Il secolo che muore, vol. II

Part 7

Chapter 73,876 wordsPublic domain

Il diavolo andò dall'altra parte del ponte aspettando l'innamorato al passo come una lepre, ma questi allora comincia a dare spesa al suo cervello, e pensa a cosa, che neppure era cascata in mente al diavolo: — To', egli diceva, se io passo mi trovo ad avere pescato pel proconsolo, perdo l'anima, e a casa della dama non ci vado. Allora pensa una nuova malizia; va a casa il curato, e grida di strada: oe, oe, ecci il curato? — Che si vuole dal curato? E chi siete voi? — Quegli disse il nome e aggiunse: Presto, venga via che di là dal fiume è in procinto di morte Girolamo d'Andreis e vuole confessarsi a voi. — O come volete che a quest'ora bruciata mi metta giù tra questi scavezzacolli e mi arrischi a guazzare l'Adda di notte? — Se gli è per questo non si rimanga, che qui oltre hanno fabbricato un ponte e vostra reverenza potrà passare da una sponda all'altra, come dalla canonica in chiesa. — O come mai? E chi ce l'ha fatto? Ce l'ha fatto sua maestà l'imperatore Francesco? — Venga e vedrà. — Vengo, vengo; piglio la pipa, l'olio santo e l'ombrello e vengo via. — Andò, maravigliò, e passò; l'innamorato rimase a sbirciare di qua dal fiume: intanto la notte era diventata buia; il diavolo sente il rumore dei passi e dice: Attenti, eccolo il bindolo; ora te la darò io per avermi fatto aspettare tanto. Stende le braccia, acciuffa il curato e gli dà una zannata; per ventura mise il dente sulla scatola dell'olio santo e la stiantò di netto; l'olio santo gli si sparse in bocca. — Puh! che puzzo! questa è roba da preti e questa è anima di prete; sa di salvatico e non mi basterebbe a digerirla un mese, tanto ha il salcigno addosso. — E presi alla rinfusa anima e corpo del curato, pipa, olio santo e ombrello, li scaraventò giù nell'Adda, scappando via scornato tra un nugolo di fuoco e di zolfo. Ecco come il diavolo fu gabbato e il ponte costruito. I superiori ordinarono passassimo il ponte notte tempo e senza fiatare; prima di metterci il piede, chi si fece il segno della croce, chi no; tutti tenevano il dito sul cane dello schioppo alzato; non trovammo inciampi; silenzio perfetto. Avanti con coraggio, ci sussurravano sommesso: gli esploratori hanno percorso fino a Ceppina e non avvisano incontro; rumore di spari non si sente; gli austriaci o non occuparono, o sgombrarono i passi. O va' che la indovinava! Allo improvviso giù sul capo ci si rovescia uno acquazzone di fucilate e di racchette; chi le mandava? Veruno si accorgeva della presenza del nemico: le rupi, le roccie, i macigni, le piante balenavano... e noi? Noi, signori, scappammo. Che cosa vi dirò io? La sorpresa, la notte, il numero, e se voi signori avete in pronto qualche altra scusa, vi prego a prestarmela... ma rimarrà pur sempre posto in sodo che noi scappammo. Ora, signori, tenete bene a mente quello che sono per dirvi: capaci di confessare la fuga sono solo quelli che si sentono forti a ricattarsi, e noi ci ricattammo per virtù del nostro colonnello Guicciardi, una perla di uomo, il quale ci disse: Giovanotti, tutte le ciambelle non riescono col buco; su dunque da bravi, ed a quest'altra bellissima ottava. Puntuali gli ordini, celere la obbedienza; di faccia agli austriaci inseguenti sorge un colle; a questo ripariamo e su questo il colonnello ci postò in due colonne a catena; un po' più indietro le artiglierie col sergente Baiotto, il quale noi diciamo che val per otto; difatti ha il compasso dentro gli occhi. Quando gli austriaci vennero a tiro, pensate se li servimmo a dovere; fortuna anco volle che una nostra granata scoppiasse in mezzo al ponte, giusto allora che essi si affrettavano a traversarlo; cinque o sei ne rimasero infranti, gli altri si sgominarono. Baiotto picchiò e ripicchiò coi cannoni, talchè pareva il maestro di cappella che batte la solfa sul leggìo. Gli austriaci, fatta la prova che ad ostinarsi a rimaner lì, gli era come esporsi alla pioggia senza ombrello, tornarono indietro più presto che non erano venuti avanti; così avemmo tregua; ma questo non bastava.

Il nostro Guicciardi, che è nato capitano calzato e vestito, il giorno innanzi aveva mandato una colonna condotta dal capitano Zambelli e dal nostro Pedranzini, affinchè, girato Bormio, salisse la ghiacciaia del Reit, e quinci tentasse scendere sulle alture soprastanti la strada dello Stelvio, onde tagliare la ritirata agli Austriaci fra la prima cantoniera e la seconda galleria: fatica lunga e piena di pericolo. Una seconda colonna ebbe ordine seguitasse la prima fino alla salita del Reit, lì da lei si partisse, e si conducesse ad agguatarsi nel bosco fra Bormio e i Bagni vecchi. La colonna terza guidava il Rizzardi, il quale fino a Ceppina doveva camminare di conserva con la prima e la seconda colonna; a Ceppina lasciarle per ascendere il monte a sinistra, e girare alle spalle del nemico verso il passo del Fraele, comparendo poi all'improvviso sul sentiero che domina i Bagni vecchi e la strada dello Stelvio. Ancora, furono inviati sessanta uomini di avanguardia, affinchè si appiattassero a Ceppina per tenere d'occhio i movimenti del nemico, e porgerne avviso con velocissimi messi; se assaliti da forze soperchianti, ripiegassero verso le Prese. Quanto restava di forza, cioè il battaglione 44º, alle due del mattino si mise in marcia dalle Prese per rinforzare l'antiguardo; e anche a quello comandarono procedesse più che poteva celato. Intendimento del colonnello era assalire franco i Bagni vecchi pel piano di Bormio, sicuro appena che le colonne si fossero trovate al posto; e questo, a giudizio dei savi, fu un tiro da generale proprio co' fiocchi: però tutte le cose non andarono per filo di sinopia, e bisognava aspettarcelo a cagione dei calli infernali, del buio e del freddo ladro. L'avanguardia dei 60 uomini, invece di fermarsi alla Ceppina, secondo il concertato, volle procedere oltre in compagnia del Rizzardi: il battaglione 44º gingillò un'ora e mezzo a mettersi in marcia. Dopo l'avvisaglia del Ponte del Diavolo, il colonnello pendeva incerto sul da farsi; fin verso il mezzodì non gli giunsero novelle dagli esploratori; le prime che vennero poi piene di paura. Duecento e più austriaci in procinto di mostrarsi sulle alture dal lato della valle di Viola: una colonna di fumo dalle cime dei gioghi opposti era tenuto indizio di altra colonna nemica in procinto di entrare in battaglia: da per tutto sgomento; parecchi uffiziali, e dei buoni, consigliano la ritirata; ma il Guicciardi lì fermo come i suoi monti, e bene avvisò: più tardi informato meglio conobbe: le tre colonne salve e prossime alle posizioni che dovevano occupare: gli austriaci respinti al Ponte del Diavolo ritirarsi alla dirotta: il sospetto di rimanere circondati dal nemico follìa. Scorti appena gli austriaci ai Bagni vecchi, corremmo ad assalirli da quattro lati; gli austriaci disposti a schifare battaglia davano indietro, e per noi era un vero crepacuore a vederceli guizzare di mano così, però che veruna delle tre colonne fosse proprio giunta al posto, ed anco lo Zambelli si trovava alquanto in ritardo. Il nemico per salvarsi dalle molestie appicca il fuoco al ponte della galleria; noi ci corriamo sopra, calpestandolo lo spengiamo, e sempre alle costole dei nemici fino alla prima _cantoniera_: qui parecchi dei fuggenti voltano faccia, ed avvantaggiati dai luoghi adatti per le difese, prendono a menare le mani, mentre gli altri affrettano il passo. Ecco il capitano Pedranzini con tanto di lingua fuori arriva sul Reit, si affaccia e mira gli austriaci sbucare dalla prima cantoniera per ripararsi nella seconda, e quindi ai gioghi dello Stelvio.

— Ah! mi scappano, urlò, e poi, senza dire nè uno nè due, sdraiato supino si lasciò andare giù a corpo perso per la ghiacciaia soprastante alla posizione del _Diroccamento_; noi con le mani chiudemmo gli occhi; quando gli riaprimmo mirammo il capitano balzare in piedi, che era giunto in fondo co' calzoni in brandelli, ma col corpo intero, e l'anima ancor più: impugnato il _revolver_, si slancia dentro la grotta con gran voce esclamando: Giù le armi, o siete morti tutti! — Era solo: una cinquantina dei suoi compagni, vergognando di abbandonarlo, e tratti fuori di sè dallo esempio eroico, giù anch'essi a mo' di muffli dalla ghiacciaia per sovvenirlo. Come Dio volle giunsero prima che gli austriaci, rinvenendo dallo sbalordimento, gli sparassero addosso. Dalla parte opposta i nostri, espugnate le difese della imboccatura, penetrano a volta loro nella cantoniera; il nemico, preso in mezzo a due fuochi, chiede ed ottiene quartiere. Di più non potemmo fare; abbiamo combattuto venti ore senza prendere fiato, e ci fu gloria avere conseguito in un giorno solo quello che cinquemila uomini in due mesi di travaglio non poterono ottenere; e gloria anco maggiore ci fu mostrare al mondo come pochi cittadini sappiano difendere il proprio paese più e meglio delle milizie stanziali, schianta famiglie, scudo di cartone in guerra, grandine di manette di ferro in pace.

Filippo, udendo queste notizie, tutto esaltato proruppe, levato il bicchiere colmo:

— Se queste fossero le guerre della repubblica francese del 1792, anco per noi sarebbe nato un Hoche. — Piaccia alla fortuna non farlo affunghire sotto la religione dei regi capitani.... ad ogni modo bevo per questo animoso; pari in altezza di spiriti all'antico Curzio, ma più avventurato di lui.

Quietatosi lo schiamazzo, Curio a sua volta interrogò:

— E al Tonale non fu combattuto?

— E donde vieni? Dalla China? Saresti a caso uno dei Sette dormienti? Anzi lo sei addirittura.

— Beffatemi quanto vi piace, a patto che vogliate istruirmi: nè a voi, nè a me giova raccontarvi le cagioni, ond'io ignoro tutto quello che fu operato in questi ultimi giorni; vi basti che io lo ignoro, e che brucio saperlo.

— Ebbene, favellò uno della brigata, tu hai da sapere, che ci era una volta un re.... no un Cadolini ciurmato colonnello....

— Ho capito, interruppe Curio, ne abbiamo buscate?

— O che discorso è questo, disse un altro; o che forse il Cadolini è un codardo?

— No davvero: per me sostengo, rispose Curio, che, rispetto a cuore, egli può reggere il confronto con qualunque altro italiano; quanto a cervello poi, sostengo del pari che a riporlo in un guscio di noce, ci ciottolerebbe dentro; per giunta permaloso e testardo, che è uno sfinimento.

— Dunque non vuoi saperne di più?

— Al contrario, parla.

— Ebbene, da' retta. Su le alture di Vezza gli austriaci si mostrano numerosi e pronti alle offese; molti possono essere i loro fini; il più prossimo percotere di fianco la colonna del Guicciardi; colà furono mandati i maggiori Castellini e Caldesi, nel comando uguali, nei concetti e nell'indole dissimili, per non dire contrari, però alieni da soccorrersi a vicenda. Hai da sapere come il Castellini, lasciata solo una compagnia di soldati a Vezza, sotto gli ordini del capitano Malagrida, aveva dato indietro riparandosi nelle linee trincerate. Il Caldesi, considerando come fosse peggio che pericoloso lasciare così allo scoperto cotesta compagnia, comanda al Malagrida che anch'egli si riduca dentro le trincere; il Malagrida ubbidisce: allora il maggiore Castellini pieno di rovello, tal che pareva il diavolo lo portasse via, tempesta il Malagrida affinchè rifaccia i passi e torni ad occupare Vezza; il Malagrida ubbidisce; se non che nel frattempo era accaduto un caso: gli austriaci avevano preso Vezza; però accolsero la compagnia del Malagrida con un nugolo di moschettate a pennello aggiustate: la compagnia rimase scema del tenente Prada ferito a morte. Il Castellini, vista la mala parata, invia a rincalzarlo a destra una compagnia col capitano Adamoli, a sinistra una mezza compagnia condotta dal Travelli; gli austriaci non le aspettano, bensì sortono da Vezza a far giornata; il Castellini piglia seco le tre compagnie e va a gloria contro il nemico, respingendolo nel primo impeto fin sotto Vezza. Qui bisogna confessarlo: se il Castellini fosse stato sovvenuto dal Caldesi, vinceva; _lo lasciarono solo_. Ne fu cagione il maledetto screzio sorto fra loro di tenere Vezza, ovvero abbandonarla: più sicuro il partito del Caldesi, quello del Castellini più generoso; però il Caldesi con le sue compagnie non si mosse. Per vincere uniti, il Castellini ed il Caldesi non avevano mestieri operare miracoli, e ce ne fosse stato bisogno i garibaldini erano usi a farne. Ed invero il colonnello Cadolini ed il capitano Oliva non bandirono che, se le munizioni non avessero fatto difetto, avrebbe vinto Castellini? dunque perchè il Caldesi non lo aiutò? — I volontari fin lì non balenarono: occhio per occhio, dente per dente; pure il Castellini, non per crescere l'ardore dei suoi, che questo sarebbe stato impossibile, bensì per mantenerlo vivo, ecco, brandita la sciabola si mette alla testa dei soldati, gridando: Avanti! Una palla lo colpisce nel naso: ei se lo fascia alla meglio e continua a gridare: Avanti! Ora una seconda palla gli fora da parte a parte il braccio sinistro, ma non per questo gli viene meno l'ardimento, e insiste a dire: Avanti! Una terza palla lo ferisce in mezzo al petto, ed egli casca per non rilevarsi più, gorgogliando sangue dalla bocca; nel punto stesso gli muore accanto il capitano Frigerio. Onore ai caduti! Lombardi entrambi; il primo padre di quattro figliuoli; l'altro giovane ricco di virtù e di censo: per ora no, che il fumo dei turiboli presi a nolo leva la vista, più tardi il primato del valore sarà deferito alla Lombardia, la quale non so se meriti maggior lode o per quello che ha fatto, o per quello che non ha chiesto. Gli austriaci arrivavano bene a quattromila, e noi non eravamo seicento, ma ci ritirammo; ci dissero per consolarci che la nostra fu ritirata _solenne_, e aggiunsero altresì che i nemici ci sbraciarono un sacco di lodi: senapismi ai piedi! rettorica stantia! Peggio di tutto quel cavare vanto (come i nostri guidaioli fecero) dallo avere noi ripreso le posizioni che avevamo prima. Bella forza! le ripigliammo perchè gli austriaci se ne andarono via: riacquistammo coi piedi quanto ci tolsero colle braccia...

— Parte il Pedranzini!

Appena fu udita questa voce, la taverna rimase deserta in un attimo: taluni, per troppa fretta di uscire, cozzarono insieme riportandone sconce ammaccature.

Curio e Filippo, presentendo vicino qualche fatto d'arme, tolto a nolo un mulo ed un cavallo si affrettano verso il campo. Di fatti, mentre eglino si trattenevano per via, erano successi scontri terribili con danno ed uccisione dei nostri, dai quali uscimmo sempre vittoriosi mercè la virtù del Garibaldi e degli eroici compagni suoi. Non è scopo nostro raccontarli; dove più, dove meno, esattamente occorrono descritti in parecchi libri; e piacesse a Dio che come molti furono a scriverli, così molti pure fossero a leggerli; ma la più parte degli italiani incuriosa gli ha dimenticati, nè le preme che altri glieli rammenti: bisogna avere il coraggio di confessarlo addirittura: se gli italiani hanno levato una gamba dall'avello, a levarci anco l'altra par loro fatica; morti non sono più, ma neanco vivi.

Però a noi importa accennare come il Garibaldi, avendo giudicato opportuno aprirsi il varco sopra Riva, gli bisognasse impadronirsi di tutta la strada dal Caffaro ad Ampola: ora questa strada va munita di quattro fortilizi, che giova in succinto descrivere. Lardaro, nella valle delle Giudicarie a sinistra del fiume Chiese, armato di sedici cannoni chiude la via di Brescia per a Trento. Tra Condino e Tiane, risalendo il fiume Adana, s'incontra il gruppo di tre fortini chiamato _Renegler_; il primo detto Vegler è munito di sei cannoni e di un muro bucato di feritoie da cima in fondo, disposto ottimamente pel sicuro trarre della moschetteria; procedere oltre il fortino nella strada pubblica non si può, perchè ella passa appunto nel mezzo del fortino mediante la sua porta maestra: appellano il secondo Dazzolino, il quale presenta una torre con sei grossi cannoni, che guarda la valle delle Giudicarie: il terzo finalmente, nominato Larino, è un ammasso di rocce per altezza formidabile a ponente dell'Adana, donde vigilano la difesa del ponte di Cimego. Fra i monti Fustac e Cecina il forte Ampola chiude la valle; il forte Teodosio sorge nel mezzo della valle di Ledro, sulla via postale che mena a Riva, anche egli munito di gallerie e feritoie, scavate nella roccia, per bersagliare al coperto.

Il generale Garibaldi, nello intento di venire a capo della impresa, inviava gente, la quale, riuscendo dalla parte del monte Nota e di Lamone in val di Ledro, girasse la posizione; ma gli austriaci, accortisi del concetto del Garibaldi, con molta mano di soldati condotti dal generale Kaim assaltano con subite mosse i garibaldini su tutta la linea. Nella notte dal 15 al 16 luglio i cacciatori tirolesi presero a fulminare i nostri da Rocca Pagana e dalle alture di Storo, pur troppo con jattura inestimabile a cagione dell'eccellenza delle armi, altre volte avvertita. Un'altra colonna austriaca non meno gagliarda della prima si industriava avviluppare la sinistra dei volontari fra Condino e Cimego.

I garibaldini, sempre pari a sè stessi, si arrampicano su per le schegge delle pendici a fine di sloggiarne il nemico che riparato, a man salva dalla lontana li ammazza, e tanto sembra lo favorisca la fortuna, da potere in breve rompere la comunicazione fra Storo e Condino. Non volgevano poi sorti migliori alla vanguardia dei volontari venuta a zuffa mortale colla colonna austriaca uscita da Daone sulla destra del Chiese, e co' cacciatori tirolesi, i quali la straziavano con le infallibili carabine dalla sponda sinistra di cotesto fiume.

Accadde qui che uno di quei condottieri piovuti sul capo a Garibaldi, come talora piovono dal cielo ranocchi nel mese di luglio, ordinò a parte dei mal capitati commessi alla sua guida, valicassero il Chiese per combattere gli austriaci attelati sulla opposta sponda; non pochi, prima di agguantare la riva, travolti dalla corrente rovinosa del fiume, perirono; quei che passarono ebbero ad attaccarsi alle crepe delle rupi a mo' di tarantole; per la qual cosa, come il nuovo capitano potesse sperare che contrasterebbero a cui di sopra li bersagliava a piè fermo e con le braccia libere, non si comprende.

Taluni, e non erano i più miserandi, uccisi capitombolavano in molto orribile maniera; davano maggiore affanno i feriti, i quali non potendo aggrapparsi, ruzzolando, rompevansi di scheggia in ischeggia, con istridi da fendere il cuore. Rigagnoli di sangue correvano coteste bricche: non fu possibile mantenersi lassù; costretti a salvarsi, tracollarono giù a corpo perso: infuriava sopra la testa loro una paurosa grandine di palle; alcune di queste, rimbalzando dalle pareti del monte o dai massi del fiume, ferivano orizzontalmente, o di sotto in su: come pesci guizzavano su le acque; come vipere sibilavano per l'aria. Il fiume avaro esigeva pel ritorno maggiore pedaggio di affogati che per l'andata: non ci fu penuria di casi pietosissimi: amici che non vollero abbandonare amici, tuttochè spiranti o morti si fossero; e surti appena alla opposta riva del fiume, percossi da una medesima palla, sparivano nelle onde rovinose. Due fratelli, l'uno dell'altro innamorati, non ebbero altro conforto che annegare abbracciati. Più oltre il buon maggiore Lombardi, salito su di un argine, mentre con voce e con cenni anima i suoi a tenere il piè fermo, rotto nel cuore da palla tirolese, tombola annaspando con le mani e muore senza dire un fiato. Tale il destino della guerra; ma perire così senza costrutto, per colpa di un grullo, è amaro. Per funebre elogio al maggiore Lombardi basti dire che fu di Brescia; ella madre degna di tanto figlio; egli di tale e tanta madre degnissimo.

Trovando questi mal condotti chiusa allo scampo ogni via, tutti quelli che non valsero a traghettare per la seconda volta il fiume si arresero a quartiere. Pareva ormai battaglia perduta, e non fu così, in grazia degli estremi sforzi operati dal Garibaldi e dal maggiore Dogliotti, il quale così bene si valse dei suoi cannoni messi in batteria, che sgominò e costrinse i nemici a ritirarsi oltre a Cologna. Cara vittoria fu quella, ma fra le alpi tirolesi non si vince che a prezzo di sangue; però che sia mestieri col petto scoperto farci contro a nemico riparato da boschi, da rupi e da ogni maniera di difese naturali, ovvero dall'arte di lunga mano allestite.

Intanto chiunque voglia sapere che cosa valgano i nostri artiglieri, e ne tragga auspicî di avvenire meno inglorioso dei tempi passati, dove la insolenza altrui ci chiamasse alle armi, io glielo dirò con le parole di un giovane che fu parte di coteste avventure e le narrò, tacendo per modestia il suo nome:

«Ci sdraiammo su l'erba e raccontammo noi pure le nostre peripezie. Il sole volgeva al tramonto e andava adagio adagio a nascondersi dietro le montagne, le quali si colorivano di una tinta rossastra, pigliando le forme spiccate che vediamo anche noi ne' nostri monti al finire di una serena giornata, e quando il cielo è tutto sgombro di nuvole. Su, su in lontananza, al riflesso degli ultimi raggi del sole, brillavano di luce abbagliante le carabine dei fuggitivi, e si distinguevano anco ad occhio nudo le torme bianche ed azzurre della fanteria e dei tirolesi. Quando ecco, mentre ce ne stiamo là chiacchierando e riposandoci, un frastuono infernale ci fa saltare tutti in piedi, e sentiamo sulle nostre teste il fischio rumoroso di una granata: «Non è nulla!» esclama un garibaldino: «è un cannone puntato qui a venti passi che scarica sopra la nostra testa.» Corremmo tutti nella strada, dove infatti tre o quattro cannoni incominciarono uno dopo l'altro una musica stupenda.

«Fu spettacolo bellissimo. Gli artiglieri stavano impassibili, silenziosi, attenti al comando. Un caporale pigliava la mira, ed ogni volta che vedeva sui monti a 1600 o 2000 metri di distanza un brulichio di tedeschi, si allontanava due passi e gridava: _fuoco!_ Il cannone sparava e la botta era sempre sicura. Si vedeva cotesta massa sbaragliarsi, e saltare in aria tronchi di albero e terra sommossa. Noi maravigliati battevamo fragorosamente le mani.

«A un tratto si sente venire a corsa un cavallo: era un maggiore di artiglieria, che aveva saputo come di là dal fiume, nella chiesina dove stemmo la notte innanzi appiattati noi altri, ci stessero appiattati moltissimi austriaci: per verificarlo ordinò caricassero le artiglierie a palla; poi, voltosi al caporale, gli dice: «Cercate subito di mettere una palla sul lato destro della chiesa: se ci sono hanno da venir fuori.» La distanza era molta, e ci pareva impossibile che il colpo avesse a riuscire per lo appunto come il maggiore voleva.

«Il caporale non pronunzia verbo; si china sul pezzo, lo muove nella direzione indicatagli ed ordina all'artigliere di far fuoco. Lo credereste? La palla andò a battere sul muro di destra della chiesa: per altro non si vedeva uscire nessuno. «Ebbene, disse il maggiore, piantatene un'altra a sinistra, e se vi riesce a cogliere vi prometto la medaglia.»

«Vidi un sorriso di contentezza lampeggiare sul viso abbronzato del caporale; si chinò un'altra volta e studiò più lungamente la mira standosene immobile come il suo cannone. A un tratto si tira indietro e grida all'artigliere: _fuoco!_ e la botta va via. Un applauso fragoroso scoppiò nelle file, ma gli austriaci non si vedevano venir fuori. Allora il caporale si appressa al maggiore, mette la destra al _kepì_ e gli dice: «Signor maggiore, vuole permettere che io faccia un tiro a volontà?» — «Ve lo permetto, rispose il maggiore; vediamo se vi riesce a snidarli.» Allora il caporale infila colle sue mani una granata nel cannone, ripiglia per la terza volta la mira e lascia andare la carica.