa tua roba in magazzino ne ho delle moggia ammuffite: generalità che in pratica troviamo sempre corte, o da capo o da piedi. Senti me; sai tu quando mi son fatto le stincature? Quando reputai la cosa certa. Dammi retta, poichè noi co' nostri grimaldelli abbiamo aperte molte serrature, ci ripromettiamo schiuderle tutte, e ci inganniamo; quando te l'aspetti meno, ne incontri una con la quale non si scavicchia nè per Dio nè pei santi. — Poichè il tempo ci avanza, industriamoci a spianare ogni difficoltà: mandiamo attorno e andiamo noi stessi a spillare se possono elevarsi contrasti, e quali; rimoviamoli, attiriamoci la più parte dei deputati; tutti se possiamo: non lasciamo aperta fessura donde possa entrarci in casa la disgrazia. Bisogna riuscire, capisci, bisogna riuscire.

— Non accenderti il sangue; mettiti in calma; se tu avessi dei deputati la conoscenza che ne ho io, tu dormiresti fra due guanciali. Tu ti hai a figurare ch'ei sono come la pasta di cui fanno il pane: parte di loro è infornata e parte sta sulla pala; ora, se non è da dubitarsi della prima, come quella che attende zitta e chiotta a godersi della beatitudine della biscottatura, molto meno si dorrà della seconda, che arrangola di essere infornata per cocere; avanza l'altra, che adesso il governo rimena, e questa giudico la più sicura di tutte, perchè chi ci tiene le mani dentro, a seconda del bisogno o del talento, ora di tonda la fa quadra, di gobba convessa, ovvero l'allunga a coda, a mattarello, a maccheronaio, — insomma come gli pare e piace; dunque tu vedi....

— Dunque vedo che tu ne hai lasciata indietro un'altra parte; la più importante e pericolosa di tutte.

— Quale?

— Quella che sta a lievitare nella madia: agguantiamola, Egeo, agguantiamola, che altri non ce la impasti a nostro danno.

— Eh! capisco; non dico di no; ma tu sai che non è becchime quello che domanda questa maniera di polli.

— A manate gitta loro le promesse; a palate gettagliele nella gola e negli occhi.

— Anima cara, a questi lumi di luna nè manco il cerbero di Dante, che fu tanto abboccato da contentarsi di due pugni di terra, si contenterebbe delle promesse: sicuro, la polvere basterebbe, purchè di oro.

— Ebbene, o chi ti para da spargerla?

— Chi mi para? Averla!

— Eh! via, non far marina, che ti conosco, mala erba.

— Senti, io ti confido cosa che, conosciuta, mi butterebbe a terra in un attimo... io sono rovinato.

— Ed io.... soggiunse Omobono a precipizio; ma fu in tempo a mutare frase, dicendo: — io non ci credo, e mi accorgo d'avanzo che tu vuoi giocare sul velluto.

— Omobono, da parte chiacchiere, io ti confermo che mi trovo più presso al _laus deo_ di ogni mio avere che tu non credi.

— Ma qui vedo argenti a profusione; la tua signora, tra gioie, perle e preziosità di ogni maniera, da 350 a 400 mila lire se le ha da trovare.

— Mira come sei informato! O che mi hai già fatto l'inventario? Quanto dici è vero, ma io preferirei levare un tigrotto dalle mammelle della tigre anzi che un gioiello di sotto all'Elvira... Provati, se ti basta l'animo.

— Io mi sbattezzerei a pensare dove tu abbia sperperati i quattrini che devi avere guadagnato.

— E che guadagno... aggiungi; ma se tu provassi Elvira, conosceresti com'essa è donna da tirare in fondo una flotta di navi di sughero. Insomma mi mancano quattrini e mezzi per farne di corto, e se mi rincresce Cristo lo sa, e in questo tuo consiglio di dare a beccare ai polli in chiostra, mi sembra che stia l'anima del negozio.

— Dunque non resta altro che provveda io, disse Omobono a denti stretti.

— Conteggeremo all'ultimo, rispose Egeo a bocca aperta.