Part 15
— No! grida il vecchio, diventando livido per male represso furore; — no! — e levatosi di bocca il sigaro lo deposita sul tavolino, quindi continua: — o perchè allora, dimmi, affamato, ti avrei tratto in casa mia e levato la pancia di grinze? O perchè, miserabile, ti avrei messo le scarpe in piedi e la camicia addosso?
— Non m'insultate... non m'insultate, per quanto amore portate a mia madre... alla vostra figliuola.
— Che importa a me delle figliuole? Meno passere, più panico. Chi ti dotò di casa, di servi e di cavalli? Chi dalle latrine ti assunse alle beatitudini del paradiso terrestre? Mio il bicchiere col quale bevi, mio il piatto dove mangi, mia la catinella dentro cui ti lavi, il letto dove dormi, la sedia dove ti assetti, le vesti che ti coprono; se quanto hai di mio intorno a te, da me chiamato venisse a me, tu rimarresti come Adamo quando uscì dalle mani del Padre Eterno.
— Non è vero... la mia casa non ebbe bisogno di casa vostra mai, mentre la mia vi ha sovvenuto, vi ha aiutato, e Dio sa con quanto scapito di reputazione e di danaro.
Il vecchio barattiere, fingendo non sentire coteste parole, continuava infellonito:
— E ti bastò l'animo, impronto e sfacciato, per credere che tutto questo io facessi perchè, oltre gli altri lussi, tu t'incarognissi nel lusso più depravato di tutti, quello di trinciarla da galantuomo? Cotesto è lusso regio, non lecito ai semplici mortali; chiunque si attenti andarlo a cacciare nelle bandite regie, cade in trasgressione, se pure non ci acchiappa qualche palla nel cranio per via di ammonimento.
— Dunque voi presumeste comprarmi l'onore?
— Io non so che sia onore, e so anche meno in che cosa avrebbe potuto avvantaggiarmi. Tu promettesti essermi un guanto nella mano, e mi sembra averti pagato per mille dozzine di guanti: eletta d'intelligenza, fiore di gioventù si adatta a diventare cadavere _gratis_ in mano del padre maestro gesuita, e tu tarocchi al primo servizio che ti chiede il tuo benefattore. Ch'è questa boria! La profferta di gente della tua qualità supera di due cotanti la richiesta: e credi tu che se io ti chiedessi il doppio di quanto ti chiedo, in confronto di quello che profusi per te, tu salderesti mezzo il credito che hai contratto meco?
— Dunque, quando l'avo finse beneficare il suo sangue aveva in mente di comprargli l'anima?
— Nè l'anima, nè il corpo: cotesti contratti un dì faceva il diavolo: oggi non costumano più: noi pattuimmo un cambio di servizi; finora ho pagato, adesso è venuto il tempo che tu mi consegni un po' di quanto ti comprai; e mi piace ripeterti che tu hai a considerare come la fortuna non dia luogo a scelta: dove tu ti ostinassi, me perdi e te non salvi; tu altro non puoi se non aggiungere al vincolo di sangue che ci lega una catena di ferro, la quale verrebbe ribadita dall'aguzzino dalla tua gamba destra alla mia sinistra, ovvero dalla tua sinistra alla mia destra, a piacimento.
Omobono digrignava i denti; si levò con impeto, ma non reggendosi in piedi ebbe a ricascare sulla seggiola; pure riuscì a dire a strappi queste parole:
— Signori, voi lo vedete... mi pare che mi abbiano dato di una mazzola sul capo... lasciatemi in pace... ho bisogno di raccogliermi.
— Il tempo stringe...
— Domani l'altro...
— Che domani l'altro! Domani.
— Ebbene, procurerò di ridurre in essere il portafogli... domani.
— Se le occorre aiuto, rimarrò con lei — disse il Nassoli.
— No, vada col suo principale, ch'egli di certo ne avrà più bisogno di me.
— Dunque a rivederci, conchiuse il vecchio ribaldo, e cercato e trovato il sigaro che già depose spento sul tavolino, lo riaccese alla candela del nipote e se ne andò tranquillo come se avesse conchiuso la compra di una partita di bozzoli.
Ho letto che la luce corre settantaduemila leghe il minuto secondo, e non mi è parso gran cosa, perchè il pensiero umano in un battere di occhio gira e rigira dieci volte il mondo; di vero i visitatori di Omobono non avevano ancora mutato un passo fuori dell'uscio del suo salotto, che egli aveva immaginato, discusso e stabilito quanto dovesse fare: atteso il tempo che gli parve necessario perchè si fossero allontanati, e poi di rincorsa in casa alla Elvira; quivi rinvenne Egeo ed altri parecchi amici sviscerati che stavano spogliandosi amorosamente all'antico giuoco del lanzichenecco, il quale ringiovanito col nome di toppa adesso forma la delizia delle nostre veglie. Omobono, invitato a pigliarci parte, se ne schermì col pretesto di forte emicrania, e veramente tutta bugia non era; quando gliene cadde il destro fece cenno all'Amina, che giocava anch'essa alla disperata, perchè si levasse per andare a parlargli. Di cotesto segno, ch'egli fece con la massima cautela, affinchè veruno se ne accorgesse, se ne accorsero tutti, nè se ne scandalizzò alcuno, che oggimai li consideravano come sposi, anzi taluno gli affermava belli e sposati; ad ogni modo non erano gente da commoversi per simili bazzecole.
*
Eccoli soli e seduti una allato all'altro e con le mani in mano, secondo l'usanza vecchia.
— Amina, cominciò a favellare Omobono, io, con la morte nel cuore, vengo a dirti addio.
— Ch'è mai successo? Parla presto... o Dio! levami di affanno... se non mi vuoi vedere spirare ai tuoi piedi.
— Domani, così imperante l'avo cortese, mi tocca a imprendere per le sue comodità un viaggio.
— Lungo?
— Lungo.
— E tornerai?
— Dio sa quando; — e con voce sommessa aggiunse: — forse mai più.
— Ma la ragione? Anche ai condannati leggono la sentenza.
— Doveva partire senza rivederti; ma tu, che sai che cosa è amore, pensa se mi bastasse il cuore. La ragione pur troppo ci è, e feroce, ma non dipende da me; tanto ti basti e ti sia di conforto sapere che io ti ho amato, ti amo quanto creatura umana può amare, che sono misero, ma misero assai, compiangimi di vedermi ridotto a tale di desiderare che altri ti renda felice, poichè io non potei.
— E credi tu, Omobono, che un amore pari al nostro si rompa come un filo di cotone? Io ti contemplo così disfatto da movere a pietà, non che la tua sposa, il tuo più fiero nemico; vieni, riposa il tuo capo su questo seno, che palpita per te: lasciati consolare, diletto mio... sfogati... non ci giurammo esserci compagni così nelle gioie come nei dolori? Chi altri sarà mai fuori della moglie di Cireneo che aiuterà il marito a portare la croce?
Omobono non esitò ed accettare l'asilo del seno della sua Amina, e, riparato una volta nel fidatissimo porto, era impossibile che non vi si alleggerisse del carico del suo travaglio; sarebbe stata scortesia, o piuttosto salvatichezza, e la natura aveva fabbricato gentilissimo il nostro Omobono; — e poi, se si ha da dire come la stava, nonostante ch'ei nicchiasse, si sentiva voglia di parlare per lo meno quanto ella di udire. Impertanto, dopo qualche lezio, egli le riferiva punto per punto la conferenza che aveva avuto luogo fra il suo nonno e lui; ho detto punto per punto, bene inteso però riveduto e corretto per suo uso.
Anco quando le palle stanno ferme, avviene di radissimo che noi raccontiamo preciso la faccenda come l'avvenne; tanto meno poteva pretendersi nell'agitazione e nel pericolo in cui si versava Omobono.
In simili frangenti l'uomo costuma tagliarsi con la lingua la propria storia e adattarla al fatto suo nella medesima maniera che il sarto gli taglia con le forbici il vestito a suo dosso. Di vero Omobono non mentì, tacque tutta la parte concernente i biglietti falsi, inducendo Amina a credere ch'egli, tra recapiti mercantili, valori e biglietti di banca, si trovasse a possedere il valsente di un milione e più.
Omobono non li vide, perchè tenendo la faccia bassa sopra il seno di Amina, meditasse che, se caso mai avesse dovuto morire, fin d'ora lasciava per testamento volere essere sepolto vivo là dentro: io vidi sì corruscare gli occhi all'Amina al modo stesso che balenano alle bestie feroci nel punto che stanno per avventarsi sopra la preda; ond'ella, più _felinamente_ carezzevole che mai gli fosse stata, stazzonò i capelli e le guancie di lui e interrogò poi con voce che sì e no pareva lamento:
— Ed ora, sposo, può la tua moglie sapere che cosa tu intenda fare?
— Forse mi avanza la scelta? Ecco in succinto l'unica via che mi para davanti il destino. Io fuggirò, portando meco del mio danaro quel tanto che mi basti per condurmi in America traversando la Svizzera; il danaro potrei in coscienza appropriarmi tutto, perchè me lo sono guadagnato con industria onesta del pari che indefessa; e se il mio nonno per lo addietro mi provvide di capitali, io glieli ho restituiti con usura: se i suoi affari da parecchio tempo tracollano in un baratro senza fondo, i miei, meno voraginosi ma più solidi, prosperavano; pure glielo lascerò tutto o quasi. Io so bene che lo sciagurato lo farà sparire, e so eziandio, perchè non si tenne dall'ordinarlo in mia presenza al suo computista, che saranno acconciate le scritture in guisa d'apparire io debitore di parecchi milioni alla ragione di lui, e ciò per dare, se gli riesce, un po' di vernice alle oblique operazioni dentro le quali egli si era abbandonato a testa bassa: mi pare di vedere ch'egli in fine de' conti altro non farà che insaccare nebbia; poco filo è il mio per poter bastare al rammendo dei suoi strappi: pure io non mi devo per questo tirarmi indietro da sagrificarmi per lui. Amina mia, amore e gratitudine non conoscono abbaco nè seste; perchè se prima di pagare il debito avvenga ch'essi si pongano a fare i conti, va' pur sicura che essi non finiranno mai il calcolo. Vivrò ramingo come potrò... e quando l'acerbità del dolore di averti perduta... perduta per sempre... e il peso della infamia immeritata mi si farà insopportabile... e il tedio dello esilio avrà roso ogni fibra vitale del mio cuore, quando infine le cause del morire supereranno quelle del vivere, allora, chiesto prima perdono a Dio, col tuo nome su le labbra, mia adorata Amina, io mi farò dire da una palla nel cranio: tu hai vissuto abbastanza.
— Noi moriremo insieme! esclama Amina, e nello impeto sfrenato dell'entusiasmo con ambedue le mani strigne il capo di Omobono, e la sua bocca salda alla bocca di lui, talchè sembra volerci riversare la propria anima; per lunga ora la passione soverchia non concesse loro pronunziare parola: confondevano baci, sospiri, palpiti e lacrime, liquore stillato dalle palme del paradiso.
Non è vero niente. In paradiso non crescono palme, e chi ci è stato ne fa testimonianza: cotesto che io vi ho detto è liquore anodino, che in certo giorno di armistizio nelle guerre durate fra il cielo e la terra si posero a comporre di amore e d'accordo insieme angeli e demoni. Gli uomini, per non restare indietro, dicono che il giorno di poi fabbricassero in terra l'aceto dei sette ladri, e tutto questo fecero tanto su quanto giù in sollievo della umanità condannata da suo padre al dolore e alla morte. A considerarla bene, questa è una gran cosa. Saturno, padre eterno degli antichi, si mangiava i propri figli, il Padre Eterno nostro non monda nespole, sicchè resta chiarito che a barattare padri eterni più che guadagnare si scapiti; io ho detto ciò, non per disprezzo dei padri eterni vecchi o nuovi, ch'io venero tutti, bensì per ammonire quelli che avessero talento di mutare un'altra volta.
Passò cotesta fiumana di affetto come tutto passa quaggiù; ma l'Amina continuò a tenere con le due mani Omobono, quasi venuta in sospetto che le avesse a fuggire.
Se Carneade quando andò a Roma c'incontrava Amina, per gelosia si sarebbe impiccato: non vanti più la Grecia i suoi retori, tacciano le scuole dei tomisti e degli scotisti; dentro un sacco e in mare disputatori, controversisti e avvocati, imperciocchè veruno di loro avrebbe potuto reggere il paragone con Amina; se voi l'aveste udita vi sareste persuasi a un tratto com'ella avrebbe fatto la barba, non che ad altri, a Demostene. Tutto ella seppe mettere in opera per tirare Omobono ai suoi voleri, quanto il sofisma escogita di più sottile, la dialettica di più strignente e la logica di più calzante. Che se alcuno volesse sapere chi le fu maestra nella eloquenza, io glielo dirò senza ambagi; la natura, suprema educatrice degli animali che hanno discorso di ragione; in vero, se l'arte (lo certifica il Dante) è nipote di Dio, gli è manifesto che deve avere avuto per madre la natura: ora, se tanto l'arte potè, creando università, studi, licei, ginnasi, Giovanni Lanza ministro d'istruzione pubblica, ed un armento di docenti, o perchè la natura non potrà fare senza tante invenie quello che l'arte in grazia dei suoi molti trovati appena può? Forse Orfeo frequentava le scuole dei reverendi padri gesuiti? O fu visto Omero col cartolare a tracolla recarsi alla lezione dei non meno reverendi padri Scolopi? Natura si passa molto bene dell'arte, ma arte non può fare senza natura.
A cui natura non lo volle dire...
con quello che seguita.
Una volta sarebbe stato concesso credere che Amina inspirasse Mercurio, il quale, fra i vari suoi attributi, possedeva quello della eloquenza; di vero gli antichi lo effigiarono talora con le catene di oro pendenti dalla bocca, e tal'altra col cigno in forma di cimiero al sommo del petaso; — ma ohimè! se la religione di Mercurio un dì era merito, oggi dalla chiesa si danna come eresia, ed io non vo' screzi con la Chiesa, perchè se non brucia più gli eretici, potrebbe tornare a farlo, massime per virtù dei nostri guidaioli, che si arrotano a riavvivarla di sanne e di artigli. Tuttavia in riga di dubbio, ma poi mi rimetto al giudizio della sacra congregazione dei canoni, mi parrebbe che se tanto rimase fra gli uomini il culto di Mercurio, dove invece di scemare ogni giorno cresce, e i suoi tempii si moltiplicano[39] e le are, potrebbe benissimo la Chiesa accoglierlo nel suo grembo e metterlo in paradiso allato a san Matteo pubblicano. I romani non istettero a un pelo di assumere Gesù Cristo al fianco di Venere? Per quanto si narra, ciò propose Tiberio in Senato; quest'altro nel collegio dei cardinali potrebbe proporre Pio IX: entrambi pontefici massimi.
[39] È noto che Mercurio era il dio dei ladri; un dotto e pio ecclesiastico osserva che i cristiani non ne hanno bisogno, come quelli che possiedono san Nicola, e va bene; ma chi protegge, domando io, i ladri ebrei?
*
Ai giorni che corrono, nei quali si vive a salti convulsi e la più parte degli uomini renunzia alla eternità, come a cosa troppo lunga, sarei maldestro se riportassi punto per punto la orazione di Amina; in corti accenti ve ne spremerò il sugo. Dapprima ella distinse il padre dall'avo; i doveri verso colui che ci generò non si possono estendere ad altri, e s'intende da sè che l'atto generativo non si opera per delegazione, nè si crea con la immaginativa: e mise innanzi altresì una nuova distinzione fra l'avo paterno e il materno; più cosa il primo, imperciocchè di lui portiamo il nome e produciamo la famiglia, ond'ella tenere per fede che padre veramente non sia quegli che le giuste nozze dimostrano, bensì colui che ci nudrì fanciulli, educò giovani, uomini sovvenne e sempre amò. Ora, qual cura e quali i benefizi dell'avo materno verso di lui? Egli lo scelse per comodità propria come un cavallo o un cane; ma per uso mille volte peggiore, perchè al cavallo non si chiede altro che correre, al cane abbaiare, mentre adesso l'avo esige dal nepote cose contro la natura, le leggi ed i buoni costumi. In tempi barbarissimi i padri si fecero padroni della vita dei figliuoli, non però mai dell'onore. Anche Dio non andò più in là che chiedere ad Abramo tagliasse la gola al figliuolo Isacco, e Abramo, se avesse mandato pei giandarmi e fatto arrestare Dio come istigatore di parricidio, si sarebbe meritato la croce della Corona d'Italia: ma allora i giandarmi non usavano e Moisè non aveva ancora bandito i comandamenti della legge di Dio, dove sta scritto _non ammazzare_; e poi le leggi nelle monarchie assolute, di cui è suprema la monarchia di Dio, non obbligano chi le fa; tuttavolta l'onore d'Isacco lasciò stare; e Iefte che disse alla figlia? Niente altro che questo: adattati ad essere sagrificata per la maggior gloria di Dio: gli è vero che quella povera vergine avrebbe dovuto rispondergli: sagrifica te, se ne hai voglia, e denunziarlo alla polizia perchè lo chiudessero nell'ospedale dei matti; pure sta in fatto che in altri tasti Iefte non entrò; e così del pari Agamennone, cui i greci dopo la strage d'Ifigenia dovevano lapidare, non assumere al sommo imperio dell'oste contro Troia. L'onore preme troppo più della vita, perchè vita ch'è mai? È conscia attività del corpo transitorio, mentre l'onore è coscienza della dignità dell'anima che dura: la vita si può affermare proprietà dell'uomo, l'onore spetta meno a lui che alla sua famiglia e alla sua patria; la morte lascia una lacuna nelle famiglie, la infamia una macchia: la prima finisce e si circoscrive nell'uomo, la seconda contamina i successori; essi non peccarono, e tuttavia porteranno il peso della iniquità dei padri. Impertanto conchiudo che niente da te si deve all'avo iniquo. Se per istinto di virtù gentile tu vorrai procedere benefico con lui, io non ti tengo, anzi ti lodo, di ciò acquisterai merito presso la tua coscienza e il mondo: ma appartiene a te solo giudicare il tempo, il modo e la misura con i quali intendi usare questa tua benevolenza: da quando in qua si presumerebbe imporre la regola al benefattore? Ciò tanto più vale col tuo nonno, quantochè perduto il lume dagli occhi non sa più quello che si faccia, e mentre te precipita sè non salva. Se il danaro che possiedi fu guadagnato legittimamente da te, e tu tientelo. Non acconsentire sieno alterati i libri della tua ragione: procura riporli in fidata custodia. Dei consigli dell'avo accetta quello di allontanarti, perchè non puoi rimanere in paese senza correre il rischio di mettergli la fune al collo, e questo non hai a fare. Là dove compiacendo alle sue impronte richieste tu commetti l'errore, o piuttosto di' colpa, di accalorarlo nell'agonia dei naufraghi, di attaccarsi ai rasoi; noi spassionati comprendiamo com'egli ormai bisogna che anneghi, e se ei fa tanto di aggrapparsi a te affogherete ambedue: mettiti da parte, e allora vedrai ch'egli rinsavirà: dando le spese al cervello, attenderà a salvare quello che per lui può salvarsi: vo' dire che non muoia di miseria. Certamente egli riparerà in Isvizzera, e te lo farà sapere, e tu, se sia rimasto privo di facoltà davvero, lo sovverrai allora, non secondo i suoi meriti, ma la tua misericordia. Sedato il primo trambusto, noi torneremo, e i tuoi libri faranno prova della tua innocenza. Allora, caso mai qualche avventato o qualche maligno avesse tolto argomento dalla tua assenza di calunniarti, non solo avrà a ricredersi, bensì a darti lode di cortese e di pio, come quello che aborrì aggravare il padre di sua madre, amara stretta alla quale non avresti potuto sottrarti restando.
Ho detto, ed è vero, che per vincere Omobono Amina non adoperò blandizie, nè lacrime; però, più che tutto, a fermare la mente incerta di lui valse la risoluzione da lei palesata in modo assoluto di volerlo accompagnare dovunque ei si conducesse; considerarsi ormai sua moglie, e quindi per debito di religione e per affetto obbligata a seguitarne le fortune. Omobono, in adorazione davanti a lei, le baciava le mani e quasi benediceva la sventura che lo aveva colpito, come quella che gli rivelava tanta parte della divinità della sua donna: non era avvezzo udire amore a favellare così nobile linguaggio; gli parve essere diventato maggiore di sè; quasi si sentì crescere l'ale dopo le spalle; quasi credè abbracciato con lei volare su e giù per le sterminate volte dei cieli.
*
Il Nassoli si condusse la domane per tempo al banco di Omobono; lo rinvenne chiuso; tornò più tardi e con fortuna niente migliore; all'ultimo, verso le dieci, potè entrarvi; al porre il piè sopra la soglia gli parve un'aura di solitudine ventargli nella faccia, quantunque mirasse seduto al suo posto il commesso principale della casa, a cui volgendo il discorso domandò:
— Ben levato, signor Carpoforo, o che mi saprebbe dire dove si trova il signor Omobono?
— Partito.
— E per dove, di grazia?
— Non lo so.
— E torna?
— Non lo so.
— Diavolo! O che mi permetterebbe ch'io mi ponessi a lavorare intorno ai libri della sua ragione, come siamo andati d'accordo con lui?
— Non posso; sto dietro a metterli in pari io.
— In pari! Oh! che bisogno ci è di metterli in pari?
— O come farebbe _lei_ in diversa maniera il bilancio?
— Bilancio! Oh! che vuol fallire il signor Omobono?
— Vuole liquidare: e a me lasciò la procura per condurre a termine questa operazione.
Il Nassoli capì la ragia e, cauto com'era, diede volta al timone, e ritirate le labbra verso le orecchie scoperse i denti acuti come lesine (era la sua maniera di ridere), prese commiato dal laconico ragioniere: scendendo le scale una considerazione gli si posò in cima della mente, come una mosca su la punta del naso, e come questa importuna, più la scacciava e più riveniva:
— Quel benedetto uomo non l'ha mai voluta capire che piantando broccoli non si possono raccogliere ananassi.
E per la prima volta la venerazione ch'egli professava altissima pel suo principale sofferse un picchio solenne. Venuto al cospetto di Omobono, asciutto asciutto gli espose il caso, e con sua sorpresa vide come costui non si scotesse punto; stette alquanto su di sè, si fregò con la manca la fronte, si arruffò, più che non erano, i peli delle sopracciglia, ed alla fine esclamò:
— Meglio così. Dal divoratore uscirà il cibo e dal forte la dolcezza;[40] io mi salverò naufragando... Nassoli, di poca fede... tu hai dubitato.
[40] Enimma di Sansone.
Il Nassoli sentì rimettersi il cuore in corpo, ed aumentò di due cotanti la stima verso il suo principale.
Amina ed Omobono con mentito nome recaronsi a Como, non avendo potuto in tanta angustia di tempo procurarsi il passaporto in regola.
Como! E poi dite che la fortuna passando sul mio capo non ci abbia rovesciato la sua cornucopia: si può immaginare occasione più destra per descrivere le magnificenze di Como? qui tutto; prima la emulazione, la quale è tanta parte delle opere umane, mi pone le perette sotto la coda; una legione intera di letterati, che vanno per la maggiore o per la minore, le celebrarono in prosa e in versi. — Cesare Spalla, Giovanni Berchet, il Corbellini, il Torti, il Gentili e il Turati le presero a tema delle loro poesie. Gli storici e gli scienziati metto da parte, però che mi farebbero comporre nuove litanie, le quali solo a Torquato riuscì rendere amabili nei suoi estri religiosi: però non si possono tacere Plinio, Cassio e lady Morgan; alla quale è mestieri che noi perdoniamo molto, perchè ci amò molto e ci confortò a non disperare, mentre da tutto il mondo qui conveniva gente a cantarci l'esequie fino alla Speranza. Mi tengo unicamente a quelli che sciuparono carta ed inchiostro (intelletto non conta) a dettare: _sogni d'infermi e fole da romanzi;_ e qui potrei dire come il Bertolotti ponesse la scena del _Sasso rancio_ e della _Isoletta dei Cipressi_, il Grossi del _Marco Visconti_ e di _Ulrico e Lida_, il Carcano dell'_Angiola Maria_, il Bazzoni di _Falco della Rupe_, e di altri mi passo. Alcuni di questi libri galleggiano sempre, altri si vedono sì e no fra due acque come cosa che affoga; taluno riposa sopra un guanciale di limo in fondo a Lete, ma ciò gli avvenne non mica per vizio di forma, secondochè taluno crede, bensì per manco di virtù negli autori. Forse perchè pigliarono sembianza di epici, mille poemi si salvarono dal duro sonno e dalla inremeabile morte? Godetevi le vostre trombe epiche, noi ci contenteremo degli scacciapensieri quando si chiamino _Promessi Sposi_, _Gil Blas_, _Nostra Dama di Parigi_, _Don Chisciotte_, _Ivanhoe_, l'_Ebreo errante_, il _Viaggio sentimentale_.