Il secolo che muore, vol. II

Part 22

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Io per me credo, che se è vero che un angiolo stia al fianco di ogni creatura per registrare le sue azioni, la storia dei prodigi di amore di Isabella per la sua infelice figliuola, degli sforzi più che umani onde adempire le sue voglie rinascenti, delle blandizie affinchè l'anima di lei per difetto di consolazione non si desolasse, a quest'ora, scritta su carta velina in caratteri d'oro, dev'essere stata esposta dinanzi al cospetto eterno. Però se lassù, io spero, che la leggeranno con piacere, ed anco con edificazione, egli è perchè tempo avanzato non manca ai beati, a cui la eternità non si misura, mentre a noi il tempo ci è fornito a braccia. Però mi dispenso raccontare la storia dolorosa ai miei lettori; basta per questi quanto riferimmo delle tribolazioni di Arria fino al punto nel quale i gesuiti, calcolando che ormai la povera giovane era diventata di scapito certo, la rimandarono a morire a casa. Arria, all'opposto, nelle vigili notti e nei giorni lunghissimi, la raccontò più volte, per cui la Isabella venne a conoscere come la sua figliuola non fosse uscita mai da Parigi; menzogna la sua partenza per Brusselle; ma non bisogna maravigliarsene, imperciocchè la bugiarderia gli è il sale dei discorsi dei gesuiti. Le accoglienze prime fattele nella casa di Parigi, piuttosto che oneste, principesche: quivi avere vestito l'abito in apparenza uguale a quello delle altre suore, ma in sostanza con sottile arte foggiato così da dare risalto alla sua persona. Da quanto udiva dire intorno con poca verecondia e meno santimonia, la gente andava stupita del poderoso suo incesso, dal colorito caldo, dagli occhi e dai capelli nerissimi, dall'insieme delle fattezze traboccanti di vita, onde il direttore spirituale della casa ebbe a prognosticare che ella sarebbe diventata una _strenua gladiatrice_ della Fede.

Incominciarono a venirla a vedere due o tre vecchie duchesse, le quali di colta ne andarono in visibilio; e visitatala poi a parte a parte con diligenza maggiore di quella che costuma l'eunuco quando provvede odalische pel serraglio del sultano, esclamavano: — Superba! magnifica! — e ad ogni membro del suo corpo assegnavano peculiare epiteto, e direi quasi dottrinale, declaratorio le sue qualità. Dietro a quelle la caterva della plebe titolata, contesse, baronesse e tocca via, la esaltarono a coro bellissima, anzi divina. Aveva a provarsi la nobile gentaglia di contraddire a quanto avevano affermato le duchesse!

Dopo delle donne vennero gli uomini, dei quali più tarda la curiosità, ma più tenace e proterva: questi, chi con un pretesto, chi con un altro, procuravano introdursi nel convento, dove la superiora non mancava mai di esporre in mostra la povera fanciulla. Ma poichè l'àncora che gli uomini calavano non trovava luogo dove appigliarsi, avvenne che anche essi diradarono; allora la priora, nello intento di mantenere sempre la brace accesa, incominciò a menare Arria, ovvero Maria Crocifissa, in giro per le case delle principali patrizie, dove potè essere a bell'agio ammirata, vagheggiata e ritratta. Arria, assueta alle caste carezze della madre, rimase scandalezzata dal vedersi menata in giro come l'orso in fiera, e dal sentirsi posta a mo' di richiamo al paretaio ecclesiastico. I discorsi delle nobilissime quanto cattolicissime baldracche valsero ad arricciare la fanciulla dabbene, che non potè fare a meno di capire come elleno portassero a consumare sopra l'ara dello amore divino tizzi già accesi nella fucina dello amore terreno e sovente criminoso. Più che tutto la offese la _spiegazione_ che le suore provette, e le più volte la priora, davano di lei ai visitanti, come costumano i mostratori dinanzi alle gabbie delle bestie feroci; e lei annunziavano come anima riscattata dalle granfie del demonio: sapere, e saperlo di certo, che non mai l'arcangiolo S. Michele ebbe a durare aspra battaglia col diavolo come i reverendi padri gesuiti contro la famiglia, la città, la nazione di suor Maria Crocifissa, imperciocchè la Italia, eccetto Roma, meriterebbe un diluvio di fuoco come già il mondo lo patì di acqua; e i congiunti della riscattata dalla servitù dello inferno tali da disgradarne Tiberio, Caligola e Nerone, quanto a uomini, e quanto a donne Messalina e Poppea. A lei, udendo simile strazio dei cari parenti e del paese natìo, spesso andavano le caldane al capo e stava lì lì per dare di fuori; ma le suore allora in un attimo la circondavano, con infinito schiamazzo la sbalordivano, e con pronto pretesto lei ed i visitatori senza indugio di colà removevano: di ciò essendosi forte lamentata con la priora, ebbe a sentirsi rispondere: doversi accettare per ottimo tutto che giova alla maggiore esaltazione della Chiesa, e per tale bisognava tenere tutto che giudicano i direttori spirituali; d'altronde uno dei rari poeti religiosi d'Italia avere cantato nel suo poema:

Così all'egro fanciul porgiamo aspersi Di soave licor gli orli del vaso, Succhi amari ingannato intanto ei beve E dall'inganno suo vita riceve.

Ora per lo appunto il secolo è l'infermo. Arria non potè reggersi dall'osservare: — Madre priora, o che la Chiesa la rassomiglia a un purgante? Così non mi sembra che praticasse Gesù. Egli non predicò che seguitassimo l'utile, bensì il giusto. — E la priora rispose: — Certo: ma ai tempi di Gesù gli uomini si provavano meno perversi di oggi: allora si navigava come si voleva, mentre oggi è forza schermirci come possiamo. — Con reverenza vostra, madre priora, insistè Arria, o come fate a dire che gli uomini oggi sono più tristi di quelli che vissero in antico? O non furono appunto i contemporanei di Gesù che lo flagellarono e misero in Croce? — Allora la priora, per cavarsi fuori da cotesto salceto, a modo di perorazione conchiuse: — Orsù, figliuola mia, io vo' che sappiate come nei _nostri piedi_ bisogna deporre la _nostra ragione nelle mani_ del direttore spirituale come un'offerta che si fa a Dio. D'altronde, questo prurito di perfidiare su tutto di rado avviene che non muova dal diavolo, ed abbiatelo per inteso. — Più tardi, la _moda_ tiranna dei tiranni francesi (del popolo non se ne parla nè manco) stando sul punto di abbandonare Arria, per rinfocolare l'avviamento in chiesa la torturarono per indurla ad operare un miracolo, e siccome ella si oppose recisamente di prendere parte in cotesta empia ciurmeria, da quel giorno in poi cascò di collo prima ai reverendi padri, subito dopo alla priora, ed in breve alle sorelle tutte, inviperite contro di lei per l'astio della predilezione di cui fin lì era stata segno. Frati e monache convengono insieme senza conoscersi, convivono senza amarsi, muoiono senza compiangersi. Arria pertanto fu lasciata da parte, e in breve passò di moda così, che di lei non si rammentavano neppure. La vanità è il grano della Francia, e la moda il molino che gliela macina pel suo pane quotidiano; ogni altra cosa passa; colà passò Dio; la libertà, la filosofia, la gloria, l'errore, la tirannide, la superstizione, il bene e il male stare, tutto gira in ballo tondo, sicchè tutto sparisce e tutto ritorna. Strano popolo cotesto! Noi non lo proviamo mai tanto insensato, come quando si mette sul serio; nè tanto sfarfallone, come quando fa le viste di ragionare; e la cagione è questa: allorchè si presenta un caso difficile a sciogliersi, egli non si occupa punto del nodo della quistione, gli gira bravamente d'intorno, e ti pianta tre o quattro proposte come assiomi, che non hanno bisogno di dimostrazione, poi giù a tirarne conseguenze alla dirotta, che più non corre l'acqua dalle grondaie. I francesi galoppano pei campi del sofisma come i cavalli, i quali tanto più scarrierano quando hanno mandato il cavaliere a gambe all'aria. Tutti tirano l'acqua al loro mulino, ma i francesi aggiungono al danno lo strazio. Se ti imbatti alla spicciolata in taluno di loro, li trovi amabili e di bello ingegno; mettili insieme, e viene a galla il vecchio celta, di cui istituto fu _gabbare_, _spergiurare_, e poi _uccellare_; _bugiardi_ poi da far morire dalla vergogna la stessa bugiarderia.[39] Popolo infelice! La prosperità lo inebria, la sventura lo accieca; non rammenta e non impara mai nulla.

[39] Franci _mendaces_. Salv. l. 7, p. 169. Si _peieret_ Francus quid novi faceret? Qui _periurium_ ipsum sermonis genus putat, non criminis. _Id._ l. 4, c. 14. Franci quibus familiare est _ridendo frangere fidem_. Flav. Vopis in Proculo, l. 1, p. 216. Les Galles ont aimé de bonne heure a _gaber_, comme on disait au moyen âge. La parole n'avait pour eux rien de serieux. Ils promettaient, puis riaient, et tout était dit: «_ridendo frangere fidem_». Il trattatello del Segretario fiorentino è sempre vivo e verde di verità. Se tanto sta loro a cuore il dominio temporale del papa, perchè non incominciano essi a dare il buono esempio restituendogli Avignone e il contado Venosino?

Torniamo a bomba. Chi mai potrebbe annoverare le migliaia di punture di aghi, chi le trafitte dei nugoli di zanzare, le umiliazioni tritatele nel pane, gli smacchi di che le annacquavano il vino, chi gli strazi, le scede, le irrisioni, la guerra implacata, irrequieta che mossero contro Arria? La desolata sentì sgretolarsi dentro cuore e cervello. La sua salute non resse, e di corto le si manifestò la tisi: forse fino da principio ella era insanabile, ma la priora cortese, per finirla più presto, la mandò assistente all'ospedale militare, dove ella ministrando un giovane militare ferito gravemente, avvenne che lo udisse in mezzo agli spasimi invocare sempre i nomi del padre e della madre con tanta dolcezza, da chiamare le lacrime al ciglio; ed avendo aspettato che il dolore gli desse alcun poco di tregua, gli domandò: — Fratello, o perchè insieme co' nomi dei vostri parenti non rammentate eziandio quello di Gesù Redentore? Non siete forse cristiano?

— Sono, il ferito rispose, e nato di popolo; faccio l'ottonaio; non so di lettere, e tuttavia, dando le spese al mio cervello, di due cose mi sono convinto: la prima è che amore di famiglia somministra fondamento ad ogni altro amore; e però amando i miei genitori mi sembra nel medesimo punto amare Dio, il quale si degnò concedermeli tanto amorosi e diletti, e mi sembra altresì che essi pregando per me, la preghiera loro deva accogliersi da Dio più volentieri della mia, perchè di me più virtuosi assai. La seconda cosa è che il lavoro finchè la salute dura, e la pazienza finchè la malattia travaglia, sieno la preghiera migliore che la creatura possa innalzare al suo Creatore. — Arria, sentendosi come una puntura al cuore per coteste parole del giovane, scosso alquanto il capo in atto di diniego, replicò: Eppure la prima parte del vostro ragionamento, per mio avviso, non cammina pei suoi piedi: siamo di buon conto come sopra questo punto si espresse il nostro Signore? Ecco, così: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me: e chi ama figliuolo o figliuoli più di me non è degno di me: _chi non prende la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me_.» Allora il giovane, dopo essere stato alquanto sopra di sè meditando, favellò: Sorella mia, ecco, mi par chiaro che se Gesù profferì coteste parole, egli volle significare di figli e di genitori pagani, ovvero giudei, i quali nella falsa loro credenza si ostinassero; e se per reverenza di padre o per tenerezza di figlio non abbandoneranno la falsa religione per seguitare la vera, non saranno degni di Gesù. Le parole del precetto mi confermano in questa sentenza, imperciocchè se le dovessero intendersi materialmente, ci voleva altro che croci, se tutti i convertiti se ne dovevano recare una sopra le spalle per tenergli dietro.

Arria allora soggiunse: — Voi avete detto se Gesù profferì coteste parole; o che per avventura ne dubitereste voi?

— E a ragione ne dubito, disse il soldato, perchè, date retta, quel pigliare la croce, e con essa sopra le spalle mettersi sulle orme di Gesù, fu una forma di dire che non potè avere significato se non dopo la passione del Redentore, dove per maggiore strazio l'obbligarono a portare la croce su la quale intendevano conficcarlo; prima di cotesto fatto, pigliare la croce non significava davvero conversione al cristianesimo. Ad ogni modo, sorella, per non farvi dispiacere, da ora in avanti aggiungerò il nome di Gesù a quello dei miei genitori.

Appressandosi la sua fine, narrava Arria, egli mi accennò col capo che mi accostassi a lui, la quale cosa feci: allora mi bisbigliò negli orecchi: — Sorella, è l'ora di andare; ponete per carità la vostra mano qui, sotto il capezzale, ci troverete un libriccino; cavatelo fuori, apritelo e porgetemi quel ritratto di donna che ci è tra mezzo... è di mia madre! Bisogna pure che io muoia in sua compagnia.

Allora Arria gli domandò: — Fratello, desiderereste che vi chiamassi il prete per acconciare le cose dell'anima?

— No; perchè io mi sento Dio più vicino che voi non credete; egli non ha bisogno di telegrafo per udire subito la voce del mio cuore. La corrispondenza fra il Creatore e la sua creatura è la brevissima delle linee; il prete fra mezzo ci fa una spezzata.

Prese il ritratto della madre, se lo strinse al seno mormorando non so che orazione, certo qualcheduna di quelle che le aveva insegnato mentr'egli era fanciullo, poi se lo recò alla bocca e lo baciò con tanto affetto e tanto profluvio di lacrime, che io proprio non sapeva più in che mondo mi fossi. Quietato alquanto, soggiunse: Udite, sorella, le novissime parole di un uomo che si muore, e fatene vostro pro. Voi avete qualche cosa che vi pesa sul cuore, ed io dubito che sia il rimorso di avere abbandonato i vostri genitori per consacrarvi alla vita ascetica: ora io vo' che sappiate che chi non ama il padre e la madre non può amare di amore verace i suoi simili, nè la patria, nè Dio. Se la vostra madre in questo momento si trovasse ai termini nei quali mi trovo ridotto io, chi le bagnerebbe le labbra per alleggiarle il singhiozzo dell'agonia? Chi le chiuderebbe gli occhi al sonno eterno? Pensateci.

Dopo breve ora il giovane bennato aveva reso l'anima al suo Creatore.

Cotesto caso pieno di malinconia attristò tanto lo spirito di Arria, già vinto dai patimenti sofferti, che si ebbe a mettere in letto, dove pensando fisso ai suoi genitori, le si destò dentro alla coscienza una voce pietosa e continua, che le andava ripetendo: «Tua madre ti chiama e tu non rispondi?» Appena potè reggersi in piedi, sentendosi soffocare, scese nel giardino, dove le fronde degli alberi, stormendo, pareva le ripetessero l'appello materno; e le acque gorgoglianti della fontana i singulti della madre le riportassero. Allora, non potendo proprio più reggere, si fece coraggio per dire alla priora che, per lo amore di Dio, le concedesse, almeno provvisoriamente, licenza di tornarsene a casa. Apriti cielo! Ella ebbe a sostenere uno scroscio di detti acerbi e di minacce, onde, smarritasi nell'animo, si ricovrò nella sua solitaria celletta, e quivi, abbandonatasi bocconi sul letto, pianse. Ma quale non fu mai la sua sorpresa quando nel dì seguente la priora si fece a trovarla, e dopo un mondo di lisciamenti e di moine le domandò se avesse intenzione davvero di tornarsene in famiglia; e siccome Arria rispose: — Magari subito! — la priora la confortò a starsi di buon animo; prometterle si sarebbe messa coll'arco del dorso per farglielo ottenere; potersi permettere a lei quello che si negava alle altre, in vista delle sue virtù, obbedienza, ecc.: — qui da capo di caccabaldole un monte; — procurasse frattanto di rimettersi in salute per poter reggere alle fatiche del viaggio, e poi se ne riparlerebbe. Arria, sentendosi tutta racconsolata, fece quanto stava in lei per ripigliare un poco di balìa, e ci riusciva, chè anche sopra le infermità disperate l'animo soddisfatto può molto, e quando le parve sentirsi meglio ne tenne motto alla priora, la quale le condusse il medico. Questi, visitatala prima con molta diligenza, sentenziò che il mutamento dell'aria e la gioventù _interdum in morbis faciunt miracula_, come disse Ippocrate; quindi la scienza non opporsi a che ella imprendesse il viaggio per l'Italia. — Così parlò il medico finchè stette alla presenza di Arria, ma nell'andarsene, comecchè favellasse sommesso alla priora, la voce percotendo le pareti riportò ad Arria queste parole pronunziate da lui sopra la soglia della camera: — Al cascare delle foglie è un libro letto...

Pertanto fu giudicato non si frapponesse indugio alla partenza di lei, ma, quattro giorni innanzi a quello in cui Arria doveva mettersi in viaggio, la priora dabbene le portò un foglio da copiare e segnare, il quale conteneva una dichiarazione amplissima della giovane dei benefizi ricevuti da tutti in generale, ed in particolare dalla priora, dalla vicepriora, dal padre direttore del reclusorio, dal padre direttore delle coscienze del reclusorio; breve, a tante sommavano le specialità, che tornavano quasi all'universalità; le virtù di tutti i laudati superavano quelle della bettonica; dilungavasi a sazietà in proteste di riconoscenza, di devozione, di venerazione profonda; confettata ogni cosa nello zucchero di sant'Ignazio di prima qualità. Per ultimo attestava Arria essere stata ospitata nelle varie case pie, e quivi nudrita e vestita sempre per amor di Dio.

A questo punto Arria, non mica per superbia, bensì per istudio di verità, volle notare ciò non sembrarle preciso, imperciocchè quando entrava nel reclusorio ella possedesse collana, orologio, gioielli ed anco parecchi biglietti di banca; alla quale osservazione la priora indispettita rispose: — Miserie! miserie! figliuola mia! e poi ne avete speso il valsente quattro volte e più per voi. — Per me? esclamò Arria maravigliata. — E la priora, con faccia da batterci su le monete, soggiunse: — Certo, per voi, dacchè avendo ridotto tutto in danaro, lo rinvestii in tanto bene, secondo la vostra intenzione, pei vostri poveri morti, sicchè mi stupisco che non abbiate mai udito i fervidi ringraziamenti che essi vi mandano fino dal purgatorio.

Il giorno seguente Arria fu messa in viaggio; per via trovò ogni cosa pagata, perocchè a lei non volesse confidare danaro la previdenza, sospettosa sempre, dei gesuiti; nelle diverse stazioni ella occorse in persona che pareva commessa a spesarla e a rimetterla in cammino. A Milano parimente; perfino la vettura ammannita; il vetturino informato puntuale del luogo dove l'aveva a condurre.

La vita di Arria se ne andava dal suo corpo cheta e perenne, come l'acqua cola a goccie a goccie dall'urna incrinata: diversa in questa dagli altri infermi di mal sottile, ella conosceva benissimo il suo continuo avvicinarsi alla morte: chè se talora favellava di letificarsi nei raggi del sole diffuso pei campi aperti, ovvero bagnarsi il petto nelle aure vitali di primavera, ciò faceva meno per la speranza di goderne, che per acconsentire allo impulso dei contrasti messo dentro di noi dalla natura, la quale ha disposto che a maestro Adamo, trangosciato dalla sete, ricorrano davanti nella immaginazione i ruscelletti freschi dei colli dell'Appennino.[40]

[40] Dante, _Inferno_ 30.

Ora accadde, che affannandosi ella a consolare gli altri, quanto gli altri si studiavano consolare lei, in un dì di settembre, verso la fine, mentre il sole ormai declinando ad occidente investiva lei, il letto e ogni altra cosa che si trovava nella camera, ella, tenendo strette nelle sue le mani della madre e di Eufrosina, che in piedi da un lato e dall'altro le ministravano, con voce piana e soave prese a ragionare:

— Madre e sorella mia, ho sentito dire spesso, e questo ho ancora letto, che la creatura, quando si approssima alla morte, acquista la facoltà di penetrare nell'avvenire. Chi sa? Dio forse, in refrigerio delle tenebre eterne che ci stanno sopra, dona ai moribondi una passeggera accrescenza di lume. Certo è che, quanto vive e splende, si spegne in un lungo alito di vita e di luce; ed io lo provo in me, che, ormai prossima a lasciarvi, mi sembra leggere nel futuro come in un libro aperto.

— Ah! esclamò Eufrosina, portando la mano libera sugli occhi ottenebrati, quasi in testimonio della pietosa illusione della sorella.

Isabella poi null'altro potè che increspare le labbra, come costuma il fanciullo quando fa greppo, non lasciando distinguere se fosse per piangere ovvero per ridere; ma Arria, avendo notato gli atti delle donne, accendendosi nel presagio della sua fede, con maggior lena continuò.

— Eufrosina, in verità io ti dico che tu vedrai il sorriso del bimbo che primo accosterai al tuo seno per nutrirlo... Ah, tu tentenni il capo? Non ci vuoi credere? Ebbene, che vuoi tu scommettere meco che Dio ti farà questa grazia? Tu mi hai a promettere che se quanto ti predìco avviene, tu deporrai una ghirlanda di fiori sopra la mia fossa... bada, veh! odorosi li voglio... le semprevive io non posso soffrire... è vero che non muoiono mai, ma è vero altresì che nè manco paiono aver vissuto mai, e le tombe si allietano se tu le ornerai con un simulacro, e sia pur breve, di vita, non aggiungendo simboli di morte là dove la morte impera nella pienezza della sua desolata dominazione... dunque, intendiamoci bene, sia una corona di rose... od anco di gelsomini o di giunchiglie, io mi contento... me lo prometti? Io lo tengo per negozio conchiuso..... Ed ora perchè piangi? Vedi! i singhiozzi ti levano la parola, e tu non puoi rispondere: ebbene, io risponderò per te: Arria, sorella, io ti giuro che quando vedrò sorridere il mio primo bimbo, allorchè me lo attaccherò al petto per dargli il latte, io verrò a mettere una ghirlanda di fiori odorosi sopra la tua fossa..... E tu, mamma, perchè m'irridi? Certo, il tronco dell'albero reciso dalla radice non germoglierà mai più; ma dalle radici rimaste sotto terra sogliono uscire rampolli, che, a volta loro crescendo, saranno liberali di ombre e di frutti. I morti passano presto, o mamma mia, e quantunque voi porrete in opera ogni studio per non obliare i vostri, pure noi ci affacceremo di tratto in tratto al vostro spirito, mesta e cara memoria, mentre i viventi vi letizieranno continui di gaudio attuale: alle generazioni che cascano inaridite altre ne succedono verdi, foglie dell'albero della vita; così piacque a Dio. Di poca fede! mamma, io ti ammonisco a non dubitare... e sappi che l'ira del Signore contro la mia casa è sodisfatta; io sono l'ultima stilla del calice dell'amarezza; e sento che con la mia morte il terribile conto aperto lassù con la mia famiglia resta saldato... Consolatevi, adesso per voi altre incomincia la giornata del premio.

Il cuore della creatura umana, quantunque talvolta impietri, di granito non diventa mai, ed ancorchè lo diventasse, le rugiade dei cieli hanno virtù di penetrare nei suoi pori; tanto più la divina consolazione giunge a blandire co' tepidi fiati l'anima nostra, comecchè intirizzita dal sido del dolore; onde le donne si sentirono alquanto sollevate.

Ma il dì veniente, mentre Arria, Isabella ed Eufrosina alla medesima ora dimoravano nello stesso atteggiamento del giorno innanzi, ecco Arria prese a battere le palpebre presto presto, come l'uccello l'ale quando lo punge amore di tornare al nido; strinse le mani, aggrinzò la pelle negli angoli della bocca, un nervo le saltellò, le guizzò due volte o tre in mezzo alla sinistra guancia, e dalla gola a stento le uscì un singhiozzo: pianse da un occhio solo, una lacrima sola, l'ultima.

Arria era cessata. Al cascare delle foglie ella cadde, foglia pure essa, troppo presto seccata sull'albero della vita. Isabella per questa volta non levò nè anche gli occhi al cielo in atto di preghiera o di minaccia; gli torse obliqui, e facendo con la mano destra l'atto di cui si stacchi qualche cosa che gli dia molestia, borbogliò come mordendo le parole:

— Va' via, aspide di speranza... fuori del mio cuore... intanto che aspetto i vivi, mi tocca a seppellire i morti!