Part 12
— Ed io, Fabrizio, sono qua per istruirti; dunque stai zitto e attento; scappuccio secondo, tu mi hai fatto arrestare senza mandato: per questa volta non ci è danno, ma non ti ci avvezzare. Signore! abbiamo tanti mezzi di fare tutto quello che ci piace in buona regola, che la è proprio da collegiale spencolarsi senza pro. Nei paesi liberi come il nostro la illegalità tu t'hai a figurare che è un grimaldello, il quale ti apre le dieci e le venti serrature ma all'ultimo ne incontri una dove ce lo rompi dentro con tuo danno e discredito della magistratura. E tu a quest'ora avresti a sapere che le brutte e le bruttissime cose ai superiori piacciono a patto che tornino utili e non mettano il campo a rumore; ripeto, con me non ci è danno, ma tu non lo sapevi; però l'esito non discolpa la tua sconsideratezza. Terzo scappuccio: prima di arrestarmi hai tu cercato di conoscere ch'io sia, e se poteva io fare più male a te che tu a me, e se avrebbe giovato meglio al tuo assunto ch'io stessi in prigione, ovvero fossi libero?
— E in che tu puoi nuocere, in che giovare? Chi sei? Che sospetti?
— Io non sospetto; per debito di ufficio, a cui adempio troppo meglio che tu al tuo, io sono al giorno del processo che stai fabbricando, però aspettava da un punto all'altro di essere chiamato da te per metterci d'accordo...
— Debito di ufficio! Ma tu chi sei? Chi sei?
— Io sono, rispose Sotero con certa aria solenne, studiando inverniciare di onestà la sua ribalderia, io sono un fedelissimo suddito del re nostro signore e padrone; figlio di un padre che ha servito sempre con devozione i suoi sovrani, uno che fu allevato, beneficato e largamente favorito dai nostri principi, che Dio feliciti, in parte per compenso dei servizi resi dai suoi maggiori e in parte per incoraggiamento a renderne dei nuovi... quindi io, Fabrizio, posso vantarmi di avere fatto sempre il mio dovere; il soldato difende il sovrano dai nemici esterni; noi lo difendiamo dagl'interni... in apparenza diverso e col consenso dei superiori, in sostanza sempre lo stesso... non ho mutato mai... capisci; non ho mutato mai.
— E le carte che io ti consegnava! esclamò Fabrizio, picchiandosi forte della palma aperta la fronte.
— Io le consegnai religiosamente nelle mani del ministro dello interno; quelle che venivano da te egli ritenne; le altre, sempre di commissione superiore, affidai a quell'energumeno di Zaccaria Recanati, che la trincia da Giuda Maccabeo della repubblica, vuole annegare tutto il genere umano nel Mar Rosso; non gli basta il petrolio, invoca un diluvio di fuoco come a Gomorra, sicchè per le sue sgangheratezze è cascato in uggia anche ai compagni... a lui preme principalmente schiacciare la testa... non già perchè il più pericoloso, ma sì più chiassoso.
E qui avendo notato la faccia disfatta di Fabrizio e lo abbattimento che si era impadronito di lui, per dargli coraggio riprese:
— E ora che costernazione ti piglia? Se il governo ti dà mano a imprendere questo processo (ed io mi ti offerisco disposto a dartene due), ciò ti dichiara espresso che delle tue carte non fa caso, nè te le mette a carico: per me giudico che a quest'ora ei le abbia distrutte: anche in questo io mi ti proffero per aiutarti, e sta' sicuro che quando ti dirò io: poni il piede qua, tu non affonderai nelle fitte. Per ora addio. Se mi vorrai, manda per me di notte come di giorno, e risparmia giandarmi, chè io appartengo alla specie degli agguantatori e non all'altra degli agguantati. Qui fuori aspetta il giudice istruttore, quasi basito dalla paura di perdere l'impiego: rimettigli il cuore in corpo; però negli affari che ti premono non ti valere di lui: di denti non manca, ma per tuo governo sappi che non è can mastino abbastanza, e poi svagella dalla miseria... e addio.
A Fabrizio uscì di mente il giudice; costui coi pugni chiusi e le braccia tese, lo sguardo fiso, immobile in tutta la persona, stette lunga ora: pareva una sfinge di granito: quello che lo molestasse potrebbe forse argomentarsi da queste parole, ruggite piuttostochè discorse, le quali posero fine alla sua distrazione:
— _Ait latro ad latronem_; il ladro sta bene coll'assassino.
Ercole al bivio: se non che delle due vie che occorrevano dinanzi a lui, una menava alla virtù e l'altra alla perdizione; mentre entrambe quelle che si paravano davanti a Fabrizio conducevano alla perdizione; ma l'una diritta e senza intoppi fino allo inferno, l'altra prima di arrivare allo inferno incontrava per via un baratro dove si sarebbero inabissate la fama e la fortuna sue, e da questa aborriva; ond'è che, sedendo a mensa con la moglie, poichè rimase lunga pezza a tavola, all'improvviso ruppe il silenzio dicendo:
— Sai tu, Bianca, che cosa ci è di nuovo?
— Che mai? domanda la donna rimescolata.
— E' ci è che io non posso più, come ti aveva promesso, vendicarti, e con te l'onor mio.
— E perchè? rincalza la moglie con batticuore crescente.
— Domandalo al presidente del Consiglio dei ministri, tuo amico.
La Bianca per poco non cadde tramortita, tuttavia agguantandosi con femminile protervia alla dissimulazione, ultima tavola dei naufragi femminili, ella continua:
— O com'entra qui S. E.?
— Oh! egli ci entra più che io non vorrei... più di quello che io possa patire.... ci entra per modo ch'egli mi chiude ogni via alla vendetta... egli diventa complice dell'onta che mi fanno.
— Ahimè! ahimè! mi sento morire.
— Non morire ancora, che non ho finito; non morire, Bianca, che tu, vedi, potresti rimediare a tutto.
— Io? E come potrei? Basta... prescrivi il tempo e il modo; mi proverai quale più mi vuoi, ancella o moglie... se mancherò perdonami... l'avvilimento in cui cademmo... la debolezza del sesso mi hanno offuscata la mente.
— Svegliati, che adesso ci ha mestieri della tua sagacia: è necessario che tu ritorni subito dal signor presidente.
— Io? Il presidente? E perchè? disse la donna con voce strangolata; e Fabrizio pigliando lei che tremava come vetta, le zufolò dentro gli orecchi:
— Il ministro possiede carte di mio, le quali, sebbene scritte in altri tempi, pure mi chiarirebbero reo della medesima colpa per cui intendo mettere accusa addosso ai nemici del trono che ci oltraggiarono; se non me le rende, io mi perito a saltare il fosso; troppo grossa posta ci metterei su... io voglio dunque che tu vada a conferirne con lui, e gli faccia intendere che senza cotesti fogli io non tiro innanzi il negozio.
A coteste parole il volto di Bianca apparve come il buio di una notte infernale a un tratto illuminato da un fuoco vermiglio del Bengala, imperciocchè ella diventasse rossa in grazia del sangue che le rifluì sopra le guancie scolorate: con la sicurezza le tornò la petulanza, onde quasi acerba esclamò:
— Vedere il presidente io? Io tornarci? Ma che lo pensi? Lo pretendi davvero?
— E che ci ha egli di male?
— Ma la mia reputazione, non ti pare che verrebbe a soffrirne?
— E ora ch'è questa reputazione tua? La reputazione della moglie come ogni altra cosa di lei spetta al marito. La moglie può... anzi deve sempre andare dove il suo marito le comanda... obbedire sempre. Questa tua esitanza, vedi, Bianca, mi offende nel più vivo dell'anima... e non onora nè anche te; mi pare che tu stimi la tua virtù uno di cotesti edifizi che stanno ritti perchè nessuno li tentenna.
— Ma che diavolo vai tu fantasticando con quel tuo cervello fatto a scacchi; nè io te offendo, nè faccio torto a me: tu m'insegni che di male lingue non ci fu mai penuria nel mondo, e suona antico come bello il proverbio che dice: «una stilla di inchiostro basta a macchiare, ed una libbra di sapone non basta a lavarla.» È vero che la fama della moglie appartiene al marito, ma è vero altresì che spetta principalmente alla moglie averne cura e custodirla.
— Ecco, voi altre donne sempre così; se non ci va di mezzo il comodo vostro, vi nascono più dubbi che pulci, ma se ci entra uno scrupolo del vostro interesse, allora non ritegno, non riguardo; giù buffa; e allora vi accorgete di essere cascate nell'acquatrino quando vi sentite il fango fino alla gola. Rammenta che io mi sono fitto in questo ginepraio per vendicare te, tuo padre ed anche me: ricordati che io ci vo di male gambe, e solo che voi accenniate di lasciarmi sopra le secche di Barberia, io butto a monte ogni cosa; qui adesso si fa del resto, — o palle o santo... — E poi, ripreso fiato, con suono che teneva del rimbrotto e del lamento, continua più infervorito che mai: — fin qui io credei che tu avessi sposato, o Bianca, non solo le mie gioie, ma i miei dolori altresì, sovvenuto a portare la mia croce nel mondo, a uscire di angustie, ad ammannirci uno splendido avvenire, a ritornare in fiore, a rimettere su casa alla grande, con vettura, diamanti, palco al teatro, veglie...
— Eh! via, smetti una volta da predicare, che non siamo in quaresima; calmati, marito mio, e vivi tranquillo, che lo aiuto della tua moglie non ti verrà mai meno. Or fa' di stendere un bocconcino d'istanza, affinchè S. E. voglia usarmi la cortesia di ricevermi in udienza particolare, perchè, vedi, presentarmi in combutta con la moltitudine mi uggisce fino alla morte; se la cosa urge, tu chiedila per domani a mezzogiorno, bene intesi, al palazzo del ministero; tu stesso la porterai quando ti rendi all'ufficio alla solita ora. Da parte mia fo conto levarmi per tempo e andarmi a confessare; se la beata Vergine mi ispira, anche a comunicarmi, affinchè Dio mi faccia la grazia di ottenere dal ministro tutto ciò che il tuo cuore desidera...
Credo che si abbracciassero e baciassero; io ebbi ad uscire, e non mi trattenni tanto in casa loro da verificarlo, però metto su pegno che l'andò a finire proprio nel vero modo che vi ho detto.
*
— Che miracolo è questo! Venirmi qui improvvisa in camera alla sette di mattina, esclamò il signor conte di ***, presidente del Consiglio dei ministri, nel vedersi cascare nella stanza da letto la Bianca, quasi bomba briccolata in fortezza nemica.
— Ah! ah! _Libertino_, tu hai paura di essere colto all'improvviso...?
— Magari ti pigliasse spesso il capriccio di venirmi a sorprendere, tu ti chiariresti della sincerità delle mie parole; ho dato fondo all'àncora, e non mi muovo più.
— _Dio_ lo voglia; intanto sappi che io non venni qui per miracolo, bensì per comandamento espresso del mio signore e marito.
— Bada, Bianca, abbi prudenza, non fare a fidanza con questi ferri, che tu ti ci potresti scottare.
— E' non è per amore della mia, ma della tua reputazione, che mi dici questo: di me non temo, anzi ti avviso che oggi... a mezzogiorno... verrò alla libera per parlarti al tuo ministero...
— Non farlo...
— Anzi lo farò e con licenza dei superiori come un libro stampato a Venezia; ora, via, ascoltami. Mio marito afferma che tu possiedi molto carte di suo; già s'intende, quando non era stato convertito per tua intercessione. Coteste carte, egli aggiunge, caso mai venissero un giorno o l'altro a scoprirsi, sarei un uomo morto; ad ogni modo lo trattengono da proseguire franco nella faccenda che tu sai: dunque cercale queste benedette carte e portale teco al palazzo, dove me le renderai, per cavare di pena quella povera anima di mio marito.
— Io l'ho per inteso: a mezzogiorno ti aspetto; e adesso levati il cappello e vieni qua a fare colazione con me.
— No, grazie, non posso trattenermi, bisogna che mi vada a confessare; ho già bell'avvertito il confessore, il quale chi sa quanto tarocca non mi vedendo comparire: addio, addio, ricordati dei nostri amori.
— E tu ricordati, che come questa fu la prima, così non sia l'ultima sorpresa che mi fai.
Io, scrittore, a questo punto ebbi ad uscire dalla camera, e però non potei trattenermi a verificarlo, ma scommetto con Asmodeo[33] un fiasco di vino, che si abbracciarono e baciarono.
[33] _Asmodeo_ è il diavolo dell'amore; alcuni però lo fanno il demonio dell'aritmetica, della geometria e delle matematiche in generale; che tutte queste belle cose fossero governate da un diavolo un dì si aveva per fandonia; solo da quando il Sella tenne il ministero delle finanze in Italia, si cominciò a dubitare che potesse essere verità.
Dopo ciò Bianca, tutta lieta, tutta vezzi e saltabelli, andò a dare una capata in chiesa; donde avuta la rannata della confessione e la sciacquata nella Eucarestia, uscì propriamente bianca di bucato.
*
Appena la Bianca fu uscita dal ministro, questi chiamò il servo discreto introduttore delle persone abituato a entrare per la porta di dietro, e così gli disse:
— Giorgio!
— Comandi, eccellenza.
— Perchè contro i miei ordini mi hai fatto entrare in camera cotesta signora senza avvisarmi?
— Mi parve che la signora riuscirebbe gradita a V. E. anche senza avvisi; molto più che io la sapeva solo.
— E da che hai argomentato che la signora mi sarebbe tornata gradita, quantunque mi fosse entrata in camera anche senza avviso?
— Oh! quanto a questo poi, eccellenza.
— Di' pur su, Giorgio, parla franco.
— Ecco, perchè quando cotesta signora viene a trovarla, mi pare che il suo sembiante faccia pasqua di rose.
— Ah! dunque tu mi osservi il viso? E da questo tu tiri a indovinare lo stato dell'animo mio?
— Il viso e qualche altra cosa, e non tiro mica a indovinare, ma leggo proprio espresso quando la fortuna le dà la regina di cuori, ovvero il fante di picche.
— Giorgio, quanti ne abbiamo del mese oggi?
— Eccellenza, quattordici.
— E il tuo salario tira, mi pare, quaranta lire il mese?
— Giusto, più le mance, tavola e livrea.
— Giorgio, eccoti quaranta lire, e tienti per avvisato che, da questo giorno in poi, tu non istai più al mio servizio: stasera fa' che io non ti trovi in casa.
— O Dio! O Dio! Che ho commesso di male? Povero me, sono rovinato!
— Giorgio, prendi qua questi due biglietti di banca; insieme fanno mille lire; esse ti basteranno per le spese prima di trovarti un nuovo servizio; io medesimo procurerò allogarti altrove; ma con me non puoi stare assolutamente.
— Dopo tanti anni, ahimè!
— Tutte le cose nostre hanno lor fine, Giorgio, e quanto più invecchiano, e più si avvicinano alla morte; e tu pure morirai, Giorgio, e morirò anch'io.
— Potessi almeno sapere in che ho mancato!
— Non è per difetto, Giorgio, che io ti congedo, bensì per eccesso; i servi dei ministri non devono adoperare altro che le orecchie per udire e obbedire: evita come la morìa servo che osserva e fante che argomenta; quando sarai ministro, Giorgio, imparerai la saviezza di questo consiglio: ora vattene.
*
Mutata di vesti, più smagliante della mattina, gloriosa e pomposa, al tocco del mezzodì la Bianca si presenta all'anticamera del ministro, il quale aveva di già avvertito l'usciere che, dove si presentasse, quantunque non fosse giornata di udienza, lo avvertisse. Questi come il ministro ordinò fece, e S. E. si mosse ad accoglierla fino sopra la soglia, dove le disse con voce alta, sicchè potessero sentire tutti:
— Non ho saputo resistere, mia signora, al timore di comparire presso la S. V. poco cortese: passi pure a informarmi di quanto le occorre da questo officio; solo sono costretto a pregarla di spedirsi, perchè fra mezz'ora si raduna il Consiglio dei ministri e S. M. lo presiede...
Entrò, chiuse la porta, e guardando la donna con lussuriosa compiacenza, le disse:
— Come sei bella!
— Fatti in là, sgarbato, non mi sgualcire il cappellino — e gli diè delle dita su i labbri, per temperare l'ardore dell'innamorato ministro. — Orsù, proseguiva poi, questi fogli me li hai portati? Dammeli, ch'io vada a liberare cotesta povera anima dal purgatorio.
Il volto del ministro si annuvolò e rispose brusco:
— Non li ho portati.
— O che non li hai potuti trovare?
— Li ho trovati, ma non li ho portati.
— Dunque mi manchi di parola? Dunque di me non fai caso? Le proteste di stima, di devozione, di servitù, bugiarderie tutte?
— Bianca, hai tu mai letto l'Ariosto?
— Io non leggo simili porcherie; me l'ha proibito il confessore.
— Me ne dispiace; tu dunque devi sapere come cotesto poeta racconti di certo mago, il quale possedeva uno scudo così sfolgoreggiante, che chi lo mirasse cascava in terra abbarbagliato: però ei non lo portava mica scoperto, bensì ravvolto di una fodera spessa, scoprendolo solo quando si trovava con le spalle al muro.
— E che ha da fare lo scudo coi fogli che ti chiedo?
— Fatti in qua, porgimi attenzione, e poi da' spesa al tuo cervello: io non posso e non devo restituire questi fogli: io ho interesse quanto tuo marito a tenerli celati... ma per te e anco per me, dandosi il caso, e i casi sono tanti, possono giovarci come un morso da mettersi fra i denti al tuo marito... ora capisci, Bianca?
— Gua'! Gua'! Come sei furbo: io non ci aveva pensato: dunque che cosa ho da riportargli?
— Digli una bugia!
— Ma quale?
— Oh! mira un po' che io ti abbia a mantenere anche a bugie.
— Io non ne so dire.
— E allora fattele prestare dal confessore.
— Ma simili faccende io non le dico al confessore.
— Orsù, dunque, gli dirai che io custodisco i suoi fogli dentro un cassone di ferro mescolati a molti altri; gli affari continui e crescenti non concedermi comodità di ricercarli per ora; mi ci bisogna qualche giorno di tempo; non istia a peritarsi per questo; vada franco; io ti do — ma bada bene — io do a te la parola di onore di renderti i fogli quando li avrò trovati, e tanto gli dovrebbe bastare.
E tanto riferì la Bianca a Fabrizio, che, fatta di necessità virtù, ebbe a contentarsi nel presagio che si sarebbero accomodati i basti per la strada. Ora, tiratesi su le maniche della camicia fino alla spalla, si mise al _travaglio_ di buona gana: Sotero di consiglio lo sovveniva e di opera. In una notte sola le guardie di polizia fecero la bella giacchiata di venti giovani sventati e di taluni vecchi, anche più storditi dei giovani, imperciocchè se vecchiaia partorisse sapienza, i ministri delle Corone si potrieno ricavare dai tavoloni stagionati di abete.
I giorni successivi agli arresti, ecco i giornalisti biacchi, che ingrassano nei pantani ministeriali, arrangolarsi ad insinuare nei cittadini la paura e la calunnia: per lodevole vigilanza dei magistrati egregi essersi scoperta la più atroce (questo diceva l'_Opinione_), la più sacrilega (quest'altro epiteto veniva dalla zecca della _Perseveranza_), la più sovversiva (scriveva la _Nazione_, che nell'arte della ipocrisia rappresenta il bimmolle) congiura che mai minacciasse fin qui di mandare sotto sopra il civile consorzio. Per ora gli arrestati oltre a cento, ma la solerte polizia correre su la traccia di altri congiurati, che si riprometteva scovare in giornata. Le corrispondenze e le altre moltissime carte d'importanza suprema trovate: le infinite ramificazioni nelle plebi; le armi, le munizioni, le bombe all'Orsini sequestrate; la maggior copia di queste tuttavia nascoste mettere il ribrezzo addosso ad ogni pacifico cittadino. Scopo più speciale, e confessato della congiura, guerra a morte alla possidenza e al capitale, morte a tutti quelli i quali pel fatto solo di avere proprietà erano ladri; dispersa la famiglia, perchè di petto a lei il bordello e il bagno paradisi terrestri; distrutti i commerci, a fondo le industrie; nè anco la sacra persona del re risparmiata; di questa eziandio (si rizzano al solo riferirlo per orrore i capelli) la strage meditata e ammannita, e si comprende appuntarsi in lei ogni conato parricida, a ragione convinti gli scellerati che, rimosso il tutore e il vindice, riusciva agevole far man bassa della innocente cittadinanza. Ma Dio, che vigila sopra i giorni dei principi, _eccetera_, non aveva sofferto, _eccetera_. Adesso gl'italiani confidano che giurati e magistrati faranno a gara di porre il freno ai perduti con salutare terrore: si rammenteranno come il medico pietoso fa le piaghe puzzolenti; alle idrofobie niente altro proviamo giovare, eccetto il cauterio, e cauterio sia; poi conchiudevano che la piena dello sdegno non concedeva loro la calma necessaria al pubblicista per giudicare di questa maniera enormezze; quindi chiudersi la bocca in osservanza al precetto che vieta di pregiudicare con giudizi anticipati la condizione di coloro che stanno sotto il giudice. Gaglioffe ipocrisie, e tuttavolta non meno truci che stupide.
Quello e gli altri dì fu un andare e venire ratti ratti dei cittadini per la città, come le formiche ammusavansi, e quindi quegli pigliava a destra, questi a sinistra; chi riponeva le mercanzie in cantina, chi portava il vino in soffitta; chi seppelliva il danaro; i preti rimpiattarono i calici d'argento e levarono via i voti dalle immagini; passato il pericolo, quando li vollero rimettere al posto, sbagliarono strada, e invece di portarli alla Madonna li venderono all'orefice. Le donne accesero i lumicini a' piedi ai santi; le finestre chiusero diligentemente, affinchè il cholera della rivoluzione non entrasse in casa; taluna calafatò finanche i buchi di chiave alla porta di casa; peccato dimenticasse la cappa del camino. Le scale dei prefetti e dei questori da quel dì in poi non misero più erba per la frequenza di quelli che trepidando venivano per notizie. Le guardie nazionali, a scanso di cimenti, nascondevano i fucili in camera alle balie; nella gola del privato giù polvere e palle, con maraviglia del Dio Stercuzio, che di coteste offerte non aveva visto mai. L'ebreo, sempre sospettoso, ammiccava carezzevole dell'occhio alla guardia di sicurezza, e le diceva: — Per vita mia, se come il nome, cara lei, avesse sesso femminile, la sposerei... in una parola, venivano a galla tutti i segni, coi quali la paura indica le imminenti perturbazioni civili.
Sotero, nel riferire allo amico Fabrizio tutti cotesti successi, aggiungeva:
— La girandola piglia, su, da bravo, ora bisogna macinare quando piove.
Ed era un confortare i cani all'erta, che Fabrizio si sentiva pur troppo disposto a correre senza mestieri perette; con la scorta di Sotero continuarono pertanto le perquisizioni e gl'imprigionamenti: ai conforti di lui tutto procedè in perfettissima regola di legge, imperciocchè Sotero fosse di quelli che innanzi d'impiccare un uomo senza le forme legali avrebbe impiccato sè: quantunque mal volentieri, consentì a Fabrizio che si valesse del giudice suo amico per istruire il processo, considerando che per ricuperare la grazia dei suoi superiori questa volta si sarebbe messo in quattro, e a patto che avesse preso da lui la imbeccata; e tu immagina se il nuovo Teseo con questa razza di filo girava senza perdersi per gli andirivieni del laberinto.