Part 23
Il dottor Taberni, commosso alla vista di tanta miseria, volle profferire soccorso, ma tante volte avendolo fatto invano, adesso si peritava; pure, vinto ogni ritegno, ci si provò, ma Isabella gli prendeva le mani e se le portava al petto e gli diceva: — Io non ho più lacrime.... poca fiducia pongo nella preghiera.... che vi dirò? La vostra anima ve ne rimeriti.... altri si desolano più infelici di me.... sovvenite quelli.... E con siffatto pretesto ricusava.
Il dottore non sapeva capacitarsi come Isabella avesse sopperito alle spese del mortorio, ma di corto ne fu chiarito, non vedendo più agli orecchi delle donne i pendenti conservati fin lì.
Isabella pertanto, verso sera, una sera triste e per giunta piovigginosa, si condusse dal solito marmista per commettergli una solita lapide col solito motto «_dolor_».
Il marmista, fissando gli occhi sopra la faccia bianca, marmorea d'Isabella, n'ebbe paura; onde esitando le domandava:
— Ma sapete, donna, quante di queste lapidi voi mi avete ordinato fin qui?
— Se lo so! se lo so!.... Sono sei.... e non finiranno qui.
Il buon maestro sentì entrarsi addosso il ribrezzo della febbre quartana, ma lo esorcizzò con un litro di nebbiolo: fece la sesta lapide, e tutto tremante sopra la sesta fossa l'adattò. Tornato a casa e riconfortatosi col medesimo argomento del nebbiolo, si mise dinanzi un foglio spiegato, che era liscio, ma per voglia di lisciarlo vie più ci passò sopra la mano, e tutto lo sgualcì; poi, impugnata la penna col garbo che adoperava lo scarpello, scrisse la seguente lettera:
«_Signora Isabella_,
«La lapide è al posto; e _addio_; con la presente vengo a _dirgli_, che non _gli_ mando il conto, perchè non intendo essere pagato — e non voglio, e in casa mia il padrone sono io; veda, prima di andare a letto mi butto in ginocchioni per pregare Dio a _volergli_ risparmiare delle altre tribolazioni; creda che non mi rimango da dirgli: — via, lasciala stare quella poverina; ora la potresti smettere; chi troppo mangia scoppia: tu non hai da permettere che delle Marie di sette dolori ce ne abbiano ad essere due. Spero che intenderà la ragione, ma se non la volesse capire, allora la vengo a supplicare di servirsi da un altro, perchè, non se ne abbia a male, ma creda in coscienza, che quando ho scarpellato una lapide per lei ne perdo il sonno e l'appetito per una settimana, e mi cresce il bisogno di bere per cacciare la malinconia: per tutt'altro ai suoi servizi; e _addio_; di tutto cuore, ecc.»
Oh! il popolo ha cuore; così avesse cervello!
FINE DEL SECONDO VOLUME.
INDICE DEL SECONDO VOLUME
Capitolo X. _pag._ 7 Capitolo XI. 99 Capitolo XII. 183 Capitolo XIII. 257 Capitolo XIV. 327
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (brulichio/brulichío, còmpito/cômpito, Goethe/Goëthe e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.