Part 13
Gli arrestati chiusi in carcere separata, dov'erano silenzio e tenebre come dentro al sepolcro; li funestavano la notte i passi pesanti delle guardie, la reciproca chiamata all'erta, la visita improvvisa delle prigioni e lo infame battere strusciando il ferro sopra le inferriate per tentare se fossero intere: lumi proibiti e i libri; più che tutto l'occorrente a scrivere: nè di fuori entrava, nè di dentro usciva notizia di sorte alcuna: i custodi muti quanto gli eunuchi negri del sultano: in balìa interi allo sgomento e al tedio: e a diritto; perchè non potendo più (come si vorrebbe) adoperare i trovati materiali per costringere i detenuti alla confessione, bisogna pure stillarsi il cervello a cercare nuovi partiti morali e schermirsi con quelli. Si conobbe più tardi che tutto cotesto lusso di terrore era stato sprecato, perchè i querelati si confessarono liberamente repubblicani incurabili; la repubblica in cima dei loro pensieri, e questa con tutte le potenze dell'anima ed i sentimenti del corpo volere promovere: veruno scolpavasi, nè per giustificare sè aggravava altrui: e forse vivevano tali fra loro, che in confronto ai magni spiriti romani non avrebbero scapitato; la maggior parte però lo faceva per iattanza, la quale invano si arrabatta di passare agli occhi di chi se ne intende per valore: la virtù vera non si atteggia a gladiatore combattente, bensì si manifesta nel contegno di Socrate, che siede, e argomentando co' suoi alunni si beve la cicuta. Non è la luce della filosofia maestra d'incendi, questi insegna il fuoco delle ree passioni: chi le dice non le fa; come i fiumi strappano sempre là dove stimi gli argini più saldi, così, donde te lo aspetti meno, nei pubblici sconvolgimenti ti scappano fuori gli uomini di sangue. Quando le Furie agitano le fiaccole, scotono sopra la terra, senza avvertirlo, gocciole infiammate. Cotesti flagelli, come non sai donde sieno scappati, ignori del pari dove si rintanino. La storia dei _Comunardi_ non ci è anco nota, quella della prima rivoluzione di Francia ci conta come il più immane fra i _Settembrizzatori_ (infelice vanto di Francia generare nuovi mostri, e a questi apporre inusitati nomi) apparisse e sparisse senza lasciare traccia nè dello avvento, nè della partenza. Ma i giurati, che giudicano a taccio, tutte queste considerazioni non fanno e non le sanno fare; i difensori della legge, che le saprebbero fare, le reputano estranee, anzi contrarie allo istituto loro. Finchè Dio o il diavolo non ci rimedino, motto della loro impresa è il _sub mittatur_.
*
— O lo vedi se io ti ho portato Indie a casa? Il giudice istruttore ha già pronunziato la sua brava ordinanza: adesso tocca a te, mettitici con tutto lo impegno; evita più che puoi le avvocatesche sgangheratezze; sii sobrio, stringente come boa, tagliente come un rasoio: più tardi tonerai e fulminerai, ora da' biada ai giudici, poca ma buona: fieno a forcate ai giurati.
Fabrizio possedeva ingegno di avanzo per ordire tela da lenzuoli funerari per coloro ch'egli incolpava; quanto a malignità si era scoperto a mo' di pozzo inesauribile di petrolio dentro il suo cuore. Le prove, già lo dicemmo, abbondavano, ma Fabrizio seppe tanto artisticamente disporle, la locuzione curò in guisa, che apparve ad un punto stringata ed elegante: facili scendevano le induzioni; il nesso dei raziocini rinterzato per modo, ch'egli stette sul punto d'innamorarsi della sua fattura, come l'antico Pigmalione, dicono, ardesse per la statua che aveva scolpita.
Sotero stesso, parchissimo lodatore, ebbe ad esclamare:
— Bel lavoro! Me ne rallegro teco; un vero istrice, da tutti i lati punge: io non so come gli avvocati potranno levare dal collo dei loro clienti la corda che tu ci hai messa.
Per tutto il tribunale in breve si sparse il grido che le requisitorie del regio procuratore erano un bel lavoro; da un punto all'altro per le cantine, per le soffitte, nei sottoscala, per camere e stambugini l'eco si rimandava le parole: bel lavoro! bel lavoro! E chi non lo aveva letto era per l'appunto quegli che lo lodava di più.
L'estratto di questo capodopera fu notificato ai detenuti nelle forme prescritte dalla legge. Zaccaria Recanati, quando vide entrare l'usciere in carcere, imbiancò, tentennò come se temesse gli fosse venuto a leggere la sentenza di morte. Degli uscieri come dei fagiuoli ce ne ha di più specie; i secondi turchi, coll'occhio, bianchi e via, ma tutti ventosi; i primi bruschi, agrodolci, sdolcinati, ma tutti sinistri; il nostro sapeva di dolce, sicchè pensando alla posola che stava per affibbiare a cotesto disgraziato, nello scrivere l'atto della notificazione tremava; a Zaccaria presero a battere i denti; l'usciere più voleva affrettarsi e più s'intricava; alfine conchiuse il referto, e volendosi asciugare la fronte molle di sudore, senza badarci ci fece un rigo con la penna, e con la sua voce più benigna, proprio con quella delle feste, disse all'ebreo:
— La non si confonda, il diavolo non è mai tanto brutto come si dipinge — e se la svignò.
Partito l'usciere, Zaccaria si fece a leggere lo stampato, ma sì, e' fu lo stesso come se si fosse posto a leggere il sole: vampe vorticose gli giravano dentro gli occhi; si gittò sul letto per avere tregua; peggio che mai, la stanza roteando andava capovolta; per non rotolare su la terra si aggrappò al materasso, morse le lenzuola, si attentò di levarsi, e giù stramazzoni per terra, senza balìa di potersi rilevare in piedi; quivi stette, e tanto mandò dal suo corpo mirabile copia di sudore, che la forma ne rimase impressa sopra i mattoni, nella medesima maniera che una pia credenza predica la immagine del corpo di Gesù Cristo trovarsi improntata nella santa sindone, che per molti anni fu il gioiello di maggior valsente che si trovasse nel tesoro dei reali di Cipro, di Gerusalemme e di Sardegna.
Passato il primo parosismo della febbre paurosa, Zaccaria volle riprovarsi a leggere la requisitoria: gli pareva durare il supplizio della ruota, e se i colpi non gli spezzavano le ossa delle braccia e delle gambe, gli sfilacciavano il cuore e il cervello.
Fabrizio conciava tutti pel dì delle feste, ma il suo san Bastiano era stato proprio il povero Zaccaria; lui aveva messo a bersaglio dei suoi strali, su lui votato tutta la sua faretra. Arrivato in fondo con tale un tremendo palpito, che minacciava schiantargli le costole, Zaccaria legge domandarsi da Fabrizio, un dì giurato suo fratello, e nelle cospirazioni compagno, a suo danno l'applicazione degli articoli 153 e 531 del codice penale.
Ed ora cotesti articoli che importeranno mai? chiedeva a sè stesso Zaccaria; ma Zaccaria non sapeva che cosa rispondersi, e ciò perchè i difensori della legge, vergognando pronunziare spiattellatamente _morte_, ci vanno di scancìo, citando l'articolo senza dichiararne il tenore: anche questa è ipocrisia; gl'inglesi ci chiamano un popolo in carnevale: ci avrebbero definito meglio modellatori in carnevale, perchè qui fra noi tutto è forme e gesso colato. — Adesso il tormentatore sbracia, per così dire, la febbre nel sangue di Zaccaria, e la inacerba con le smanie della incertezza: un diavolo a cavalcioni sopra la punta del naso gli stirava orribilmente i nervi degli occhi dopo averglieli dimenati ben bene con tanaglie infuocate; pativa il dolore dei denti in tutte le ossa, guaiva: oh! oh! e strettasi la fronte con le mani ne grondavano giù lacrime come acqua della spugna tratta fuori dal catino.
A sollievo del misero (a lui parve sollievo), ecco spalancarsi fragorosa la porta del carcere e comparire il custode a recargli il pasto. Il custode, un giorno carceriere addirittura, come la guardia di sicurezza sbirro: ipocrisia da aggiungersi al mucchio: il predicatore lasciò detto: _vanitas vanitatum, et omnia vanitas_; ai dì nostri con migliore fondamento direbbe: _ipocrisia delle ipocrisie_. Il custode dunque, fingendo non accorgersi dello stato pietoso in cui vedeva ridotto Zaccaria, così prese a dirgli:
— Ecco qua una zuppina nelle regole, proprio da resuscitare un morto.
— Lasci, signor custode, lasci tutto sul tavolino, che mi sento ben altra voglia che quella di mangiare...
— Andiamo, via, la non si lasci arrugginire dalla malinconia; ha ella avvertito quanto le ha detto l'usciere? E sa, cotesta gente mangia la foglia per aria per sapere da che parte ha da tirare il vento.
— Vede, signor custode, se potesse... più del desinare avrei bisogno di un'altra cosa...
— Di che mai? Parli franco.
— Di un codice penale.... del regno sardo.... badi... 1859.
— Non so... non saprei... capisce... facciamo una cosa... ne parlerò col signor direttore...
— Scusi, signor custode, mi sembra, anzi so di certo che il direttore qui dentro non ci ha che fare; scusi una seconda volta, o in questo foglio non si citano a fine che io li conosca diversi articoli del codice penale? Ora, caro lei, se qui si citano questi articoli in numero, _lei_ è per insegnarmi che io ho diritto di saperne la sostanza...
— E li cita davvero?
— Per la vita dei miei figliuoli, li cita, e poi guardi, si certifichi da sè.
Il custode cavò di tasca gli occhiali e li lesse (dacchè si ha da sapere che il custode fosse un vecchio dragone dell'antico regno d'Italia, prima ridotto a can mastino a nome della gloria, ed ora a can da pagliaio in nome della sicurezza pubblica). Dopo avere letto e ponderato, conchiuse:
— Parrebbe anche a me; eccolo servito; e trattosi il codice di tasca lo porse a Zaccaria.
— Come! questi esclamò, in tasca, caro lei, porta il codice?
— Tre cose ho portato sempre addosso: la medaglia di san Venanzio per liberarmi dalle cascate basse, il codice per preservarmi dalle cascate alte e la cabala del Chiaravalle, onore e gloria di Milano, da non temere confronto con sant'Ambrogio nè con san Carlo: se non mi fossi un po' istruito leggendo la cabala, sarei rimasto ignorante come quando abbandonai la vanga; ma, caro lei, così non troverà mai nulla... oh! non vede come le tremano le mani... lasci fare a me: ecco qua 143... se il condannato in contumacia...
— No, caro lei, 153.
E il custode, bagnandosi l'indice di saliva, sfoglia il libro mormorando: 147, 150... ecco 153, legga.
— Mi faccia questo piacere, legga lei... mi abbagliano gli occhi...
— Volentieri: l'attentato contro la sacra persona del re è punito come il parricidio. Misericordia! esclamò il custode, l'altro articolo leggeremo un'altra volta, e chiuso il libro, fece per andarsene; ma Zaccaria gli si avventò addosso come un gatto spaventato, gli strappò dalle mani il libro e corse in un batter d'occhio nell'angolo più lontano della prigione, dove trovato con mirabile prestezza l'articolo 513 lesse:
«I colpevoli dei crimini di parricidio, di _venefizio_, d'infanticidio e di assassinio sono puniti colla morte.
«Il condannato per parricidio sarà condotto al luogo del patibolo a _piedi nudi_ e col _capo coperto di un velo nero_.»
Il povero Zaccaria lasciò cadersi di mano il libro, proruppe in ischianto ineffabile di dolore e sopra se stesso aggirandosi come paleo, battè sconciamente nel muro, e lunghesso quello strisciando il viso ci lasciò la pelle della guancia diritta; sul pavimento si ruppe il ciglio destro e il naso. Il custode, non potendo sopportare lo strazio dell'urlo disperato, si turò ambo le orecchie con le mani e fuggì via.
Però il custode sospettando sventura, e pauroso glie ne venisse danno, dopo breve ora tornò a visitare Zaccaria: non a lui solo, non a lui solo il proprio interesse fa capolino allo spirito con la maschera della pietà presa a nolo dalla ipocrisia. Lo rinvenne svenuto e impiastricciato di sangue; lo lavò, lo fasciò, lo pose sul letto — ma, bene intesi, tutto questo egli fece dopo avere raccolto da terra il codice, ripostolo in tasca e raccomandato a Zaccaria, appena rinvenne, che per quanto amore portava al suo Dio non rivelasse ad anima viva averlo avuto da lui, e l'altro borbottato la promessa vivesse sicuro, all'ultimo si dispose a uscire, non senza però avere frugato e rifrugato prima la cella con lo sguardo, per vedere se ci fosse rimasto oggetto capace a ferire, e gli parve di no: — io, per me, credo che i custodi potrebbero fare con gli occhi la barba e il contrappelo; — se ne andò difilato a ragguagliare il direttore di quanto gli parve spediente dirgli, e n'ebbe lode di vigilanza; e siccome poi questi gli domandava:
— Avete perlustrato bene che non sia rimasta in cella cosa con la quale il prigioniero possa attentare ai suoi giorni?
— Oh! quanto a questo poi la si lasci servire, lustrissimo.
— Mi fido in voi, perchè viviamo in tempi nei quali bisogna camminare fra le uova, sebbene non giovi andare a piede nè a cavallo: caso mai costui si uccidesse in carcere, apriti cielo! Dovevamo prevederlo e prevenire il carcerato; lo serbiamo vivo, e allora la nostra diventa carità pelosa, lo abbiamo custodito pel patibolo: basta, è nostro debito che lo incolpato non si sottragga alla pena; in virtù del suo misfatto egli è debitore dello esempio alla società.
— Così diceva anch'io, rispose il custode.
Calò la sera; e qual sera! Zaccaria a sedere sul letto, con le braccia abbandonate di qua e di là dallo strapunto, con gli occhi spalancati, fissava intentissimo il buio, il quale ad ora gli si rompeva in strisce di fuoco foggiate a forma dei numeri 153 e 531: così nelle notti tenebrose di estate sembra talora che batta le palpebre il baleno: cessata la fiumana delle vampe, ecco subentra un chiarore grigio perlato, come luce che attraversi un cristallo opaco — la luce dell'ora in cui gli uomini menano a guastare l'uomo — agonia della notte che muore, vagito del giorno che nasce; così la notte non accuserà il giorno di avere rischiarato l'opera nefanda, nè il giorno incolperà la notte per non averlo nascosto dentro la sua tenebra; rei entrambi, o nessuno; unico malvagio l'uomo. Al basso di cotesta luce sinistra presero a sussultare forme indeterminate, quasi sonagli di acqua che bolla a scroscio dentro la caldaia, indi a poco presero sembianza definita e moto e affetto. Non a modo di sogno o per via di visione, bensì ad occhi aperti vide le porte del carcere spalancarsi e uscirne un paziente co' piedi ignudi, vestito di lunga camicia bianca, il capo avvolto dentro un velo nero e le mani legate dietro la schiena: da un lato gli stanno i pietosi, dall'altro gli spietati; pietosi il rabbino Piperno, il direttore delle carceri e i custodi pietosi sempre _di ufficio_; in mancanza di meglio il condannato è costretto ad accettare per pietà l'ardente premura di cotesti signori di lavarsi le mani di lui; spietati sempre _di ufficio_ il boia e il suo aiutante, il cancelliere, gli sbirri, se meglio ti garba le guardie di pubblica sicurezza; ma a dir vero in quel momento parve a Zaccaria fossero tutti sbirri; e la milizia, fanti e cavalieri, da che parte io l'ho da mettere? Per me altro non so, che questi figli della gloria, questi presidi della patria, che l'amico mio Mariano D'Ayala un dì incocciava a volere venerati come santi, o alla più trista come sacerdoti, adesso fanno il corteo delle truci nozze che il boia sta per celebrare fra l'uomo e la forca, e ringrazino Dio se per amore di risparmio non sono deputati a far tutto con le proprie mani, accompagnatura, macellamento, sepoltura _et reliqua_. Comecchè ci si vedesse appena, Zaccaria sbirciò gremite di gente le finestre e da un abbaino del tetto del palazzo della giustizia gli parve vedere, e vide certo, la sua moglie, il vecchio padre e i figliuoli con le mani rivolte verso il cielo: allora si sentì preso da un grande sdegno contro la moglie e il padre, e li sgridò a voce alta: togliete di costà i miei figliuoli; non sono gli occhi che contaminano l'anima con la vista delle opere scellerate? Scorse eziandio la gente spessa e stipata, quasi convenuta a mirabile spettacolo, scansarsi appena se spinta dall'urto dei cavalli o percossa da piattonate; chi commiserava al condannato e chi malediceva gli accompagnatori; altri alla rovescia; i più imprecavano a quello ed a questi; imperciocchè la razza umana si senta per natura proclive piuttosto a maledire che a benedire; tra la folla si aggiravano donne e fanciulli urlanti a squarciagola: «acquavite!» Sopra gli altri infesto un brutto servo di Dio, che aveva il viso bucherellato come un vaglio e gridava: «ti rideccolo il bruttino con le ciambelle uscite di forno ora!» In campo aperto ecco comparire la forca, disegnata in alto a modo di porta egiziana, per entrare di posta in paradiso: arnese ingenuo, signori miei, strumento semplice come hanno ad essere le macchine dai buoni ingegni immaginate e costruite; due travi su ritti a certa distanza, un altro in cima a traverso, in mezzo la sua brava carrucola con la sua brava corda, e lateralmente a questa due scale. Gli uomini non hanno conservato il nome dell'inventore della forca, e questo perchè sono una manica d'ingrati; ma ciò non toglie che con l'ara e l'aratro non componga l'àncora di salute dell'umano consorzio. Lo insegnò anche l'Asino scorticato, cui decretarono il nome di quinto evangelista: _haec tria tantum... ara, aratrum et arbor patibolarius_. Zaccaria vide salire il boia, il paziente e l'aiutante del boia su di una scala, su l'altra il rabbino per confortare il morituro, che, a dirla giusta, più che confortare altrui aveva mestieri di essere confortato; inoltre vide gittare alla traditora il laccio al collo del condannato e la spinta che in bello accordo gli diedero il boia e il suo coadiutore, e il boia... — qui mi tocca far punto prima di proseguire. Piantoni era il boia, uomo coscienzioso, timorato di Dio, cattolico a prova di olio, babbo buono, figlio meglio, sposo poi un miracolo di tenerezza, _artista_ della impiccatura, non sa perchè alla forca non facciano largo le Muse per accoglierla nel coro divino, unico e vero magistrato inamovibile del regno italiano, imperciocchè egli _esordisse_ ad esercitare l'arte sua sul povero Ciro Menotti sotto Francesco IV duca di Modena, e la continui lodevolmente sotto il regno di Vittorio Emanuele II: quantunque quegli tiranno e questi re galantuomo; il Piantoni, quando tenne il suo colloquio coll'avvocato genovese, gli confessò pietosamente essere arrivato alla sua più grande fatica; sentirsi stracco, pure avrebbe servito lo Stato finchè gli bastassero le forze: soldato del dovere, anch'egli sentire l'obbligo di morire su la breccia... cioè sul collo ad un impiccato.[34] Io al racconto di questi sensi magnanimi provo una commozione nelle viscere che mai l'uguale; e perchè non onorano il Piantoni con l'ordine del Merito? Se non lo danno a lui, o che ci sta a fare? Come da ora innanzi potrà sostenersi ordine del Merito se continua ad esserne privo il Piantoni? E bisognerebbe rimandarla alle calende greche, perchè leggiamo che il povero uomo non ne può più le cuoia, e di recente fu mestieri raccomandarsi a un manigoldo dozzinale, che costò un occhio e per giunta pretese lire cinquecento pel suo figliuolo sotto boia non contemplato nel contratto di nolo.[35]
[34] Vedi il libro del _Carnefice_ dell'avv. Giacomo Borgonuovo.
[35] Vedi gazzette del giorno.
Levo il punto e ripiglio il cammino: — e il boia dalla scala saltare come il giugarro a mezzo il trave, e quivi con la maestria nella quale il buon Piantoni si vanta e veramente si mostra professore, ecco applicargli un piede tra il collo e l'orecchio, e quivi pigiare forte di scancìo, affinchè la lussazione delle vertebre si operi in un attimo, e così succeda, secondo l'autorevole giudizio del prelodato boia, la morte del condannato istantanea. Però nè anche il sotto boia sofferse che gli avessero a dire ch'ei si mangiava il pane a tradimento, al quale effetto dalla scala si calò a terra, e lì, attaccatosi ai piedi del paziente, ritrasse le sue gambe dondolandosi giusto a mo' che i fanciulli costumano quando tirano le funi delle campane.
_Ite missa est_: questo, per essere giusti, non disse il boia dall'alto della forca, ma lo lasciò capire calandosi giù dal suo altare: allora il corpo rimasto libero prese a giravoltare intorno intorno, come il fuso fa pendente dalla rocca; in cotesto moto gli cadde il velo dal capo, e Zaccaria nello impiccato riconobbe... chi mai? — Riconobbe sè stesso. Allora gli s'insinuò nel capo una strana fantasia, e fu considerare s'egli era caso morire per fuggire la morte; gli parve di sì, e tanto da un punto all'altro si sprofondò in cotesta immaginazione, che avvenne a lui, come a quello il quale spendolandosi troppo dalla finestra non può tirarsi più dentro, ed è forza che vada a sfracellarsi il cranio su la strada. E tanto di subito s'impossessò questa fisima di lui, che come per miracolo liberato da ogni malore, si levò da giacere e si pose a brancolare al buio per rinvenire modo di mettere in esecuzione il suo proponimento: aveva sentito parlare di gente appiccatasi alle nottole d'imposte delle finestre, ovvero ai ferri delle inferriate, ma non gli occorse tovagliolo, nè asciugamano, nè fazzoletto, nè cintura, che tutte queste si era in bella maniera portate via il custode; tastò le pareti se mai gli venisse fatto d'imbattersi in un chiodo. Zaccaria trovò le pareti del carcere copiose di chiodi come la zucca di Eliseo profeta di capelli:[36] provò a battere il cranio nel muro, ma egli ebbe a desistere perchè la spossatezza gli toglieva la forza da potersi ammazzare, l'angoscia soverchia che provava, in ultimo il sentirsi urlare con grida bestiali dalla stanza accanto: «Se vuoi crepare, crepa, ma piano, e lasciaci dormire». E guai se avesse preso fumo il custode; la camiciola di forza non gli sarebbe mancata, nè la legatura sul letto. Strana cosa! la fortuna avversa gli chiudeva al morire ogni via, e intanto a lui cresceva del morire la sete; mentr'egli si travaglia in questo spasimo gli accade mettersi le mani nel corpetto e si sente incidere lievemente le dita.
[36] Il profeta Eliseo era zuccone; andando in Betel, _certi piccoli fanciulli_ lo uccellarono dicendo: _calvo! calvo!_ Eliseo li maledisse, e due orse uscirono dal bosco e uccisero 42 fanciulli; dico quarantadue. — _I Re_, 2, c. 2. — Se Eliseo aveva la parrucca, questa strage non succedeva; di qui il lettore vorrà persuadersi della utilità delle parrucche.
Come mai poteva succedere questo? Oh! ecco; Zaccaria era ebreo, voi lo sapete, e sapete altresì quali vincoli di parentela sieno corsi sempre fra ebrei e quattrini; ora a Zaccaria un giorno venne in testa di raccogliere un medagliere di quante più potesse monete antiche e moderne; tra le altre gli venne fatto di acquistare una crazia, che gli parve cosa rara. La crazia, voi avete a sapere, è, o meglio fu certa moneta toscana composta di una lega di rame e argento; da un lato mostra san Giovan Battista in piedi, dall'altro le palle dei Medici: sottilissima di zecca, pel continuo stropiccìo diventò così minuta da disgradarne le scaglie dei pesci. — Esultante nell'orgoglio della sua invenzione, Zaccaria si recò ai labbri la moneta come un dono mandatogli da _Dio liberatore_; tagliente pur troppo ell'era, ma ei non la giudicando abbastanza l'affilò sul davanzale della finestra adoperandovi la saliva; quando l'ebbe ridotta proprio a rasoio si adagiò sul letto... e si recise la gola...