Part 19
Ed ora, voltata la ruota al timone, andiamo a vedere che sia accaduto dei nostri amanti. Ai moti convulsi, ai discorsi deliri, subentrarono quiete e silenzio penosi; si tenevano per mano e corrispondevano fra loro con sospiri repressi. Il sole sembra affrettarsi a purificare nella marina i suoi raggi insanguinati nel quotidiano pellegrinaggio per le dimore degli uomini. Omobono si leva, lo seguita Amina, entrambi si affacciano al balcone e scambievolmente si stringono a mezza vita; fissi nel sole, stanno a vederlo immergere poco a poco nel cumulo delle acque; quantunque tinti in rosso, cotesti raggi offendono la vista; che importa? In breve essi non avranno più bisogno degli occhi, nè di altro sentimento del corpo; ecco, su l'orlo estremo della marina resta un terzo appena del disco solare, un quarto, una linea, un sospiro, è prossimo ad esalare l'ultimo fiato; lo ha esalato.
— Ed ora anche per noi è tempo di andare a dormire, bisbigliò Omobono.
— Sì, rispose Amina; però innanzi io ti supplico compiacermi in un ultimo desiderio; tu vestiti i tuoi abiti migliori, io farò lo stesso, e poichè senza avvertirlo io chiusi nella valigia la ghirlanda dei fiori di arancio, me la poserò adesso sul capo. Celebriamo le nozze; pronuba la morte.
E come Amina desiderò fecero.
Alla luce moribonda del crepuscolo spartirono la morfina in sei boli; dovevano essere tre per uno, ma Omobono per sè ne prese quattro, perchè, come uomo e più forte, era naturale che gliene abbisognasse dose maggiore.
Uno si assise dirimpetto all'altro; parevano di marmo; la vita intera negli occhi. Omobono prese un bolo, lo mise nel cucchiaio, che empì di acqua, lo accostò alla bocca, e levato il capo giù il primo. In questo mentre l'Amina s'industriava scambiare i bocconi di morfina con quelli già ammanniti di gomma arabica, ma non le riuscì; il freddo le penetra le ossa e la paura le toglie il consiglio; sicchè a lei pure è forza trangugiare un bolo di morfina. Omobono, preso ormai pei capelli dal fato maligno, ingola il secondo; Amina, tremante a verga, si apparecchia ad imitarlo. Chi la salva adesso? Quello che nè anche il diavolo ora potrebbe, lo farà Amore.
Cotesta vista rimescolò nelle viscere il povero Omobono, che l'amava tanto, onde balbuziendo parlò:
— Aspetta, cara infelice... mi manca il coraggio di vederti pigliare il veleno... lascia ch'io mi volga altrove... e poi avvelenati... Amina, abbi pietà di me.
E con supremo sforzo agguanta i due boli rimasti su la tavola, e senza soccorso di acqua, cacciatisegli in bocca, li trangugia. Così Amina ebbe agio di sostituire la gomma arabica al secondo bolo della morfina, la quale si ripose in seno.
— Ora, soggiunse Omobono, adagiamoci sul letto; si levò, ma traballava, non mica per virtù del veleno, che sarebbe stato presto, bensì per la commozione; si versa un bicchiere da tavola di _cognac_ e lo manda giù di un tratto; poi un altro: ed all'Amina che gli avvertì: — che fai? — egli rispose ghignando: — tanto più che morire non si può. — Quindi con la bottiglia in mano, che posa sopra la comoda da notte, a tastone trova il letto e vi tracolla sopra di sfascio: — Ora, gorgogliando continua, ora, Amina, vienmi a morire accanto.
Amina si sentiva impietrita: Omobono cominciava a tronfiare, indi a poco piglia a lamentarsi: — Da bere... ahimè! ardo... da bere, e stesa la mano alla boccia ingozza _cognac_. La efficacia del veleno si palesò in lui oltre l'aspettativa sollecita; la salivazione tanto copiosa lo molesta, che non potendo sputarla gli si rovescia per le guancie e pel mento, lasciando su le labbra bolle di bava; con le mani sempre in moto si straccia le vesti e la pelle, tanto lo tormenta acuto il prurito; i tratti del viso da un punto all'altro gli si tramutano sì che non pare più quello; per ultimo chiude gli occhi russando cavernoso.
— E tutto questo perchè se ora ti manca il coraggio di coglierne il frutto! — per darsi di sprone diceva irridendo se stessa Amina, sentendosi inchiodata sopra la seggiola; e cupidità vinse paura; sorse in piedi, e le bastò l'animo di accostarsi al letto dove giaceva Omobono, con l'indice e il pollice sollevargli le ciglia scrutandogli le pupille, che riscontrò orribilmente contratte; lo chiamò eziandio più volte: «Omobono, caro Omobono... sentimi, riscotiti... rispondimi, via, amor mio». Nulla! — Adesso è il tempo, ella disse, e gli prese di tasca la chiave del baule, lo aperse, n'estrasse il portafogli, che pose sopra la tavola: smoccola la candela perchè mandasse più lume, e reggendosi a stento si accosta alla finestra, ci si affaccia, e la voce di Elvira la percuote subito che dice: «Sono qui».
Il portafogli fu calato, la finestra richiusa in fretta. Amina si fa a serrare il baule e a rimettere la chiave in tasca ad Omobono: allora si accorge come non abbia badato ad altro portafogli di volume molto minore, il quale, aperto da lei, mostra un'altra quantità di biglietti di banca; le pareva tentennare fra la morte e la vita, e tuttavia non sofferse lasciarli; s'ingegnò adattarsi intorno alla vita il portafogli, e sebbene cascasse dal sonno ci si rifece più volte, finchè non le parve averlo celato per bene sotto l'abito stranamente foggiato che costumava a quei dì. Allora soltanto pensò all'emetico, e, strano a dirsi, non gli riuscì pigliarlo; per le membra le si era insinuato un torpore che non le dava balìa di alzare le braccia; quanto più voleva tenere ritto il capo, tanto le ricadeva sul petto peso come il piombo; ed anche la lunga tensione dello spirito in opera di delitto l'aveva rifinita di forza moralmente e fisicamente: si acchiocciolò sul letto voltando le spalle al corpo di Omobono per paura di vederlo, se per caso le venisse fatto di aprire gli occhi, e così stette finchè non sentì picchiare forte l'uscio, e al colpo tenere dietro le parole: «Aprite in nome della legge» e così per più volte; non rispondendo alcuno, con una spinta solenne schiantarono l'uscio dagli arpioni, e dentro rovesciansi prete, pretore, giandarmi, Luigi Bigi e l'Elvira. Alla vista del fiero spettacolo mandarono tutti un grido di orrore. L'Elvira si precipita sopra Amina, del suo corpo la cuopre, l'abbraccia, la bacia, co' più cari nomi l'appella, e intanto le domanda sommesso:
— Hai preso il veleno?
— Sì.
Elvira levò la faccia al cielo quasi per chiedere una ispirazione, e la ispirazione le venne, ma non dal cielo, e la ispirazione fu questa: — Lasciala morire, ti piglierai tutta la moneta per te.
Senonchè Amina ammiccandole con gli occhi desse retta, le aggiunse: — Ma ne ho preso poco; nè mi potrebbe uccidere; — levami di qui, Elvira; io non posso più reggere.
Allora Elvira incominciò a gridare, si affanna, manda sottosopra ogni cosa; ordina ammannissero caffè, corrano pel medico, vadano per lo speziale, portino di ogni ragione emetici: acqua calda... acqua calda, ci vuole.
Avuta acqua calda, la Elvira ministra all'Amina il solfato di zinco e poi acqua; e intanto che a voce alta la conforta a darsi animo, a voce bassa interroga:
— Le prese di morfina dove sono?
— Qui in seno.
Allora Elvira, al fine di divertire l'attenzione da lei, strepita:
— E voi altri movetevi; fate lo stesso con cotesto sciagurato; se non può aprire i denti, schiudeteglieli a forza; cacciategli in bocca questo vomitatorio; se riusciamo a farli recere, sono salvi... su, prete... presto pretore... maresciallo, mi raccomando anco a voi... a lei, signor Luigi Bigi, o che mi stilla lì ritto come un palo da pagliaio... Amina, come ti senti? Come ti par di stare? Ti senti smovere? E voi altri, con quel disgraziato, venite a capo di nulla?
— Di nulla; io lo faccio sbasito, rispose il maresciallo; e' pare che, più che col veleno, si sia ammazzato col _cognac_.
— Ch'è il peggiore dei veleni, osservò Elvira, calunniando perfino questo suo amico fedele.
— Mamma! mamma mia, reggimi il capo.
— Su, carina mia, coraggio... o Dio, o Dio, ti ringrazio, la medicina opera.
E giù vomito a scroscio; mentre Amina appoggia il capo al seno della Elvira, e vomita nella catinella, questa, fingendo aiutarla con le mani, le cava dal seno i boli della morfina e li mescola col reciticcio. Tranquillatasi alquanto la madre pietosa, le porge a bere caffè a ciotole, mostrando tuttavia accesissimo zelo anche pel giovine avvelenato; ma con lui erano pannicelli caldi: vennero il medico e lo speziale.
Il medico, dopo visitata diligentemente Amina e le materie serbate nella catinella, giudica che a parte le conseguenze del disturbo morale, intorno a cui non si poteva garantire nulla, dove si continuasse la cura del caffè e di altre bevande acidulate con aceto, limone, acido tartarico e simili, la considerava fuori di pericolo: all'opposto, il caso di Omobono parergli disperato; ad ogni modo avrebbe fatto ogni sforzo, ma, per operare, di due cose avere supremo bisogno: quiete e libertà; sgombrassero la stanza tutti, massime la giovane signora, della quale la permanenza prolungata in cotesto luogo era di danno inestimabile.
— Se però non fosse assolutamente necessario... osservò il pretore.
— Necessarissimo, _et in primis et ante omnia_, confermò il medico.
— Ma che diascolo! Lo vedrebbe un cieco, ribadì il prete, cui, memore del goffo omicida della sua primiera, non parve vero di dare una trafitta al pretore.
Allora Elvira, usa a chiappare le occasioni a volo, chiamato in disparte il medico, lo tastò:
— O non sarebbe meglio che io me la riconducessi a Milano?
— Magari! Ma con questo boccone di scossa io non garantirei.
— Senta, dottore, io non voglio che da lei si garantisca nulla; sono io quella che intendo recisamente ricondurla a casa; desidero che ella ne sostenga la convenienza... la utilità... la necessità... la mia carrozza è comodissima, vostra signoria ci accompagnerà a Genova, occorrendo a Milano: e' sarà mestieri accomodare mezza carrozza a modo di lettuccio, provvedere medicine, cordiali... dottore, la supplico, pensi a tutto _lei_, perchè, vede, se io non do la volta, è un miracolo: non badi a spesa, sa? Eccole un biglietto da mille; poi faremo i conti.
Lasciato il medico in asso, la Elvira tira da parte il prete e gli dice:
— La mi dia la mano.
— O che ne vuol fare?
— Mi conceda che io gliela baci.
— O signora marchesa, ma che le pare?
— La mia figliuola è salva! Ottenni la grazia, e non gabbo i santi io. Prenda questi due da mille e questi altri quattro da cinquecento, che in tutti fanno quattromila; mariti fanciulle a suo piacimento; siamo intesi. Adesso bisogna che anche _lei_ si metta dattorno al pretore perchè non m'impedisca ricondurre meco la mia figliuola a Milano; che importa averla salvata dal veleno, se poi la si vessa con tante molestie, che avrà da morire d'angoscia? Innanzi ch'ella si rimetta chi sa quante cure bisognerà ch'io spenda... dirò come ha detto dianzi _lei_, reverendo, lo vedrebbe anche un cieco.
— Non ci è dubbio... non ci è dubbio.
Allora tutti in _acie ordinata_ uniti mossero contro al pretore, il quale stava seduto al tavolino rapito in estasi, come dev'essere stato san Giovanni quando dettava l'_Apocalisse_, a stendere la relazione informativa pel prefetto. Cascasse il mondo, prima la relazione; ogni altra cosa dopo; udita la istanza dei supplicanti, rispose secco non potere attendere per ora; lo lasciassero alle gravi incumbenze del suo ufficio: trasportassero la inferma alla pretura. Delegava il maresciallo dei giandarmi a frugare con somma cura tutti (e per ciò si comprendevano anche le tutte) quelli che uscivano dalla stanza, perchè come dice lo Statuto? La legge è uguale per tutti. Non doversi levare niente dalla stanza, nè manco una spilla, _nequidem acicula_. All'Elvira non parve vero, e fra sè disse: _Siamo a cavallo_; invece all'Amina diede un tuffo il sangue; ma dalla paura in fuori non ci fu altro danno. Il maresciallo dei giandarmi era troppo educato per ardire di stendere la mano su donne di alto affare; e poi nell'esercizio della sua professione aveva appreso come il precetto che la legge è uguale per tutti sia una delle tante cose che nella società umana si dicono, si scrivono e si stampano, ma che però non si eseguiscono se non _caute_, _sano modo_, _prudenter_, e con le altre più forme che le fabbriche dei R. P. Gesuiti provvedono a tutti i governi di questo mondo, ed io credo anche di quell'altro.
Elvira, Amina, il prete, Luigi Bigi, scortati da grande accompagnatura di gente, arrivarono a casa del pretore, dove li accolse la moglie e la caterva dei suoi figliuoli; quella mezzo melensa, come _l'aura spiritale di amore_ del canonico Petrarca per troppo frequenti gravidanze,[52] questi orribili a vedersi più dei diavoli dipinti dall'Orgagna nel camposanto di Pisa, nell'atto di rubare l'anima ai frati; ella si profferse intera all'Elvira, ma che le poteva dare? Dall'acqua in fuori la poverina non possedeva altro; questi nel solito arnese, scarduffati, scalzi e sudici, si misero attorno all'Elvira, toccandole i panni e lasciandovi impressa l'impronta delle cinque dita, nella medesima guisa che gli animali antidiluviani fecero sopra il terreno stemperato, onde i naturalisti ebbero poi notizia della loro esistenza nel mondo e ne ricostruirono la forma. Elvira sentiva pizzicarsi le mani di agguantare tre o quattro di cotesti cosi e scaraventarli fuori di finestra, ma la necessità la costrinse di appiccare la sua voglia all'arpione, all'opposto si adattò fino ad accarezzarli e a dire co' denti stretti alla povera mamma: come sono _interessanti_! E la povera mamma, facendosi coscienza di accettare senza ammenda cotesto elogio, aggiunse: se non fossero tanto insolenti! — Elvira, per levarseli dattorno, ricordò in buon punto di avere addosso la scatola dei confetti,[53] arnese diventato oggi necessario nel _mondo muliebre_, onde, recatasela in mano, l'aperse e ne gittò il contenuto nell'altro lato della stanza: se si dicesse che ci si avventarono sopra come i porci alle ghiande, sarebbe troppo gentile paragone, perocchè essi nello strapparseli di mano si graffiassero e mordessero: divorati i confetti tornarono a infestare la gente più impronti che mai: allora risolverono cacciarli via; sì, e' furono novelle! Sgusciavano dalle mani, strisciavano per le gambe, sotto le gonnelle si appiattavano, strillavano come galline spaventate; all'ultimo, ghermiti chi per le gambe, chi pei capelli e chi pel collo, furono chiusi dentro un bugigattolo, dove continuarono a sbizzarrirsi fino a giorno.
[52] Così è, Laura Sade aveva il corpo rifinito _crebris partubus_.
[53] Bonbonnière.
Elvira, ripreso fiato, narrò (era la quarta volta che la raccontava, sempre con aggiunte e correzioni) la pietosa storia alla pretoressa, la quale ne pianse tanto da immollarne due fazzoletti; allora Elvira conchiuse col pregarla ad esserle favorevole per ismovere il pretore a non impedirle di ricondurre la figliuola a Milano; ella non poteva trovare il terreno più sollo, perchè ci ebbe appena pigiata la vanga che ci entrò fino al manico, e le diceva: «non se ne desse pensiero; lasciasse fare a lei; non ci era a dubitarne nemmeno; niente niente nicchiasse il pretore, l'avrebbe dovuto contrastare con _lei_.» E così via, come costumano le donne, quantunque eccellenti, dove si reputino cardini della famiglia. — Elvira, tratto fuori un biglietto da cinquecento lire, lo esibì alla povera donna, la quale, diventata rossa come una fiamma di fuoco, lo rifiutò esclamando: «O che per un po' di opera buona ci è mestieri pagamento? Da quando in qua si usa comprare anche due parole di carità?»
— No, buona signora, rispose Elvira, la carità non si compra, nè si vende; ma poichè la beata Vergine mi ha fatto la grazia di salvare questa mia diletta figliuola, è debito di cristiano mostrare la propria gratitudine alla madre di Dio facendo un po' di bene al proprio simile; e questo debito tanto più preme a me, che la Provvidenza volle colmare di ricchezze. Avrei pertanto voluto spedirle da Milano una cassa di vestitini per i suoi _interessanti_ bambini, ma ella, ch'è donna di giudizio, comprende a colpo di occhio che troppo triste cure mi attendono a Milano, ond'io possa, come pure vorrei, badare a ciò: quindi la prego a volersi pigliare questo carico per conto mio, e ciò con tanta maggiore opportunità, che qui il sarto li potrà provare alle creature prima di cucirli e a questo modo farli tornare a pennello a loro dosso.
Ah! interesse, interesse, quando tu ti ci metti in casa entri sempre, perchè se tu picchi all'uscio nel medesimo modo, diverso è il grido col quale accompagni il picchio, ed ora preghi per lo amore di Dio, ora per l'amore del prossimo, ora per l'amore dei figliuoli, sicchè l'amore tira la corda e si accorge tardi avere albergato un serpente.
Il pretore tornò a casa all'alba, nè solo; con lui vennero l'albergatrice di Amina e il Merlo, rinvenuto dalla sconcia ubriachezza; la Elvira, appena lo vide, gli fece una squartata da levare il pelo: bel capitale ci era da fare di lui, dominato ogni dì più dal turpe vizio del vino; troppo abusare della sua bontà; pensasse che ogni libro aveva il suo fine; quello della pazienza come ogni altro. Ma il Merlo, fattolesi dappresso, a voce bassa e in atto di ossequio le susurrò.
— Ci conosciamo, buona lana; se tu mi hai lasciato ubriacare, senza ubriacarti, è segno che ci avrai avuto le tue buone ragioni: quante volte ci siamo ubriacati insieme! Smettila una volta, che mi sento stufo di essere maltrattato da te, hai capito?
— Andiamo via, Merlo, fatevi perdonare il trascorso passato attendendo ad eseguire quanto sarò per comandarvi.
Ora si tira innanzi la vedova locandiera dell'Amina, e implora piangolosa pagamento del fitto e indennità per la rovina patita; era stiantata di sana pianta; chi da ora in poi avrebbe abitato casa sua? Si raccomandava _in visceribus_; e fu vista inginocchiarsi e così genuflessa camminare dietro Elvira, la quale, uggita della improntitudine, si volse a Merlo dicendogli:
— Vedete di accomodare per la meglio questa donna. Non sono mica morta io in casa sua; nè il morto mi appartiene, senonchè per la trafitta che mi ha dato nel cuore: d'altronde egli lascia una eredità; si faccia pagare da quella.
— Aggiusterò io questa faccenda, intervenne a questo punto il pretore, ed Elvira con bel garbo gli disse:
— L'avrò per grazia; — e qui ella si volse da capo al curato con queste parole: — Reverendo, io non le chiedo accompagnare quel povero morto al camposanto.
— Di fatti io non la potrei servire.
— Ma non ci sarebbe verso di fargli dire un po' di bene.
— _Impossibile!_
— Me ne rincresce; avrei voluto erogare un po' di danaro in suffragio dell'anima sua... non ne parliamo più.
— Ecco, signora, come si potrebbe fare: ella avrebbe a commettermi quel numero di messe che a lei sembrasse spediente, da celebrarsi secondo la sua intenzione, ed ella le applicherebbe in pro dell'anima del defunto: io voglio credere che le faranno bene, alla peggio male non glie lo faranno, e' sarà come della nebbia, che lascia il tempo che trova.
Così rimase stabilito con mutuo gradimento; gli altari smagliarono di candele; le chiese echeggiarono dei soliti canti; di su, di giù la solita schiera fosca dei preti, come formiche alla busca del grano.
Il pretore, battuto in breccia da tante parti, non seppe negare la istanza che le reiterava la marchesa, molto più che il maresciallo gli faceva osservare fin lì non esserci querela, nè egli poteva pigliarsi da sè le parti di giudice istruttore: quanto spettava a diligente magistrato essere stato da lui adempito. Assicurato tutto; dalla stanza mortuaria non estratta nè manco una spilla, _nequidem acicula_; di ciò essersi accertato mercè la perquisizione rigorosissima anche su le persone, senza distinguere qualità nè sesso; ciò resultare dal suo rapporto; cavato appena dalla stanza il cadavere si apporrebbero i sigilli; e buona notte sonatori. E come vorrebbe ritenere egli la giovane signora? In carcere? Dio ne liberi! Gli correrebbero dietro fino le pietre e potrebbe uscirne chi sa che diavolìo anche pel governo, il quale (a quest'ora il pretore lo avrebbe a sapere com'egli maresciallo) ama lo zelo e lo raccomanda, a patto che non metta campo a rumore. O piuttosto la lascerà a _piede libero_? E allora, o che difficoltà trova che ella così si stia a Milano, piuttostochè a Nervi? Molto più che a Milano dovrà istruirsi il processo.
E fu alla Elvira efficace avvocato il maresciallo, uomo atticciato, tuttavia giovane e svelto da levare il fumo alle schiacciate. La Elvira, un po' pensando al presente e molto all'avvenire, gli volle donare un bellissimo anello, e ad accettarlo non potè dire avere patito violenza il maresciallo. Questo anello, non senza sua grande sorpresa, l'Elvira, dopo un mese lo rivide a Milano in dito alla marchesa Zelmi. O com'era ita? chi lo può dire? Rammentate voi quel siciliano che, condottosi a Roma, fu trovato rassomigliarsi al magno Pompeo come gocciola a gocciola? Questi, avendolo saputo, volle vederlo, e riscontrato che la cosa stava appunto come glie l'avevano raccontata, esclamò: la è strana, perchè mio padre, ch'io sappia, non andò mai in Sicilia. Però ti avverto, rispose l'arguto siciliano, che mio padre soventi volte venne qui in Roma. La marchesa Zelmi erasi trattenuta per le bagnature a Nervi fino ai primi di ottobre...
Insomma Elvira si condusse seco Amina in mezzo alle benedizioni di tutto il popolo di Nervi, il quale non potè astenersi da esclamare: piacesse alla Madonna santissima mandarci spesso di questi avvelenamenti; la sarebbe una manna per tutti!
La ipocrisia, avendo presentito questo negozio, ci si era messa di mezzo nello intento del ciarlatano che va alla fiera; confidava smerciare dei suoi prodotti in buon dato; ma presto conobbe che la ipocrisia antica, la ipocrisia classica a mo' che la descrive Cesare Ripa nella sua _Iconografia_, non era più di usanza. Le ipocrisie venivano a nugoli dall'Affrica in compagnia delle cavallette _puniche_; queste rimasero tutte in Sardegna; la più parte di quelle capitarono in Italia. Allora la ipocrisia classica si profferse al generale dei gesuiti, che l'accolse cortese, le usò un mondo di finezze e le diede a bere la cioccolata, ma le disse che i conventi e i collegi dei gesuiti si servivano di lavori fatti in casa; la ipocrisia si ripose in viaggio e se ne andò a Roma per favellare al santo Padre, ma non lo potè vedere, perchè lo trovò carcerato in segreta dentro undicimila stanze! Si fece a rendere visita a cardinali, arcivescovi, vescovi, e di maniera prelati, non lascio indietro abati, abatucci e abatini, e tutti rinvenne provvisti di barattoli d'ipocrisie messe in guazzo come le ciliege: per disperata si fece a trovare i ministri del _bello italo regno_, e si mise in quattro per renderli capaci di adoperare ipocrisie decenti, che non avessero le toppe bianche su le gonnelle nere, mentre quelle che tenevano a nolo l'erano sgualdrine sguaiate che solevano andare dietro la _ritirata_[54] dei soldati; ma i ministri la chiarirono come non si potessero mettere in ispese inopportune, imperciocchè presentissero avvicinarsi il tempo in cui, dato il puleggio a tutte le ipocrisie vecchie e nuove, nobili e plebee, sarebbe corso l'andazzo di buttar carte in tavola dicendo fuori dei denti: così la penso e così la voglio, e a cui fa male si scinga.
[54] _Ritirata_ chiamasi pure il segno dato ai soldati colle trombe o coi tamburi di raccogliersi ai loro quartieri. GRASSI _Diz. milit._, coll'esempio del CINUZZI. Manca al Voc. della lingua.