Part 5
Accostaronsi al letto del maggiore, dov'egli se ne stava appisolato, senonchè, udito appena il rumore dei passi che gli si avvicinavano, aperse gli occhi sospirando:
— Quanto ti sei fatto aspettare!
— Maggiore, non una ma venti scuse potrei addurvi una migliore dell'altra: ma a che pro? Ecco: io vi ho condotto un'anima di leccio, che viene adesso dal quartiere del generale Garibaldi.
— Viene! E perchè torna?
— Non istate a farvi il sangue verde, maggiore, questo vi basti, che stoppa ce ne avanza, nè Garibaldi si rimane da torcerla.
— Sì? Su presto, racconta.
— Il sergente Filippo ve lo racconterà per filo e per segno.
— Se permette, signor maggiore, disse Filippo, salutando coll'alzare della mano verso il berretto, le domanderò innanzi tratto se sappia dove diavolo ci abbiano cacciato?
— Dillo a me, che lo conosco a mena dito! Gioghi, che per vederne la cima bisogna metterci addirittura a pancia all'aria; rupi a strappi appuntate come le guglie del duomo di Milano: nevi da un anno all'altro, ghiacciaie eterne, e a giorni per ore e ore un fiato di bocca di forno: calli poi dove la camozza, dopo averci steso il piede, lo tiene in alto quasi per deliberare se debba o no avventurarcisi, e all'ultimo non ne fa niente; fiumi, che menano a rotta di collo macigni come fossero rena, sempre a guadarli pericolosi, sovente impossibili; dai fianchi del monte, di sul capo da mille ripari naturali, o condotti ad arte, ti fioccano palle senza sapere chi ringraziarne: sembra che i demoni del luogo, impietriti in coteste rocce, sparino a man salva: in mezzo al terribile laberinto, ai tempi di Andrea Hofer, si dice che ci restassero morti non meno di quarantamila uomini fra bavari e franchi.
— Proprio così, ed anco adesso, dopo cinquantasette anni, tu miri biancheggiare di ossa certa valle, che ha nome il _burrone dei morti_: però al presente è troppo peggio del 1809 e del 1848, perchè da quest'ultimo anno gli austriaci, in capo ad ogni svolta dei monti, hanno fabbricato un fortino armato di tutto punto. Cotesti fortilizi, posti là a sbarrare la strada, paiono mastini che ti mostrino i denti... da un punto all'altro ti sembra che abbiano a pigliare la rincorsa per saltarti alla gola. Glielo avevano avvisato a quel coso del La Marmora: «Generale, badi al Caffaro, al Tonale e allo Stelvio, che da coteste parti gli austriaci sbucarono sempre.»
Ma ei non la volle capire.
Il Clementi, che è un macellaio di Bormio, mio amico, sulla fine di maggio si raccomandava, con le braccia in croce, mandassero gente a guardare i passi; facile impresa presidiando il _Giogo_, il _Casino dei rottieri_, le cantoniere, la chiesa e la casa del cappellano; più tardi impossibile; non gli si diede ascolto; precipitando gli eventi, il Clementi implora: forniteci armi e munizioni che ci difenderemo da noi: se il governo frigge con l'acqua e non le vuol dare a ufo, ce le metta a debito, e, se non si fida, da una mano gli schioppi, dall'altra i quattrini: e' fu predicare ai porri: il dì veniente i tedeschi dallo Stelvio e dal Tonale irruppero sopra le terre lombarde. Così, un macellaio alla prova si mostrò più esperto di strategia del capitano La Marmora. Adesso il Generale ha spedito in fretta e in furia da quelle parti i colonnelli Guicciardi e Cadolini, e staremo a vedere ciò che sapranno fare.
— Ma sicuro che bisognava tenere l'occhio sul Tirolo, perchè ecco qua come i tedeschi possono scendere da codesto lato in Lombardia, e minacciarci di fianco e alle spalle, intanto che noi c'inoltriamo nel Veneto; così noi potremmo, a volta nostra, speculandoli in coteste posizioni, assalirli a tergo ed occupare il Tirolo.
In questa opinione mi conferma l'ottimo sistema immaginato dagli ingegneri tedeschi, i quali, avendo fatto il castello di Toblino chiave della vôlta, partirono in due le linee della difesa, di cui la prima piglia da mezzogiorno scendendo dalla valle inferiore della Sacca verso la estremità settentrionale del lago di Garda; l'altra dopo avere rimontato la medesima valle per le Giudicarie conduce al lago d'Idro; anco da Toblino a Trento, il terreno è munito di forti arnesi di guerra, che si collegano col quadrilatero e con le altre difese. E a uomini come state, sergente?
— Io non saprei; chi ne dice una e chi ne conta un'altra. Ella sa quanto me, come l'arrolamento dei volontari prima fosse aperto, poi chiuso, all'ultimo riaperto: senza aggravarmi la coscienza, mi è concesso sospettare che il governo barcamenasse nella speranza di non chiamarli mai, o, chiamati, rimandarli subito: basta, io credo che da principio, a farla grassa, saremo giunti a quindicimila; adesso ogni giorno ne arriva[13]; ma, o signore, che gente! Chi in giacchetta, chi in falda, taluni persino in manica di camicia; chi con le scarpe, chi scalzo; quale usa il cappello alto, quale basso; la più parte in berretta, e queste di tante fogge, stoffa e colori da destare le convulsioni al capitano La Marmora; giovani imberbi, barbe bianche, maestri con gli scolari, capi di bottega co' garzoni; e donne in copia travestite da uomo, o no: breve, immensa e pittoresca disformità, la quale, se mette tanto di cuore nel patriotta, lo fa diventare vizzo al soldato che sa chi abbiamo a combattere, ed in quali luoghi.[14]
[13] Il Rustow afferma fossero 6000 i garibaldini al rompere della guerra; a mezzo luglio confessa che gli mandarono rinforzo, e allora egli ebbe 10 reggimenti di linea, 2 battaglioni di bersaglieri, ovvero 5 brigate, 1 squadrone di guide a cavallo; alcune batterie di artiglieria gli somministrò l'esercito regolare. In tutto 72,000. Altri dice che furono 40,000.
[14] UMILTÀ. _I volontari del 1866_, T. 1.
— Ma intanto che viaggiano, il governo penserà a vestirli e ad armarli a dovere.
— E che dice ella mai, signor maggiore? È proprio una pietà. Le camicie rosse non bastano, e la stoffa n'è rada così, che sembra straccio servito a passare pomidoro; se vuole sincerarsene; consideri la mia, ch'è delle meglio; la si stinge subito pigliando mille colori, veruno dei quali si trova nell'arcobaleno: aggiungono una coperta leggera tanto da disgradarne le frittate fiorentine: solo a vederle viene il freddo addosso. Le munizioni tali, che se toccasse al nemico provvedercele, in verità di Dio, ce le manderebbe migliori; il vino, una maniera di minestra mora composta di acido tartarico, miele e campeggio: per me giuro che lo attingono a brocche a qualche pozzo infernale; di qui coliche, dissenterie, un rotolarsi bestemmiando per la terra e morire: fuori del campo gli avvelenatori si condannano in galera; in campo si pagano, anzi si fanno cavalieri. E bada, che le più volte muoiono di fame: ho visto io, con questi occhi veggenti, volontari, ai quali toccò nel corso di 28 ore mezza galletta ammuffita per uno, sicchè sovente fummo costretti a frugare sotto terra come bestie per trovare radica o patata, e con queste attutire la fame canina!!![15]
[15] _Memorie dell'Anonimo_; UMILTÀ loc. cit.
— Eh! caro mio, se Messene piange, Sparta non ride: in questa parte anco l'esercito stanziale ne ha da contare delle belle: le armi sono buone?
— Qui poi esco dai gangheri; contro le carabine tirolesi, che ti spaccano il cranio con la palla alla distanza di 1800 metri, ci hanno mandato catenacci che non piglian fuoco dentro una fornace; sicchè, senza difesa, noi per un miglio e più siamo esposti alla morte[16]; di ciò porgono testimonianza molte rocce di coteste alpi, ahimè! vermiglie di sangue italiano, e invendicato. Di promesse un sacco ma, le carabine di precisione le hanno di là da venire. Quanto a istruzione, gliene dirò una e basta: stavamo in procinto di azzuffarci, gli uffiziali avevano comandato di caricare le armi, quando io mi accorsi, dall'imbarazzo dimostrato da alcuni volontari, com'essi _non sapessero da che parte cacciare la cartuccia dentro lo schioppo_; e se io non glielo insegnava, mettevano _prima la palla e poi la polvere_.[17]
[16] _Memorie dell'Anonimo_ e tutti gli Autori.
[17] Rustow. Cadolini, _Memorie dello Anonimo_, ecc.
— O gli uffiziali che ci stanno a fare?
— Signor maggiore, rispose il sergente, rinnuovando il saluto militare della mano levata verso la berretta, voglia dispensarmi: ella m'insegna che i superiori hanno sempre ragione, e se torto, ragione al doppio: al soldato non è concesso neanco lodare, la si figuri se riprendere!
— Eh! via, smetti di fare il gesuita, come se non sapessi che voialtri siete più mormoratori e brontoloni degli ebrei menati da Mosè nel deserto: al solo guardarti in faccia conosco che ti struggi di voglia per dirne male. Su via, sbotta, o che hai paura ch'io ti faccia la spia?
— Allora per santa obbedienza le dirò, che, eccetto pochi, i quali meriterebbero davvero gli si accendessero i moccoli ai piedi, gli altri mi paiono, anzi sono, una mano d'intriganti, queruli e ciarlieri: l'uno astia l'altro: periti di milizia quanto io di turco: ignoranti dei luoghi, procedono a vanvera avanti e da parte: nelle aule politiche, granatieri; in campo, predicatori: generali di pentecoste, vo' dire per virtù dello Spirito Santo, come gli apostoli. A vederli a cavallo tutti lustranti d'oro, gli è proprio un desio.....
— E ti peritavi a dire? Dio ci scampi, se ne avevi voglia!
— Ormai che ci sono mi vo' sfogare: la si figuri: ci è tale, che per comparire mirabile con divisa indorata accattò a usura lire 500, per renderne in capo ad un mese mille; il che fa il ninnolo del 1400 per cento. Corse fama in quel tempo che la regia università degli usurai volesse collettarsi, per edificare una cappella e consacrarci la sua immagine, perchè nel calendario della sgozzatura costui può tenere le parti di pontefice massimo, e lo avrebbero fatto; ma trovandosi gli ebrei nel collegio in maggioranza, imbiancarono il partito col pretesto che la religione mosaica vieta il culto delle immagini. Però è giusto dire che a repentaglio ci stanno, e questo me li fa sopportare, altrimenti li avrei in uggia più della quaresima: vero è però che una volta parve supremo vanto fra noi menare le mani, e fu quando quei curiosi dei francesi sentenziarono che gl'italiani non si battono, ma oggi ch'essi hanno mostrato che si battono anche troppo, i giovani dovrebbero imparare, e se non lo imparano da per loro glielo insegneremo noi altri vecchi, _come la minima delle virtù militari sia fare il proprio dovere in campo_. Rispetto ai soldati gregari, o bassa forza, come la abbia a chiamare, colpa prima del governo, che niente lasciò intentato per iscreditarli, poi delle Commissioni, che, ravvisando negli arrolamenti un cauterio onde purgare la città, ci travasarono il meglio delle galere e dei penitenziari; per ultimo valga il vero, del Generale...
— Chi Generale?
— Quando si dice generale, o di chi altri può intendersi se non del Garibaldi?...
— E ti attenti accusarlo?
— E perchè no? I credenti stimano solo Dio perfetto, i miscredenti nemmanco lui. Garibaldi poi vuol essere benvoluto non già adorato; difatti se gli si presenta un facinoroso in sembianza compunta e gli dichiara sentirsi infastidito della infame vita tratta fin lì e volersi fare ammazzare per la patria, il Garibaldi gli metterà una mano sulla spalla e con voce soavissima gli dirà: «Sì, caro, fatti ammazzare alla prima occasione, e procura con la bella morte espiare la tua scellerata vita; così adoperando ci è caso che tu ritorni in grazia di Dio e della patria!» Io ho veduto per esperienza simili tratti riuscire, allorchè ci troviamo in procinto di battaglia, perchè la passione che mosse il facinoroso si mantiene rovente, anzi cresce fra lo strepito delle armi e il furore dei cannoni, onde, prima ch'egli si sboglientisca, casca morto: nel parapiglia i buoni soldati non si accorgono chi sia loro caduto allato: morì per la patria, e qual sarà il tristo che gli laverà la faccia intrisa di sangue per ravvisare un furfante? Ma incastrarli permanentemente nello esercito, gli è un'altra faccenda; scaccia la mala natura, e ti ritorna più impronta che la mosca sul naso; le costoro riotte e rapine e male parole e peggiori fatti ti manderanno a soqquadro ogni cosa: più volte vedemmo venire i gendarmi fra noi e levarne una funata, e con quanta umiliazione dei buoni e discredito del corpo, ella, signor maggiore, immagini. Quanto all'artiglieria, a levarla su in cielo, in coscienza, non sarebbe metterla in alto quanto si merita...
— E' ci è di già, Filippo, e' ci è, e te ne dovresti essere accorto! Ormai la costellazione del cannone governa il mondo...
— Insomma, Curio, più buona gente dei nostri artiglieri io non ho mai visto al mondo. Il maggiore Dogliotti, solo, vale un Perù.
— Allora non può essere a meno che alla fine della campagna non lo eleggano capitano...
— Che diavolo spropositi? Volevi dire colonnello...
— No, Filippo, non erro; poichè quanto vi ha di codardo, d'ignorante e di birbone, è spinto innanzi; non resta per mercede ai buoni che mandarli indietro....
— Lasciamo i morsi ai cani, interruppe il maggiore. Ditemi, sergente, dalle mosse del Generale si argomenta dov'egli intenda venire?
— Non si argomenta, signor maggiore, si legge espresso, perchè nelle giravolte di coteste giogaie non ci è da sciegliere; egli può bene tenere segreto il modo di penetrarci, ma, quanto alla strada, essa fu tracciata dalla natura: certo più facile sarebbe stato per le valli del Non e del Sol investire Trento, ma il capitano La Marmora non volle che il Garibaldi sforzasse i passi dello Stelvio e del Tonale; però non avanza altro che il Caffaro.
Ora non ci è mulattiere, il quale non sappia che tenendo questo sentiero si arriva al lago d'Idro, donde per le Giudicarie bisogna andare al ponte del Chiese: di qui si sale sul Bondo, fra Agrone e Tione, per discendere alla valle del Sacca; da questa poi, per Vezzano e Stenico, a Trento. Come già le ho detto, furono spedite due colonne al Tonale ed allo Stelvio per tenere in rispetto i tedeschi, onde non irrompano un'altra volta. Tuttavia, ecco, maggiore, glielo confesso col cuore in mano, belle cose noi non facciamo: la si figuri un gruppo di nodi che ci bisogni sciogliere uno per volta. I tirolesi con la palla delle loro carabine spaccano una palanca a mille e più metri di distanza, e gli austriaci, serve assai, al fuoco ci stanno al pari di ogni altro soldato del mondo.
— È vero; ne buscano in buona fede: ma i montanari, come ci si mostrano? Furono un dì amici.
— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle donne...
— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano, sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?
— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del sole. _Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana_, egli disse, e senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo: bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache, per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi gloriosi di battaglia[18], _e precisamente in quel punto_ l'austriaco ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle groppe del suo cavallo.
[18] «Il prode esercito ha corrisposto degnamente alla fiducia del re... esso sta cacciando davanti a sè il nostro secolare nemico, e sul suolo rigenerato della Venezia già si stringono le destre, il glorioso milite della libertà ed il liberato fratello.» _Ordine del giorno del generale Garibaldi (24 giugno 1866)._
Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano: entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta: stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma: «Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato, a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca, che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana, presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti. Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso. Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco, infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese: cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi; alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo; però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: _aut, aut_, o l'audacia e la celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia, più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo, però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura, tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento, che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io, vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me: gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare; tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi sono partito dal campo.
— Come partito? Sul più bello si parte?
E il sergente, con un suo ghigno amaro:
— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare una mia creatura di sedici anni, che....
— Che mai?
— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.
— E tu, Curio, a che stai?
— Io non istò per niente, me ne vo con lui a prendere il posto della sua figliuola.
— Dunque non perdete tempo, andatevene.... ogni minuto perduto è un delitto, un tradimento.... ma no, aspettate.... voglio venire anch'io.