Il secolo che muore, vol. II

Part 8

Chapter 83,717 wordsPublic domain

«L'effetto fu miracoloso. Il tetto della chiesa venne sollevato in aria come il coperchio di una scatola, e intanto che un grido di approvazione echeggiava fra i volontari, il caporale sorridendo accennava colla mano che si guardasse la chiesa. Se vi siete mai provati a gettare un sasso in un bugno, avrete veduto le api prorompere tutte in folla ronzando. Lo stesso accadeva lassù. Si vedevano scaturire austriaci dalla chiesa, fitti e serrati, voltare a destra e a mancina e correre su per la montagna. Allora non più un solo, ma tutti i pezzi piantati sopra la strada cominciarono a fulminare granate addosso ai fuggenti. Parevano cannoncini di legno, tanta era la rapidità con la quale si voltavano ora da una parte, ora da un'altra. Ogni colpo andava nel bel mezzo ai gruppi dei nemici, come se un demonio raddrizzasse e guidasse per la strada le granate e le palle. Io potrei giurare che non ci fu un tiro solo sprecato.

«Intanto che facevamo le nostre congratulazioni al caporale, sentimmo a qualche distanza un colpo di fuoco e il fischio di una palla. Di lì a mezzo minuto un altro colpo e un altro fischio e poi un terzo ancora. «Ah! Ah! (disse il caporale) io l'ho bell'e visto: ci è lassù un tirolese, che ha una eccellente carabina; ma forse il mio cannone va più lontano di lui.» E una quarta palla di carabina venne a percuotere nella ruota dell'affusto. Il caporale con aria sbadata puntò il suo strumento, e mentre noi ci scostavamo per iscoprire l'effetto, partì la botta e si vide un gran rimescolìo di terra e sassi, appunto là dove il tedesco tirava. Non si sentì più nulla; la medicina aveva operato.»

Fuori di Condino si agita un grande brulichio di gente, la quale di grado in grado quetandosi si ordina in fila, giusta i comandi dei suoi capitani: quanto meglio potevano s'industriavano a ricomporre le compagnie, tanto crudelmente decimate al passo e al ripasso del Chiese. Chi volesse sapere qual tributo di sangue la gioventù italiana pagasse in questa infelice impresa, gli dirò, che di una compagnia di 187 soldati, 90 appena risposero all'appello; la 24ª poi, rimase con un sergente, due caporali ed un tenente. Poco oltre si mirava il loro colonnello a cavallo, tutto inorato che era un desìo; con la sciabola irrequieta egli trinciava l'euro a fette, come il Conte di Culagna nella _Secchia rapita_, o ci faceva crocioni da disgradarne il papa. Appena Filippo l'ebbe scorto esclamò:

— Ecco il capitano famoso!

E siccome tanto non parlò basso, che altri degli accorsi costà non lo udissero, taluno di loro soggiunse:

— E adesso, che abbaca egli?

— Ha ordinato la rassegna della sua colonna ricomposta, prima di ricondurla alla mazza.

— Zitti:

Stiamo Marte a sentir la gloria nostra,

chè a quanto sembra egli è per mettere fuori un'arringa.

— Udiamo! Udiamo!

— Soldati, cominciò a squittire il capitano dei capitani, l'Europa, anzi il mondo intero vi guarda. A voi spetta restaurare l'onore della milizia italiana manomesso dalle truppe stanziali, che male ordinate e condotte peggio, dal 48 in poi, altro non fanno che toccarne; ed è inutile negarlo! Le lodi a tanto il rigo, che sbraciano loro i giornali officiosi sono pannicelli caldi.... incenso ai morti. Vedete quei monti là? Li vedete? Ebbene, noi li sfonderemo, come nei circhi equestri miriamo un cavaliere sfondare con una capata quattro cerchi e sei coperti di carta straccia. Quando saremo giunti a Trento, se gli austriaci ci offriranno pace, io risponderò loro: non è tempo ancora. E se arrivati a Innspruk, a Salisburgo, a Gratz, a _Buda_, si attentassero di nuovo a proporcela, interprete degli animi vostri, io la ricuserò daccapo dicendo: non è tempo ancora; gli è a _Vienna_; proprio nel palazzo imperiale di Schoenbrunn, che io detterò la pace; a voi, che manca per conquistare un tanto scopo? Nulla. In voi costanza, in voi _slancio_ nello assalire ed _a piombo_ per resistere; non fame, non sete, non geli vi abbattono, nè difetto di _ambulanze_, di vesti, di calzature. Quando i cannoni tonano, i moschetti fischiano, le racchette stridono, a voi pare che incominci la orchestra, ed a quei suoni menate i vostri balli. — Ma ora che io ci penso su, onorevoli signori, devo confessare che quando affermai che nulla vi manca di virtù soldatesca, io dissi una solenne bugiarderia; quanto dichiarai voi possedete, e non mi disdico, ma una cosa vi manca:

. . . . alla virtù latina O nulla manca, o sol la disciplina.

Sì, signori soldati, vi manca la disciplina. La disciplina che rese tanto illustre e potente il Vecchio della Montagna, il quale avendo ordinato ai suoi assassini di sentinella sull'alto di una torre, che si buttassero di sotto, uno ci si precipitò subito, e gli altri stavano per seguitarlo, se Enrico di Sciampagna, che vi si trovava presente, non lo avesse impedito. A questi patti, cittadini, si viene a capo del mondo; nella milizia obbedienza, nella religione fede, cieche entrambe, passive, aborrenti da qualunque osservazione, aliene da brontolìo, benda agli occhi ed agli orecchi, e allora nella milizia e nella fede voi vedrete rinnovare miracoli. Allora Manlio mozzerà il capo al figliuolo per avere vinto il nemico trasgredendo i suoi ordini; allora con più stupendo esempio lo spartano che aveva già ficcato due dita buone di ferro in corpo ad un ateniese, udita di repente la tromba del richiamo, estrasse _la baionetta_ dal corpo del nemico, la nettò, la rimise nel fodero e fece per andarsene; della quale novità maravigliando l'ateniese che stava per morire, domandò: o perchè non finisci di ammazzarmi? — Ti finirò un'altra volta, rispose lo spartano, adesso mi bisogna andare al quartiere a cucinare il _rancio_. Capite! Se cotesta perla di spartano vivesse a questi tempi, la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, o quella della Corona d'Italia, o l'altra del valore militare di Savoia non gli poteva mancare. Ci fu una volta un re, e si chiamava Sancio, diverso dallo scudiero di Don Chisciotte, il quale, stando nella sua tenda a letto, udì parecchi soldati venire a lite col capitano loro per cagione della disciplina, ond'egli, tuttochè si trovasse in camicia, uscì fuori con una picca in mano, infilando in men che si dice _amen_ una mezza dozzina dei riottosi; per me sono fantino di comparirvi innanzi anco ignudo. Breve, stringendo le mie parole, io affermo che i soldati possono fare a meno del pane per mesi e per anni, ma della disciplina nè manco un'ora. Quando carichiamo un uomo soldato il suo _tic_ è il pane, il suo _tac_ la disciplina. E adesso esaminiamo un po' come stiamo a camicie ed a mutande.

Curio, il quale all'udire cotesta filastrocca fu sul punto di prorompere in uno scoppio di riso, accostatosi all'orecchio di Filippo, bisbigliò:

— Impaglialo addirittura!

Filippo stringendosi nelle spalle soggiunse: — Ce n'è di peggio.

Intanto i soldati avendo estratto dal sacco le biancherie se le stesero dinanzi ai piedi. Il colonnello, dopo averle con molta gravità considerate, non senza arguzia notò che biancherie coteste si chiamavano così per dire, ma con maggiore proprietà si avevano a chiamare _negrerie_.

— E questa toppa perchè? dimandava severo ad un volontario.

— Questa toppa! Evidentemente per tappare un buco alla camicia.

— E perchè vi faceste un buco alla camicia?

— Lo domandi alla camicia, o meglio ai macigni del Chiese, dove V. S. facendoci ruzzolare potemmo appena salvarci la pelle.

Il colonnello tacque e tirò di lungo fino alla fila estrema, dove di botto osserva un volontario, il quale invece della borraccia da munizione si portava allato certa fiasca di vetro; allora con mal piglio domanda:

— Ch'è questo mai? Che cosa avete fatto della vostra borraccia?

— L'ho gettata via, perchè l'acqua dentro ci pigliava di cattivo.

Il colonnello allora dando un passo indietro, _le braccia al sen conserte_, a tutto Napoleone, esclamò:

— E che cosa dirò io al reale Governo, quando mi domanderà conto della vostra borraccia?

— Eh! signor colonnello, se il Governo avesse a chiedere conto di qualche cosa a lei, vada franco che non sarebbe delle borracce!

— E di che dunque, temerario?

— Dei tanti poveri fratelli per colpa sua affogati nel Chiese.

— Agli arresti! Disarmatelo, portatelo subito agli arresti! urlava arrovellato il colonnello, e ne successe un parapiglia da non potersi con parole significare.

Intanto Curio e Filippo curiosamente osservarono un frequente dimenio dei piedi, che i soldati di prima linea facevano gettandosi dietro in fretta le biancherie, le quali i soldati di seconda linea a posta loro co' piedi si stendevano davanti. Attutito il tumulto continuavasi dal colonnello la rivista nella 2ª linea, dove egli, confuso per le insolenze del volontario, procedè meno accurato di prima, non gli parendo vero di condurla a termine senz'altri scappucci. Poco dopo Curio e Filippo seppero dal dicace garibaldino, come egli avendo con la più parte dei compagni suoi venduto, o in altro modo alienato camicie e mutande da munizione, però che avendole provate ne rimanessero conci peggio che se gli avessero strigliati co' pettini da lino, egli avvisò cavarsela netta, facendo per giunta una burla al colonnello, e fu distribuita tutta la biancheria in essere alla prima fila, perchè di mano in mano che il colonnello passava, la spingesse alla seconda fila, e così figurasse due volte. Il tafferuglio poi promosso ad arte, onde l'attenzione del colonnello fosse distolta dagli ultimi soldati di fila, che dove non fossero riusciti a farla liscia tutta di un pezzo, di una pipita ne sarebbe nato un panereccio.

— Certo, aggiungeva il giovane bizzarro, io la pagherò con parecchi giorni di prigione, e mi toccherà per soprassello chiedere scusa, ed io fin d'ora me ne dichiaro contento per quattro precipue ragioni; le altre non si contano. Prima, ed alzò il pollice, perchè se mi avesse trovato senza le camicie, e le mutande da munizione, in carcere ad ogni modo mi toccava ire. Seconda, e spiegò l'indice, perchè mi venne fatto preservare dalla prigione tanti compagni amatissimi. Terza, e sollevò il medio, per la berta che ho dato a codesto zuzzurullone di colonnello. Quarta, e drizzò l'anulare, pel gusto matto che avrò quando, dovendo chiedere scusa, mi fia concesso contemplare a mio agio cotesto.....

— Di grazia, disse Curio, si potrebbe sapere di che paese siete?

— Se foste stato allo inferno lo avreste riconosciuto senza domanda:

. . . . ma fiorentino Mi sembri veramente quand'i' t'odo.

E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco non vuole esser losco.

L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi, di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...

— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più che mezzo il cammino per ritrovarle.

*

— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.

— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.

— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?

— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere vicini.

Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola, dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per ricominciare da capo.

Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia:

— O Curio, che miracolo che tu sii qua?

— Miracolo è che ti ci trovi tu, non io.

— E pure ci sono prima di te, e d'ora in poi dobbiamo stare sempre insieme.

— Sarà più facile desiderarlo che poterlo, avendo assunto l'obbligo di condurmi dal colonnello Chiassi, amico grande del padre mio.

— Tu hai ora, come sempre, un santo dalla tua, dacchè per lo appunto io appartenga ad una compagnia del reggimento del Chiassi.

Il lettore avrà di certo notato come Curio non si sia messo in quattro per far festa al tenente Fandibuoni, e ne aveva le sue buone ragioni: innanzi tratto le sue spalle calavano giù a sgrondo da parere un calvario; dinoccolato nella persona, le braccia fuori di misura lunghe, con certe mestole in fondo da legarsi le scarpe senza quasi chinarsi: costumava gli occhiali; se non fossero stati questi, nell'ultima cena del Signore egli avrebbe potuto figurare meglio del Giuda di Lionardo; ma se gli occhiali lo salvarono da rassomigliare Giuda per di fuori, non così per di dentro, dove o senza occhiali o con gli occhiali Giuda ei sempre fu, nato e sputato. Di più Curio si risovvenne come sovente costui con diversi amminicoli gli levasse di sotto assai quattrinelli, che non gli aveva mai reso; peggio poi, lo aizzasse a commettere qualche gherminella di cui egli si pigliava il vantaggio, lasciandolo nelle peste, se pure non comperava la propria impunità col fargli la spia; breve, un di quei funghi che nascono spontanei nei cortili della galera a vita. Ma la gioventù non cura o volentieri perdona; ed i compagni della fanciullezza ritengono in sè qualche cosa della religione dei primi anni, la quale fa sì che ci tornano cari spesso, disgradevoli mai.

— O come va che mi sei uscito ufficiale? disse Curio:

Marte per qual ventura od accidente Gittò la rete e ti pescò tenente?

— Che accidente? Virtù di penna e valentia di spada.

— Spada! O se di petto a te un lepre si giudicava Achille in persona.

— Già lepre non fui mai, bensì pubblicista e deputato; e poi _non son qual fui, morì di me gran parte_, della pera mondata è rimasto...

— Il torsolo. Ma dimmi, sapresti col tuo lume di lucciola farmi capire qualche cosa in questo ginepraio?

— Magari! Ma prima ti bisogna affacciarti al canto, e arrivato sopra la strada diritta, quindi considerare per bene quello che ti si presenterà davanti.

— Vado e torno.

— Sei matto! esclamò il Fandibuoni, trattenendo Curio per un braccio, non sai che svoltato il canto occorre la strada diritta un quattrocento metri, che termina ad Ampola, dove i cannoni del forte tirano d'infilata, spazzando via tutto quello che incontrano?

— O quel giovane tenente non ci va col suo cannone?

— E se egli è stufo di vivere, vuoi romperti il collo per fargli la scimmia?

— No, entrò di mezzo Filippo, l'Alasia non è pazzo; egli si muove per senso di dovere; forse un po' dodici once buon peso, ma poichè in tanti la libbra riscontriamo scarsa, se in altri trabocca non guasta; in te poi, o Curio, cimentarti a quel modo sarebbe temerità senza sugo.. ed ora dove vai? Vien qua, per Dio santo!

— Aspettami, che torno in un batter di occhio, rispose quel cervello strambo di Curio, ed intanto correndo aveva svoltato il cantone: avvertito tutto a bell'agio, tornò ridendo e disse:

— Andai, vidi, non vinsi; però avvertii quanto è formidabile Ampola; proprio il Minotauro nel laberinto di Creta, o la Sfinge sopra il cammino di Tebe: in fondo a due rupi, di cui i fianchi paiono tirati coll'archipenzolo, per virtù di scalpello, giace un fortilizio che sbarra da un lato e dall'altro il cammino; per passarlo è mestieri proprio entrare in mezzo al forte che comparisce chiuso da portone, e forse dietro avrà la saracinesca con altri ripari. Passato il fortino, la strada s'inerpica su su pel monte fino ad una spianata, la quale mi sembrò da lontano munita di artiglierie; come possa espugnarsi Ampola, per me in coscienza non saprei.

— Tu hai osservato bene, riprese il Fandibuoni, e se ora mi darai retta ti chiarirò alla lesta; vedi (e levò l'indice) questo è Riva, cardine della difesa in mezzo: questi altri (e stese il pollice e il medio) sono a destra Lardaro, a sinistra Ampola, posti avanzati; nello stesso intervallo di questo triangolo campeggia una brigata austriaca, pronta al soccorso, secondo il bisogno, o di Ampola o di Lardaro; sconfitta a Condino ed a Cimego, per ora non dà noia; ma tu fa' conto che presto riordinata tornerà in ballo. Il nostro generale, per ridurre a partito Ampola, deve innanzi tratto occupare le pendici delle due rupi, che tu hai veduto sorgerle a destra ed a sinistra, e si chiamano Funstach e Santa Croce.

— O come vuoi che si arrampichino lassù? Paiono più aguzze delle aguglie del Duomo...

— E non solo occuparle, ma anco trasportarvi le artiglierie.

— Attaccando le carrucole al cielo per tirarle su....

— Nè le artiglierie minute solo, bensì le grosse da sedici.

— Il capitolo dedicato da Pietro Aretino a Cosimo I dei Medici incomincia:

Nel tempo che volavano i pennati,

ma che volino i cannoni, questo non intesi dire in prosa mai, nè in rima.

— Ebbene, tutto questo fu fatto con qualche cosa di giunta, imperciocchè, dopo trainati i cannoni lassù sul Funstach e sul monte Santa Croce, e' fosse mestieri tramutarli da un luogo all'altro, chè, essendo di portata diversa, quelli piantati a Santa Croce non facevano effetto...

— Allora vorrà dire che dall'altra parte dei monti si trova qualche cammino mulattiero.

— Niente; all'opposto appaiono troppo più scoscesi che da questo lato.

— O dunque?

— Dunque, quando andavamo a scuola tu devi rammentarti avere udito che Filippo...

— O adesso come ci entro io con la vostra scuola? Interruppe il sergente Filippo.

— Non s'inquieti, signor sergente, che io non intendo punto parlare di lei, bensì di Filippo Macedone, padre di Alessandro Magno, col quale probabilmente ella non avrà parentela alcuna nè per linea retta, nè per trasversale.

— Di fatti, non credo esser parente di cotesti signori.

— O lo vede? Filippo dunque, sentendo celebrare come inespugnabile la rocca dell'Acrocorinto, domandò se ci fosse strada bastante per farci entrare un asino, ed avutane risposta affermativa disse:

— Dove entra un asino, non dovrebbe entrare un re? — Invero ei lo prese, perchè con le sue parole volle alludere alle sacchette di oro cavato dalle miniere di Tracia, che egli ci fece portare da un asino per corrompere il comandante. Il Garibaldi non domanda se nelle fortezze dell'Austria ci entri un asino, bensì il sole, e se il sole ci entra, intende entrarci anco _lui_. I volontari si arrampicano con le mani e co' piedi; ficcano chiodi o pioli; con le ginocchia stringono una scheggia, con le mani calano le corde, tirano su di un tratto a un segno dato: per essi un metro di spianata è piazza di arme; basta ci capisca il carretto, perchè si attentino a montarci la batteria. Il Generale dal dizionario dei volontari ha cancellato la parola _impossibile_! Già essi hanno occupato la spianata, che hai notato anche tu, munita di artiglierie, di lì hanno rovesciato un acquazzone di piombo e di fuoco sopra Ampola... Aspettati da un momento all'altro alla ripresa delle armi.

Appena egli ebbe finito di favellare, che ecco ricomincia lo strepito dei moschetti e dei cannoni, e continua incessante. L'Alasia, ricaricato il suo pezzo, come tratto fuori di sè dalla ansietà, andava gridando:

— Qua, figliuoli, qua; datemi una mano a muovere il cannone; bisogna cucire i nostri amici tedeschi a filo doppio, di sotto e di sopra.

Corsero cento; il cannone fu tratto con maravigliosa prestezza sopra la strada; spara; ma al punto stesso una scarica di artiglieria scopa dalla strada cotesti animosi; rimasero morti sull'atto l'Alasia e il sergente, ed ahimè! come lacerati! Quaranta altri, qual più qual meno, feriti; la terra diventò di un tratto vermiglia, come quando nella processione del _Corpus Domini_ ci spargono sopra la fiorata di rosolacci.

Commossi dagli urli di dolore, Curio e Filippo, non si potendo reggere, lanciaronsi al soccorso dei compagni. Il Fandibuoni non solo non si mosse, ma vie più si rannicchiò dietro al cantone. Curio si curvò, prese con ambe le sue la mano dell'Alasia e lo tirò a sè come per metterlo seduto.... non lo avesse mai fatto! Che le ferite strizzate gittarono tante fontanelle di sangue, e la faccia non anco priva di ogni sensibilità si contorse tutta in orribile maniera; la mente stette ferma, se non che Curio sentì mancargli sotto il terreno, ond'ebbe ad appoggiarsi al cannone per non cadere.

Una nuova scarica per la parte degli austriaci avrebbe finito di ammazzarli tutti; non venne: all'opposto fu visto levarsi sul forte una bandiera bianca in segno di resa, mentre lo stendardo imperiale svolgeva a stento il suo lembo per ricadere penzolone lungo la stacca; pareva che appenasse nella agonia, e l'aquila grifagna per vergogna dentro le pieghe di quello si nascondesse. Ai morti non si attese più, e nè manco ai feriti; anzi questi stessi di sè non pigliano cura, smettono gli omei per aggiungere la voce loro allo immenso grido, che percosse l'aria dintorno: Viva Italia! Italia per sempre!

Il comandante del forte sortì per la capitolazione: i patti brevi: si rendessero ad arbitrio del vincitore: lasciate agli ufficiali le armi e le robe, per cortesia non per obbligo.

Avendo taluno avvertito il generale Haug perchè facesse al comandante austriaco affermare con parola di onore che il forte non era minato:

— Lo farò, rispose il generale, quantunque per me lo consideri perfettamente inutile.

— Inutile! E non vi trovaste a Roma con noi, generale, dove patimmo tanti e sì strani tradimenti?

— Oh! allora _l'avevamo a fare co' francesi_.

Il comandante austriaco piangeva, e, recatasi in mano la spada, che generoso l'Haug gli porgeva, si provò spezzarla; impeditone, sospirò:

— Poichè non mi valse per difendere il mio reale ed imperiale padrone, che mi giova adesso?

— Signor comandante, gli rispose l'Haug con voce che si sforzò mantenere benigna, come soldato ella adempì d'avanzo il suo dovere, e veruno può appuntarla in nulla; si consoli e conservi la sua spada, ed accetti lo augurio che Dio le conceda occasioni di adoperarla in cause più giuste. La milizia non deve strozzarci la coscienza, la quale ci ammonisce che la forza non dà diritto; la forza va e viene: siete voi italiani per vivere alle spalle dell'Italia? O combattete per liberare la vostra patria dalla oppressione italiana? Andiamo, andiamo, la milizia non deve strozzarci la coscienza.

Lo austriaco stimò prudente non rispondere verbo; e per fare qualche cosa ripose nel fodero la spada.