Part 17
Questa è un'azione villana, mi scappa fuori a intronarmi le orecchie la mia censora; i segreti delle signore si vogliono rispettare; _lei_ mi è andato a pescare i suoi personaggi nelle bettole dei sobborghi di Milano.
— Scusi, rispondo io, io cavo i miei personaggi da per tutto; mi astengo da cavarli _fuori da certi luoghi_, per giusto timore di non avere ad andare _dentro io in certi altri_; nè io ho assunto a descrivere angioli, ma sì uomini dei suoi tempi, signora...
— E dei suoi...
— E dei miei; e gli uomini, ella lo sa, moltissime cose fanno di celato, che in palese condannano, e piacesse a Dio che non fossero più triste di questa di Omobono; ancora da parecchi giorni egli non sapeva niente di Milano, sicchè si potrebbe dire ch'egli _si trovasse costituito in istato di legittima curiosità_: per ultimo, che Omobono e l'Amina essendo ormai come Gildippe ed Odoardo amanti e sposi, fra loro non ci potevano cascare segreti...
— Adagio; misura tre volte e taglia una; anzi, appunto per questo...
— Tenga la lingua a sè, mi faccia la carità; e allora....allora, o chi le dice che l'Amina non lo abbia fatto a posta per dargli la sassata e nascondere la mano? Il tenore della lettera questo.
*
«Signorina. Appena ho tempo di scriverle. Mi rincresce in coscienza, ma come dicono le gazzette io proprio le posso scrivere: _noi lo avevamo preveduto_; qui in casa tutti sottosopra: urli, pianti, disperazioni, e perpetui i rinfacci d'ingratitudine; se non vedo meglio mi pare che, uscendone, ella si sia chiusa dietro la porta. In città un tananio, uno schiamazzo che mai il maggiore. Le donne poi... apriti cielo! Scandalizzate da cima in fondo, e come di regola in capo lista le amiche, che hanno già fatto e sono in bilico di fare come lei; però questo è chiaro, da lei si buttarono fuori di finestra la casa e la città: adesso non sarebbe aria di tornare; non ci pensi nè manco par sogno; la si è voluta rompere il collo; e poi per chi? Basta, dei gusti non si disputa, ma non può negare che il suo patito non abbia la faccia gialla come un fiore di pisciacane; quello che mi arrapina si è che qui tutti ne vogliono la vita; la si figuri le meglio parole che mi tocca a udire: traditore, rinnegato, ladro. Il suo nonno Omobono, adesso assunto in cielo fra sant'Ambrogio e san Carlo da quegli stessi che se ne lavavano maggiormente la bocca, lo compiangono come assassinato dal proprio sangue; chi dice che l'abbia portato due, chi quattro, e non manca chi sostiene sei milioni. Mamma mia! Il vecchio, _o spinte o sponte_, si prevede che avrà a fallire: aggiungono come cosa sicura, che manderanno ad arrestare il nipote: anzi le gazzette sbraitano perchè a quest'ora non l'abbiano chiuso _in domo Petri_. Tanto per suo governo: secondo il nostro accordo, appena saprò cosa importante, le scriverò a Genova ferma in posta sotto il medesimo nome; procuri farla ritirare.»
Avverto che la lettera fu rinettata dagli svarioni di sintassi e di ortografia, perchè arieggiavano la _cameriera_ lontano un miglio.
Quando Amina tornò nella stanza rinvenne Omobono che stringeva convulso la lettera con ambe le mani; livido come morto; strabuzzati gli occhi: deposta la lettera, si abbottona il soprabito fino all'ultimo occhiello, forte si calca il cappello sul capo, e disse:
— Vado a Milano.
L'Amina conobbe a volo che il cavallo, arrivato troppo sul vivo dallo sprone, stava sul punto di rovesciarsi, però messe da parte le parole importune, forse pericolose, legatasi il cappellino sotto la gola, avvoltasi entro una mantiglia, risoluta confermò:
— Andiamo a Milano.
— Tu hai da rimanere.
— Io devo venire con te. Chi sono diventata io? Come mi lasci? Chi mi sostiene? Da te in fuori non mi avanza altro rifugio; capisci, bisogna o perire o salvarci insieme; e se ti vince la malignità umana, anche a te quale asilo ti resta oltre il seno di tua moglie? Qui vieni, le mie chiome sciolte (e possedeva copiosissimi capelli) copriranno la tua faccia e la mia sfregiate dal perverso destino, non già dalla colpa.
— Amina, io vado a combattere; e vincerò... forse; almeno la buona coscienza mi assicura, perchè sono e mi sento incolpevole; tu pure pensi così, e di questa tua fede grazie; ma te non voglio compagna della lotta mortale; la tua ansietà mi leverebbe il coraggio; e il tuo stesso silenzio mi tornerebbe più tormentoso dei lamenti, perchè il dolore inesplorato sovente si teme più profondo di quello che in verità sia...
— E alla tortura della incertezza non pensi... non ai terrori della solitudine... non al delirio della disperazione; io non ti lascio... mi attacco a te; se tu mi mozzassi le mani ti agguanterei pei denti.
Omobono dinanzi a cotesto ostacolo impreveduto tentenna, e Amina, che si accorge di quel momento di perplessità, rincalza favellando risoluta:
— A che questa risoluzione tanto ruinosa? Tutto quello che ciondola non cade, e poi donde ci vengono le notizie? Dalla mia donna di servizio; donna dozzinale, facile ad accettare per contanti tutto quello che sente dire, ad esagerarlo occorrendo. Omobono mio, considera che chi si risolve presto si pente a comodo: qui ci vuole giudizio: non t'impegnare in modo da non poterti, volendo, ritrarre; a bruciare le navi saremo in tempo sempre: certo, tu buono, tu quanta onestà vive nel mondo, perversissimo l'avo, ma per dichiarare la tua innocenza bisogna che tu passi sopra il corpo di lui: scansiamoci di qui, dove forse più che non crediamo ci conoscono, procuriamoci più sicure notizie, delibereremo poi con piena cognizione di causa.
Ora il partito di recarsi a Milano era nuovo nell'animo di Omobono: sorto improvviso dallo impeto della passione, non aveva avuto tempo di mettere le barbe, però non riusciva arduo all'Amina farglielo mutare; decisero dunque trasferirsi cautamente su quel di Genova e quindi attendere gli eventi. Trasferironsi a Nervi, e colà presero stanza presso certa vedova _discreta_, che teneva casa elegantemente accomodata sopra la riva del mare.
Le cure non si fuggono a cavallo, chè teco salgono in groppa e ti accompagnano da per tutto, dice il proverbio, e parla d'oro; difatti ci arrivò Omobono con la febbre in corpo di avere notizie da Milano: spedirono pertanto uomo a posta a Genova per pigliare le lettere, e quando gli parve ch'ei potesse essere di ritorno, senza avvisarne Amina, gli mosse incontro a cavallo; trovato l'uomo a breve distanza da Nervi, quegli senza sospetto gli consegnò le lettere, dacchè le lettere fossero due, e ciò pel motivo che la Elvira era stata dalla cameriera messa a parte del _segreto_ (se cosa confidata a femmina, ovvero a simile generazione di femmine quali Elvira e la cameriera erano). La Elvira insomma scriveva che posta giù l'ira, il suo cuore non aveva sofferto lasciare in abbandono la figliuola prediletta in tanto estremo; annunziava peggiorate a dismisura le condizioni del caso; dichiarato il fallimento della ragione Boncompagni; il vecchio Omobono preso sul punto che tentava troppo tardi salvarsi in Isvizzera e tradotto in prigione; il mandato di cattura del giovane Omobono trasmesso ai giandarmi, che lo cercavano seguendone le orme. Il signor Egeo averle confidato che il commesso, cui Omobono costituiva suo procuratore, passato con armi e bagaglio dalla parte dei creditori, aveva fatto toccare con mano col confronto dei libri delle due ditte lui essere stato la causa principale della rovina; quando pure Omobono potesse scolparsi, in mal punto lo tenterebbe adesso e invano; il meglio per lui sul momento cansarsi: si manderebbe per Amina, che Egeo condurrebbe alla chetichella a Locarno presso una sua parente; col tempo si provvederebbe meglio, e forse si assetterebbero le cose: risposta sollecita, che qui davvero lo indugio pigliava vizio.
Omobono, tostochè ebbe letto la lettera, scese da cavallo, chè preso da capogiro temè stramazzare, ed avvoltosi la briglia intorno al braccio continua pedestre la via: declinata la faccia incomincia a istituire mentalmente un conto a partita doppia delle ragioni che lo consigliavano a vivere di fronte alle altre che lo persuadevano a morire; poi tirò le somme e chiuso il conto esclamò: — Non ci è caso, bisogna morire. — Io mi passo da riferire i molti e sottili motivi di cotesto strano _Dare_ ed _Avere_; solo dirò che accadeva dei suoi pensieri come degli uomini usciti dai denti del serpente seminati da Cadmo, i quali, appena nati, pugnavano fra loro fino alla morte.
Amina avendo udito dal messo dello incontro avuto con Omobono e della lettera a lui consegnata, timorosa di guai, corse tosto alla sua volta; scortolo da lontano lo chiamava con voce e con cenni; ma invano; giuntagli accosto lo tentennò forte per le braccia; allora egli si scosse, le sue pupille oscillarono e ripresero la virtù obiettiva: come se uscisse dal deliquio sospirò:
— Amina, sei tu?
— Sì, sono: perchè sconvolto così? Ti senti male?
— No, bene.
— Ebbene, che ci ha di nuovo?
— Ecco, e le sporse la lettera.
Amina lesse e rilesse; poi soggiunse:
— Ebbene, che hai pensato?
— Morire; rispetto a te, quanto più so e posso ti supplico ad accettare la proposta della signora Elvira.
— Davvero?...
Se per me si possedesse la scienza musicale dei più famosi maestri, da Jubal fino al cavaliere Verdi, io non saprei rendere a gran pezza le infinite inflessioni di voce che fece Amina nel pronunziare cotesta parola.
— E non ti riesce a capire, continuò risentita, che mezza della tua maledizione si è rovesciata sul mio capo; la lebbra del tuo corpo si è comunicata al mio? E ti basta l'animo di confortarmi a vivere una vita di vergogna e di paura? Tu dunque pretenderesti ch'io vegliassi per soffrire i miei dolori ed i tuoi? Tu mi respingi da dormire il sonno eterno sul tuo guanciale? Ah! m'invidi la morte? Tutti voi altri sempre così; sotto infinite apparenze in fondo il vostro unico, rigido, sempiterno vantaggio. E chi ti dà diritto di supporti o più dignitoso o più animoso di me? Ho letto di parecchie donne che ebbero con lo esempio della propria morte a dare coraggio al marito codardo di fuggire, morendo, la infamia; di mariti che uccidendosi insegnassero alle proprie mogli a uccidersi non intesi mai.
— Amina, gemè Omobono, abbandonandosi con voce rotta dai singhiozzi nelle braccia della sua donna, non amareggiare di più le ultime ore del vivere mio, già troppo amare, non mi fingere disamorato per trafiggermi... tu sei giovane... e tu bella... ho pensato che qualche giorno, rimanendo in vita, possa sorgere meno fosco per te: la fortuna muta...
— Ma non il cuore di donna innamorata, nè di moglie virtuosa. Vissi: non si misura la vita col lunario. Quando tutto provammo e tutto godemmo e tutto soffrimmo, la vita è compiuta. Tale in un battere di palpebre vuotò intera la coppa della vita che altri in ottanta anni non ne bevve mezza. Ad ogni evento, a morire basto sola.
— Amina, esclamava Omobono, vie più stringendosi l'amata donna al cuore, tu coll'aprirmi interi i tesori della tua nobile anima mi consoli con tanta dolcezza, che se potessi incontrare la morte la bacerei in bocca e le direi: tu sola sei amica.
— Va bene; ma ora che abbiamo posto in sodo questa suprema risoluzione, Omobono mio, concedimi che io ti domandi se veramente tu hai pensato che sia necessario il morire?
— Sì; innanzi tratto io mi sento così stracco, così rifinito di forze, che, anco potendo, non vorrei continuare questo sazievole viaggio; ma il fatto sta che non posso; vedi! come quando porgendoti il portafogli, perduto l'equilibrio, ebbi a cascare nel lago, adesso mi trovo sbilanciato su l'orlo della vita. Considera i segni della notte che m'investe: di minuto in minuto il buio s'infittisce: il cielo mi si chiude sul capo ruggendo la tempesta: sotto le gambe mi si avvalla la terra: le mani a cui fidava agguantarmi o si ritirano, ovvero si allungano per respingermi. Il cane allevato in casa mi si avventa come se io fossi il ladro: anche ieri sperava poter combattere e vincere; adesso senza impugnare le armi mi confesso vinto, perchè le armi le quali mi dovevano difendere da un punto all'altro mi furono rivolte contro al petto. Il tradimento di Carpoforo mi ha tagliato i garretti. Tuttavia poniamo che io volessi pigliare a morsi il destino... qual profitto me ne viene? Io stesso con le mie proprie mani avrò spinto il padre di mia madre sotto la macina del fisco, perchè me lo stritoli anima e corpo. Non ti par questo parricidio? Non comprendi come sarebbe lo stesso che comprarmi l'eterno rimorso? E se il rimorso consentisse a darmi tregua, la gente non mi zufolerebbe perpetuamente dentro le orecchie: parricida! parricida! Non avrei squarciato la nuvola donde si sarebbe riversato un diluvio d'infamia sopra la madre, su tutta la famiglia vivente, sopra me, su i posteri? Non basta?
— Dimmi, Omobono, in Dio ci credi? L'anima credi immortale, ovvero morta col corpo?
— A me parve sempre presunzione di crani senza mandorla dimostrare la esistenza di Dio, come la non esistenza. I nostri sensi non bastano e lo intelletto è corto per siffatte dimostrazioni: io, per me, non credo nè discredo: il futuro mi si para davanti come la nicchia della immagine d'Iside coperta da una tenda nera; solo quando abbiamo varcato la soglia della vita, la morte tira la cortina; allora, e allora soltanto, sarà conosciuto se di là splenda la luce, oppure abbui la tenebra eterna. Oltre al sepolcro i sacerdoti augurano perpetua la luce e la quiete: a noi giovi trovarci l'una e l'altra; che se tanto non ci consentono i fati, la requie eterna mi basta.
— Io poi — favellò Amina — su questo proposito non ho ragionato mai, e creduto sempre, lasciandomi in balìa delle prime impressioni della infanzia: grande per me fu eccitamento al bene e freno al male il pensiero che, invisibile misurando i suoi ai passi miei, mi veniva allato un angiolo buono, il quale del mio lodevole operare esultava e del mio illaudabile si affliggeva. Sarà ch'io m'inganni, ma concetto proprio divino e fonte inestimabile di bene reputai la fede, che non solo le nostre azioni, ma i pensieri non pur nati ma per nascere sieno tutti dipinti nel cospetto eterno, allo scopo di conformarci in guisa che neanche la tentazione si affacci al nostro spirito, perchè s'è meritorio combattere la tentazione quando è sorta, credo più sano impedire che sorga. Dunque tu non ti avrai per male che io mi apparecchi alla morte con la confessione e la eucarestia.
— Ma, Amina, hai tu pensato che andando a confessarti tu palesi il tuo proponimento al confessore?
— Io confesserò i peccati commessi, ma quelli che sto per commettere non hanno bisogno di confessione.
— Dunque tu hai peccati sull'anima che ti preme cancellare per via dell'assoluzione?
— E chi non ha peccati? Non ne andarono esenti nè manco i santi. Che disse Gesù a cui gli domandava se avesse a perdonare sette volte? Tu perdonerai sette volte sette.
— Bisognava che Gesù pigliasse moglie, per vedere se sarebbe stato sempre del medesimo parere. Ma quali peccati puoi avere tu?
— Li ha da udire il sacerdote, non il marito; molto più che io potrei credere peccati certi atti, pensieri, omissioni che poi non fossero: sta al confessore definirli.
— Ed il proponimento di darti la morte non giudichi peccato mortale?
— Sì, ma di questo chiederò perdono a Dio nell'altro mondo, e confido nella sua misericordia, perchè amore me lo fa fare, e Dio mi sta nell'anima come principio e fine di amore.
— Lasciamo questi pelaghi; quanto tempo ti ci vorrà per apparecchiarti alla buona morte?
— Non saprei... tre... cinque.
— E se nel frattempo ci rovinasse sopra la persecuzione degli uomini?
— Allora avviseremo; chè necessità vince consiglio.
— Bene.
— Un'altra cosa, Omobono, ho da dirti; dammi la mano e senti se la tua Amina trema... hai tu pensato al modo di darci la morte?
— La è presto fatta; tu appunti una pistola alla mia tempia; io alla tua; spariamo; la soglia della vita è passata; ci troviamo nella eternità.
— No, no, no, proruppe Amina spaventata; a questo non consentirò mai io; il mio cranio in pezzi... il mio cervello in brindelli appiccicati al muro, come un avviso di vapore in partenza: gli occhi, schizzati fuori della fronte, giù penzoloni per le gote, i denti sparsi su la terra come granturco pei polli... io diventata oggetto di ribrezzo; forse di scherno... ma questo è terribile... ma questo, non pure crudele, è villano...
— Ebbene, via, invece del capo, vuoi tu che ci spariamo la pistola al cuore?
— Ma che ti pare! Tu, Omobono, verresti ad ammazzarti due volte, perchè il mio cuore è pieno di te, e dove ti mise amore non ti ha a cacciare via persona, nè anche tu.
— Allora non ci vedo altra via che pigliare una barca, andarcene in alto mare e affogarci.
— Non ne verremo a capo, caro mio, perchè entrambi noi sapendo notare, lo istinto della vita ci farà stare a galla su l'acqua.
— Ci legheremo un sasso al collo.
— La morte dei cani tignosi! Ohibò! Meglio impiccarci...
— Diavolo! Così finiscono i ladri. Raccomandiamoci al solito carbone.
— Peggio; prima di tutto non è sicuro; si prova fuori di misura spasimevole; dopo molte ore di agonia non uccide: il suo effetto non si manifesta uguale per tutti, e potrebbe darsi che mentre non potessero richiamare alla vita te, potessero me... e allora immagina il mio martirio! E a te pure, Omobono, non vengono i brividi addosso a pensare che ci sentiremo morire poco a poco, come il coniglio ingozzato dal boa... e ora di che ridi, Omobono? Paionti questi momenti da ridere?
— Non farne caso, anco i gladiatori feriti nel diaframma morivano ridendo.
— T'intendo, sai? Tu dubiti, tu dubiti che io abbia paura... ch'io parli come colui che avendo a scegliere l'albero per esserci impiccato, non ne trovava uno di suo gusto; possibile tu non abbia pensato al veleno; e sì che ci hanno ad essere veleni i quali fanno dormire, un veleno che ci conceda vederci fino all'ultimo... chiudere la vita con un bacio.
— Non ci ho pensato davvero, perchè di morire in una maniera o nell'altra a me importa poco, e non mi era mai caduto in mente di averti compagna nella morte: ho sentito dire, ed anche ho letto, di veleni di cui una gocciola basta per fulminare, non che un uomo, un bue, e certa volta si narra due amanti versarono non so bene quale acido, se prussico od idrocianico, dentro un cannello sottilissimo di vetro; quando vollero uccidersi se lo introdussero in bocca metà per uno, co' denti lo ruppero e in un attimo morirono entrambi l'uno nelle braccia dell'altro.
— O fortunati! Quanta invidia io vi porto.
— Potremmo rimediare... forse.
— E come?
— Ecco, io non saprei dirti il perchè, certo giorno mi prese vaghezza di fare provvista di oppio. Tu sai come agli speziali sia vietato vendere oppio ed altri tali veleni senza la ricetta del medico; se lo facessero cascano in pena; ora, quello che agli speziali è proibito si concede ai droghieri, i quali possono venderti impunemente tanto veleno da attossicare una città; ricorsi pertanto a droghiere amico, che senza ostacolo mi vendè mezz'oncia di _morfina_.
— E l'hai teco?
— L'ho.
— Ecco il fatto nostro; mostramela, la voglio vedere.
Egli la cercò, la trovò, gliela mostrò, e vistala riprese:
— È piacevole agli occhi, candida come l'innocenza, potente quanto Dio, pare polvere caduta dall'ale della farfalla quando folleggia di fiore in fiore. Adesso tutto è stabilito fra noi; — bando alla tristezza: esultiamo; costringiamo la morte a sorriderci... Omobono, incoroniamo la morte di rose.
E per dirla alla maniera di Omero, rallegrarono il cuore co' doni di Cerere e di Lieo; e per essere in riva al mare forse non mancarono anche quelli di Nettuno.
*
All'alba la donna andò alla messa, chiese del parroco, e gli aperse il desiderio di fare la confessione generale: durante tutto cotesto giorno procurerebbe esaminarsi la coscienza per bene; domani alla medesima ora tornerà da lui; intanto le celebri una messa secondo la sua intenzione, e gli porge un biglietto nuovo di banca di venticinque lire: certo, di argento o di oro avrieno fatto meglio figura, ma quello che vi è dato pigliate; lo dice anche il Vangelo; però il prete lo acciuffava con la bramosia del gatto, e se il guanto non la riparava, avrebbe graffiato la mano all'Amina: allora questa gli chiese in grazia di somministrarle il necessario da scrivere lettera alla madre sua, perchè a casa non lo avrebbe potuto fare liberamente a cagione... e qui chinò la faccia suffusa di rossore, aggiungendo a voce bassa, quasi paurosa che altri la sentisse, — a cagione di un uomo che la vigilava. Il prete mangiò, o piuttosto credè mangiare la foglia per aria, e nel presagio che Dio non si sarebbe rimasto a quell'unica mandata di manna, si affrettò rispondere:
— Padrona, padronissima, favorisca in sagrestia che troverà l'occorrente.
Amina, condottasi là dove la menò il prete, si mise a scrivere, empiendo presto presto ben quattro pagine di carta; piegò, sigillò diligentemente e si raccomandò al curato, affinchè portasse subito la lettera alla posta e l'_assicurasse_. — Magari! disse il prete, disposto sempre ai comandi di vostra signoria illustrissima, — e si separarono. Il curato, avviandosi con celeri passi all'ufficio postale, lesse nella sopraccarta: _Alla nobile donna la signora marchesa Elvira M. nata S._, Via S. Carlo, n. 12. (_Urgentissima_). — Eh! eh! lo aveva detto io, qui gatta ci cova. — E mentre sprofondato in cotesto pensiero non bada dove pone il piede, ecco investe l'accattona solita a mettersi accoccolata di fianco alla porta di chiesa, cagionandole una sconcia stincatura:
— Corvaccio! strillò costei, tu possa andare allo inferno prima di sera.
— E tu in paradiso subito — rispose il prete, e scappò via.
*
Sul fare del giorno, in una via traversa di Nervi, quasi nascosta sotto i rami di un gruppo di salici, si vedeva ferma una carrozza polverosa; se dentro ci fosse gente non si poteva scorgere, essendo le tendine abbassate; il cocchiere a cassetta dormiva; un altro servo vegliava ritto alla testa dei cavalli; dopo non breve ora la campana della parrocchia squillò il primo rintocco dell'_Ave Maria_; allora si aperse adagio adagio uno sportello della carrozza e ne uscì una donna avvolta nel cappotto e incappucciata; accennò al servo vigilante, che le andò incontro qualche passo, sicchè ella potè a voce sommessa susurrargli:
— Merlo, fa' di trovare l'albergo che ci hanno indicato; bisogna tu riponga il legno in qualche scuderia affatto sgombra, perchè non vo' che veruno lo guasti: e poi era guasto, non era; ci facciamo il sangue verde e bisogna succiarci il danno; i cavalli poi metterai dove ti resta più comodo; dirai al locandiere che avendo a parlare al signor curato, mi ci sono condotta subito; molto più che avendo sentito sonare a messa non ho voluto mancare di udirla; fa' allestire il quartiere più appartato che sarà possibile: poi vienmi a prendere verso la chiesa, perchè mi sento le ossa rotte ed una fame da lupi; e tu non devi canzonare; il vino non ti raccomando; solo ti dico che berrai con me alle mie bottiglie; guarda se trovi del _cognac_ buono: provvedi un mazzo di sigari, quelli che aveva meco ho fumato tutti. — Fatti in là, furfante, disse la donna dando una spinta solenne nel petto a Merlo, che gittatole un braccio al collo pareva si disponesse a baciarla, ti sembra questo il tempo e il luogo, e senz'aspettare altro si avviò verso la chiesa. Il servo dal canto suo si allontanava come un can mastino bastonato.