Il secolo che muore, vol. III

Part 16

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Ed ecco, quanto più poggi in alto, più vasti orizzonti si dilatano avanti a te; vedi quanti uomini grandi ti porgono la loro fama come tela ai tuoi dipinti; ecco qui Plinio il Vecchio co' suoi 180 volumi di storie naturali e politiche, di milizia, di eloquenza, di grammatica, di tutto; egli fu un feroce scrittore come Nembrod cacciatore dinanzi a Dio; — eccolo co' suoi governi in Ispagna, il suo ammiragliato della flotta romana al Miseno, la eruzione del Vesuvio, e la morte incontrata voluttuosamente per la irrefrenabile cupidità di sapere, dacchè ei ci lasciasse come farmaco ad ogni sventura questa sentenza: «il miglior dono fatto all'uomo dalla Divinità è il potersi togliere la vita; dono che i fati non consentirono alla stessa Divinità». Dopo il Vecchio, ecco Plinio il Giovane, di cui il panegirico a Traiano, mosaico di piaggeria cortigianesca composto di frammenti repubblicani, ingannò anche l'Alfieri, il quale con sommo studio lo volse dall'idioma latino nel sermone nostro; — però, come a tutti apparisce, così non parve al signor Giulio Janin, che ci fa sapere come l'Alfieri _convertisse codesto panegirico in una satira scritta_ in latino, _dove si compiace denigrare quanto di grande fu operato nello imperio del magnanimo Traiano_. — Le sono cose da non credersi! Ma che non è lecito a _monsieur Janin_, il quale ci racconta nei suoi viaggi in Italia, nella foresta dei cipressi del camposanto di Pisa avere udito il fiotto del mare, mentre la spiaggia del Gombo dista almeno tre miglia, e dei cipressi ne ha due; uno in cima, l'altro in fondo al quadrilatero, come l'_alfa_ e l'_omega_ sopra le lapidi delle sue sepolture. Quasi tutti i francesi nei giorni della nostra sventura ci dileggiarono o c'infamarono; in quelli del risorgimento ci astiarono e ci astiano; quasi tutti gli italiani nei giorni della sventura dei francesi augurano a loro sorti meno triste, mente migliore.

E come ti basterebbe l'animo di dimenticare il buon Martino della Torre, il quale, vinti per virtù di arme i Ghibellini suoi nemici, non sofferse si mettessero a morte i prigioni; «perchè, egli diceva, non essendomi venuto fatto di dare la vita ad alcuno, nè manco voglio che a veruno sia tolta?» In coscienza non lo potresti dimenticare, non fosse altro per confrontarlo al Thiers, uomo civile di questo secolo civilissimo, il quale, comecchè orbo di figli al pari del Torriano, nelle quotidiane stragi piglia diletto quanto e più le vecchie divote nella recita del rosario.

Nè passerai sotto silenzio Paolo Giovio, vescovo di Nocera, di cui l'ossa giacciono[41] e lo spirito vive in Firenze, non fosse altro per iscolpare gli odierni gazzettieri dimostrando a prova che non incomincia da loro il mestiere di battere moneta alla zecca della calunnia e dell'adulazione; non da loro la usanza di menare le Muse al mercato, non si potendo al macello; levate dunque dai vostri trogoli il muso, o gazzettieri, e consolatevi, voi potete vantare auspice e compagno nella vostra infamia anche un vescovo. Il Giovio tirava a palle rosse su l'Aretino, e l'Aretino su lui; la batteva tra il rotto e lo stracciato: a quello più della mitra calzava un remo; a questo, invece di un collare di gemme, una catena al piede; pure l'Aretino, meno maligno del vescovo (di bontà con costoro non si ha da parlare), prima perchè non era prete, e poi qualche affetto sentiva, non fosse altro per Giovanni delle Bande Nere.

[41] Nei chiostri di San Lorenzo.

Se volete papi, eccovi papi; ce n'è per tutti i gusti: qui vi mostro Innocenzo XI, che Luigi XIV a sollievo degli ozi regali aveva messo a bersaglio dei suoi strali, plaudente la Francia; e qui il Rezzonico, di cui non avanza di memorabile altro che il sepolcro scolpito da Canova, il quale ci effigiò due leoni che ci hanno proprio che fare quanto una pianeta addosso alla statua di Tiberio imperatore; e dopo i due papi, le due sonatrici di violino, sorelle Ferni, non estranee al papato come di prima giunta sembrerebbe, dacchè se Pio VI, pel suo andare in girone a Vienna e in Francia, si meritò il nome di _pellegrino apostolico_, a maggior diritto le Ferni, tanta parte di Europa circuendo a suono di violino, possono pretendere il titolo di _pellegrine armoniche_.

Ma sopra i Plini, i Giovi, i papi e le Ferni inchinatevi ad Alessandro Volta. I francesi sempre superlativi (qualcheduno dice sgangherati) scrissero del Franklin, che strappò il fulmine dal cielo e lo scettro ai tiranni, e non è vero niente: quanto a fulmine, anche ieri la folgore mi ammazzò una vacca; quanto a scettro, me ne rimetto ai lettori. Le storie raccontano che Luigi XVI, essendosi impermalito di cotesta epigrafe, facesse ritrattare il Franklin con la sua lode in fondo ai _canteri_; i francesi a posta loro se ne impermalirono, e arrapinati smoccolarono la testa a quel povero figliuolo di San Luigi; non per questo la monarchia fece più lume. Ma il Volta agguantò davvero il fulmine per la gola, lo infrenò, lo assottigliò per guisa ch'egli ebbe dicatti accettare l'ufficio di fattorino della posta. Calibano trovò Prospero; così, in grazia del Volta, in meno di un'ora seppi il tracollo di Luigi Napoleone bandito senza neppure la grandezza di Ottone, che incominciò col tôrre la vita ai francesi e finì col chiedere a loro la elemosina di un voto, e in due minuti mi dà notizia il nipote che viene a tenermi compagnia a desinare da Livorno... però il telegrafo non sempre è messaggero di liete novelle, ed io lo so: non importa; benedetto sempre, imperciocchè ad ogni modo egli abbrevi la incertezza, tortura vera dell'anima: un colpo e via: a testa tagliata non dolgono i denti.

Ma più che tutto mi pena ad avermi a strappare dalle dilette lusinghe della natura, di quelle delle Sirene più poderose assai, poichè queste è fama che allettassero unicamente con la voce, la quale scende per le orecchie al cuore, e a ciò si rimedia, secondo lasciò scritto Ulisse, con un po' di cera, e al bisogno può bastare anche il cotone, ma la natura, oh! la natura ti agguanta per tutti i versi; in vero, o come farò a salvarmi dall'aure felici, dalle brezze vitali, dai venticelli soavi, che spirano dai colli e dai rivi di questa terra incantata? Qui sempre limpide le acque, qui sempre verdi le piante, che mormorano sempre fra loro come se si raccontassero i casi di amore che nascosero con l'ombra dei rami, o trasportarono lontano sopra il dorso, ovvero alternassero i presagi degli amori avvenire ovvero ancora i propri amori si confidassero, perchè Dio trasfuse in tutto il creato senso di amore, e quindi parlano di amore le fiere, le piante e i sassi... Lettore! Per amore di Dio passa in punta di piedi e non destare il poeta.

Il cielo è innamorato di sè, ed ha ragione; egli adopera la piana superficie del lago di Como a mo' di uno immenso specchio della fabbrica di Murano, per contemplarvisi dentro ed esultare, Narciso immortale, nell'orgoglio della propria bellezza: per servire a Dio sarebbe povera cosa; Dio, quando vuol guardare la propria immagine, piglia l'oceano, dove si affaccia procelloso tra i fulmini. Ma se il cielo non ama il lago, il lago ama i figli del cielo: il sole, la luna e le stelle; ad ogni dichiarazione di amore che gli fanno con parole di luce egli risponde con sorrisi di luce; perchè anch'egli con l'affetto possiede potenza di fosforo per significarlo. Verso sera, dalla parte di occidente la luce si tinge di vermiglio, e richiama al tuo pensiero la donna innamorata, che pudibonda e lieta si accosta al talamo dello sposo che l'aspetta. Qui le rugiade inebriano più del liquore della vite, imperciocchè penetrino nei pori del tuo corpo madide del canto dell'usignolo e dell'odore del fiore di arancio (lasciatemelo dire, domani me ne confesserò al curato della parrocchia di Pondo).

Venere dea ebbe delubri ed are a Cipro, a Rodi, a Pafo, a Coo, a Citera e altrove, ma a Como impera regina e dea, ed ella qui conduce l'armento dei suoi devoti, come Proteo i suoi vassalli marini: gli amori vecchi ella mette in cura nelle case di salute dei suoi amici Como e Lieo; è vero pur troppo che la primavera pei mortali non si rinnuova, però vi hanno autunni che non aprono mai l'uscio al desiderio della primavera; sopra gli amori adulti, affinchè dallo amore attingano perenne virtù di amore, ella, messa la mano dentro al cinto, ove si trovano confusi

Di amor la voluttà ed il desire E degli amanti il favellìo segreto Quel dolce favellìo che anco de' saggi Ruba la mente,

e trattone fuori un pugno di lusinghe e di dolcezze, lo sparge loro sul capo a mo' che i principi gettano le monete di oro alle turbe nel giorno della loro incoronazione; poi ordina alla natura che canti con la voce di tutte le sue creature:

Amate, amate, che domani ad altri Sensi potrei chiamarvi, e doman forse Chi sa se il cielo coprirà la terra.

Gli amori nati appena, e che si trovano all'aurora dei sospiri, ella confida alla condotta di Amore fanciullo, che li guida a rinfrescarsi l'ale testè nate su la superficie del lago, e in cerca di altri amori che a loro acconsentano... così le rondini, corso gran tratto di aria, con magnifica curva radono le acque a caccia dello insetto, delizia dei loro conviti...

— Come! Dunque l'amore a suo parere è un insetto? Dunque come lo insetto l'amore si appetisce e si cerca?

— Sì signora, poichè mi mette con le spalle al muro le dirò che amore come rondine vola, come rondine, animale di passo, presto viene e presto parte; come le rondini e i re è animale carnivoro. Ma ahimè! questa strappata mi ha rovesciato dal mio pegaseo; spento il lume della lanterna magica, i vetri figurati della fantasia non si riflettono più su le pareti del mio cervello: _valete_, spettatori; torno al racconto.

*

I nostri personaggi presero stanza proprio sul lago, nel bellissimo albergo aperto accanto al palazzo della Regina.

Qual regina? Carolina Amalia Elisabetta di Brunswick. E di qual re moglie? Di Giorgio IV d'Inghilterra. Ed ora che ve l'ho detto, voi ne sapete meno di prima. E sì che vissero e morirono ai giorni nostri; e si lasciarono indietro uno strascico d'infamia, la quale in difetto di altro servea mantenere per qualche tempo i nomi dei re sopra la soglia della morte. Costei fu meno cosa di Messalina; costui più cosa di Claudio.

Il debito fu pronubo delle nozze inauspicate, imperciocchè il Parlamento non acconsentisse pagare i debiti del principe, se non a patto che mandasse giù una moglie senza ostia.[42] Quando prima il principe vide la sposa la baciò, _subito dopo chiese un bicchiere di acquavite_;[43] nel primo pranzo egli le impose che sopportasse commensale al fianco la sua baldracca,[44] lady Jersey; la prima notte egli ubbriaco l'accolse nel talamo, che metà passò sopra e metà sotto il letto, dove ruzzolò sozzo sacco di vivo.[45]

[42] Le pillole s'ingollano involtate nell'ostia.

[43] Memorie del conte di Malmesbury.

[44] Memorie del conte di Malmesbury.

[45] Memorie del conte di Malmesbury.

E pure da cotesto bestiale mescolamento in capo a nove mesi nacque un bel giglio di amore, che, sposato a Leopoldo di Sassonia Coburgo, morte recise nel dare alla luce il primo figliuolo: per lei il Byron, selvaggio amatore di libertà, compose versi stupendi, dove così si esprime: «la libertà obliò le sue mille sventure per la sventura suprema di avere perduto questa donna, sopra la testa della quale ella vedeva splendere il suo arcobaleno... e noi ci compiacevamo nel presagio che i nostri figli avrebbero _obbedito_ al suo figliuolo.»[46] Vedi contradizione di poeta, a cui quando meno se lo aspetta la passione ruba la mano del giudizio.

[46] Carlo IV dello _Child Harold._

La regina d'Inghilterra, non solo a Como, ma per l'Europa, per l'Africa e per l'Asia, come il capo comico conduce la compagnia dei suoi strioni, menava una turba di paltonieri per rappresentarci un dramma solo — quello del più lurido adulterio; e se ne teneva, ella regina, madre e donna di ben cinquant'anni matura! Al volgare adultero Bergami, ella, insanita, procacciava titolo di barone e insegne equestri, monili al collo e campanelle agli orecchi; a Malta gli comprò la croce dei cavalieri di San Giovanni; a Gerusalemme, con sacrilego oltraggio, quella del Santo Sepolcro!

Lo indegnissimo marito, comecchè troppo più di lei imbestiato in ogni maniera di turpitudini, ardisce apporle colpa di adulterio, e raccoglie da diverse contrade, massime dalla Italia,[47] a prezzo di oro, testimonianze della sua vergogna, pigliando piacere a propagarla al mondo come il matto ad appiccare il fuoco alla casa. Nè la morte di Messalina fu colpa di Claudio, bensì di Narciso, pauroso di perdere il credito presso Cesare, e col credito la vita; tanto vero ciò, che Claudio il giorno stesso che gliel'ammazzarono di stoccata nel core, non la vedendo a mensa, interrogò perchè tardasse a venire;[48] all'opposto la morte di questa regina fu opera per bene venti anni premeditata dal Claudio inglese.[49]

[47] Lord Brougham, difensore della regina, per iscreditare testimoni italiani disse: «credo che di tutti i paesi del mondo il paese più opportuno per trovare testimoni _falsi_ sia il paese di _Augusto_ e dei _Borgia!_» Rimesteremo noi l'orrida massa di fimo e di sangue dei processi inglesi per gettarla in faccia a lord Brougham? No, pur troppo il mondo va pieno d'infamie, che invece di rimproverarci scambievolmente sarebbe meglio guarire. Ma il Brougham era avvocato a cui pare che tutto sia permesso per difesa dei clienti.

[48] Così afferma Svetonio nella vita di Claudio; diverso Tacito: «a Claudio fu detto, mentre mangiava, Messalina essere morta, ned ei cercò se di sua mano o di altrui; _chiedette bere e seguitò a mangiare_.»

[49] La regina Carolina morì il 7 agosto 1821 di 53 anni; la sua morte fu attribuita all'angoscia sofferta di essere stata respinta dalla incoronazione del suo marito all'abbazia di Westminster; la ultima infermità fu qualificata _infiammazione intestinale_. Corse voce comune che l'avvelenassero: su questo proposito io mi stringerò a ripetere quello che il Voltaire scrisse intorno alla morte di Alessandro, figlio di Pietro I di Russia: «egli è certo che di questo principe sventurato si desiderava la morte, e che la Corte di Pietroburgo era provvista di una spezieria celebre per copia di ogni maniera di droghe...»

Le rappresentanze della colpa e quelle del giudizio furono date _gratis_ al mondo; il popolo somministrò il danaro per le spese: quelle della regina costarono un bel circa venti milioni di lire; quelle del re non si possono sapere; — quel popolo che sepolto nelle miniere mena una vita che poco è più morte; e nelle fabbriche si travaglia quindici e più ore, a sette centesimi per ora; e poi i cortigiani fanno le stimate quando sentono dire che la monarchia è venuta in abominio di Dio, del diavolo e di quanti sopra la terra possiedono discorso di ragione.

*

Tanto è, Omobono non era lieto; in ogni atto della sua vita si mescolava uno struggimento per cui egli restava ad un punto sorpreso e sbigottito: gustava _miele amaro_, tanto in pregio presso gli antichi romani, che ne imposero eccessivo tributo alla Corsica che n'è produttrice feconda; e bene sta che da puro cuore soltanto sgorghi la gioia pura. Il torpore gli s'insinuava nel sangue sottile come la malaria, tedioso a sè sempre, e qualche volta all'Amina, a fatica parlante e sbadato: gran parte del dì e' pare che dondoli tra gli sbadigli e i sospiri; svogliato di quiete e di moto, di veglia e di sonno, di cibo, di tutto: affacciato per ordinario al balcone, guarda fiso le acque del lago, le nuvole del cielo senza pensare a nulla; gli pesa il cervello; anzi non piglia nè manco diletto a contemplare il trasformarsi continuo che le nubi fanno in diverse sembianze, dove il riguardante mira quello che più gli piace trovarci; nella notte, ore intere, col braccio intorno alla vita di Amina, specula il cielo, e se gli avvenga mirare staccarsi dal fondo dell'emisfero due stelle, e dopo descritta una lunga curva di fuoco spegnersi a un tratto vicino alla terra o all'acqua, ripete sommesso:

— Perchè non così anche noi? Codesti fuochi dal cielo muovono verso la terra, e noi, Amina, spiccandoci dalla terra dovremmo quetare in cielo.

— E chi para?

E qui amplessi e pianti con l'altra procella di affetti, la quale impedisce che le acque di Amore stagnando impadulino.

*

— Orsù, Amina, un bel giorno disse, levandosi per tempissimo, che cosa facciamo qui? Moviamoci, nel moto sta la vita; mira come leggiere s'increspano le acque del lago, senti come soave ci venta in faccia la brezza montanina; — prendiamo una barca e andiamo a fare un giro: io porterò meco il mio portafogli, e quando mi capiti sotto qualche orrida scena, ovvero elegante, io mi piglierò diletto a schizzarlo.

— Ed io?

— Angiolo mio, tu ti spasserai a vedermi disegnare, o piuttosto fa' una cosa, provvediti di una lenza e pescherai.

— A cannetta?

— A cannetta.

— Ma sai tu che cacciare a civetta, pescare a cannetta e prestare a sicurtà, son tre castronerie che l'uomo fa; — basta, come ti piace, Amina mia, contenta tu, contento io.

Amina, senza lasciarla bollire nè mal cocere, esce fuori di stanza, e corre su e giù per l'albergo chiedendo, ordinando e mettendo in moto quanti incontra, camerieri e famigli; a tutti dice e non rifinisce mai di ripetere che le cerchino buona barca e rematore capace; tornerà a pranzo, ma se la vedessero tardare non l'aspettino; volersi godere quel paradiso terrestre; quante rinverrà fate, tante manderà ospiti alla locanda; esulti il padrone, perchè le fate hanno per costume pagare i conti in moneta di diamanti; alla più trista in oro senza lega; ammannisse i corbelli per metterceli dentro. In un attimo ecco barca _nazionale_, rematore _nazionale_ (aveva remato almeno due terzi della sua vita agli austriaci, ma ciò non rileva; oggi è _nazionale_) bandiera, lenze, corbe, _et reliqua_, tutto _nazionale_.

Spoltrati! spoltrati! È lesta ogni cosa, — e sì dicendo Amina mette il cappello in capo ad Omobono, e presolo per la pistagna del vestito seco lo trae alla barca accostata alla riva, dove l'acqua è profonda; lì giunta ella ci entrò di un salto, che fece stupire i bighelloni accorsi, come avviene nei piccoli paesi d'Italia, dove la poltroneria culla il popolo e la curiosità gli canta la nanna. Omobono stava per andarle dietro, quando ella di un tratto esclamò:

— Il portafogli! Non hai avvertenza a nulla; e sì che ti aveva raccomandato non dimenticare il portafogli; va' a pigliarlo... fa' presto.

Allora Omobono rifece le scale a quattro a quattro, e preso il portafogli torna addietro col medesimo abbrivo: ansava come un mantice e con parole rotte, sporgendo il portafogli all'Amina, diceva:

Eccolo! eccolo!

Amina stende la mano per agguantarlo; Omobono piega più del dovere la persona per porgerglielo; ella non incontra il portafogli; egli non trova contrasto, spendolato troppo sbilancia, balena e col capo in giù dà il tuffo nel lago: esperto nel nuoto, non avrebbe corso pericolo nè manco vestito come era, pure, prossimo alla riva, non gli mancò di ogni maniera aiuti, sicchè poteva cavarsi d'impaccio senza altro danno di un bagno involontario: di passeggiata non si parlò più; ma nel mettere il piede sopra la soglia dell'albergo, Amina, dandosi forte della mano su la fronte, esclama:

— Il portafogli! Ahimè! il portafogli, Omobono.

— È cascato nell'acqua.

— Oh! che disgrazia! Oh! che disgrazia! Su, datevi moto; ripescatelo per amore di Dio; fate di tutto per riaverlo; cento... duegento... fino a trecento lire di mancia a chi lo ripesca.

Omobono, osservando Amina fuori di sè per la smania, non cura nè manco andare a mutarsi di vesti, e così grondante come si trova si riaccosta alla sponda urlando a sua posta:

— Il portafogli! Chi ripesca il portafogli?

Amina e Omobono eccitavano la gente a tuffarsi, la quale per la cupidità del premio saltava nell'acqua a mo' dei ranocchi se odano cosa che metta loro paura. Fruga e rifruga, non venne fatto di trovarlo a veruno, o perchè quivi l'acqua fosse troppo alta, o perchè qualche corrente lo avesse trasportato altrove: comecchè di estate, pure, declinando il giorno, Omobono con quell'umido addosso cominciò a sentir freddo; pertanto si ritrasse a casa; rimase Amina, arrotandosi sempre alla ricerca del portafogli; all'ultimo, stracca, tornò anche ella all'albergo, avendo distribuito prima qualche moneta ai pochi fortunati palombari, pure molto raccomandandosi non ismettessero i tentativi: a cui riuscisse trovare il portafogli, sempre fermo il premio; anzi lo crescerebbe del proprio.

Per tutto quel dì e per l'altro appresso non si fece che tattamellare del portafogli; molti e diversi andarono attorno i discorsi e sgangherati tutti, i quali poi si appuntarono in quest'uno, che il portafogli conteneva un tesoro in biglietti di banca e gioie; lo screzio rimase nel giudizio della somma, la quale, secondo la fantasia dei giudici, saliva a milioni o calava a lire centomila circa.

Omobono comprendeva ottimamente il dispiacere dell'Amina per la perdita del portafogli, dove certo ella conservava disegni così propri come altrui, carissimi per rimembranze, per pregio insigni, ma non sapeva farsi capace della croce che se ne dava; ond'è che ingegnandosi consolarla le diceva:

— Cara mia, non ti disperare; te ne comprerai un altro che tu illustrerai con disegni più belli dei primi. I tuoi sono sicuri; temi forse ti vengano a mancare gli altrui? O che ti butti a madonna fallita? Avrai quanti desideri adoratori che crederanno toccare il cielo con un dito appiccando voti alla tua immagine.

— Ti compatisco, gli rispose Amina, perchè non sai qual tesoro di affetto si contenesse là dentro; lascio i disegni miei, che sono miseria, tuttavia cari per testimonianza di giorni giocondi che non torneranno più; e gli altrui, oltre all'essere mirabili per eccellenza di arte, mi davano ricordo di sensi gentili e di cortesia; ciò di cui non posso consolarmi è la perdita delle lettere del padre, dei congiunti, degli amici, delle persone caramente dilette; ma più che tutto mi addolora la perdita dell'anello sul quale mi giurasti fede di amante e di marito, e delle tue lettere... le tue lettere!... vero metallo arroventato tratto fuori allora allora dalla fornace; — ah! tu non sapresti più adesso scrivermene delle uguali... se tu ti c'impancassi faresti cosa di riverbero... reminiscenze, non getti di vena: ed io le custodiva a sommo studio per mostrartele il dì che avessi dovuto rimproverarti di scemato amore e dirti: «miratici dentro e guarda se tu sei quello di prima.»

— Lo specchio di Ubaldo a profitto di Armida, notò sorridendo Omobono, e qui baciari, abbracciari e motti profumati in essenza di amore e promesse giurate, non però registrate, nè recognite dal notaro, ch'ella non si troverebbe mai al caso di provocare così uggioso paragone.

Anco i fiori in mano agli uomini ed in quella della natura altresì tu riscontri arnesi di morte; in Sibari le rose; nei giardini le bocche di lione, dove se avvenga che le farfalle incaute s'inoltrino, ecco si chiudono loro sopra e trovansi sepolte vive a morire di delizia; così Omobono; ma a strapparlo da cotesta indolenza valse un successo, che più presto o più tardi doveva pure accadere; standosene un dì coll'Amina, o che questa veramente chiamassero, ovvero a lei paresse essere chiamata, si levò precipitosa dal fianco di lui per correre in altra stanza, lasciando sul tavolino la sua borsa da lavoro. Fu meno che non si dice, Omobono fruga la borsa e trova una lettera. Veniva da Milano e pareva indirizzata a non so quale contessa (o non è curiosa questa, che alle donne appena uscite di casa piace affibbiarsi sempre un titolo; alla più trista quello di contessa; alle democratiche due volte più che alle altre); ella era aperta ed Omobono lesse.

*