Il secolo che muore, vol. II

Part 9

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Curio e Filippo ottennero la facoltà di visitare Ampola prima di partire, e con maraviglia conobbero il misero stato in cui questo forte si trovava ridotto; egli era aperto come un melagrano; da ogni parte sdrucito dalle palle e dalle granate: la casamatta crivellata dai colpi di cannone non offriva più stazione sicura ed era micidiale l'uscirne. La resa del forte fu deliberata regolarmente da un Consiglio di guerra. Piccola impresa questa di Ampola, e tuttavia a veruna, comecchè grandissima, seconda. Dove le camozze si peritano ad avventurarsi, i volontari garibaldini portarono cannoni grossi e carretti e munizioni. Il monte Giojello fu preso dai bersaglieri, i quali, secondo il solito, si diruparono dalle ripe circostanti del Funstach, sicchè gli austriaci, già sgomenti nel vedere che i loro cannoni puntati di sotto in su non facevano effetto, scorrendo meno che mezzo lo spazio necessario per colpire, sentendosi adesso piovere addosso cotesti demoni dal cielo, si diedero per vinti.[25] Arrogi che altri volontari garibaldini, avendo sbirciato dall'alto una maniera di cornicione di pietra, che ricorreva intorno le alture soperchianti il forte a man dritta, ci si rannicchiarono sopra, scopando a suono di moschettate la piazza del castello e l'uscita dal lato della porta di Tiarno.

Intanto la bandiera imperiale, sciorinato che ebbe un ultimo svolazzo, spirò; tre o quattro colpi di scure vibrati con tutta l'anima, a braccia sciolte, fecero traballare antenna e bandiera, a cui subito con gazzarra grande surrogarono la bandiera tricolore.

[25]

Scorse per le ossa ai terrazzani il gelo Quando vider costui piover dal cielo.

ARIOSTO.

Adesso cotesta bandiera non più sventola sulle torri di Ampola; anzi ci spiega da capo alle brezze delle alpi italiche il suo lembo l'aquila imperiale. L'abbattè il popolo, la rialzò la monarchia; quanto di gloria fu scritto col sangue dei patriotti, tanto lo inchiostro obbrobrioso dei negoziatori scancellò: ed è da credersi che il governo regio, trovando fra le spoglie di guerra del Garibaldi la vinta bandiera, per tenersi bene edificato l'imperatore di Austria, gliela restituisse; invano _laboraverunt_! Vorrei con Fonseca Pimentel ripetere il detto virgiliano: _olim meminisse juvabit_:

E fie che giovi rimembrarlo un giorno!

Come da un'urna rotta scorre via l'acqua, così io mi sento fuggire l'anima dal corpo stanco, e con amarezza di morte tremo sia la nostra schiatta destinata a disfarsi. Questo pensiero mi perseguita come una tentazione del demonio, dopochè miro lo stato nel quale sono ridotte la Francia, l'Italia e la Spagna; argilla mobile, che ruzzola sopra argilla immobile; terra soprammessa alla terra; fango animato agitantesi sopra fango senz'anima: parte del popolo si chiude gli orecchi per non sentire; parte ha tolto a prezzo di aprirglieli per forza, versandoci dentro parole di veleno; Locuste, Tofane, Brinvilliers, Lafarge spirituali: gli avvelenatori altrove si condannano, qui si pagano e si fregiano. Ai nostri imperanti giova più un giorno di lupercali che un secolo di gloria; parte che pretende condurci alla terra promessa, discorde in sè si strazia, ed offre lo spettacolo di becchini rissanti sull'orlo della fossa, dove hanno deposto il cadavere. Ah! felici gli eroi dell'antichità; operando altamente ciascuno era certo della sua fama. Parevano gemme conservate in cerchi di oro: ora gli spiriti magni e le imprese eccelse sprofondano in un mare di fango....

Perpetuo Geremia, la vuoi tu smettere?.. Compatite, via, per amore di Dio: la lingua batte dove il dente duole; ed a me non è il dente che duole, bensì il cuore.

*

Ed ora a Bezzecca. Ma perchè io metto mano a ripetere quello che occorre sparso in cento stampe? Nè speranza mi affida, nè presunzione mi lusinga che gli scritti miei abbiano a durare più lungo degli altri: adoperando a questo modo, io faccio come quelli che stanno in procinto di naufragare, i quali chiudono la storia dell'infortunio imminente dentro a parecchie bocce di vetro, le quali, dopo chiuse, gittano in balìa del mare, nel presagio che una almeno delle tante arrivi alla sponda e porga ai cari lontani la notizia della sventura e gli ultimi saluti. Qualcheduno pertanto dei nostri racconti perverrà ai tardi nepoti, i quali non so se maraviglieranno o della perfidia altrui, o della fede nostra; non importa, purchè imparino ad essere più felici di noi.

E poichè nelle guerre può dirsi che niente fu fatto se non si fece tutto, così il Garibaldi, appena espugnata Ampola, la quale non fu (come afferma il Rustow amico agresto, seppure non si ha da tenere addirittura per nemico delle glorie italiane) impresa di poche ore, bensì resisteva valorosamente interi tre giorni; concepì il disegno di ridurre in potestà sua Bezzecca.

Chi da Ampola muova per Bezzecca, sale sempre sentieri montani ora più, ora meno, ma sempre angusti, e dopo un miglio e mezzo arriva a certa vallicella chiamata dei Laghetti, proseguendo per la quale ecco s'incontrano, dopo breve cammino, due villaggi distanti fra loro non bene un miglio; il primo appellano Tiarno di sotto; il secondo Tiarno di sopra: ora se pigli la strada di Tiarno di sotto e vai innanzi altre due miglia ti si parerà davanti Bezzecca.

Considerano a ragione Bezzecca punto capitalissimo in cotesta contrada, per trovarsi in mezzo alle valli dei Conzei e di Ledro; di cui la prima gli rimane a manca, la seconda a destra: nella valle dei Conzei giacciono tre villaggi: Locca, Enguiso e Lensumo, e nella valle di Ledro le terre di Pieve, Mezzolago, e per ultimo Riva sopra il lago di Garda, luogo che intendeva espugnare il Garibaldi, o, come si dice in termine militare, _suo punto obiettivo_. La occupazione di Bezzecca per gli italiani significava la via aperta per Riva, il nemico impedito di trapassare dalla valle dei Conzei a quella di Ledro, congiunzione assicurata dei nostri corpi di milizia operanti nella valle di Aone; dove, se per ventura si fossero impadroniti di Lardaro, avrebbero avuto il sentiero sgombro per Roveredo e per Trento, finale punto obiettivo del Garibaldi. Se all'opposto l'austriaco occupava Bezzecca, egli avrebbe potuto tagliar fuori dal grosso dell'esercito i corpi italiani incamminati verso il lago di Ledro; respingere il centro nelle strette di Ampola, e, cacciatosi come un cuneo nel mezzo, minacciare di fianco i nostri corpi, divisi nella valle di Ledro e nella valle dei Conzei.

Oltre il naturale talento, persuadeva il Garibaldi ad operare celerissimo, l'avviso portatogli da esploratori segreti nella mattinata del 20 di luglio: oltre ottomila austriaci, muniti con due batterie di cannoni da campagna ed una di racchette, condotti dal generale Kuhn, scendere a gran passi giù per la valle dei Conzei, onde cogliere alla sprovvista il generale Haug ed abbatterlo innanzi che si raccogliesse alle difese, imperciocchè uomini intendenti testimonino come il generale Haug in cotesta occasione avesse sparpagliato un po' troppo le sue forze sui colli. Difficile accertare quante per lo appunto le milizie nostre e le posizioni prese; circa a numero basti saperne questo, che se non erano meno, neppure eccedevano quelle del nemico; e per ciò che spetta alle mosse mi guarderò di seguire lo esempio del signor Thiers, il quale, mentre presume sciorinare scienza di strategica e di tattica nella _Storia del Consolato e dello Impero_, non soddisfa i periti del mestiere e stanca la pazienza del comune dei lettori, alterando malamente ogni proporzione della storia.

Il Garibaldi, chiamato a sè il luogotenente colonnello Chiassi, gli comanda: con un battaglione del 5º reggimento trascorra oltre ad occupare Locca, e dove gli riesca gli altri villaggi della valle dei Conzei, convertendone subito le case in ridotti, donde ributtare o sostenere il nemico; con un altro battaglione chiuda lo sbocco fra la Pieve e Bezzecca: gli altri due battaglioni tenga in pronto per accorrere dove il bisogno lo chieda, e così pure il primo dei bersaglieri; a modo di riserva il quarto battaglione del sesto reggimento, tre compagnie del settimo e due del secondo procuri sieno in Bezzecca.

Il Chiassi, mentre riceveva questi ordini, si permise osservare quanto sarebbe stato vantaggio durante la notte assicurarsi dei due monti sovrastanti a destra ed a sinistra la valle dei Conzei; consiglio di bontà così manifesta, che non aveva mestieri prova; solo gli obiettò il Garibaldi avvertisse bene le asprezze dei colli, ardue a superarsi anco a giorno chiaro; al buio poi, per opinione sua, impossibili. A cui il Chiassi di rimando:

— Il peggio sarà tornarcene indietro.

— Non sempre riesce.

— D'altronde anco i Romani sagrificavano alla buona fortuna: a me sembra spediente tentare.

— Sia come volete, colonnello, conchiuse il Garibaldi, seguite la vostra stella.

Intantochè il Chiassi, ridottosi ai quartieri, ordina gli apparecchi per mettersi senza indugio in cammino, ecco capitargli davanti Curio, Filippo ed il tenente Fandibuoni; salutato, risalutava; ed a quest'ultimo con accento un cotal poco severo diceva:

— Tardi, ma in tempo, tenente; ripigliate tosto il comando della vostra compagnia, fra un'ora saremo in marcia.

— Così al buio?

— Per liberare la patria dalla servitù straniera tutte le ore sono buone; e voi altri chi siete?

— Mi chiamo Curio; nasco dal vostro amico Marcello, e qua vengo per imparare la milizia sotto di voi.

— Sta bene; i figli di Marcello ci dovevano venire prima: e voi come qui? Mi sembra avervi veduto, anzi di certo vi ho già veduto....

— Lo crederei! Mi sono trovato a tutti i fatti di arme di questa campagna, ma l'occhio dei superiori scorre via sopra i soldati come il volo della rondine. Basta, non fa caso; sono il sergente maestro di arme del _nono_ reggimento; mi chiamo Filippo; difficile rinvenire adesso il mio reggimento, però mi unisco con chi trovo; insieme con questo giovane mio alunno entrerò nella _compagnia volante_ comandata dal nostro tenente Fandibuoni.

— Come vi piace. Voi, Curio, fate cuore, che fra poco otterrete quello che gli animosi talora stanno mesi ad aspettare, — il vostro battesimo di fuoco; — quanto a me, soggiunse tristo, l'ho ricevuto da molto tempo: adesso non mi avanza altro che la estrema unzione del ferro.

— _Deus avertat omen_! come dice padre maestro Berretta, soggiunse Curio; ma io so che spesso alla guerra questi sacramenti ci caschino addosso tutti di un picchio,... lo so, e non me ne sgomento.

— Ma vedete un po' che gusti fradici, intervenne a favellare il tenente; non ci è quanto il pensare alla morte, che ce la chiami sul capo alla lontana: portando l'ale, ella è di natura di uccello ed obbedisce al fischio.

— Oh! per me poi, se mi è lecito dire la mia, prese a parlare Filippo, più penso alla morte e più mi ci accomodo: andare a morire io l'ho come andare a dormire.

— Sicuro, conchiuse il Chiassi, tutte le strade menano al camposanto: quello che preme, sta nello adempimento del proprio dovere; or via, andatevene pei fatti vostri; fra un'ora in marcia: buona sera, Curio; ed accostatosi al giovane gli strinse con molto affetto la mano.

Anche negli eserciti meglio ordinati accade più spesso che non si vorrebbe che i comandi non si trovino eseguiti con la debita esattezza; d'onde nasce che, nonostante gli ottimi concetti del capitano, le battaglie vadano a rotoli, o almeno riescano meno fruttuose del desiderio; però tanto meno recherà maraviglia, dove si sappia che questo succedesse non di rado nei corpi dei volontari. Parve all'ufficiale preposto ad occupare Locca e gli altri villaggi della valle dei Conzei e a ridurne le case in trincere per combattere riparati, non doverlo fare se non all'alba, onde tutta la notte si rimase giù nella valle. Anche le mosse vigilate dal Chiassi non sortirono buon esito, imperciocchè il battaglione, comandato da lui in persona sulla sinistra, alla punta del dì si trovasse in ordine di poter combattere, mentre il battaglione a destra andava sparpagliato così che non si giunse mai ad assembrare, e male gli incolse, chè, avviluppato dai nemici precipitati giù dai monti con la foga di una cascata, parte cadde prigioniero e parte ebbe di catti di ritirarsi a salvamento.

Se la giornata avesse dovuto giudicarsi dal mattino, si prevedevano guai, e grossi, sicchè fu argomento non piccolo di stupore pei nostri quando il nemico verso le 5, cessato di un tratto il fuoco, fece supporre a taluno che egli cessasse l'assalto. In questo intervallo gli austriaci con avvisato consiglio tentavano girare la diritta degli italiani scendendo alla Pieve, e quindi percoterli di fianco e alle spalle, ma trovate le gole difese, non che visto il 2º reggimento in punto di rinforzare i posti, si ritrasse, e, raccolte tutte le sue forze in Val di Conzei, verso le 7 del mattino riprese a menare le mani.

Gli italiani respinti duramente sulla destra, lasciando i posti avanzati di Enguiso e di Lensumo, si ripiegano a Locca: qui sostano, ed essendo giunte da Bezzecca milizie fresche e due pezzi da campagna a rincalzarli, deliberano di sostenersi con tutti i nervi; gli austriaci sopraggiungono, e danno dentro; invano però, chè a volta loro ributtati andarono indietro fino ad Enguiso. Tuttavia la destra rimaneva sempre scoperta, ed i pochi del 2º battaglione scampati alla sconfitta nè in numero ormai, nè per prestanza capaci a resistere; bene il generale Haug provvide a mandare soccorsi di gente quanta più potè, ma non fece frutto, massime priva, come si trovava, di artiglieria, mentre l'austriaco spinse in diligenza da cotesta parte la batteria dei razzi alla _Congrève_, la quale oggi piglia nome di racchette. In tanto repentaglio l'Haug spedisce a Tiarno al comandante supremo per avvisarlo essere la resistenza impossibile, a destra tracollare le cose; ordini al colonnello Menotti cali col nono reggimento giù dai monti a sinistra, dove in quel momento si trova, e tenuto il cammino per la valle dei Conzei percuota alle spalle gli austriaci; ancora, ingiunga al 2º reggimento di già arrivato alla Pieve si avanzi ed appoggi il Menotti; quanto a sè egli si porrà coll'arco del dosso per reggersi in mezzo; se la fortuna si accorda col buon volere, promette prima di mezzogiorno tenere prigione tutto l'esercito nemico.

E il Garibaldi, secondando la richiesta, ordina al Menotti che scenda dai monti e si appresti ad assalire; egli stesso a stento entrato in carrozza si avanza verso Bezzecca.

Le vicende da per tutto mutabili, mutabilissime in guerra; in questo frattempo di sfavorevoli eransi fatte disperate alle armi italiane: lo sgomento insinuavasi nell'animo dell'universale; il Chiassi correva ansante, smanioso qua e là in compagnia dei più arditi, fra i quali Curio e Filippo, e pregava, rimproverava, minacciava: inutili conati! La paura, conigliolo senza orecchi, superata ogni vergogna travolgeva i volontari in turpissima fuga. Il nemico sfolgora i nostri di fianco, e già si ammannisce ad assaltarli alle spalle: le sue colonne di attacco in procinto di avventarsi contro il centro: in presentissimo pericolo la nostra artiglieria.

E in onta a questo non mancarono uomini di cuore piuttosto infinito che intrepido, i quali ardirono mostrare la faccia al fato; la storia ricorda l'Haug, campione della libertà in qualsivoglia parte del mondo ov'ella abbia inalzato la sua bandiera, procedere nel fitto della battaglia sotto il fuoco nemico, a rannodare quanti più trova e a farli star fermi con tutti gli argomenti che la ragione gli suggerisce, non escluse le ferite; poi li sguinzaglia parte alla difesa di Bezzecca e parte sulle alture a sinistra mezzo perdute, dove occorre il cimiterio. Indi a breve sopraggiunge lo stesso generale Haug trafelato, e di primo arrivo vedendo la compagnia chiamata _volante_, annessa al reggimento Chiassi, la quale per gli ordini già dati aveva a trovarsi altrove, e precisamente sul colle di faccia a Bezzecca oltre la strada di Tiarno, con suono alquanto turbato disse al colonnello:

— Ch'è questo? Come qui la _compagnia volante_? La riconduca subito al posto.

A codesta ora più agevole ordinarne che eseguirne il traslocamento; chè se scampo ci era, consisteva nel serrarsi; nè l'Haug se soprastava alquanto lo avrebbe comandato, ma, che che ne affermino in contrario, anche i costantissimi governa in parte la fortuna, la quale se prospera non vale ad esaltarli, avversa quasi sempre li esacerba.

Il Chiassi guarda il generale senza fiatare e si pone in assetto di eseguire il comando: giunto al cancello del cimiterio rifà i passi, ed accostatosi al conte Pianciani, aiutante di campo dell'Haug, gli stringe la mano dicendo: _Addio_. A rivederci, rispose l'altro, ma, com'egli stesso ebbe a dire dopo, lo fece per dargli animo, perchè in quel punto gli parve un'aura di morte investisse il povero colonnello.

Uscito dal cimiterio, il colonnello si accorse della sua compagnia essere successo quello che noi vediamo accadere ad una massa di neve flagellata dal vento, di cui i bioccoli, si sparpagliano da per tutto un po'; il Chiassi, non potendo più condurre da capitano, combatte da soldato; di un tratto traballa e cade: Curio e Filippo gli si mettono attorno: entrambi inginocchiati si chinano sopra la faccia di lui; egli non disse motto: li guardò, ora l'uno, ora l'altro, quasi per riconoscerli, e spirò.

Nobilissima creatura fu il Chiassi; di costumi austero, rigido nei giudizii; alto di forma e segaligno: pallido e di capelli già grigi, comecchè appena sopra la soglia della virilità; parlatore scarso, per non dire avaro: gli occhi colore di vetro e soprammodo lucidi; in massima parte essi gli tenevano luogo di lingua: se udiva cosa la quale gli paresse o indecente, o strana, o trista, guardava cui l'avesse profferita, e così pure costumava dove gli accadesse intenderne altra o arguta, o magnanima: diversi, e quanto, cotesti sguardi! E non di manco nè i primi corrucciati, nè i secondi blandi; sereni sempre, parevano piombini calati nell'anima altrui a scandagliarne la sua profondità.

Dura sorte la sua! La pietà sopra la sua tomba non pianse, o se sentì spuntarsi le lacrime, se le asciugò di un tratto pensando che se il piombo nemico non lo uccideva adesso, lo avrebbe morto più tardi la propria vergogna. La giornata, che noi abbiamo consumata in combutta con la monarchia, cominciò con un mattino di sospetto, ebbe un mezzogiorno di codardia e tramontò (seppure è tramontata) nell'obbrobrio. Il cortigiano, iena impaurita che sia per mancarle il cadavere nella fossa, urli quanto sa e si disperi, ma questo senta: che i soli, quando declinano verso il vituperio, tramontano per non risorgere mai più.

Ma la fortuna avversa non consentì lasciare in pace il dabbene Chiassi, quantunque sepolto; — perchè tre sono gli infortuni supremi che soprastanno all'uomo: morire in terra straniera, — avere sepoltura da mani sconosciute, — essere obliato da' suoi; eppure vi ha anche di peggio, e questo è la lode di _persona indegna_.

La lode dell'uomo retto davanti al popolo è libame sacro esalato da turibolo di oro. La Fama se ne rinfranca l'ale, sicchè ella le spiega bellissime come quelle dell'uccello di paradiso ai raggi del sole. La lode dell'uomo indegno sorge come fumo di paglia bagnata: contrista gli occhi alla Fama e la fa piangere. Ora l'anima del Chiassi ebbe a patire il preconio di persona non degna. I generosi lombardi pensino seriamente a purificarne il sepolcro dell'eroe.

Il nemico allaga da per tutto; i nostri, rincacciati dal cimiterio, si rovesciano giù sopra Bezzecca, e per certo spazio di tempo si trovano sotto una vôlta di ferro e di piombo, imperciocchè gli austriaci, oltre lo insistente assalto di fronte, incrociassero i loro fuochi da destra co' nostri, che battevano in ritirata a sinistra; però non provarono la vôlta tanto salda, che ad ora ad ora non ne cascasse qualche racchetta a modo di _bolide_, stritolando il misero che giungeva a percuotere.

Di male in peggio; la ritirata da prima in ordine, poi tumultuaria, all'ultimo disfatta; giù tutti di sfascio a Bezzecca; la strada chiusa con ogni maniera impedimenti; i cannoni, cura suprema dei comandanti, smontati dai carretti vengono tratti via con le corde; gli stessi generali si mettono alle funi, e così con isforzi incredibili si salvano.

Sopraggiunge il Garibaldi e si leva su ritto nella carrozza; il volto dell'eroe, quasi sempre sereno, adesso comparisce oscurato da ineffabile amarezza; molto lo angustia il dolore del corpo, troppo più quello dell'anima. Allo agitare che ei faceva delle mani, sembrava uno auriga della palestra elèa che tentasse ridurre al freno i cavalli imperversati; difatti lo sgomentava il pensiero che la vittoria gli avesse rubato la mano. Alla presenza di lui i combattenti ripresero un po' di balìa, ma e' fu fiato raccolto per ispirare l'anima.

Intanto che un manipolo di audacissimi, fatta punta, si avventano a capo del paese e ributtano gli austriaci, un migliaio di tirolesi scendono dai monti laterali, li circondano e li dividono dal grosso del corpo dei volontari. Chiusa allo scampo ogni via, non vi è tempo da perdere; o arrendersi o rimanere sterminati.

— Morire! urlano i volontari. — E così sia! risponde il capitano; spianate le baionette, e addosso ai tirolesi; pochi siamo, ma la via stretta non concede che ci vengano contro in molti; se li sfondiamo siamo salvi, che poc'oltre di qui troveremo il Menotti accorrente al soccorso.

Curio e Filippo, entrambi feriti, sentendosi ardere dalla sete, trovandosi presso ad una casa aperta, non poterono trattenersi dallo entrarvi per procurarsi un po' di refrigerio di acqua; acqua non trovarono, bensì in un sottoscala acchiocciolato il Fandibuoni; gli furono sopra in un attimo e ad una voce gli domandarono:

— Sei tu ferito?

— Sicuramente.... cioè credo.... sono fuori di me.

— Su, vediamo dove!

Lo visitarono e lo riscontrarono sano più di un pesce, Filippo ammiccò degli occhi a Curio per passargli la baionetta traverso al corpo; negò Curio col capo, ma datogli un solennissimo pugno nel petto, gli stridè piuttostochè non gli favellasse:

— Vien via, poltrone, e bada a non moverti dal mio fianco, perchè se fai cenno di fuggire, quanto è vero Dio, ti ammazzo come un cane; aspetta un po', carnaccia da letame, lascia che ti imbratti del mio sangue la faccia e ti fasci, così parrà che ferito tu sia entrato qua per fasciarti, e non si scoprirà la tua vergogna.

Il capitano, armate ambedue le mani di sciabola e di rivoltella, con la voce e con lo esempio eccita cotesto manipolo di consacrati alla morte. Dopo lui Curio, Filippo e il Fandibuoni, il quale ubbriaco di paura agitavasi, ululava come uno indemoniato; tutti poi esaltavano l'estrema sorte, il grido Italia, che unanimi mandarono dal petto come saluto ultimo alla patria, e le immagini delle creature amate, che lucidissime e distinte in quel momento come un soffio passarono traverso allo spirito loro.

— Avanti! Avanti! scaricano le armi, e parecchi tirolesi ruzzolano per terra; tal sia di loro! Italiani perchè contendono contro Italiani? Potendo essere liberi, perchè combattono per la servitù?

— Avanti! Avanti!

Ma i nemici scaricano le armi; la prima fila del manipolo balena per il iscompaginarsi; il capitano con altri parecchi feriti traballano; non importa; si riannodano; i sorvegnenti incalzano; addosso da capo. I tirolesi in parte cedono, in parte no; pure tutti tentennano, ma sentendosi la baionetta nelle costole si riscotono, e scaricano quasi a brucia pelo nel mucchio dei volontari. — Mi tappo gli occhi per non vedere la strage; di nuovo feriti, Curio e Filippo caddero; Curio fuori di sentimento, Filippo in sè, Fandibuoni illeso sempre agitantesi e sempre urlante.