Part 18
Elvira, che la donna era dessa, s'imbrancò con certe vecchiarelle, le quali mattutine s'incamminavano verso la chiesa, alternando passi e nodi di tosse; ora, strette le ciglia per isbirciare meglio, mira il prete sopra la soglia della chiesa, in atto di uomo che aspetta, e poco dopo una signora affrettarsi a cotesta volta, come persona cui tardi farsi attendere; Elvira rallenta il passo, e solo torna ad accelerarlo quando vide entrati in chiesa il prete, la signora e qualcheduna delle vecchie compagne del suo cammino; ella pure vi entrò di scancìo e si fermò in un canto all'ombra per iscoprire marina; il prete e la donna già stavano ristretti nel confessionale con la mano in pasta a fare il sacramento della penitenza; allora strisciando lungo la parete giunse presso al confessionale, dove presa una seggiola s'inginocchiò dinanzi a quella con le gomita sul paglietto e il capo nascosto nel cappuccio inclinato sopra le mani. Amina l'aveva di già avvertita, onde tirò a finire la confessione, sicchè il prete, che si era già apparecchiato a sentirne di quelle senza babbo nè mamma, rimase edificato delle mende leggiere della sua penitente: tutto il baco stava nella troppa fede posta nel giovane innamorato, che l'aveva tratta fuori di casa, non però a cattivo fine, perocchè entrambi i giovani più che mai erano fermi a legittimare la loro unione col sacramento del matrimonio, e magari se avessero potuto farlo benedire da lui, curato di Nervi!
Il prete non capiva in sè dal giubilo, che gli pareva l'angiolo dell'Apocalisse mettergli la falce in mano e gridargli _con gran voce: Caccia dentro la tua falce e mieti perchè l'ora del mietere è venuta_,[50] e impostele per penitenza non so che zacchere di _avemmarie_ in onore della _sempre vergine e madre, figliuola e moglie_, la licenziò, ammonendola che dopo un po' di preparazione egli avrebbe celebrato la messa, al termine della quale le amministrerebbe il santissimo sacramento della eucarestia. Quanti sacramenti in un picchio! Fortuna che non fanno indigestione!
[50] Apocal., c. 14, n. 15.
Egli se ne andò in sagrestia, dove si lavò le mani; doveva anche lavarsi l'anima, ma per siffatto lavacro manca troppo spesso il sapone ai preti.
Amina, tolta a sua posta una seggiola, la tirò chetamente accanto a quella di Elvira, e postasi nel medesimo atteggiamento di lei incominciarono a bisbigliare fra loro. Dopo parecchi discorsi, che non importa riferire, Elvira disse:
— Dunque voi vi volete avvelenare coll'oppio?
— Mi è parso meglio di tutto.
— E ti parve bene; perchè con gli altri veleni, massime con gli arsenicati, non si sa mai dove si vada a cascare: però il meglio sarebbe che tu ti esimessi con destrezza da ingollare anche l'oppio: tutto sta cogliere la opportunità; ecco qua un pacchetto di gomma arabica soppesta; a non badarci troppo rassomiglia alla morfina; nel pacchetto ho messo altresì ostie per involtarla, caso mai tu non ne avessi. Dove tutto ciò non ti riesca... oh! zitto... entra la messa...
Il prete incomincia coll'_Introibo altare Domini_, e se ne va giù giù con la dolce armonia della pentola che spicchi il bollore: quando ebbe salito gli scalini, e però scostatosi dalle donne da non poterle udire, Elvira, studiando con maggiore cautela la voce, continua:
— In queste due cartucce colore di rosa tu troverai due prese di solfato di zinco: allorchè costui si sarà addormentato al sonno eterno, tu pigliane una dentro un bicchiere di acqua e vomiterai l'oppio senza sentirne altro danno che un po' di sbalordimento.
— Ma e se m'addormento ancora io?
— Per Dio! sei pure curiosa. Talora mi daresti venti punti ai quaranta; talaltra inciampi in un filo di paglia e stramazzi; se quando ti fai il bolo ci metti dentro minore dose di morfina che puoi, la sua virtù si spiegherà meno intensa e più tardi.
— Io lo confesso, l'ultima mano mi manca, ma tu duce e maestra, mi perfezionerò.
— Se lo scambio della morfina con la polvere della gomma arabica ti riesce, allora fingi sonnolenza, spossatezza, conati al vomito; ti gratterai le braccia e il collo come se un prurito insopportabile ti tormentasse; l'emetico allora ti ministrerò io; da te non far nulla: penserò io a mescolare il solfato di zinco col vomito; hai capito?
— Ho capito; ma da che mi accorgerò io che l'avvelenamento di Omobono è diventato irrimediabile?
— Zitto... il campanello annunzia la elevazione dell'ostia; raccomandiamoci a Dio che non ci levi le sue sante mani di capo...
Dopo la scampanellata finale, che annunzia ogni cosa al posto, Elvira ripiglia:
— Sta' attenta; si presentano due periodi; nel primo egli si dorrà di sete, di stimolo a spandere acqua e d'impotenza a farla; anche in lui i conati al vomito e la languidezza; poco dopo la salivazione continua, le pupille contratte, le sembianze abbattute; nel secondo periodo: svagellamento, ubbriachezza, perdita di conoscenza, sonno profondo; tu capisci come questi accidenti avvengano di tanto più presto quanto maggiore sia la dose del veleno amministrato; posto che pigli la morfina alle ore otto di sera, verso le undici la dovrebbe esser messa finita... Oh! Dio, facciamo presto, che appunto la messa sta per finire, ed io ho da dirti tante altre cose... Verso quest'ora verrò sotto le tue finestre; tu mi getterai; no, meglio calare; hai fune in casa?
— No.
— L'ho portata io; eccola; nascondila sotto il cappotto.
— Intorno al giardino ricorre una siepe folta di allori; appiattati lì e non ti movere se prima non vedi un lume alla finestra sotto la quale tu devi venire...
— Sta bene... bisogna separarci; il prete ha finito... va' a comunicarti.
Amina si accostò, per dirla in lingua chiesastica, alla mensa eucaristica, a mangiarvi il pane degli angioli. Quando ella tornò al suo posto, l'Elvira se l'era svignata; questa, trovato il Merlo, andò all'albergo a mangiare, bere e fumare con lui; a dormire no, perchè Merlo, anche quando ella traballando si alzò da tavola, ci volle restare, dove dopo avere asciugato tutte le bottiglie, compresa quella del cognac, stese le braccia, e su queste buttato il capo, prese a tronfiare come un tasso. Scesa la notte, Elvira sorse da letto, ed avendo trovato il Merlo sempre a tavola addormentato, gli levò pianamente di tasca la chiave della rimessa, informandosi, senza parere fatto suo, del luogo ov'era posta. Del Merlo non ci era da darsi pensiero: se la vinolenza gli fosse passata alla dimane, avrebbe fatto primiera con tre carte. Anche il cocchiere eccitato a bere (e non aveva mestieri conforti), se non si ridusse nello stato del Merlo, un tiro di cannone non ci correva. Assicurata di questo, Elvira pensò: fin qui le cose mettono bene; adesso da capo si pose a strologare; sembrava ripassasse nella mente il fatto e il da farsi; su di un punto parve si pentisse di qualche errore commesso, perchè si morse il dito, ma poi conchiuse: basta, si rimedierà; dentro la sopraccarta vecchia chi para di mettere una lettera nuova? Su di un altro tentennando il capo a mo' di pendolo, dava a divedere riuscirle difficile la risoluzione; tuttavia all'ultimo anche qui si decise e sonò il campanello. Al cameriere, che sollecito comparve, disse:
— Avvertite il vostro padrone che favorisca venire qui in camera; ho da parlargli.
Indi a brevi istanti ecco il padrone con la berretta in mano, ed ella, scarsa a parole e celere nel proferirle, lo pregava, e la preghiera sonava comando, ad accompagnarla dal reverendissimo signor curato per consultarlo su cosa di grandissima importanza. L'oste rispose come gli osti rispondono in simili occasioni: sarebbe stato un onore ed un piacere per lui, ma che a cotesta ora non ci era da pensarci nè manco, perchè il signor parroco seralmente si recava dal pretore a giocare a _goffo_ con altri maggiorenti del paese, ed a sturbarlo nel suo passatempo prediletto si correva rischio di essere scomunicati in cera gialla.
— E se qualcuno in procinto di morire abbisognasse dei conforti della religione?
— Pei benestanti ci è il cappellano; pei nullatenenti il curato dice, che per venire al mondo ci è mestieri la balia, ma che per uscirne si può fare a meno di tutti.
— Pare che il signor curato sia addentro nelle grazie del signor pretore.
— Faccia conto che le sieno due anime dentro un nocciolo.
— Ebbene, andremo a trovarlo dopo la sua partita.
— Ma sa ella che spesso fanno mezzanotte, prima delle undici mai; o non sarebbe meglio domani?
— Mi occorre vederlo stanotte; se si potesse, subito. Verso le undici vi farò chiamare; siatemi servizievole, che ve ne ricompenserò; voi lo vedete, della mia gente non posso fare capitale in nulla... andate; ma no; ditemi prima, potrei respirare un po' di aria aperta senza avventurarmi sola per le vie del paese?
— Badi, signora, qui, per naturale costumatezza dei terrazzani e per necessità di tenersi bene edificati a cagione dei bagnanti, si può camminare a qualunque ora sicuri; tuttavia, la signora, volendo, può scendere nel giardino di casa, il quale confina con la spiaggia, ordinariamente deserta; qualora lo desideri, io le darò la chiave della porta del giardino che mette sul lido.
— Sì, come volete: addio.
Il locandiere dopo alcuni altri minuti, sempre con la berretta in mano, portò la chiave. La Elvira scriveva; senza levare gli occhi dal foglio disse:
— Mettetela sul caminetto; mille grazie.
Appena uscito, Elvira depone la penna, cava la lettera da Amina speditale a Milano; la legge attenta e su la scorta di quella traccia un po' di carta topografica del paese per raccapezzarsi; ciò fatto scende in giardino, e, senza punto fermarcisi, quinci sul lido, dove agitata prese a fare la lionessa.
La solennità dell'ora, la voce terribilmente arcana delle acque, anche quando addormentate respirano, la distesa dei cieli, la dimostrazione parlante, continua della nullità dell'uomo e della oltrapotenza della natura non seppero suscitare in cotesta materia pensiero che non fosse degno della più trista materia; le venne fatto di volgere il viso in su e contemplare le stelle; le guardò un pezzo e finì col borbottare: «o non sarebbe stato meglio che il Creatore mettesse lassù in cielo, in iscambio di stelle, tanti marenghi, e due volte l'anno, per San Martino e per San Lorenzo, li facesse piovere in casa mia?»[51] Impaziente di più lunga dimora, cerca, trova la casa di Amina e si nasconde dentro una folta siepe di allori: appunta gli occhi e mira dallo interno trasparire un chiarore fioco, che talora si oscura. Non le consentendo la inquietudine di restarsi più oltre ferma, rifà i passi, torna al giardino, consulta l'orologio; — sono le dieci. — Ah! ore maledette, bisbiglia, e con le mani fa l'atto delle pollaiole quando strozzano le galline; e credo anch'io che costei, se avesse potuto, avrebbe strozzato un paio di ore: si propose ricondursi sul posto camminando adagio, ma le furono novelle; dopo venti passi ripiglia la corsa più celere di prima; arriva; ah! il lume, il lume risplende smagliante alla finestra. Se io paragonassi adesso il suo incedere al volo della rondine, io direi poco; adagio adagio venne calato un involto; ella si rizza in punta di piedi, leva quanto più può le mani per agguantarlo: — ah! lo tengo, brontola cupamente nello avventarci le mani, o piuttosto gli artigli di falco. Rasentando i muri, appiattandosi in qualche via traversa e quivi trattenendosi, finchè non si fosse assicurata se la fantasia non l'aveva illusa, o si allontanasse il viandante di cui le pedate le misero addosso la paura, le riuscì rinvenire a colpo la rimessa ove il Merlo aveva riposto la carrozza; l'aperse e la richiuse cauta: accese una piccola lanterna di cui il raggio spandevasi per breve tratto; entrò la carrozza; remosse, sdipanando certe viti, la spalliera imbottita, dietro la quale comparve uno sportello ferrato; anche questo dischiuso, tentò gettare dentro l'apertura il portafogli; ma invano, perchè troppo angusta; non ci trovando altro partito, ruppe il fermaglio al portafogli: alla vista di tanti bei biglietti nuovi di _stampa_ il suo cuore si dilatò: e voi non siete tanti, ella esclamò, che io non sia donna da finirvi in capo all'anno. Non potendo resistere all'agonia, ne acciuffò una dozzina a conto, parte di 1000 e parte di 500 lire: molto più che si trovava corta a quattrini; e meglio di ogni altro sapeva che le ruote senza ungerle, o non girano, o girano male; rimise ogni cosa al suo posto; richiuse la porta, e chiotta chiotta pel giardino rientra inosservata in casa. Prima di tutto, al Merlo, sempre imbertucciato, ripone la chiave della rimessa in tasca; muta poi calzatura e veste: per ultimo chiama il locandiere, il quale la pregò umilmente a volersi degnare di accettare il suo braccio; e così si avviarono alla canonica.
[51] Sono le notti in cui piovono dal cielo le stelle cadenti.
Il prete era tornato a casa inviperito peggio di un basilisco; per le scale, sul pianerottolo, in sala e in camera, non rifinì di bestemmiare, come bestemmiano i preti: — _per Cristallino, giuro a Dio Bacco_ — ed altre più argute amenità che non si rammentano _per lo migliore_. Alla Verdiana, che gli domandò se voleva mangiare un boccone, rispose: Va' là, Verdiana, che dei bocconi ne ho inghiottiti più del bisogno, e Dio sa se amari. Tutta la sera disdetta; per chiusa, quell'assassino di pretore, con un goffo fulminante, mi ha ammazzato la più bella primiera che si sia vista nel mondo. La Verdiana soggiunse: vuole che venga ad aiutarlo a spogliarsi? Non vo' aiuti, disse il prete; e la serva: vuole che le accenda la lucerna? Non vo' lumi, levamiti davanti, il prete disse, in altra maniera, ma non si può ripetere: appoggiato al letto, ecco egli butta una scarpa di qua, un'altra di là: nel tirarsi i calzoni, volto il capo dove pendeva la immagine della Madonna, favella: Ah! tu mandi i goffi al pretore perchè mi ammazzi le primiere; ebbene, io mi terrò su la lingua le mie _avemmarie_; tu mi levi i quattrini di tasca ed io non ti metto l'olio nella lampana...
— Signor curato... o signor curato... — urlando da disperata e forte squassando la porta lo interrompe Verdiana; don Macrobio, co' calzoni in mano tutto sbigottito, domanda:
— Ch'è stato? Ch'è stato? Ch'è stato?
E Verdiana: Ci è qua una dama accompagnata dal Bigi, il locandiere dell'_Albergo Nazionale_, che le vuole parlare subito subito; mi ha dato una carta perchè la consegni a lei. Apra l'uscio...
Il prete, co' calzoni in mano, va ad aprire, e Verdiana gli porge la carta; ma, essendo buio, non la può leggere; ond'egli stizzisce e borboglia:
— Sciatta! Sbadata! Questo accade perchè non hai portato il lume in camera.
— O Signore! Oh! s'è stato proprio lei che non ce l'ha voluto.
— Chetati! Non istarmi a fare la rivoluzionaria volendo ragione... va' pel lume.
Venne il lume, e don Macrobio lesse una litania di titoli uno più appannato dell'altro. Adesso soprasta nuovo pericolo, chè la marchesa, arrivata sopra la soglia, minaccia invadere la camera. Il prete, vergognoso di esser colto in cotesto arnese, non gli sovvenendo meglio, salta sul letto co' calzoni in mano e si nasconde sotto le lenzuola. — Elvira irrompe e va, senza riguardo, a sedere sul seggiolone che il prete teneva a capo del letto, poi ordina alla serva: — Posate la lucerna su lo inginocchiatoio, andatevene e chiudete l'uscio.
Verdiana obbediva a bacchetta, strologando fra sè: — Caspita! la dev'essere una signora altezzosa davvero; comanda con tanta superbia!
Don Macrobio sudava per la pena; e trovandosi per ventura sempre i calzoni in mano, con quelli si asciugò il sudore. — Elvira ritornò sul tasto della sua condizione, sè chiarì, ed era vero, figlia di conte, gran cordone, senatore, generale, ministro, e se più ne hai più ne metti; moglie di marchese, deputato; e si fermò per prendere respiro; aggiunse essere madre, bene inteso madre di adozione, perchè quanto ad età, fra lei e la figliuola adottata ci potevano correre tre anni o giù di lì. La giovane da lei amata, come quella che di tenerissimo cuore era, facilmente sedusse un giovane tenuto per capacità, per onore e per ricchezza principe fra i principali: con maraviglia di tutti, eccolo all'improvviso scomparso e seco avere trascinato la sua dilettissima figliuola... Vi ha chi dice ch'egli abbia rovinato il suo avo banchiere, anch'egli dei primi; altri sostiene che vadano d'accordo per ingrassare sopra la miseria di centinaia, forse migliaia di famiglie: per me giudico che la batta tra pirata e corsaro, e che il giovane, sentendosi prossimo a dare la balta, uccellasse alla dote della mia figliuola per rimettersi in palla. La fortuna ha guastato i disegni del giovane, e questa volta con giudizio, perchè colpevole. La giustizia ha già messo le mani in questo negozio, e per quanto affermano spiccò il mandato di cattura contro il giovane Onesti: il nonno Boncompagni a questa ora si trova in potestà del tribunale. Avvertito, il giovane fin qui è riuscito a cansarsi, vivendo latitante, ora in questa ed ora in quella parte; adesso egli è qui, e la sciagurata Amina seco. — Il tribunale ne ha rinvenuto le traccie, ed a me non farebbe specie se da un punto all'altro si vedessero comparire qui i giandarmi spediti da Milano per arrestarlo.
— Oh! che mi racconta mai, signora marchesa. Che casi! Che casi!
— Nè qui sta il peggio, curato mio; il peggio sta in questo altro, che il giovane, datosi alla disperazione, si è risoluto avvelenarsi.
— Mamma mia! _Misericordia Domini super nos!_
— E quasi tanto non bastasse, lo scellerato, abusando del perduto amore che la meschina gli porta, ha persuaso, ahimè! anche lei ad avvelenarsi seco.
— _Domine in adiutorium meum intende!..._
— E ieri... non più tardi di ieri, ebbi a Milano la lettera di questa meschina, la quale mi avvisava della funesta risoluzione... mi chiede perdono... e...
Elvira a questo punto ordinò ad una dozzina di lacrime di portarsi subito di guarnigione nella congiuntiva degli occhi, ma o non vollero obbedire, o prima di arrivarci sbagliarono la strada; ricorse al supplemento dei singhiozzi; il prete la consolò, ella si fece facilmente consolare e riprese a dire: — Dunque mi sono messa in viaggio, ho corso tutta la notte e qui giunsi più morta che viva per lo spasimo e per la fatica; affamata, assetata per tentare di salvarla; subito presi lingua, ed ho saputo trovarsi qui. Ora non ci è tempo da perdere; su via, signor curato, non consenta che ancora io mi getti alla disperazione; mi aiuti per carità.
— Ma sa, signora marchesa, che se il giovane è un fiore di virtù, la sua signora figliuola non monda nespole? La si figuri ch'ella ha avuto lo stomaco, con cotesta posola in corpo, di venire stamani da me a confessarsi e a comunicarsi; questo, non ci è caso, è un sacrilegio bello e buono. O chi ha creduto ingannare ella? Me o Dio? Ma sa, che se noi non arriviamo in tempo a farla vivere e pentire, ella se ne va allo inferno diritta come un fuso?
— Così credo anch'io; però si affretti, impediamo che ciò avvenga... Oh! che fa ella che non si muove e sta sempre lì co' calzoni in mano?
— La colpa non è mia, si compiaccia ritirarsi nell'altra stanza, tanto ch'io mi vesta.
— Che importa?
— Se sono in mutande.
— Via, per contentarla mi volterò dall'altra parte, e intanto ch'ella si veste continueremo a ragionare e non perderemo tempo...
— Veramente...
— E se la beatissima Vergine per sua intercessione mi fa la grazia di ritrovare sana e salva la mia figliuola, io fo voto di lasciarle nelle mani quattromila lire per dotare una fanciulla...
— E in mano di cui vuol'ella lasciare, signora marchesa, le quattromila lire? — In quelle della Madonna?
— Nelle sue... nelle sue... signor curato; e se non bastano le aumenteremo, perchè danari non mancano e ci sentiamo un cuore da Cesare; dunque si vesta, che sia benedetto; emetici ne ho meco per far vomitare anche il Conte Verde, ch'è di bronzo... e avverta che prima di andare a sorprenderli bisognerà farne motto al pretore...
— Al pretore! esclamò stizzito il curato, rammentando come costui col goffo gli avesse ammazzato la più bella primiera del mondo. E come ci entra il pretore?
— Ci entra benissimo: perchè il giovane è un rompicollo finito; quattro o sei ne ha su l'anima, tre di certo, ammazzati in duello; la si figuri di che non è capace cotesto disperato; molto più che, anche a risico di una tragedia, voglio portargli via la figliuola.
— Com'è così, la mi scusi, ma io non vengo — disse il prete tornando risoluto a mettere sotto le lenzuola le gambe ormai vestite e i piedi calzati con le scarpe dalle fibbie di argento.
— Ma senta, già prossima a dare nei mazzi prosegue Elvira, il pretore si farà senz'altro accompagnare dai giandarmi; tocca a questi salire e provvedere che non avvengano guai; non li paghiamo apposta?
— Sicuro eh! Noi li paghiamo dieci anni perchè si facciano ammazzare un giorno... patti grassi per loro.
— Anche troppo.
Intanto il curato, sentendo come le cose sarebbero andate a modo e a verso, si decise a uscire seguitando la marchesa, che lo tirava via per la manica. Arrivato a mezze scale, costui si ferma in quattro e si mette a gridare:
— Verdiana!
E questa, a capo di scala, gli rispondeva;
— Che cosa comanda, reverendo?
— La lucerna.
— To'! mormora Verdiana, gli è quasi in fondo e cerca il lume adesso; — di rincorsa va in cucina, accende i tre becchi alla lucerna e raggiunge il parroco, che stava per uscire fuori di casa, dicendo:
— Ecco la lucerna!
— Che tu possa andare a cena con gli angioli, che ho da farmi della lucerna per la strada, io? La lucerna dico... la lucerna da mettermi in capo; sbalordita! cervellona!
— Gua', o chi poteva credere un pari suo, che fa le prediche, tanto smemorato da uscire di casa senza cappello!
— Quando ritorno faremo i conti; intanto sai che ti ho da dire, Verdiana: che se tu non la smetti con queste scappate rivoluzionarie, io ti fo baciare il chiavistello di casa.
Come a Dio piacque, si posero in via, Elvira, Don Macrobio e Luigi Bigi il locandiere.
Il pretore già se n'era ito a dormire, se a dormire può dirsi, imperocchè se ne stesse supino colla moglie, a cui veniva esponendo con compiacenza le fortunate vicende del giuoco della serata; allo strepito che ad un tratto intese farsi all'uscio di casa sbalza su in camicia e va alla finestra, dove udita la voce del prete, che lo pregava ad aprire tosto per l'amore di Dio, tirò la corda. I bimbi del pretore, scalzi, in camicia, arruffati come istrici, si buttano giù dal letto strillando; la mamma, per farli star cheti, urla più di loro; la serva, pel medesimo fine, più di tutti: il cane, il gatto, si recano a debito di coscienza di non negare la propria voce al coro; insomma un finimondo, _una vera musica dell'avvenire_.
Alla meglio o alla peggio composto un tanto scompiglio, la Elvira ripete al pretore il racconto già fatto al curato e ne implora il soccorso. Il pretore, secondo il solito, era scannato intero, sbirro due terzi, ciuco mezzo, e forse un po' meno, tutta viltà per di sotto, per di sopra e da parte; povero uomo! da quaranta anni voltolava la sua vita rotonda di sommissione, come lo scarabeo la sua pallottola senza poterla portare un gradino più su. Penurioso di ogni bene di Dio, eccetto figliuoli, doni frequenti della feconda consorte. Udendo di cotanta donna, quale la Elvira pareva essere, e delle sue potenti aderenze, scorse di un tratto la importanza del negozio e gli parve che la fortuna gli porgesse una cima di cavo per tirare in terra la barca e ormeggiarla al sicuro. Si veste in un attimo, manda pel maresciallo di gendarmeria, gli bisbiglia i suoi ordini dentro l'orecchio; non dimenticò la brava _rivoltella_, e via. Anch'egli però erasi dimenticato di una cosa, della sciarpa, insegna della sua dignità; se la fece tirare giù dalla finestra. La sciarpa egli aveva scordata, la pistola no, e a ragione; la forza in questi, come in tutti gli altri casi, è quella che conta; il diritto viene dietro col pialluzzo a ragguagliare quanto la forza cincischiò coll'ascia.
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