Il secolo che muore, vol. II

Part 4

Chapter 43,994 wordsPublic domain

Curio andava per le vie di Brescia speculando onde trovare persona, la quale dal sembiante gli promettesse accoglienza cortese, allorchè di un tratto gli si presenta davanti un gruppo, che trasse a sè la sua intera attenzione: un uomo aitante della persona, di barba e di capelli grigio, con la camicia rossa dei garibaldini, si portava in collo un altro soldato del pari garibaldino, di cui il capo gli penzolava sopra la sinistra spalla: il vecchio tirava innanzi a stento, appoggiandosi con la destra mano al muro, che non si attentava di abbandonare. La gente passava senza badarlo, non per mancanza di cuore, figurarsi se questo può mai avvenire a Brescia! ma perchè si sentiva da più dolenti cure compresa, e le grandi angosce strozzano le piccole. Curio, nella speranza di spillare dal soldato qualche novella che facesse al suo caso, gli si accosta bel bello per profferirglisi, ma appena gli ebbe sbirciato la faccia, che esclamò:

— Gua'! Filippo, sei tu? Come diavolo ti trovo qui?

E Filippo: — Curio, proprio mi ti manda Dio: dammi una mano per adagiare su questo muricciolo il poverino che porto.

— Fatti in là, Filippo, che basto solo, e tu barelli: a sorte non saresti ferito?

— No, grazie a Dio, ma le forze pur troppo mi mancano — e così dicendo casca giù ginocchioni con le mani in avanti. Curio, aiutato da un cittadino che di là passava, mise Filippo a sedere accanto all'altro; poi prese una rincorsa piantando ambidue, e in meno che non si dice un _credo_, mentre Filippo pur troppo sospettava essere abbandonato (la sventura, quando si maritò col bisogno, per primogenito partorì il sospetto) rideccoti comparirgli dinanzi Curio con un palmo di lingua fuori, carico di berlingozzi, bocce di liquori e di due fiaschi di vino.

Però Curio, andando alla volta di Filippo, mirò da lontano una cosa, che gli mise la pulce dentro l'orecchio, senza che ei potesse rendersene ragione. Filippo si era tirato in grembo il soldato, e sciorinando su lui il fazzoletto _olim_ bianco, gli rinfrescava il capo riarso, gli cacciava le mosche, e di ora in ora lo andava dolcissimamente baciando. Il bene è sempre bene, diceva Curio fra sè, ma i troppi _amen_ guastano le messe. Filippo stese ansioso le mani a ciò che Curio gli porgeva, ma non sì tosto lo ebbe guardato, esclamò:

— Ohimè! Curio, che è questo che tu hai portato? acqua, acqua... tu me la vuoi far morire?

— Hai ragione, soggiunse Curio, e via da capo a precipizio; tornò in un attimo coll'occorrente, ma anco per questa volta riuscì il sussidio inefficace, però che il giovanetto vagellando sbattesse smanioso di qua e di là la testa. Filippo mandava giù dalla fronte a quattro a quattro le gocciole del sudore; in cotesto punto, non sapendo che fare di meglio, diede di piglio alla boccia dell'acquavite, e sia lode al vero, ne mandò giù un gran sorso.

— Ah! mi sentivo proprio morire, sospirò restituendo la boccia a Curio: rinfrancato così, riprese:

— Curio, piglia il capo al ragazzo e tienglielo fermo con più grazia che puoi: ecco, adesso m'ingegnerò aprirgli le labbra e versarvi un po' di acqua.... sta' attento.... e fa' adagio.

Certo fu più quella che gli versò sul petto, che nella bocca; pure cotesto refrigerio di acqua valse per fare aprire gli occhi all'infermo: e Curio allora, secondo l'usato costume, precipitoso interrogava Filippo.

— E adesso che almanacchi qui, con questo povero ragazzo?

— Vengo da Montesuello....

— Da Montesuello! Là dove è caduto morto il Garibaldi?

— Che morto! Accidenti a chi lo crede e a chi lo dice. Per Dio! non mi stringere il collo... Curio, non mi strozzare!

Difatti Curio gli si era avventato al collo, scaricando sopra di lui un turbine di baci.

— Neanche ferito? Assicurami che non è stato nemmeno ferito.

— Ferito sì, ma gli è un nonnulla... povero uomo! Ogni battaglia a cui si trova gli lascia il ricordo sul corpo; però egli ha bene altro per il capo che pensare alle sue ferite; ha bisogno di sentirsi sano, e sano è; egli ha già ripreso a menare le mani contro i tedeschi.... a quest'ora si batte.... a quest'ora vince.

— Come, tu credi che costà si combatta e tu stai qui?

— Il generale Garibaldi in persona, saltò su a gridare Filippo avvampato nel viso... mi ordinò, mi pregò di condurre subito via questo fanciullo ed acconciarlo in qualche casa perchè si curi....

— È ferito?

— No, travagliato fieramente dalla terzana a cagione delle intemperie e della soverchia fatica; forse ci ha miscuglio di qualche altro malanno: almeno il medico del reggimento ne dubita.

— E s'è così, che ci stiamo a gingillare? Su, portiamolo all'ospedale.

— Gli è appunto allo spedale che io non lo voglio portare.

— E perchè?

— Perchè negli spedali è forza vedere e udire cose, delle quali la verecondia si offende.

— Filippo, che diavolo arzigogoli? Ai giorni nostri un giovanotto di diciassette anni ha da scandalizzarsi di quanto possa vedere o udire nello spedale, dopo esser passato per la trafila delle caserme e dei campi?

— Un giovane forse no, ma una fanciulla di certo sì, e questa è una fanciulla.

— E, tôcco di disgraziato, in mezzo di strada la baciavi?....

— Silenzio, Curio, ella è mia figlia.

— Oh! tua figlia! E da quando in qua? Io non seppi mai che tu avessi moglie.

— E che bisogno ci era che tu lo sapessi? Quanto più preziosi i tesori, più si tengono nascosti. Adesso, ella mi ha abbandonato per vita migliore, almeno così mi giova sperare; però non le bastò il cuore di lasciarmi solo, e innanzi di morire mi pose sopra le braccia questa figliuola.

— Dimmi, Filippo, ed era bella cotesta tua moglie?

— Ella mi amava.

— Donde nasceva, dal popolo? dalla borghesia? Era gentilesca nei modi?

— Ella mi amava: l'amore ch'ella mi portava finchè visse, e che io portava e porto a lei, non ci lasciarono attendere ad altro. In vita, io la guardai traverso una contentezza che non era terrena, in morte traverso un pianto, che pur troppo è terreno: per indole, per sembianza, per affetto, questa mia creatura è tutta lei.

Curio mirò curiosamente la fanciulla e gli parve che non ci fossero sfoggi; allo improvviso, come vergognando degli inani propositi, uscì fuori dicendo:

— Dacchè sei qui, e qui rimanti fintantochè io torni, che spero avere trovato il fatto tuo.

E via di corsa daccapo: questa volta il suo cammino era indirizzato al palazzo della egregia donna, la baronessa Olfridi: anco adesso cercò invano il portinaio; salite le scale a tre scalini per volta, si attacca al cordone del campanello, e tira giù, che pareva il diluvio.

— Furia! Furia! si sentì gridare per di dentro, date tempo al tempo! Discrezione, se ce n'è!

Si spalanca la porta.

— Oh, signora baronessa! E come diamine viene ella ad aprire in persona? La mi scusi, se....

— Curio! Come ti sei fatto grande! E chi vuoi che ti venga ad aprire se non io? Mi trovo in casa sola: Nisio, il cocchiere, e Bertino, il cameriere, se ne sono andati col Garibaldi, menando seco i cavalli; Gaspero, il portinaio, si attaccò alle falde loro ed anch'egli volò via. Eleuteria, la mia figliuola, guarda a vista suo marito, e dei cinque figliuoli si serve come di altrettanti uncini per trattenerlo, onde non pigli insieme con gli altri il cammino verso il Garibaldi: delle mie quattro donne non posso far capitale; sono a curare gli infermi ed i feriti per le case, alla stazione, per gli ospizi; appena ne ho il comodo, una scappata ce la do ancor io; ed ecco perchè ti vengo ad aprire l'uscio.

— Meglio così!

— Come? No davvero, che non è meglio così: non è meglio per la ragione che alla vista di quei bravi figliuoli, così malconci dalla rabbia dei nostri nemici, mi piglia una passione al cuore, che non ti so dire; non è meglio per me, perchè la vecchiaia è trista e la solitudine mi uggisce; io sento bisogno, più che del pane quotidiano, vedermi ogni dì attorno i miei nipotini.... io sono di levata, Curio mio; nella mia famiglia vivo, e finchè duro me la voglio godere... hai capito?

— Sì, signora; ella parla unicamente, ma io non lo diceva per questo, avendo il pensiero rivolto a Filippo: lo conosce, signora, Filippo?

— E chi è questo signore? Lo sento per la prima volta nominare adesso.

— Ebbene, vostra signoria sappia ch'egli è un sergente....

— E che me ne importa?

— Ma lasci dire; un sergente, bravo a prova di bomba; nella guardia nazionale di Milano egli tenne uffizio di sergente istruttore, e di giunta era maestro d'arme, onde egli ha potuto per questa via insegnare a tutti i giovanotti di Milano, me inclusivo, il maneggio della carabina, della spada e della sciabola. Filippo, oltre l'ufficio di sergente maggiore e di maestro d'arme, teneva eziandio una moglie, che egli amava, e però non faceva vedere a nessuno: il sergente racconta che la donna a fare da lampana sotto il moggio ci aveva piacere.

— Male; un tiranno, secondo il solito.

— No, signora, il prelodato sergente afferma sopra la sua coscienza, e badi ch'egli è galantuomo, questa essere stata la volontà espressa della moglie, la quale si sentiva contenta dello amore del marito, come il marito arcicontento dello amore della moglie.

— Allora muta specie e dirò: benissimo.

— La buona donna, sul più bello, essendosi infermata, venne a morte.

— Tribolazioni quotidiane di questo nostro pellegrinaggio sopra la terra.

— Prima però di chiudere gli occhi, ella gli pose una bambina sopra le braccia dicendogli: Ecco, ti lascio questa in ricordo di me! La bimba crebbe e adesso annovera sedici anni. Ora ha da sapere come Filippo alla chiamata del Garibaldi ha fatto a modo del suo cocchiere, del suo cameriere e del suo portinaio.... come vorrebbe fare il suo signor genero, e come avrebbero fatto tutti i suoi figli, se il cielo gliene avesse concesso.

— Certamente.... che dubbio?

— Veruno. Il pover'uomo, con cotesta figliuola sulle braccia, non sapeva a qual santo votarsi, un piede aveva fuori dell'uscio e l'altro dentro per amore della ragazza, cui non gli bastava l'animo abbandonare, e la figliuola a sua posta non intendeva separarsi dal padre. Allora, senta che cosa mi stilla Filippo. Nella divina asinità del suo cuore... avverta, signora baronessa, questo concetto è di mia particolare invenzione, e come mi esce dalla mente, io, caldo caldo, lo servo a lei... dunque Filippo, nella divina asinità del suo cuore, trasforma la figliuola in giovanetto, la veste da garibaldino, e, senza punto badare alla tenera età, nè alla delicata complessione, la conduce seco a durare fatiche alle quali anco i più robusti vengono meno, e a cimentarsi in pericoli che mettono i brividi addosso ai meglio animosi. La giovanetta ha preso la febbre, e il padre teme di peggio. Il Garibaldi ha comandato al padre la meni subito qua, e stia a custodirla finchè non risani; Filippo non la intende così; allo spedale non ce la vuole mettere, e dalla guerra non si vuole allontanare: io l'ho incontrato testè più morto che vivo, colla sua figliuola in collo, vagare per la città in traccia di un asilo fidato dove deporre cotesta parte dell'anima sua, ed una volta sicuro che le useranno carità di patriotti e di cristiani, se ne torna al fianco del generale. Sentito appena il suo bisogno, io ho pensato subito a lei, e ho detto a lui, cioè a Filippo: — Tu sei nato vestito; non moverti di lì, che ho il fatto tuo: per la qual cosa udendo adesso come la signoria vostra abbia tutta la sua gente fuori di casa, ho pensato: tanto meglio così, la signora non si troverà in imbarazzo a dare un po' di ricovero alla poverina.

— Curio, voi dovevate sapere che quando non avessi avuto libere altre camere, ci sarebbe stata la mia. Orsù, andate per la ragazza; e intanto io allestirò alla meglio quello che fa bisogno.

Curio si rovescia, proprio così, verso la baronessa, le bacia e le ribacia le mani, poi senz'altre parole scappa via: giunto colà dove lo aspettava Filippo:

— Su, sorgi _et ambula_, e non aggiungo: _tolle grabatum tuum_, perchè ti toccherebbe a schiantare il muricciolo...

— E dove andiamo?

— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.

— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si fa?

— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.

E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la pena; allora Curio soffiando osservò:

— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega: il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano, tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.

— E se non mi volessi alzare?

— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la seggiola.

— È matto.

— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si regge a mala pena in piedi.

— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la via.

Filippo aveva contrastato per non cedere ad altri il trasporto della figliuola, ma poi ci si adattò dietro la osservazione di Curio, che reggendo lievemente il capo della figliuola per la nuca, le avrebbe impedito di ciondolarlo sul petto da una parte all'altra.

Il carbonaio, nello ardore della sua benevolenza, non aveva posto mente alla polvere di carbone onde egli e la sua seggiola andavano imbrattati, e molto meno ce l'avevano posta gli altri; sicchè Curio, essendosi asciugato più volte con le mani il sudore, ed avendo anco reso più volte lo stesso servizio alla inferma che grondava, in breve venne a fare di sè e di lei un tutto uguale al carbonaio: però giunti che furono al palazzo Olfridi, la baronessa, che li aspettava a gloria in capo di scala, al vederli non sapeva più in che mondo si fosse; erano tre cafri in un gomitolo: già stava per dare di volta, chiudere l'uscio e tirare i chiavistelli, quando valse a trattenerla la voce di Curio, il quale si mise a gridare:

— O che scappa, baronessa?

— Aspetto bianchi, e voi mi venite neri.

Nonostante le apprensioni di cui i nostri personaggi andavano compresi, di tanto non poterono trattenersi che non prorompessero tutti in uno scoppio di risa; fino la fanciulla, poco prima risentita, rise. Il carbonaio, che si sentiva in colpa di cotesto caso, si confondeva in scuse al mal fatto, chiamandosi pronto a sopperire alle spese di ranno e di sapone; onde le risa crescevano vie più: impertanto appena gli parve poterlo fare, se la svignò lasciando la seggiola, la quale indi a un'ora gli fu riportata da parte della baronessa, con cinque lire di mancia, cui egli da principio rifiutò ferocemente, ma la moglie a poco a poco lo ammollì, e all'ultimo con una stretta lo vinse, dicendo: «Pigliale, serviranno a rinnovare la provvisione di polvere e palle, caso mai quei cani avessero a tornare.» La guerra essendo durata poco, e così remosso ogni pericolo d'invasione, il carbonaio e la carbonaia, messo in consulta il da farsi delle cinque lire, deliberarono all'unanimità di comprare tanto vino e beverlo alla salute del generale Garibaldi.

La baronessa, poichè le fu recata in camera la fanciulla, voltasi agli astanti piacevolmente lor favellò:

— Ed ora voi altri ve ne potete andare. Curio, tu conosci la casa, al camino la pentola bolle, in dispensa troverai il bisogno: apparecchiate da voi, e mangiate. Tu, Curio, a quanto sembra, hai maggiore necessità di lavarti che di mangiare, il signor Filippo forse più di mangiare che di lavarsi, ma di ambedue le cose l'uno e l'altro di voi ha certamente bisogno.

— Grazie, signora mia, grazie, ma veda, se non le fosse d'incomodo, le darei aiuto a spogliare ed a lavare la ragazza.

— Signor no, la decenza lo vieta.

— O se l'ho fatto tante volte?

— E che rileva cotesto? Quando costringe la necessità, allora va bene che il padre riunisca alle sue anco le prerogative della madre, a patto però che tornino a separarsi subito dopo che la madre, od altra donna la quale ne tenga le veci, soppraggiunga a ripigliarle; e ora ci sono io a fare da madre.

Filippo chinò il capo, e sospirando soggiunse:

— E quando potrò tornare?

— A suo tempo sarà avvisato: per ora, reverisco; e presolo per mano lo scortava fino al limitare della porta; voltandosi poi vide come Curio non si fosse mosso: E lei che fa?

— Aspettava la intimazione di sfratto. Ecco la intimazione, disse sorridendo la baronessa; e, messagli la mano sopra una spalla, lo cacciò fuori chiudendogli l'uscio in faccia.

Filippo e Curio lavaronsi e si misero a mensa; se non che Filippo quasi ad ogni boccone si levava, e con le nocche battuto alla porta della camera della baronessa, chiedeva con la voce del mendicante:

— Si può entrare?

— No, signore.

Ed egli tutto umile rifaceva i passi: all'ultimo la baronessa un po' spazientita lo ammonì:

— Senta, non stia a disturbarsi più oltre: sarà chiamato.

La egregia donna, spogliata la giovane, adoperò verso quella le più delicate mondizie di cui meritamente sono vaghe le gentildonne, e mentre l'allindiva, secondochè la femminile curiosità la persuadeva, di tratto in tratto la guardava e viepiù sempre stupiva.

— O Dio! O Dio! ella non rifiniva di esclamare, come sei bella; che volto! che capo! E come ti chiami, carina mia?

E la fanciulla, fattasi in faccia color di rosa imbalconata, rispondeva:

— Mi chiamo Eufrosina.

— Il nome di una Grazia, e ti sta bene.

Le sciolse i capelli folti e nerissimi, glieli forbì, glieli profumò con olio lievemente odoroso di ireos, e infine glieli compose a benda lungo le tempie; non si saziando contemplarla e baciarla. La contentezza della buona signora superava di mille doppi quella del restauratore di quadri, al quale fu data a ripulire la rozza tavola dove Leonardo da Vinci aveva dipinto l'_Angiolo_: narrasi come l'artefice mano a mano che lavando la lordura scopriva cotesto miracolo dell'arte, si sentisse conquidere dentro, finchè avendolo disvelato tutto, tanta dolcezza lo vinse, che si lasciò cadere in ginocchioni per adorarlo. Suprema forza della natura, bellezza.

In effetto, la baronessa infervorata dall'entusiasmo, andava ripetendo:

— Ma tu sei creatura modellata da Dio, con le sue sante mani: Eufrosina, vedi, la mia figliuola Eleuteria, che pure è in fama di bella, in faccia a te parrebbe un moccolo in paragone del sole.

E non cessava stazzonarla: la vestì di finissima camicia di tela batista, e in capo le pose la più preziosa delle sue cuffiette; la ricreò con un cordiale, tornò a guardarla, tornò a baciarla, e poi, lieta così che non capiva nella pelle, spalanca la porta e grida:

— Sor Filippo... o sor Filippo, adesso, se vuole, può venire.

E quegli non aspettò si rinnovasse l'invito. Curio, che gli veniva dietro, a posta sua domandò peritoso:

— E a me non sarebbe permesso?

— O chi ti para?

Vieni amore a veder la gloria nostra, Beltà sopra natura altera e nuova.

Il padre, comecchè uso a contemplare quel caro sembiante, rimase estatico a vederla così trasformata, e come i devoti costumano recitare le orazioni, egli sussurrava sommesso:

— Che maraviglia! quanto bella! quanto buona!

E la baronessa osservava a Curio:

— Ma lo credo io, che il sor Filippo repugnava a metterla allo spedale; coteste creature si custodiscono, Dio mi perdoni, nel ciborio; Curio, ma guarda quegli occhi, fammi il piacere di guardarmeli bene, e dimmi poi se non ti paiono fatti di filo di rasoi; perchè gli occhi tagliano, e di che tinta!

Non ci era mestieri tanta fiamma per accendere il cuore di Curio, ma ciò che lo fece andare in visibilio, fu quando la fanciulla in sembianza umile lo pregò:

— Signor Curio, vorrebbe accostarsi più presso a me...

Non se lo fece dire due volte, ed ella, presolo per la mano, gliela strinse con immenso affetto dicendo:

— Anche lei il Signore Dio rimeriti della sua carità.

Curio non ebbe balìa di aprire bocca; un formicolio dalla mano stretta gli corse su pel braccio, e dal braccio gli salì negli occhi, che in un attimo rimasero assorti in un mare di fuoco: essendosi poi provato ad articolare parola, dalla gola stretta non valse a cavarne altro che un singulto; e il poveretto, il quale non sapeva ancora che fosse amore, credè che gli ci fosse rimasto un ossetto della braciola mangiata poc'anzi.

Dopo alcuna dimora, la baronessa riprese:

— Ho mandato pel medico, ma, signor Filippo, stia allegro, che non sarà nulla; alla peggio una terzana, e voi lo sapete il proverbio che dice: «i vecchi ammazza e i giovani risana.» Se non fossi per passare da presuntuosa, io piglierei a guarirla da me; giuoco che tra otto giorni o dieci ella vi torna in fiore, più che non sia mai stata. Adesso poi bisogna che riposi: vedete come la si sforza a tenere gli occhi aperti; andate a dormire, a passeggiare: a rivederci a pranzo.

Filippo si china, e, preso un lembo della vesta alla baronessa, glielo bacia dicendo:

— Signora, voi siete una santa...

E Curio, con quel suo fare avventato, lo interrompe, esclamando:

— Non ci è bisogno di stupirne; qui in Brescia tutte le donne sono così...

— Non tutte, adulatore, non tutte, riprese la baronessa sorridendo, però non nego, la massima parte.

*

— E adesso che facciamo?

— A parer mio, il meglio sarà andarcene a dormire, rispose Curio; se non che subito dandosi un picchio al capo esclamò:

— Ignorante che sono! E il povero maggiore mi era già uscito di mente! Addio, Filippo, addio; va' a dormire, che a me tocca andare fino allo spedale a rivedere il maggiore; un bravo uomo, sai? Credendo egli perduta la guerra, si era dato alla disperazione; io gli ho promesso portargli notizie fresche, e poichè son liete, giudico crudeltà ritardargliele; dunque a rivederci.

— Aspetta, Curio, che vo' venire anch'io.

— O la fatica? O il sonno?

— Vedere un patriotta di cuore, e parlare con lui di battaglie, mi fa più pro che dormire.

Andarono; però, nonostante i bei propositi di Filippo, egli sentendosi debole di forze, si appoggiò al braccio di Curio, e per un buon tratto di cammino procederono a maraviglia; di repente Curio si svincolava da Filippo con tanto buon garbo, che per poco non lo mandò riverso per la terra; la cagione ne fu lo aver visto Curio una corba di limoni, i quali pensando potessero essere accetti al maggiore, corse a comprarli alla sua maniera, cioè a pigliarli per pagarli poi quello che chiedevano. Di nuovo si rimettono in via, e Filippo di nuovo si regge al braccio di Curio, finchè a questo non gli frulla pel capo la fantasia che forse il maggiore mancava di zucchero, e allora i limoni soli a che buoni, se non che alleghire i denti? Di qui un secondo sbalzo e un altro squasso, che per questa volta avrebbe di certo stramazzato Filippo, se non dava in pieno nella pancia ad una massaia, che pareva un pagliaio.

— Buona grazia vinse il palio! gridò la donna stizzita, rendendogli la spinta col cambio, onde Filippo potè, quantunque traballando, reggersi in piedi e dirle _grazie_ di cuore. Per la quale cosa la massaia reputandosi uccellata, piena di rovello si allontanò brontolando un carro di villanie. Curio intanto, lieto del fatto suo, profferiva il braccio a Filippo, ma questi respingendolo disse:

— Va' al diavolo, ch'io torrei mettermi in una tasca la tramontana e in un'altra il grecale, piuttostochè venire a braccetto con te.

*