Part 21
Secondo la descrizione che io ne aveva, non penai troppo a rinvenirla: ella stava genuflessa sul pavimento co' gomiti appoggiati al paglietto della seggiola e le mani giunte dirizzate come una lancia verso il cielo per di sopra al capo, coperto fino al naso di fittissimo velo: la veste era di raso nero sbiadito, per vetustà pendente al colore che le nostre donne chiamano di piattola; di trine un profluvio, ma logore anch'esse e rammendate: ruine d'imperi! Adagio adagio me le feci allato, e la udii gorgogliare avemmarie e paternostri come pentola che spicchi il bollore; mentre io stava tra il sì e il no di volgerle la parola, ecco uscire dalla sagrestia un garzonaccio col muso di faina, i capelli stesi per le guancie come foglie di canna, e due piedi... due piedi enormi così, da mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano che patisse di calli: costui si appressò camminando per traverso alla marchesa, le pose in mano una cartuccia e le mormorò negli orecchi non so che parole, le quali ebbero virtù di fare saltare in piedi la donna, e prorompere stizzita: Come! per cinque franchi una comunione eucaristica secondo la sua intenzione? Ah! padre Candido non mi vuol dire il nome dell'anima alla quale intende applicarla? La è chiara come l'acqua, egli me lo tace per impedirmi di andare dai suoi parenti, e a questo modo io venga a scoprire quanto ei mi sgallina sopra la oblazione... eh! mi sentirà; eh! cinque franchi... mi sentirà! Come posso con cinque franchi tirarmi innanzi con marito e figliuolo? Se padre Candido vuole che preghi, bisogna pure che mi dia da mangiare... e adesso dov'è cotesto benedetto uomo? Il garzonaccio a collo torto le rispose: in cella a comporre il panegirico per domani l'altro primo luglio, che ricorre la festa di S. Ignazio. — Adesso... adesso mi sentirà, e senza altre parole, via di corsa. Aveva avuto tempo sufficiente a contemplarla; ella era una beltà giunta a compieta, l'amor terreno (se pure ce gli aveva spenti) in lei spense i suoi strali come il fabbro i ferri infuocati nell'acqua; dentro le rughe e negli angoli delle labbra tu vedevi brulicare i malefizi quasi lumbrichi per le fosse: gli occhi ardevano sempre di luce sinistra, sicchè se mai fosse venuto a smorzarsi il fuoco dello inferno, io per me credo fermamente che il diavolo lo avrebbe riacceso a cotesti occhi. Ahimè! A quel fiasco bisognava pur bere. Con voce quanto più seppi umile la chiamai: Signora! Ed ella senza neanche voltarsi, acerba rispose: Chi siete? che volete? Io le apersi il desiderio di conferire con esso lei. Ed ella da capo arrovellata: aspettate che abbia fatto le mie devozioni: orò, si comunicò, tornò di nuovo ad orare; per ultimo mi disse: venitemi dietro; e così ci riducemmo in un angolo remoto della chiesa, dove io, dopo averle narrato la compassionevole storia la richiesi di consiglio e di aiuto. Strana cosa, se togli la mia buona albergatrice, la provai unica fra tutte le donne di Brusselle a non darmi torto per le mie premure nella ricerca della figlia, ma nel medesimo tempo mi palesava le difficoltà quasi insuperabili per riuscire nel mio intento. Io la supplicai con tutte le viscere a tentare ogni via, ed aggiunsi che per attestarle la mia riconoscenza le avrei donato l'anello che io teneva in dito. Ciò udendo ella mi acciuffò la mano ed esaminato bene il diamante, come persona perita esclamò: certo una coppia di mila franchi può valere! — Ne costava tremila e più, ma poco rileva. Allora, al fine di gratificarmela maggiormente, glielo proffersi: lo tenesse per mercede anticipata; ma ella osservò: e se non riesco? Allora me lo renderete. In questa essendo stato sonato l'ultima volta a messa, una frotta di devoti prorompe in chiesa, ed accostatasi alla pila dell'acqua benedetta lì, presso a noi, ci tuffava la mano, facendosi poi il segno della croce; ci separammo; molto più che taluno dei sopraggiunti, gingillandosi, pareva volesse spiare i fatti nostri. Io non istarò, dottore, a narrarvi a parte a parte il mio supplizio; e non lo potrei; bastivi che la marchesa un giorno me ne dava una calda ed una fredda: ora la speranza pigliava forma di certezza, ed ora si spegneva; di un tratto tornava a risplendere; insomma una vera passione di dubbio e di esitanza, la quale dopo un lungo ciondolare si conchiuse con la recisa repulsa di rendermi la figliuola. Dottore, immaginate a vostra possa l'abisso del mio dolore; io però in verità vi dico che voi con tutta la vostra immaginazione non giungerete alla millesima parte del vero; bastivi questo, che la stessa marchesa, la quale pure era madre, alla vista di tanta desolazione non potè trattenersi da dire: vi compatisco. Sicuro, cotesta parola era fredda come lo spruzzo dell'acqua benedetta sopra la bara, tuttavolta la disse. Allora io non aveva il capo davvero a richiedere l'anello alla marchesa, nè ella lo ricordò; me ne accorsi più tardi, e giudicandolo perduto quasi mi ci rassegnava; quando venne a trovarmi a casa la faina clericale che prima vidi in chiesa fattorino del padre Candido, e mi avvisò: la marchesa di Grappigny desiderare di parlarmi; andai di volo premendo appena i battiti del cuore, nella speranza che si trattasse della mia figliuola; ma la marchesa mi cavò subito dall'incertezza, chè con certo suo fare signorile mi disse: come rovistando nelle cantere del suo stipo ell'erasi trovata davanti il suo anello: scusassi per amore del cielo la dimenticanza; rammentarsi il convegno; correrle obbligo di rendermelo, poichè con tanto suo dispiacere male esito avevano sortito le pratiche per riscattare la figlia. Commossa da simile generosità, risposi senza manco pensarci: le angustie presenti non mi concedere ricompensarla come avrei desiderato, tuttavia pregarla a volersi incaricare della vendita; sarebbe riuscito a lei meglio che a me cavarne profitto; del prezzo ritratto fin d'ora la supplicava accettare la metà in testimonio della mia riconoscenza. Parve le andasse infinitamente a genio la proposta e mi ringraziava a mani giunte; però giudicate quale non fu la mia sorpresa nel vedermela il giorno appresso comparire davanti tutta spaventata, e dirmi: non volere assolutamente l'anello; esserle cascato su l'anima uno scrupolo invincibile... d'altronde impossibile vendere la gioia senza scapitarci tre quarti almeno in Brusselle, città di ebrei battezzati e di cristiani circoncisi. — Partita la marchesa, la mia albergatrice, confortandomi alla sua maniera mi favellò: la secchia cascata nel pozzo, ho sentito dire che un bugiardo la ripesca, ma un'anima cascata in mano ai gesuiti, non la riscatta nè manco un santo: non istate a logorare qui invano tempo, salute e quattrini; correte dietro all'altra figliuola, e di due procurate almeno ricuperarne una.
Pur troppo ella mi consigliava da quella savia donna che ella era; ma per consiglio cuore appassionato non si arrende: quando mi vidi al verde di ogni partito, non ascoltando altro che la mia disperazione, mi gettai allo sbaraglio, e presi a correre la città con urli e pianti per tirare a me la misericordia del popolo: pensai che i gesuiti avrebbero concesso per paura quanto avevano negato per pietà; e il primo giorno bene me ne incolse, che la gente mi si accalcava d'intorno, e mi compiangeva, ed alla libera gridava: essere infamia cotesta; doversi rendere la figlia alla madre; a cotesto mo' i falchi portano via le piccione, non i religiosi le fanciulle dalle loro famiglie. Avrei abbracciato e baciato tutti; mi ridussi a casa pieno il cuore di dolci presagi; il giorno veniente tornai alla prova con maggior lena di prima. O Dio! quale disinganno crudele; appena uscita di casa una mano di straccioni prese a rincorrermi urlando: è matta! è matta! Mi assordarono i fischi, ed anco qualche sassata mi ammaccò le costole, onde io mi sarei trovata presto a mal termine se non mi ricovrava dentro ad un portone. Questa scappata innanzi tratto mi fruttò lo sfratto dalla casa della mia albergatrice (perchè buona femmina, ed amica del giusto certamente ell'era, ma timida, e gatte a pelare non ne voleva, massime entrandoci di mezzo la paurosa Compagnia di Gesù), in seguito vituperii e insulti da quei dessi che mi si erano dimostrati fin lì meglio amorevoli. La persecuzione m'inasprì il sangue: di ora in ora sentiva crescere in me il talento di fiera; smisi di farmi vedere per la città di giorno, ma quando la notte diventava buia io usciva quatta quatta per recarmi sotto le finestre del reclusorio, che io credeva prigione del cuor mio, e quivi, come le scolte costumano, gridava in capo ad ogni mezz'ora; Assassini! Assassini! Rendetemi la mia figliuola! Certa sera mi sento abbrivare alla sprovvista un colpo di mazza impiombata sul capo; caddi come morta; trasportata allo spedale, ciondolai tra la vita e la morte un bel tratto. Appena mi fui riavuta, ecco il ministro d'Italia a Brusselle mi fece accompagnare a Milano, avendo, come disse, ricevute lettere ortatorie dalla mia famiglia e il danaro occorrente pel viaggio. Giunta qui, ebbi a conoscere come la mia famiglia non avesse scritto lettere di sorta, e quanto a danaro trovai che, invece di poterne mandare pel mio viaggio a Brusselle, non ne possedeva tanto da tirarsi innanzi a Milano. Il pietoso che mi sovvenne, fin qui rimase ignorato.
— Per lei, per me no; io lo conosco da un pezzo.
— Voi?
— Già, io: ma dirò di più, lo conosce anche lei, e forse più lei di me. Lo ignoto benefattore sa ella chi fu? Fu la Compagnia dei gesuiti, la quale non essendo riuscita a farla ammazzare, operò a cotesto modo per levarla da Brusselle, per paura, che, dai dai, le sue strida non giungessero a movere il popolo a compassione. Ci fa sapere il Machiavelli che i francesi, ai suoi tempi, dove non arrivavano con l'astutezza, ci aggiuntavano un palmo di ferro. I gesuiti, al contrario, dove lo stiletto si trova corto, ci appongono una coda, due code, cento code di volpe.
*
Ed ora apriamo un po' l'orologio e speculiamolo dentro per vedere come abbiano girato le ruote; il giorno che tenne dietro a quello in cui la marchesa di Grappigny ebbe sfidata Isabella, il reverendo padre Candido chiamava in cella la marchesa, e quivi, dopo averle rinfacciata la indebita ritenzione dell'anello della signora Isabella, tali parole vi aggiunse sotto voce, soavemente come il filo del rasoio penetra nella carne, che ella, che pure era proterva, si accartocciò tutta, e genuflessa a mani giunte lo supplicava di perdono. — Egli rispose: Sia per questa volta; e non dimenticate che di quanto vi ho detto noi possediamo le prove; ora andate e portatemi senza perder tempo l'anello: i superiori delibereranno quello che se ne abbia a fare: tornate domani. — Nel dì veniente padre Candido partecipò alla marchesa i superiori avere deciso che l'anello si rendesse alla madre di suor Maria Crocifissa, perchè in questi tempi perversi, nei quali a bigoncie si versano le calunnie sopra le cose più sacre, perfino sopra la Compagnia di Gesù, che sarebbe mai se quei pezzi d'ira di Dio dei giornalisti si fossero potuti attaccare ad un fumo di vero!
Ma poichè vide il pietoso padre che la marchesa per la pena di condursi a cotesta penitenza, non potendo piangere lacrime, stava per buttare fuori gli occhi, e sapeva quali sgraffi le desse la miseria, la consolò con la promessa di farle buscare fra breve, in comunioni per una certa tal quale anima del purgatorio, qualche cento di lire. Quindi la marchesa rese il diamante ad Isabella.
Ora è da sapersi che la marchesa aveva bene e meglio tentato, e più volte, vendere l'anello, anche dopo il truce comando di padre Candido, ma l'avvertirono che egli era falso, ed ella stessa se ne chiarì considerandolo con maggiore attenzione, ed in questo nuovo esame si accorse altresì come avessero sostituito di fresco il cristallo alla gemma: per la qual cosa volle risolutamente che la madre di Arria ripigliasse l'anello.
Isabella, dopo che ebbe condotto a termine il racconto delle avventure di Arria, prese ad esporre quelle concernenti Eponina, le quali essendo state già da noi descritte, ci passiamo da ripeterle. Solo vogliamo avvertire che, quando Isabella giunse al punto del caso successo dal gioielliere di Dora Grossa, il dottore Taberni proruppe nelle medesime parole di quello: _È un furto alla gesuita_.
Dato che ebbe compimento Isabella al suo doloroso racconto, il dottore si accorse essersi assunto un impegno per ogni verso ingratissimo, tuttavia non volle mancare al debito: ci adoperò di ogni maniera cautele, come colui che temeva le fibre di Marcello indebolite così, che per ogni po' di peso cresciuto venissero a spezzarsi. L'esito non parve rispondere al triste presagio, imperciocchè egli assorbisse il nuovo affanno simile al mare che accoglie in sè qualunque grosso diluvio di acqua e non se ne commuove. Succede del cuore umano come della fiaccola della lampada; questa, consumato intero l'umore che l'alimenta, tace alla luce; su quello il dolore logora che abbia tutta la parte sensibile, ci può posare il capo come sopra un guanciale. Anche la morte ha la sua anticamera. Però certo giorno Marcello, quasi desto da lungo letargo, aperse gli occhi, e vistosi innanzi il dottor Taberni, fattogli cenno col dito di appressarsi, a lui con un filo di voce gli favellò:
— Dottore, avete mai conosciuto uomo più ricco di mali di me?
— Certo, quegli rispose, grandi, anzi infinite furono le sventure vostre.
— Ebbene, io ne patisco un'altra, la quale mi travaglia sopra tutte, ed è questa. Io non credo che il nostro Dio, come i Numi del paganesimo, pigli a schiantare a colpi di saette i figli di Niobe; e poi io non mi ricordo avere offeso Dio; quindi io non mi posso capacitare che una Provvidenza buona e giusta possa acconsentire che la sua creatura venga straziata fino alla disperazione. O non ci è, e buona notte; ovvero ci è, e allora non sapendo o non volendo provvedere, io la compiango.
— E chi compiangete?
— La Provvidenza, rispose Marcello, e chinato il capo sul petto non disse più nulla.
Marcello, come lo zio, fu trovato morto nel letto. La Provvidenza, nel cessare i suoi affanni, si mostrò vereconda. Isabella contemplò il cadavere del diletto compagno della sua vita senza lacrime, e come donna eletta dal fato a superare la Madonna dei sette dolori; e pur troppo le marmette nel campo santo col motto _dolor_ arrivate fino a quattro, con quella di Marcello giunsero a cinque. Ella accompagnò il suo dolce consorte alla fossa, ella provvide a che egli fosse deterso, vestito, inchiodato nella cassa, insomma a tutto senza stringere le ciglia, senza corrugare la bocca, a passo lento e tardo; a cui la mirò in cotesto atto fece quasi credere non fosse favola la comparsa della statua del commendatore al festino di Don Giovanni. Seppellire i suoi cari, per lei era diventata faccenda ordinaria.
*
Eccola sola! Povera creatura! Di tanti figli e servi suoi, Isabella si trova sola; ma no, qualcheduno le sta allato e la consola. Non le si stacca mai dal fianco una fanciulla di forme egregie, rigogliosa di gioventù e di salute: soprattutto le sfolgorano gli occhi, i quali pare che accendano l'aria dintorno: stupendi certo quei divini raggi d'amore; peccato che patiscano di un mancamento.... e' non vedono! La fanciulla è cieca: miratela, ella si attenta mutare senza appoggio quattro passi o sei, di più no, chè si perita, e messa la mano al muro va a tasto. O chi è mai cotesta infelice? È un nuovo personaggio introdotto nel dramma? No: la conosciamo da parecchio tempo; ella è la Eufrosina, la figliuola del sergente Filippo, e come si trovi lì lo saprete a suo luogo e tempo: intanto non istate a immaginare che io abbia fatto Isabella calamita di disgrazie, ovvero che ella medesima avesse il costume di murarsi nel forno; no, il destino l'aveva tolta a bersaglio; come a quella della Parca alla sua rocca non mancava mai filo; aveva filato a mezzo una sventura, che la fortuna le ci apponeva subito canapa per un'altra: eppure durava: per poco tu avessi posato gli occhi su lei, ecco ti appariva quasi una quercia tocca dal fuoco celeste; la striscia della folgore ne solca la corteccia; questi sono gli stianti di cui l'ha ferita la saetta; le foglie ingombrano la valle e il piano, i rami le giacciono dintorno al tutto morti; certo ella non aspetta più la gloria delle mêssi primaverili, e nondimanco illesa nella midolla si ripromette per molti anni ancora offrire ombre contro gli ardori della canicola e asilo alla rabbia della tempesta.
Anche la speranza talora abbranca tenace come una furia; finchè può, onde allettarti a continuare nel doloroso tramite, coglie i fiori più freschi e te ne spruzza la rugiada sul viso; mancati i fiori, onde tu non cessi, ora ti cava una spina dai piedi, ed ora ti remuove le pietruzze taglienti dal sentiero, e tanto basta all'uomo per tirare innanzi, finchè incespichi nel rialto di terra scavato dalla fossa, e ci trabocchi dentro. E neppure allora si induce a lasciarlo la speranza, che, seduta sopra la lapide del sepolcro, ci si mette a cantare l'inno della _risurrezione_. Maligna! Anche sulle fosse dei morti tu drizzi il paretaio per agguantare i vivi.
Le povere donne passavano i giorni desolate; non si attentavano favellare a voce alta per paura che la disdetta passando per là non le avvertisse e tornasse a flagellarle: per tema di recarsi fastidio, rade si ricambiavano le parole. Tanto è peritoso lo infortunio! Sostegno unico della vita squallida la speranza che Arria, Curio e Filippo vivessero: di certo sapevano che non erano morti.
Una sera, mentre Isabella attendeva a ricamare ed Eufrosina ad intrecciare cordoni, fu udito sul pianerottolo delle scale un giuramento, che non importa riferire, seguitato da queste parole:
— Se per andare in paradiso mi toccherà a salire altrettanti scalini, gli è bella e risoluta; io rimango a mezze scale. Ohe, di casa! fate lume. Ci è una signora Isabella? Una signora Onesti? O mira un po' dove va a ficcarsi l'onestà! In una soffitta sotto ai tegoli.
Isabella a coteste parole si rimescolò tutta, e fattasi di corsa sull'uscio, cavò il capo fuori domandando:
— Che volete?
— Ecco qua, ho portato in vettura fin giù una donna, che si dice vostra figliuola, la quale mi ha ordinato di salire ad avvisarvi del suo arrivo; dunque venite a pigliarvela.
Isabella non istette a sentire altro, e giù per le scale; ma Eufrosina pensando che così al buio poteva precipitarsi, le corse dietro col lume. Poveretta! pensava a far luce altrui senza avvertire che ella era cieca, ma bene questo avvertì la Isabella quando, giunta a mezzo della scala, vide chiaro; onde voltatasi, e spaventata dall'atto di Eufrosina in procinto di mettere il piede sul primo scalino urlò:
— Non ti muovere; fermati....
E si affrettò a ritornare indietro per ricondurre la infelice in casa. Intanto il vetturino andava dicendo: cotesti essere proprio pensieri del rosso; o che cerini non ne aveva egli? Di mozziconi di candela era piena la cassetta; ma Eufrosina insisteva perchè pigliassero il lume.
— Ed io che me ne fo? Tanto sono cieca!
— Non importa: chi più meno vede la luce e più desidera non iscompagnarsene mai, osservò Isabella; e il vetturino rincalzò:
— E se per le scale si spegnesse il lume, si verrebbe su al buio.
Ciò detto, da capo giù per le scale, e:
— Arria, mugolava la madre ad ogni scalino che scendeva, Arria, sei tu?
— Mamma! mamma! sì, sono io.
Arria scese, l'una si precipitò nelle braccia dell'altra, e piansero.
Quando, dopo un tempo ben lungo, si svincolarono, si accorsero che il vetturino era sparito: ecco perchè il galantuomo non voleva fare a fidanza con la luce; costui rubò i panni alla povera Arria, sicchè ella tornò ignuda nella casa donde era uscita provvista di ogni bene di Dio. Isabella, fuori di sè per la contentezza, non pensò alla valigia; Arria molto meno, tutta sossopra per la piena degli affetti. Ora, mentre la madre saliva le scale al buio, la figliuola le traeva dietro interrogando:
— E babbo come sta?
— Babbo! non ha più dolori....
— E di Eponina si hanno notizie?
— Sì.
— E sta bene?
— Bene.... ma tu che hai, che salisci a stento?
— Sono stracca, rifinita dal viaggio....
— Poverina! farò adagio.
— Mamma.... mi daresti un po' braccio.
— Magari! Porgimi la mano..... Misericordia! come sudi? Ti senti male?
— Mamma! mamma! reggimi.... casco.
Isabella lì pronta, prima a sorregerla, poi ad assettarla quanto più potè soavemente sopra gli scalini, e le asciugò il sudore, e co' più dolci nomi si diede a chiamarla. Dopo pochi momenti Arria con voce fioca riprese a dire:
— Non ti spaventare, mamma, sai! È stato un deliquio passeggero... la commozione.... la fatica.... ora è passato.... andiamo pur su!
Ma di levarsi in piedi egli era niente. La madre amorosa la veniva interrogando:
— Ma da quando è che tu non hai mangiato?
— Saranno ventiquattro ore e più....
— Ma perchè, tu sii benedetta, non ti sei un po' ristorata a tempo? Perchè mai ridurti in questo stato di debolezza?
E qui, senza nemmanco attendere la risposta, dimentica degli anni e degli acciacchi cagionati dalle lunghe angoscie, si reca in collo la figliuola mentre invano questa se ne schermiva dicendo:
— Non fare! non fare!
A cui la madre rispondeva:
— Assettati bene.... procura di stare a tutt'agio.... qui sulla spalla appoggia il capo.... abbracciami il collo col braccio dritto; da brava, su.
Era Isabella a posta sua rifinita di forze, e nonostante ciò tanta balìa le diede la passione, che sarebbe bastata a portare la figlia, non che di carne, di marmo. Miracoli di amore materno, ai quali egli è forza credere.
Giunsero nella soffitta, e al primo raggio di luce, bramose di guardarsi, l'una spinse lo sguardo sopra l'altra, e si fecero paura, tanto si apparvero mutate da quello che furono; nè tanto si poterono reprimere, che non prorompessero in un urlo, al quale Eufrosina aggiunse il suo per consenso di dolore. A quale stato si fosse ridotta Isabella ogni uomo può facilmente immaginare; Arria poi era uno scheletro; tisica senza rimedio. Così la pietà dei gesuiti restituiva la figliuola alla madre. Arrogi che ad Arria aveva messo paura anco Eufrosina, la quale, smaniante a sua posta di contemplare Arria, le cacciò addosso stralunate le pupille come due punte di stile, per la quale cosa questa, abbracciando più stretto il collo alla madre le nascose il volto nel seno interrogando a voce bassa:
— Mamma, cotesta donna chi è? Perchè mi guarda così truce? Che cosa le ho fatto?
E l'altra le bisbigliava negli orecchi:
— Ah! figlia mia, ella è tua sorella, promessa sposa di Curzio, e se ti guarda a quel modo, compatiscila, perchè la poverina è cieca.
Il dottore Taberni, sempre pronto, accorse a visitare Arria; egli conobbe ad un tratto la gravità del male, e gli parve debito non celarlo alla madre; la quale, pure a malincuore persuadendosene, preso per un braccio il dottore, e fissandolo dentro gli occhi, lo interrogò:
— Dunque proprio... proprio non ci è più speranza alcuna?
— Alcuna.
— Dunque, che resta a fare?
— Per me giudicherei carità abbreviarle la vita; per voi ad attenuarle l'angoscia dell'agonia.
— E quando cesserai di trafiggermi con le tue saette? Digrignò fra i denti la desolata, voltando gli occhi in su; ma subito dopo, declinando la faccia in atto di rassegnazione, soggiunse: e sia così!
Il dottore, scendendo i centosei scalini mal connessi, e per giunta bui sempre, acerbo borbottava:
— Io non so capire come i poveri si arrampichino per rannicchiarsi nelle soffitte! Se essi lo fanno per accostarsi maggiormente al paradiso, onde con più facilità Dio veda le loro miserie e ascolti i loro lamenti, stanno freschi! Ci guadagneranno stridori di verno e bagni di acqua piovana; gente senza giudizio, scendete nelle cantine, avvicinatevi allo inferno, almeno sentirete un po' di caldo! Il caldo è principio di vita, il freddo è morte.