Part 14
Mentre la vita dalle aperte vene gli fuggiva via, piuttostochè colla voce, col sangue che sgorgava gorgogliando, si raccomandò a Dio perchè riposasse l'anima sua nel seno di Abramo, non già al Dio dell'occhio per occhio e del dente per dente, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di coloro che gli hanno voluto male, bensì a quello delle misericordie, supplicandolo che quel suo sangue scendesse come una benedizione sul capo della sua famiglia, non consentisse ch'egli ai figli suoi non trasmettesse altra eredità eccetto la sventura; li prosperasse; a modo ch'egli inviava un dì l'arcangiolo Raffaelle a sanare Tobia dalla cecità, ora spedisse quale è fra gli angioli suoi il più pietoso a lenire il cuore del padre e della moglie; e i suoi persecutori giudicasse non secondo la sua giustizia, ma sì secondo la sua misericordia. E il povero Zaccaria si addormentò contento nel seno di Abramo.
A me parve questo pietosissimo caso, e pur chi sa quanto gli daranno la baiata gli odierni materialisti; si servano; pure mi sia concesso domandare se Zaccaria sarebbe morto con quella pace, se persuaso che mota nacque, mota un po' meglio organizzata visse, per morire poi mota come prima; e che veruno ente nell'universo intendeva le sue novissime preci; e che da nessun lato una stilla di consolazione sarebbe piovuta su i capi desolati dei carissimi suoi. Invece di rapire all'uomo i dolci sogni ond'egli muore in pace, industriatevi, o voi che sapete, a liberarlo dalle atroci realtà che lo fanno vivere trangosciato.
Da questa morte derivarono conseguenze tutte dannose ai malcapitati compagni di Zaccaria; la fine di lui appresero universalmente come prova della coscienza di colpa per sè e per gli altri; Fabrizio sentì darsi un picchio sul capo, per la quale cosa smarrì di un tratto la vista, dopo cinque giorni o sei la ricuperò, ma inchiostro, carta, scritto e tutto insomma gli apparve colore di sangue più o meno vivido: consultato il medico, lo assicurò trattarsi di alterazione poco importante: pigliasse riposo, gli occhi lavasse con acqua e aceto; e caso mai non potesse astenersi dal lavoro, tenesse sul banco una catinella di acqua gelata, dove immergendo di frequente la spugna, con quella si rinfrescasse il capo; questo accidente, invece di ammansirlo, lo inasprì: ora poi ebbe arso davvero i cariaggi: e poichè di tornare indietro non ci era più verso, avanti a scavezzacollo. Il dibattimento ebbe luogo; gli accusati confermarono alla udienza quanto avevano dichiarato di già nel processo scritto: sè predicarono repubblicani, della monarchia nemici implacabili, eterni, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, intenti co' pensieri e colle opere ad abbatterla: ogni altra accusa respinsero sdegnosi: il manifesto donde Fabrizio s'ingegnò dedurre per via di sofismi la strage meditata del capo dello Stato assai facilmente mostrarono non prestarsi a simile concetto: ad ogni modo non essere fattura loro, il signor regio procuratore saperlo meglio di ogni altro; lo domandassero a lui.
Insistendo il presidente della Corte di assise, forse per segreto astio contro Fabrizio, per saperne l'autore, assorsero tutti con l'indice appuntato contro l'accusatore gridando:
— _Lui lo sa, lui lo sa._
Fabrizio, per un istante smarrito, afferrò frettoloso un cartolare per coprirsene il viso, ma fu brezza sulla fiamma, riprese in breve balìa, e mettendo le mani avanti esclamò:
— Chi ha usanza di questi luoghi conosce come il delitto pigli sempre per sua druda la sfrontatezza.
E cotesta fu una sfrontata provocazione. Perchè gli accusati non raccattarono il guanto e non lo lapidarono sotto un nugolo di vituperi? Arduo sempre conoscere le cause intime delle azioni umane; per me giudico li trattenesse il ribrezzo di far conoscere avere sofferto compagno ad impresa, ch'essi reputavano magnanima, uomo così abietto; nè a dissuadermi da simile pensiero giova punto sapere che non tutti in cotesta congiura sentissero altamente; anzi ci si annoverassero contaminati da non poche brutture parecchi, imperciocchè gli esempi sieno contagiosi così nel bene come nel male, e la vista della virtù abbarbagli di stupore anco i corrotti — quantunque per poco. La storia porge spesso testimonianza di fatti simili a questi; Tacito ne registra alcuni nel quindicesimo degli _Annali_, dove narra la congiura pisoniana contro Nerone. «Plauzio, egli scrive, fu il secondo a morire... arraffato, e dove si giustiziano gli schiavi ammazzato da Stazio tribuno, _uno dei congiurati_, non lo scoperse e non fiatò»; più oltre, con maggiore conformità al caso nostro: «non potettero più frodare la congiura ancora i soldati, stomacando quelli che avevano confessato vedersi da Fenio Rufo lor compagno esaminare. Minacciando egli e stringendo forte Scevino a dir su, Scevino ghignò dicendo: — niuno saperne più di lui. — E lo conforta a rendere il cambio a sì buon principe. Fenio non parlò e non tacque, così gli si rappallottarono le parole in bocca per lo spavento.» E poichè anche il servaggio ha i suoi eroi, il duca di Veccaro, confidente di Filippo IV di Spagna, anzichè riversare sul padrone la colpa ond'era accusato, elesse morire su i tormenti.[37]
[37] Questo caso è al tutto sconosciuto o poco manifesto: gioverà ricordarlo. Filippo IV di Spagna commette al duca di Veccaro scriva a sua sorella, moglie di Luigi XIV, si adoperi con ogni sua possa a indurre il marito a pacificarsi col cognato, ma lo faccia in modo che paia scrivere spontaneo, non già per comandamento del re, ed il cortigiano puntuale adempie il mandato; la lettera casca nelle mani del Consiglio di Spagna, il quale appone accusa di tradimento al duca. Il re temendo per la sua propria salute non si oppone alla prigionia di lui, ed in segreto fa dirgli stia saldo, egli penserebbe in ogni modo a salvarlo: pertanto, messo il malcapitato al tormento, negò sempre la partecipazione del re, e tanto si spinse da un lato la sua caparbietà a negare, e dall'altro quella del Consiglio a tormentarlo, che all'ultimo morì in mezzo agli strazi. In questo mentre il re faceva esporre il Santissimo Sacramento, raccomandando al popolo di pregare Gesù secondo la sua intenzione, la quale, nota un dotto e pio ecclesiastico, era che il duca morisse su la tortura, perchè in cotesta maniera il re veniva a conseguire due beni: il primo, la sicurezza che il segreto non si sarebbe mai venuto a scoprire; il secondo, che la morte del duca lo avrebbe liberato dallo imbarazzo e dalla spesa di mostrargli la sua gratitudine.
Fabrizio non si mostrò nell'arringa sobrio come nella scrittura, si lasciò rubare la mano dall'abitudine della frondosa parlantina; nè gli avvocati difensori diversi da lui; — grondanti tutti di parole esagerate ed inani; ridevoli più del cane barbone che dopo il tuffo esca dal fiume e si scuota l'acqua sul greto; però tra la eloquenza dell'accusatore e quella del difensore un divario ci corre e grande: questa è unicamente ridicola, l'altra ridicola a un punto e orribile. — Nei gesti scomposti la croce dei santi Maurizio e Lazzaro (dacchè il ministro aveva giudicato bene crocifiggerlo per tenerlo fermo) gli saltava dal petto verso il viso e pareva si sforzasse ad allungarsi per dare di uno schiaffo in faccia al rinnegato; ma la morte di Zaccaria dispensò Fabrizio dalla parte di serva del boia, che va col paniere in mercato a fare la spesa per la forca: quanto a lavori forzati non si lasciò patire; i più a vita, meno di venti anni nessuno e nessuno assoluto.
Ai giudici borghesi, adesso ch'era levato di mezzo il caso di sentenziare a morte, pareva andare a nozze; i lavori forzati sono carabattole; perchè, rispetto a infamia, ormai è fuori di uso anco per chi la merita, figuriamoci se nei delitti politici, che domani saranno reputati gesti magnanimi, ed anche oggi a cento o dugento miglia dal luogo dove furono condannati — e rispetto a pena non mancano le raccomandazioni per alleviarla, e poi ci è la grazia, e poi e poi. — D'altronde, si trattasse di omicidi... ti dia la peste, si potrebbe correre! Ma di repubblicani che rompono i commerci, interrompono le industrie, buttano la rendita all'inferno, spingono l'aggio in paradiso... oh! allora taglia, che gli è rosso.
Io non mi so capacitare come taluno, osservando che i borghesi appaiono anzichenò corrivi nel giudicare i reati di sangue, mentre poi procedono indragati contro i ladri, i repubblicani, i demagoghi e gli altri tutti sovvertitori di questo mare morto che si chiama quiete, ne abbia fatto le maraviglie, perchè la ragione spiccia chiara come acqua di fontana; del micidiale non temono, perchè dopo le ventiquattro in casa a cena e a letto con la casta moglie, mentre i ladri vanno giusto in giro in coteste ore ad insidiare le loro mercanzie indarno confidate a chiavistelli amici dell'ordine — e i cospiratori sono, si può dire, i primogeniti della notte.
San Sotero è il patrono dei borghesi, però che valga per lo appunto in lingua greca _Conservatore_, ed in Italia primo a pigliarlo fu Milico liberto, che tradì il suo benefattore Natale facendogli la spia nella congiura pisoniana contro Nerone,[38] da cui lo eredarono i moderati, ora vili, ora feroci e infami sempre. Un giorno, dopo aver fatto i conti, trovandoci profitto, furono anch'essi perturbatori dell'ordine pubblico; e ciò accadde quando i conti contavano e tenevano le città ordinate a questo modo: un re che regna, una nobiltà che comanda, un popolo che serve; allora costoro predicarono la fratellanza con le plebi, sè uniti a queste salutarono popolo, e insieme puntando superarono i grandi e presero lo Stato. Qui finiva la fratellanza, e la plebe fu rimandata ai solchi e alle officine coll'onore di avere abbattuto i grandi e sostituito i borghesi; se mormorava scontenta, la saldarono a cannonate. Ora la plebe sta a casa con la commissione di lavorare e generare; il lavoro le comprano a mezza gamba in pace, in guerra accetteranno i figliuoli, onde si facciano ammazzare in difesa dei loro interessi per nulla.
[38] Tacito, _Ann._, loc. cit.
La borghesia adesso sta di fronte alla plebe, come la nobilea un dì stava di faccia alla borghesia; la potestà regia, che prima notò co' sugheri nobili, oggi nota co' sugheri borghesi; qualche nobile arrembato mantiene sempre nei vivai di Corte, perchè i borghesi ne piglino gelosia e s'infervorino maggiormente nella servitù. Fermi tutti; _l'era delle rivoluzioni è chiusa_; uscendone, il ministro Farini se ne tirò dietro l'uscio. Non è solo Augusto re di Polonia sfrenato amatore di sè stesso, che dai balconi aperti faceva bandire tutti i polacchi avere bevuto quando era brillo: tutti così; dei re si mena maggior chiasso perchè in vista più degli altri e perchè divorano per trentamila. I medici per curarli dalla bulima ci sarebbero, ma essi invece di guarirli si mettono a mangiare con loro.
I giudici borghesi, quando il fisco insanisce nei bestiali furori, fanno pasqua, perocchè egli somministri loro comodità di acquistare fama di temperatezza pure menando bastonate da orbi; _è gaudio da non potersi ridire quello di mandare la gente in galera col titolo di benefattori dell'umanità_; alieni pertanto da squilibrarsi da levante e da ponente, messa l'anima a sedere su l'ago della bilancia della giustizia, aborrirono di assegnare a veruno accusato la libbra intera di pena richiesta dal fisco: — e poi, entrando nelle abitudini mercantili della più parte di loro, sottoporre a tara ogni fattura, scalarono moderatamente a tutti quattro, cinque, fino a sei anni di ergastolo; uno, per non parere, rimandarono assoluto: poi strepitosi e ridenti si rovesciarono giù per le scale, affrettandosi al pranzo. Taluno di loro, mentre passava, sorrise stupidamente ai condannati, pensando che avessero ad aver grata la sua sentenza come una fetta di panettone del Biffi; tal altro tornato a casa, e richiesto dalla casta moglie se avessero finito l'_affare_, rispose lepido: «anche questa è fatta, posso dire come quegli che mise in forno la moglie.» Insomma parve a tutti avere condotto a compimento tale una impresa, da aggiungersi in appendice ai Fasti consolari di Roma; e se non dissero come Orazio: _exegi monumentum aere perennius_, e' fu perchè non sapevano di latino; sapendolo, forse non se ne sarebbero contentati.
Intanto che Fabrizio si disponeva a sua volta lasciare il tribunale, venne a lui persona fidata per avvisarlo giù fuori della porta accalcarsi una folla di popolo, che alle voci e ai gesti non lasciava presagire nulla di buono; allora Fabrizio fieramente commosso domanda se dei giandarmi ne fosse rimasto qualcuno nel tribunale, e rispostogli di sì, li chiamava ordinando lo mettessero in mezzo e lo accompagnassero a casa. Appena comparso in pubblico, da mille bocche uscì, come se si fossero dati la intesa, un grido solo: «Ecco Giuda!» Egli finse non sentire, e forse non udì, tanto pareva trasognato; ma di un tratto ecco prorompere fuori dalla turba una donna con gli occhi stravolti, scarmigliati i capelli, le braccia ignude, ognuna delle quali ricinge un fanciullo a mezza vita, gli si inginocchia davanti e gli ruzzola tra le gambe le creature urlando:
— Giuda! Il sangue del loro padre ti sia dato a bere nell'ora dell'agonia.
E i bimbi, levando le manine, tenevano bordone alla desolata stridendo.
— Maledetto! Maledetto!
Fabrizio, atteggiandosi a fuggire, brontola con voce incavernata:
— Giù i coltelli! Liberatemi dai coltelli! E voi, che fate qui? Così i regi giandarmi adempiono i loro doveri?
Il maresciallo, punto sul vivo dal rimprovero non meritato:
— Che colpa abbiamo noi se la paura le fa scambiare le braccia dei bimbi per coltelli?
— Mi hanno minacciato co' coltelli.
— Tiri innanzi, non ci stia a badare.
— Mi hanno minacciato co' coltelli.
— No, no, le furono parole.
— Oh! che dissero?
— Ai condannati non si concedono tre giorni di tempo per isfogarsi contro ai giudici?
— Sì, ma che dissero? Chi furono?
— Non franca la spesa informarcene.
— No, lo voglio sapere.
— Per obbedienza le dirò che essi imprecarono il sangue del loro padre fosse dato a bere a vostra signoria illustrissima nel punto di morte.
— E chi erano essi? Come entro io con loro?
— Eh! se lo può figurare, sono i figliuoli dello isdraelita Zaccaria...
Fabrizio non fiatò più; chinato il viso, lo tenne basso fino alla porta di casa sua: non prese cibo nè bevanda; si gettò vestito sul letto accusando un fiero dolore di capo. Dopo un angoscioso dare di volta prese ad appisolarsi, ma di corto saltò giù prorompendo in acutissimo strido. Accorsa la Bianca, lo interroga spaventata che cosa si senta; ed egli:
— Guardami qui! qui — e abbassava il capo per sottoporlo alla ispezione della moglie — ci devo avere laceri... buchi profondi.... morsi.... vestigi di sanna.
— Nè manco per sogno: hai il tuo capo ravviato per bene, secondo il solito; e quando te lo dico io ci puoi credere...
— E che non ho sentito il mio povero capo stritolarsi per un'ora e più sotto le mascelle del diavolo? Poi ei l'ha sputato in faccia a un dannato che gli bruciava di costa, dicendo: «Giuda, tu mi consumi il carbone a tradimento; scroccone di fama... lascia quel posto e da' luogo al tuo maestro.» Ahi, la mia testa! Ahimè, il mio cervello!
— Calmati, Fabrizio mio, come fa buio ce ne andremo ai _pater nostri_ in San Filippo, dove ti farò ungere il capo coll'olio della lampada di Maria dei sette dolori... vedrai... vedrai... ti farà la mano di Dio... ma rispondimi di proposito, chè dianzi non sono riuscita bene a capire, è egli finito il magno processo?
— Il processo! Ah! il processo... sì, è finito. Adesso comincia il mio.
CAPITOLO XVIII.
TUTTI I NODI GIUNGONO AL PETTINE.
E adesso ritorniamo al giovane Omobono. La notte era inoltrata senza che egli si fosse deciso ancora di passarla a veglia, ovvero al teatro: se ne stava seduto dinanzi al caminetto contemplando le fiamme crepitanti, non potendo condurre il suo pensiero sopra veruna delle tante cose che recavano molestia, e neppure sopra veruna delle dilettissime, come l'amore della sua Amina: aveva il cervello attrappito.
Di repente si apre l'uscio del salotto ed entrano taciti, a modo di congiurati, l'avo Omobono e la sua anima dannata Nassoli, _Aeneas et fidus Achates_. Il Nassoli, che veniva ultimo, ebbe avvertenza di chiudere diligentemente l'uscio e tirare la portiera.
I sopraggiunti, ricambiati i saluti, assettaronsi al fuoco, dove attesero per parecchi minuti a scaldarsi; pareva che il vecchio Omobono, quantunque fosse quel furfante da tre cotte che noi conosciamo, pure una certa esitanza gl'impedisse di rompere su quel subito il silenzio; si trattenne alquanto; all'ultimo incominciò:
— Nipote mio, mi rincresce di avertelo a dire, siamo alla porta co' sassi.
Il nipote non rispose verbo, onde il vecchio, dopo breve pausa, ebbe a continuare:
— Proprio rovinati di pianta.
— Se così è, disse alla fine Omobono con saldo accento, pera l'interesse, salviamo l'onore...
— Questo per lo appunto non siamo più a tempo a salvare, e fossimo non sarebbe ciò che preme; dunque all'onore diamo di frego. Davanti a noi adesso si aprono due sentieri, o darci di un revolver nel cranio, e questo io scarto ricisamente, o adattarci al domicilio coatto in qualche bagno del regno italiano, ed anche questo non entra nelle mie previsioni; haccene un terzo, e questo giudico l'unico spediente; salvare più che possiamo per vivere bene in questa vita, perchè nell'altra Dio fa le spese, in questa no. Ora dammi retta, figliuolo; io conto che tu debba trovarti su per giù un seicentomila lire tra cambiali, biglietti all'ordine, valori pubblici e cassa; che te ne pare?
E Omobono zitto: il vecchio continua:
— Urge che tu riscontri il portafogli, rechi tutto in danari, e ce lo spartiremo... cioè, io piglierò due terzi e tu un terzo.
E il giovane zitto: prosegue l'altro:
— Tu con questo bene di Dio ti ecclisserai; vai in America, ovvero in Australia, e appena ti sappia in salvo io mi dichiarerò fallito.
Il Nassoli, che pareva sbadato pigliarsi diletto di segnare numeri sopra un foglio, qui levò lemme lemme il capo ed osservò:
— Ecco, su i libri del signore Omobono potremmo, per meglio colorire la cosa, segnare altre cinque o settecentomila lire come prese dalla cassa del suo signor nonno.
E il nonno:
— Voi osservate saviamente, Nassoli.
— Ch'è quanto dire, soggiunse il giovane, che io ho da figurare essere stato la causa del suo fallimento?
— Già.
— E per dare colore alla cosa mi toccherà scappare, lasciandomi dietro la opinione di aver rubato la cassa.
— Sicuro.
— Ma chi mi entra mallevadore che io non sarò agguantato anche fuori, e qui, tradotto con le manette, giudicato e condannato a pena infamante?
— Io; ti provvederò di quattro o sei passaporti e di altrettante parrucche, ti munirò di lettere commendatizie per modo che troverai assistenza anche in capo al mondo; e noi pure formiamo una setta forse la più antica come la più efficace di tutte le altre.
— E il nome chi me lo ripara?
— Il nome, caro mio, gli è un cappello, il quale, quando non ci serve più, si butta via per pigliarne un altro, e tu baratterai quel tuo sfiaccolato Onesti coll'altro più robusto di Briganti... non mi torcere il niffo... rammentati che dei Briganti ne annovera parecchi il Parlamento italiano, deputati spettabili, mentre degli Onesti, per quanto io mi sappia, non ce n'è mai stati. E se ai serpi è dato in capo ad ogni anno mutare di pelle, comecchè attaccata alla propria carne, o perchè l'uomo non potrà mutare il nome, ch'è cosa fuori di lui, e insomma delle somme fiato e non altro?
— E la mia coscienza?
Il Nassoli sospese da capo il suo trastullo di segnare numeri, e per la seconda volta levò la testa come persona che senta cosa che non capisca, e così sembra che avesse a parere anche al vecchio, imperciocchè osservasse:
— E adesso che sortite sono queste di parlarmi chinese?
Il giovane con sembianza alterata, ma con salda voce, soggiunse:
— Temo che si opponga un'altra difficoltà.
— E quale?
— Nel portafogli conservo pochi recapiti commerciali da potersi facilmente negoziare.
— O le cinque... le sette... le novecentomila lire che tu hai avuto da me dove le hai tu messe?
— Quelle che sono sono; le si trovano registrate su i libri e depositate in cassa.
— O che il danaro resta nelle casse a condire? E perchè non le adoperasti?
— Perchè?
— Sì, perchè?
— E me lo domanda?
— Certo, ma certo che te lo domando: io ho bisogno sapere perchè tanto valsente, contro la mia volontà e le mie istruzioni, rimase morto nelle tue mani?
— Ebbene, poichè mi obbliga a dirglielo, le dirò: perchè i biglietti ch'ebbi da lei erano tutti falsi, per la qual cosa, appena mi accorsi a qual partito terribile ella mi avesse posto, non solo mi astenni metterne altri in circolazione, ma m'industriai ritirarne la maggior quantità che per me si potesse... quindi la sua cassa è debitrice, non creditrice della mia.
— Che tu fossi un vigliacco... un asino calzato e vestito, già sapeva, ma fino a questo punto prima di ora non lo avrei immaginato. Il giorno che mi chiappò il frullo di uscire di casa, per chiederti a Isabella, era meglio che nello scendere le scale mi fossi rotto le gambe e il collo per giunta... e adesso, Nassoli, non ci sarebbe verso di collocare questi biglietti?
— Lo giudico intempestivo... estremamente intempestivo, rispose asciutto il Nassoli.
— Maledetto! urlò Omobono, dando di un forte pugno sopra la tavola, e proseguiva; ma il Nassoli ne reprimeva il furore dicendo:
— Che serve? Ora l'escandescenze riescono intempestive... estremamente intempestive; navighiamo secondo il vento.
— Avete ragione: orsù, via; domani tu negozierai il portafogli, tutto se riesce, se no la maggior parte: danari e valori tu fa' di portare a me; secondo i capitali che avrai ricavato, io ti largirò sussidi pel viaggio e per istabilirti in luogo lontano, dov'io non senta più parlare di te: ammannisciti a partire da un'ora all'altra; al passaporto e all'imbarco a Genova provvederò io: voi, Nassoli, domani per tempo metterete i miei e i suoi registri in regola, onde dal confronto loro risulti a luce meridiana che Omobono Onesti si è fuggito lasciandosi dietro un vuoto di cassa di tanti milioni, quanti voi reputerete necessari.
— Che? come? ruggì il giovane Omobono. Io non fuggo, io non lascio dietro a me vuoti di cassa. Se ladri ci sono stati, non li dovete cercare in mia casa.
E l'avo cortese di rimando:
— Dammi un sigaro... grazie: — lo accese e dopo due o tre boccate di fumo prosegue: — Se ti ostini a rimanere noi sdruccioleremo di conserva in galera, mentre nel modo che ti propongo io tu te ne andrai a godere la tua bella libertà e forse la stima di nuovi cittadini che la Provvidenza rimetterà nelle tue proprie mani come una vigna da vendemmiare: io certo rimango per le peste, ma ho per fede che la canapa per la fune che ha da impiccarmi fin qui non sia stata raccolta.
— Insomma, io, innocentissimo di tutti questi pelaghi, dovrò essere sagrificato come vittima espiatoria?
— E se non fosse così dove sarebbe il tuo merito? I rei si puniscono; gl'innocenti si sagrificano. Diavolo! È distinzione elementare. Chi fu che si sagrificò per le colpe del genere umano? Gesù Cristo, bene altramente immacolato di te...
— Ma io non sono Cristo, nè _lei_ il genere umano.
— Certo, a rigore non concorrono i termini della comparazione, io l'ho detto così per via di esempio: ad ogni modo accetta di buona grazia la parte che io ti faccio e non ne parliamo più, che non ho tempo da perdere. — E qui tre e quattro boccate di fumo una dietro l'altra.
— Questa non è la mia parte, tremante di passione borbottò il giovane Omobono.