Part 6
Immemore dello stato in cui si trovava, il buon maggiore appuntella il braccio ferito per ispingersi fuori del letto: nell'impeto del moto manda in pezzi lo apparecchio e sfascia la piaga, con suo inestimabile spasimo: il sangue scorre a fiume dalle lacere vene, lo invade un freddo sudore, la immagine delle cose circostanti gli si perde dentro una caligine sempre più densa, sviene; ma, prima di svenirsi, tanto potè raccogliere di spirito, che con voce abbastanza sonora esclamò: — Viva Garibaldi!
Quasi scintilla elettrica questa voce penetrò, circolò in un attimo nelle ossa di quanti la udirono ed in ogni angolo più recondito dello spedale: ogni atto, ogni affetto rimasero sospesi; i servigiali, accorrenti con farmachi od altro, arrestaronsi; i cerusici si fermarono da medicare le piaghe; una madre stette a mezzo curva sul figliuolo che si era chinata a baciare; un'amante cessò asciugare il sudore allo amico per angoscia convulso; gli infermi stessi, dimenticato un momento il dolore, come se si fossero dati la intesa, con una voce sola replicarono: «Viva Garibaldi!»
Gran cosa è questa: lo spirito umano esaltato dal divino entusiasmo domina lo stimolo del bisogno e supera perfino le trafitte del dolore. Come avviene ciò? In qual modo una parte della materia acquista virtù di prevalere cotanto sopra l'altra parte? La scienza irride come inane il vostro postulato e si vanta risolverlo in due palate.[19] Per verità io meditai molti dei moderni libri sulla materia, ma non sono giunto a chiarirmi. Se io avessi a dare un consiglio alla scienza, le direi: — Cerca di molto, e afferma poco e tardi; cerca, poichè io non ti possa trattenere, ed anco potendo non te lo impedirei; ma cerca tremando di scoprire che tutta terra siamo: imperciocchè in quel giorno (se fia mai che venga) sarà spenta ogni poesia dell'anima: invidieremo i bruti, che camminando col muso chino a terra non sono costretti a funestarsi la vista con lo immenso inganno del cielo stellato.... le rane dal padule canteranno le glorie dell'uomo, che, uscito dal fango, tornerà intero alla mota materna. Oh! di quanto senno fece prova lo antico sapiente, allorchè disse: «Se tutta la verità mi stesse chiusa nel pugno, aborrirei aprirlo per la paura di fare un tristo dono all'umanità!»
[19] _Palata_, s'intende il tratto che il notatore scorre col movere le due braccia nell'acqua. La Crusca definisce la palata: «il tuffare di tutti i remi della nave a un tempo nell'acqua» ed è errore: anco nel moto delle barche, la palata è il tratto che la barca scorre in mare per lo impulso dei remi. Nel linguaggio pittorico del popolo si dice: _in due palate lo sbrigo_, come sarebbe: _facilmente e presto_.
È lecito rinnovare agli scienziati
Che l'anima col corpo morta fanno,
la domanda mossa da Betto Brunelleschi a Guido Cavalcanti, aggirantesi pei sepolcreti: «Quando sarete giunti a trovare che Dio non è, qual profitto ne caverete voi?» Certo confesso infiniti i mali dell'abusata idea di Dio, ma chi può dirmi quelli che usciranno dalla sua negazione? Basta, io mi consolo pensando avere veduto passare più sistemi filosofici sopra questa terra, che nuvoli in cielo.
Poichè il maggiore fu daccapo medicato, Curio e Filippo manifestarono il desiderio di attendere tanto ch'ei rinvenisse, se non che l'infermiere ne li distolse mettendo loro sottocchio che, nello stato di debolezza in cui si trovava, era mestiere risparmiargli ogni subita e gagliarda commozione, la quale non si sarebbe potuto evitare, quando il maggiore, tornato in sè, se li fosse veduti dinanzi. Curio pertanto e Filippo se ne andarono non senza molto raccomandarsi al cerusico, che lo salutasse per loro e confortasse con ogni maniera di affettuose parole.
*
A casa della baronessa ebbero cibo e riposo. Filippo non voleva intendere ragione, e comecchè affranto si apparecchiava a partire subito. Le persuasioni altrui, e più le gambe proprie, misero il veto all'avventato proposito. Sorsero, appena un po' di chiarore apparve in oriente; la baronessa già levata li aspettava e li condusse in camera di Eufrosina, la quale pure seduta sul letto era ansiosa di vederli: appena le furono comparsi davanti stese le braccia, e con la manca strinse la mano a Curio, con la destra al padre, e, questo guardando, con ineffabile affetto gli disse:
— Babbo, ti raccomando il signor Curio.
Poi, rivoltasi a Curio, aggiunse:
— E a voi, signor Curio, raccomando il padre mio; da lui in fuori io non ho altri al mondo....
Non risposero, perchè piangevano; ella no, quantunque le lagrime le stessero in pelle in pelle per traboccarle dagli occhi. Filippo le baciò la mano e il volto, Curio si tenne facoltato a baciarle la mano soltanto; però a lui solo, mentre passava la soglia, riuscì voltarsi indietro a dirle:
— A rivederci, Eufrosina.
— Sì, a rivederci, e Dio vi accompagni.
Il povero Filippo non aveva ancora ricuperato la favella; strinse nelle sue le mani della baronessa e guardò in su; ed ella:
— Ho capito.... Filippo, sono madre anch'io... ed ho provato il dolore di perdere un figliuolo. Anzi, sentite un po': io temo forte che la povera Eufrosina non reggerebbe alla incertezza del vostro stato, quindi vi proporrei imitare lo esempio di quella santissima donna che fu la contessa Teresa Confalonieri, la quale, sentendosi morire, onde la nuova della sua morte non levasse gli ultimi spiriti al marito Federigo, prigione nello Spielberg, scrisse lettere con la data di giorni, mesi ed anni avvenire, affinchè, dopo defunta, via via gliele consegnassero, ed egli, credendola viva, non disperasse. Pietoso inganno! Voi poi vivrete di certo, me lo porge il cuore, che non mi ha tradito mai; pure cento casi possono avvenire, i quali, o vi toglieranno la comodità di scrivere, o la occasione per farmi recapitare le lettere, e allora mi varrò di quelle che mi saranno trasmesse, secondochè vi ho accennato. Intanto fatevi animo, e state sicuro che la vostra figliuola sarà da me tenuta come persona caramente diletta.
CAPITOLO XI.
LA BATTAGLIA DI BEZZECCA.
— Ed ora perchè ti fermi? Avanti! avanti! che assai corriamo pericolo di non arrivare a tempo.
— Lasciami stare, Filippo, perchè è bene tu sappia che adesso penso.
— Di grazia, a che pensi?
— Io penso, vedendo innanzi a me questa formidabile barriera delle Alpi, come l'uomo, circondando la sua vigna di siepe, potesse impedire che la volpe ci entrasse; Dio e la natura, con questa muraglia di monti, che lo straniero penetrasse in Italia non poterono. Col prete in corpo non ci ha redenzione in questo mondo, nè nell'altro; il prete non conosce patria, nè famiglia, nè nulla; con tutti sta e con nessuno. Penso a quel sacerdote, forse più animoso assai di Colombo, che si avventurò su cotesto oceano di rupi, di tenebre e di ghiaccio, non già per iscoprire un nuovo mondo, bensì per trovare lo straniero, il quale, scansate le chiuse di Susa, scendesse libero a calpestare le terre italiche e a spartirle col papa[20]. Penso all'altro prete, e questa volta è il maggiore, che per cupidità trae fino in Francia, e quivi, genuflesso nella polvere, supplica Pipino, ai danni della patria, con le medesime smaniose preghiere che Volunnia pagana adoperò già verso Coriolano, affinchè non la guastasse[21]. Non gli bastando una volta, lo chiama la seconda, e dubitando che alla sua voce obbedisse, non repugna dalla brutta impostura di fargli scrivere lettere di esortazione e di minaccia dallo stesso S. Pietro, proprio di paradiso[22]. Ciò dalle Alpi Cozie, dalle Rezie peggio; di qui calò Ottone alla ruina di Berengario re d'Italia, pei conforti del prete dissoluto[23], che il marito oltraggiato scaraventò fuori dalla finestra; su queste rocce i preti, cacciate le aquile di nido, vi educarono una schiatta d'eroi, eroi sì, ma del servaggio: qui seminarono le ceneri di Caino per raccogliervi larga messe di Giuda: per loro queste Alpi diventarono arnie di cagnotti di straniera tirannide: costoro, quante volte accostarono la bocca alle mammelle della Italia, lo hanno fatto per mordere. Altrove nascono i martiri della libertà, qui è vanto generare i martiri della servitù.
[20] Martino diacono. Vedi la stupenda descrizione nell'_Adelchi_, tragedia di A. Manzoni.
[21] Stefano II.
[22] Stefano II.
[23] Giovanni XII.
Cosa incredibile a dirsi e non pertanto vera, gli stessi scongiuri del padrone non valsero a cessare in queste creature strane la ubriachezza di combattere per le catene; invano la falce della guerra le ha mietute come l'erba dei prati, chè vi ripullularono più infeste e più spesse delle prime; sacerdoti e laici vennero in questi luoghi a gara di sangue; l'oste Hofer ebbe un emulo solo e fu il cappuccino Haspinger. Ma allora potevano addurre a scusa di loro la causa comune dei tirolesi meridionali e di tramontana; non anco risorta la fortuna italica, e gl'italiani combattenti non per la indipendenza propria, sibbene per la grandezza altrui; adesso però italiani siamo tutti; con quale consiglio, o per quale destino dunque gli _ostiari_ d'Italia si votano agli dèi infernali, per tenere aperte al dominatore forestiero le porte della casa comune? In che li offendemmo noi? Quanti i benefizi del tedesco e quali? Forse uno: lo imperatore austriaco li regalò di carabine atte ad ammazzare i fratelli da lontano.
— Curio, hai detto? Allora, favellò Filippo, adesso ascolta un po' me, che queste faccende intesi discutere molto, ed io da me ci ho meditato assai. Curio, quante volte ti disponi ad azioni generose, guidati co' palpiti del cuore unicamente, e con ambedue le mani chiudi gli occhi alla tua ragione, o torna a casa. Noi o agita un genio, o strascina il fato, e se così non fosse, te lo paleso aperto, non saprei trovare la causa che ci spinge a morire in mezzo a questi orrori. Nota qui: tu hai detto che lo imperatore di Austria donò i tirolesi di carabine atte ad uccidere da lontano; or che penserai del nostro governo, il quale non ci ha provvisto di schioppi neanche capaci per nuocere al nemico da vicino? Rammenta che a quei di Bormio il governo si rifiutò a dare armi pei loro danari. Perchè i tirolesi muterebbero padrone? Perchè si daranno alla monarchia piemontese? Forse perchè questa li butti per giunta sulla bilancia ad aggiustare i pesi, come adoperò con Nizza? A che giova farla padrona delle Alpi Carniche? Forse perchè le getti via come adoperò delle Cozie? Certo l'Austria non fu larga mai, ma per pigliare ai tirolesi si mostrò sempre parca; e tu sai che la generosità dei principi consiste nel lasciarti la camicia, o nel _non tôrre_, come insegnò l'Alfieri. L'Austria, dopo aizzati i popoli a levarsi contro il padrone, non li consegnò legati per rinfresco, quando fece la pace; molto meno punì con le morti e con le carceri le passioni che aveva ella medesima eccitato, quando cessò il bisogno. Ora ti sarai accorto come la monarchia savoiarda, o chi fa per essa, pretenda, a tenore dei suoi vantaggi, che in meno di un anno ora siamo mastini ed ora conigli; ora tagliamo l'orecchio a Malco, ed ora, toccato lo schiaffo, porgiamo la guancia al secondo; increduli a un punto e superstiziosi, persecutori e intolleranti, divoratori e idolatri dei preti; ora ci aizza a lacerarci col ferro, col fuoco e perfino coi morsi; quando poi le fosse piene di morti fumano sangue, impone che traverso cotesta nebbia cerchiamo a tastoni la mano del nemico e la stringiamo come se di fratello. Quel Claudio, che fece nella mattinata ammazzare a legnate la moglie Messalina, e poi mandava la sera ad invitarla a cena, di petto al nostro governo è Salomone. L'Austria non fu larga mai, pure si legge come alla famiglia del Hofer donasse trentamila fiorini, cinquecento alla moglie e dugento per ognuna delle quattro figliuole, di pensione annua; al figlio Giovanni comperò un grosso podere e lo commise alle cure del consigliere di Stato Kugelmayer, onde, come figliuolo, lo allevasse e istruisse. Tu sai la monarchia savoina in qual modo ricompensasse la famiglia del Micca, che si consacrò alla morte per la salvezza di lei? Due razioni di pane; si dà di più ai cani! E al Garibaldi, come si mostrò ella grata? Il Garibaldi le donò due corone, e sovente penuriò di pane; ma che non gli desse niente non si può del tutto dire: in Aspromonte ella lo pagò in moneta di piombo. Rammentati che molti, i quali misero a repentaglio la vita per costruire il trono italiano, sono morti di fame; taluni, per eccesso di miseria, con le proprie mani si finirono[24]. Se invece dell'_io_, che vuol dire un uomo, tu avesti fatto echeggiare queste balze del _noi_, che denota popolo, tu avresti veduto squagliare i cuori dei tirolesi come le nevi dei loro monti al tepore di maggio. E, se ti piace di saperla intera, io ti dirò che altre volte fu abbandonato dalle armi nostre il Tirolo, nè si desidera adesso, perchè in Trento un dì fu sciorinata la bandiera rossa, dalla monarchia meritamente odiata, come quella che presente in lei il suo lenzuolo funerario.... sacra sindone nel senso di esecrabile.
[24] Ebbi l'onore di conoscere la consorte di Faa di Bruno, l'eroe di Lissa, che non sostenne sopravvivere alla perdita del _Re d'Italia_; e seppi esserle stata assegnata tale meschina pensione, da sopperire appena alla spesa della educazione del figlio. S'ella non avesse di casa, si troverebbe in angustia pel mantenimento delle figliuole.
Curio stette un bel pezzo con la faccia china, come per aspettare il fine della lotta fra il sì e il no, che si combatteva dentro di lui; per ultimo sospirando disse:
— Ben vedo, Filippo mio, come il mondo morale al pari del mondo fisico si componga di elementi che si accozzano insieme coll'armonia di tante bestie feroci legate ad una medesima catena; necessità li costringe; così quando ognuno ne ha balìa, in mare, in terra, in cielo, dappertutto combatte. Lo spirito di Caino rimugina pel creato... e guarda, Filippo, mentre noi ragionavamo, come apparisce affatto mutato l'aspetto del cielo: le nuvole turbinano pel remolino di venti contrari, poi di corsa ruinano all'assalto dei monti, respinte si ammonticchiano, si rannodano e tornano alle offese; lacerate fuggono, ma indi a poca distanza essendo occorse in un altro grosso battaglione di nugoli neri, si congiungono con quello: ecco di nuovo le tenebre si spandono sul creato; e ricomincia la zuffa: dal cozzo terribile ecco prorompere lampi, tuoni ed acqua a scroscio, appunto come dallo affrontarsi degli eserciti il baleno e lo strepito delle armi abbarbaglia ed introna: anche il fumo delle polveri abbuia ogni cosa, e il sangue piove come acqua ad inondare la terra. Questo lago, dove un'ora fa una fanciulla si sarebbe specchiata per accomodarsi i capelli, comincia a sentirsi agitato dalle furie e si apparecchia ad emulare i furori del cielo. Le onde commosse a qualche poeta parvero cavalli che si urtino in giostra; ad altri diedero immagine di un esercito, il quale, disperato della vittoria, raccolga la sua virtù per trovare morte gloriosa e vendetta, precipitandosi a flagellare la spiaggia: per me in coteste lacere spume, negli spruzzi fischianti, nello irrequieto sollevarsi ed abbassarsi dei sonagli; vedo il fiero gruppo di Laocoonte, dei figli e dei serpenti: capi di uomini, capi di serpi convulsi d'ira, di pietà, di rabbia, scontorcimenti smaniosi ed urli disperati. E tu, o rôcca di Anfo, che comparisti pur dianzi agli occhi miei quasi il genio del luogo qui posto dalla natura a custodire le bellezze severe della Lombardia; fiore dell'Idro aperto ad ospitare nel tuo calice due cuori amanti, che promettevi di essere cortese di brezze vitali, di riposo e di oblio, deh! perchè mai, veduta da presso, mi scuoti dal cervello tutta questa polvere di poesia con la bacchetta di un caporale tedesco? Ecco: tra le tue due porte miro appuntato un grosso cannone; le cento feritoie pei moschetti ti guardano sinistre come gli occhi del basilisco; le artiglierie disposte attorno ai parapetti in cima la ricingono di una fiera ghirlanda... il bel fiore dell'Idro ha preso l'aspetto della morte ornata da nozze...
Mentre Curio andava a quel modo fantasticando (a venti anni possiamo esser poeti, senza incorrere in trasgressione) ecco passare una carrozza in mezzo ad un nugolo di polvere, e trarle dietro una frotta di persone veloce e acclamante:
— Pedranzini! Viva Pedranzini!
— Pedranzini? O che coso egli è? domanda Curio; e Filippo:
— Egli dev'essere una stella apparsa di fresco nel firmamento nostro, e deve smagliare di luce davvero, se giunge a mettere per un istante da parte il grido di viva Garibaldi. Che vuoi tu? Gli eroi su questa terra nascono come funghi.
— Ahi! Sciagurato... dovevi, continuando la metafora, dire come le stelle in cielo, dove una chiama l'altra e pigliansi per mano ad alternare le danze divine... tu non sei nato poeta.
— Invece nacqui curioso e di molto: affretta il passo, che ci sarà dato raggiungere la carrozza a S. Antonio.
Nè s'ingannò, chè il Pedranzini co' compagni erano scesi all'albergo per rinfrescare i cavalli, intantochè una grande adunanza di gente ingrossava davanti l'albergo e con urli che pareva il finimondo gridava:
— Pedranzini! Fuori Pedranzini!
L'acclamato, non per salvatichezza, bensì per senso di soverchia modestia, quanto più si udiva chiamare, più s'ostinava a rimanere dentro: dai compagni, che gli facevano ressa di affacciarsi al balcone e dire quattro parole, si schermiva allegando non sapere parlare in pubblico, vergognarsi, sudare dalla pena, e così via: pure non ci fu rimedio, bisognò mostrarsi: egli compariva al balcone vermiglio come un rosolaccio, e, salutato il popolo, con voce alquanto tremula incominciò:
— Signori, io li ringrazio tutti, e di grandissimo cuore, ma in coscienza, ecco, io non vedo perchè le signorie loro mi facciano così grande onoranza: io ho fatto il debito mio. Grazie da capo, e buona notte a tutti.
E con un solenne inchino si ritirò chiudendo la finestra.
— Ecco un oratore che non ruberà di certo la mano a Marco Tullio, mormorò Curio; e Filippo:
— Ma ci metterei pegno sopra ancora io: o voi che lo sapete, questo signor Pedranzini chi è?
E dei villani, ai quali Filippo indirizzava la domanda, taluno di colta, e tale altro a caso pensato rispondeva:
— Il Pedranzini? Guà! È il Pedranzini.
Filippo non trovò di meglio che ridursi all'osteria e tentare costà di scoprire marina: meglio non gli poteva accadere, chè ivi rinvenne parecchi patriotti, i quali, agguantata la _ordinanza_ del Pedranzini, si sbracciavano a profferirgli vino a boccali, instando presso lui, onde contasse le prodezze del suo capitano; e quegli, che forse aveva più voglia di favellare che gli altri di udire, prese ad esporre:
— Conoscete voi il ponte del Diavolo? Voi non lo conoscete. Cioè; il diavolo sì, il ponte no: immaginate dunque una muraglia, che a guardarne la cima di sotto in su vi farebbe cascare la berretta in terra, e che questa montagna sia spaccata per modo che lo spacco largo in fondo vada restringendosi in punta, da formare due corni; ma, siccome tra corni e corni ci corre e voi me lo potreste insegnare, dichiaro accennare a quelli che arieggiano al primo quarto della luna; or bene, sopra cotesti due corni è gettato il ponte del Diavolo; giù traverso lo spacco l'Adda brontola crucciuso a cagione della piccola uscita che gli concedono le rupi laterali, onde egli si arruffa, e nel suo furore rotola acque rovinose e nevi e macigni per allargarla, e come succede a cui fa le cose per rovello, invece di allargarla la stringe. Già a voi altri non premerà niente sapere la cagione perchè cotesto ponte si chiami del Diavolo, e me ne rincresce perchè davvero la è una bellissima storia.
— E chi vi ha detto che noi non la vogliamo sentire? All'opposto contatela, contatela, che Dio vi mandi la buona pasqua e le buone feste.
— Come così è, porgetemi da bagnare la parola e vengo da voi. — Bevve un tratto, e continuò: — Il ponte è di legno; colui che primo immaginò fabbricarlo fu uno innamorato, il quale bruciava dalla smania di portarsi ogni giorno a mattinare la sua amante a Malga, dall'altro lato del fiume; ammannì le travi, i puntelli per di sotto, le staffe, ogni cosa per bene, ma a metterle traverso alle due cime era il _busillis_; più ci pensava e meno ci vedeva il verso; si votò ad uno ad uno ai santi, ma non intesero; allora implorava il diavolo, il quale, come ci conta il predicatore, stando sempre alle vedette per rubarci l'anima, gli comparve subito davanti, e gli disse: conosco la polvere e i pensieri della polvere; detesto i discorsi lunghi, per lo che non volli mai accettare la deputazione al Parlamento italiano; patti chiari ed amicizia lunga; dammi la tua anima ed io ti fabbrico il ponte in un bacchio baleno. —
— Ma senta, signor diavolo, si fece a notare il povero innamorato, — e l'altro:
— Qui non ci è diavolo che tenga, o piglia o lascia, chè ho un ritrovo a Firenze per provvedere di tabacco la regìa cointeressata.
— Ebbene, storto il collo, gemè lo interessato, io prometto l'anima di chi primo passerà il ponte. — Chiuse gli occhi, aperse gli occhi, e il ponte era finito.