Il secolo che muore, vol. II

Part 20

Chapter 203,747 wordsPublic domain

«Per vostra consolazione io vi ho da dire che, appena posto il piede sopra la soglia di questo asilo di carità e di pace, mi sono sentita tutta ricreare. Dio pertanto vi rimeriti del benefizio grande che mi avete fatto, allorchè secondando il mio desiderio voi mi ci avete messo; e come spontanei mi ci metteste, così spero che volentieri mi ci lascerete stare, avendo ormai fermamente risoluto di non lasciarlo più. Varcato di un passo il limitare del piissimo asilo, ecco subito scendermi sull'anima una quiete di paradiso, una esultanza celeste, che si può ben sentire, ma non si può ridire, onde io, sovvenuta di certo dal mio angiolo custode, potei raccogliermi e meditare: — Se tu ti proponi veracemente albergare nel tuo cuore Gesù, hai da procurare prima rinettarlo da ogni immondezza, dacchè in modo diverso a lui parrà ritornare nella stalla ove nacque... Ora come mai puoi presumere di conseguire questo continuando a vivere in mezzo al mondo, se anacoreti ed eremiti ci riuscirono a stento ritirandosi nelle solitudini, dove attendevano notte e giorno nelle discipline, ne' digiuni e nelle orazioni, per purificarsi al cospetto di Dio? Bisogna avere perduto proprio il bene dello intelletto, per credere di ottenere la salute dell'anima vivendo al secolo. Mi sono affacciata sull'orlo della gran caldaia del mondo ed ho dato indietro piena di terrore e di molta paura, conciossiachè io ci abbia veduto bollire dentro la Santa Madre Chiesa, lacerata in pezzi dagli empi, i suoi divini precetti tritati co' si fa del prezzemolo; ci ho visto bollire altresì eresie e bestemmie da fare rizzare i capelli sulla testa allo stesso Lucifero; ci ho visto costole, stinchi e capi dei sacerdoti, semenza preziosissima di Gesù; ci ho visto l'aceto, il fiele, le battiture, lo schiaffo, i chiodi, le spine e la lanciata di Longino ammaniti tutti per la passione dell'angelico Pio nono, martire della fede. Dalla caldaia infernale saltavano su come sonagli i tradimenti, le rapine, i disordinati appetiti della carne, gli omicidi, le ire, le vendette; colà vedevi disfarsi per virtù del fuoco infernale la carità e la fede: fino la speranza ci boccheggiava in procinto di dare gli ultimi tratti. Sì, dilettissimi, gli scellerati hanno ucciso perfino la speranza, conciossiachè una volta strappato Dio, non dai cieli, che tanto non possono gli empi, bensì dal cuore umano, o che cosa starebbe a fare la speranza sopra la terra? Tutti i flagelli di Dio si sono scatenati su questa generazione perversa. O Maria refugio dei peccatori, o Angiolo custode strenuissimo guerriero nostro, o anime benedette del purgatorio, accorrete in nostra difesa! E a me misera chi sovviene? La più parte dei miei si è portati via la bufera. La vanità vinse Eponina, la cupidigia vinse Omobono, la prosunzione Fabrizio, tutti la irreligione. Di Curio, più degli altri fratelli posseduto dal demonio, non si sa nulla, e chi sa che fine ha fatto: voi altri abbracciati al tronco della croce, appena potete reggere, dilettissimi, alla violenza del temporale. Non mi contrastate dunque che io mi offerisca intera, anima e corpo, al mio buon Gesù; egli ha patito tanto per me, che qualunque sacrifizio per parte mia non varrà a compensare nè manco una gocciola del suo preziosissimo sangue e nessuno si attenti incolparmi di abbandonarvi, imperocchè, venite qua e ragioniamo sul sodo: ditemi che cosa vale più agli occhi vostri, l'anima o il corpo? L'anima di sicuro, così per voi come per me; _ergo_ è forza che voi lasciate che io intenda intera alla salute dell'anima, e prima di tutto della mia, conciossiachè la carità, onde sia perfetta, bisogna che cominci da sè stessa, poi della vostra, quindi dei miei; per ultimo di quella di tutti i fratelli in Cristo. Con le mie preghiere vi metterò sotto il patrocinio delle cinque piaghe di Gesù; non rifinirò con lacrime, orazioni, penitenze e digiuni d'impegnare la beata Vergine madre del Signore e tutta la corte Celeste, affinchè ai fratelli miei ed a voi, dilettissimi genitori, non abbia a toccare peggior male che le fiamme del purgatorio, ed in questa fiducia mi pare che mi si spalanchino le porte ed io contempli la gloria di Dio, e possa ringraziarlo di persona della grazia conceduta; o come mi esaltano i cantici degli angioli, come i sacri timiami fumanti nei turiboli di oro dei serafini m'inebriano; troni, dominazioni, potenze, cherubini, arcangioli, io mi abbandono nelle vostre braccia... chi mai dopo avere contemplato il cielo può riabbassare lo sguardo per rivedere la terra?

«_Suora_ MARIA CROCIFISSA.»

«_P. S._ Suora Maria Crocifissa, vi avverto, che sono io vostra figliuola; ho rinunciato al nome di Arria, perchè pagano, e un giorno di femmina, senza dubbio adesso nello inferno, per essersi ammazzata con le proprie mani, volendo dare coraggio al suo marito per fare lo stesso, mentre quello di Maria Crocifissa mi mette in certa guisa a parte della passione del nostro divino Redentore.»

«Secondo _P. S._ Nella divina esaltazione della mia mente mi sono sentita capace d'improvvisare un inno sacro, e ve lo mando: voi argomenterete da questo la forza mirabile della potenza di Dio, che di punto in bianco m'invade di furore poetico, com'egli costumò già

col rapito di Patmo evangelista,

e come un giorno delegò virtù al legislatore ebreo di fare scaturire con un colpo di bacchetta la sorgente dell'acqua dalla dura roccia.»

Difatti, compiegati dentro la lettera, occorrevano versi da fare morire di colica tutte le nove Muse, ed Apollo per giunta.

Il dottore li lesse, e nel restituirli alla Isabella, con un tale suo ghigno alla trista favellò:

— Conosco queste ricette gesuitiche, bocconcini di arsenico confettati nella scialappa; ebbene, avanti, che sono impaziente di sentire la fine.

— Povera me! Frenai l'impeto della passione, e più umilmente che per me si potesse, soggiunsi: — Signora priora, ella mi dà una lettera, mentre io sono venuta qui per ripigliarmi la figlia, e la voglio, nè mi rimuoverò di qui finchè la non mi venga restituita.

— La non si alteri, cara sorella, l'ira guasta la salute, e poi è peccato mortale. Io le renderei con tutto il cuore la Crocifissa, ma non posso.

— E perchè non può?

— Perchè la Crocifissa non si trova più in questo ricovero.

— Ohimè! E come non ci è più Arria?

— Questo apprenderà dove si compiaccia leggere una seconda lettera che la nostra diletta figliuola in Cristo, Maria Crocifissa, scrisse prima di partire, appunto per lei.

— Io per me credo che il supplizio del pillottamento non giunga a pezza quello che pativa io; sentiva le goccie dell'olio ardente cadermi addosso ad una ad una ed abbruciarmi le carni; — una lettera — due poscritti — un inno sacro — una seconda lettera.... ne volete di più? La lettera, eccola qua.... con questa, insomma, mi dice che, per sospetto di trovarsi attraversata nella sua vocazione, aveva risoluto partirsi per Parigi, e quivi nella casa centrale delle suore di carità terminare il suo tempo di prova. Allora non conoscendo più ritegno diedi in escandescenze: — menzogne coteste, urlava da spiritata, Arria là dentro; la seconda lettera scritta allora allora; essermi accorta pur troppo, da una carrozza uscita dal palazzo della marchesa X, la quale mi passò fulminando dallato mentre io mi recava al Ricovero, lei essere stata avvertita della mia venuta; — come dalla lunga dimora a farla aspettare alla porta prima d'introdurla dentro argomentava l'apparecchio forse di ambedue le lettere; per certo della seconda. La priora sempre pacata mi rispose: cotesti essere giudizi temerari, badassi bene che un giorno avrei dovuto renderne conto a Dio..... e come severo! Forse il dovere suo e la dignità del Ricovero imporle il rifiuto di qualunque discolpa alle accuse calunniose; pure per chiarirmi non della sua lealtà, bensì della mia ingiustizia, frugassi a piacere mio il Ricovero, lo rovistassi a bell'agio dalle soffitte alle cantine, mi sincerassi pienamente. — Compresi allora inutile ogni ricerca; ormai l'uccello era volato altrove. La priora, visto l'affanno che mi faceva tremare come vetta, mi si accostava carezzevole profferendomi acqua mescolata con elisirvite, aggiungendo non so che parolette susurrate per modo di conforto. Respinsi da me la donna ed il bicchiere, esclamando: — Qui tutto è veleno! Dio, ti piglio in testimonio che io consacro la mia vita alla ricerca della mia figlia, e mai non mi fermerò fintantochè non l'abbia ritrovata. Ma voi, dite, che siete donna e dovreste sapere amore e dolore di madre che sia, perchè congiurate contro di me? Perchè vi unite con gente iniqua a perseguitarmi? Io non vi offesi mai, e credete davvero ben meritare di Dio e della religione, sacrificando l'anima vostra agli interessi mondani dell'empia setta dei gesuiti? — La priora incrocicchia le dita delle mani, piega alquanto il capo sopra la spalla destra e, levati al cielo cotesti suoi occhi di triglia cotta, non risponde altro che questo: — Signore, io vi offro anche queste ingiurie non meritate in isconto dei miei peccati. — Dio! Dio! E' c'è proprio da ammattirne; o che cosa guadagnano coteste sciagurate a contristare così le povere creature per conto altrui?

— E lo domanda a me?

— Sì, a voi come a persona esperta, e mi professerò anche per questo capo a voi obbligata.

— Ebbene, io le esporrò taluna delle mie opinioni in proposito: abbia la pazienza d'ascoltarmi. Con rispetto parlando, mi è parso che le donne sono per ordinario governate molto dal cuore, dal giudizio poco; quindi penso che nelle azioni loro, non dirò che non ci sia ipocrisia, ma assai meno di quello che si pensi, però possono talora essere di pessima indole e religiose ad un punto: l'amore nelle donne si mescola a tutto: l'amore per esse costituisce la stoffa della vita, le altre passioni ci fanno la balza: quindi vediamo le donne facili ad amare, tenaci a perseverare, massime se la pietà, come spesso succede, o preceda l'amore, od anche gli tenga dietro; nel primo caso la pietà è il lucifero dell'amore, nel secondo l'espero; stella benigna sempre. Ponete mente, le donne più di tutti delirarono per le credenze antiche, e più che tutti insanirono per le nuove: esse non sanno distinguere nulla, nè vogliono; tanto vale per loro la barba del cappuccino, quanto la onnipotenza di Dio. La fede che nella religione precedente alla nostra esse avevano di potere diventare oggetto di tenerezza per gli Immortali, Giove compreso, le faceva andare in visibilio: che importava lo infortunio di Semele? Tutte, veruna esclusa nè eccettuata, avrebbero eletto di stringere nelle proprie braccia il Tonante, vederlo nella terribilità della sua gloria e poi restare incenerite. O ch'egli è poi il caso di Dafne lacrimabile davvero? Se le sue membra diventarono alloro, le fronde di questo albero furono e sono onore d'imperatori e di poeti. Se le donne si staccarono dai numi antichi e vennero ai nuovi, e' fu perchè amore più veemente le vinse: piacque Cristo, bellissimo di forme terrene, spiranti misericordia ed immensa pietà: la tenerezza da lui sentita e dimostrata pei pargoli gli attirò i cuori delle madri: la Maria di Magdala perdonata, l'adultera preservata dalla lapidazione, la Samaritana salutata sorella fecero sì che in lui confidassero quante donne, aborrita la presente abiezione, volessero rigenerarsi e in lui sperassero unicamente per tornare a parte della famiglia e del consorzio umano purificate, riverite ed amate. Però le donne si innamorarono e s'innamorano davvero di Gesù: considerate le loro orazioni, esse grondano propriamente delirio di amore: levateci Gesù e sostituiteci o Nanni, o Gigi, o Tonino, ed ecco che troverete bella e fatta la più ardente lettera erotica che mai sapesse immaginare donna innamorata: anzi, bisogna confessarlo, la più parte di loro vergognerebbe bisbigliare nelle orecchie a Tonino quello che spiattella a Gesù a voce alta; mirate con quanta insistenza pretendono che egli si pigli di riffa anima, corpo _et reliqua_: sposo e amante, e adorabile ed adorato non rifinisce mai appellarlo. Ponete mente anche a questo: i preti, piloti solenni nei pelaghi donneschi, da prima effigiarono i simulacri di Cristo e dei Santi orribili a vedersi, ma considerando poi come le donne torcessero il viso dai Giovambattista, dai Paoli, dai Macari, dagli Ilarioni e da altri siffatti eremiti affranti dalla penitenza e attriti dal digiuno, dissero: diamo volta al timone, che queste benedette donne fanno il callo anche al terrore, mentre dello amore non si saziano mai, e allora presero ad effigiare i Santi smaglianti di bellezza. Ponetemi una giovane donna a recitare i sette salmi penitenziali ai piedi degli angioli dipinti dal Ghirlandajo, da Raffaello e da Lionardo, e mi direte poi se ella ne diventi devota. I gesuiti, nello scopo di moltiplicare la pesca, hanno di nobile fatto l'arte plebea, fabbricando un flagello di Madonne e di Santi da strapazzo, ma però lustri, imbiaccati, imbellettati e ravviati, come se uscissero allora allora di mano al barbiere. Nei conventi delle monache, caso mai Giuseppe il falegname si attentasse comparire senza facciole in mezzo al bue e all'asino, sarebbe grave scandalo. Non dirò nulla di S. Luigi Gonzaga, nè di S. Stanislao Kostka ed altri simili cavati fuori dal semenzaio della Compagnia di Gesù; nella _Novità_ del Sonzogno non comparvero mai figure di femmine tanto azzimate, come ci presentano i gesuiti questi Santi di loro manifattura. Un giorno al visconte di Chateaubriand frullò pel capo, allo scopo di menare chiasso, di dettare i _Martiri_ e il _Genio del Cristianesimo_, amara radice donde vennero alla Francia amari frutti, ed eccoti i preti arrabattarsi a fare l'autore amabile in grazia del libro, e il libro in grazia dell'autore, e però ornare il volume del preteso ritratto del Visconte, il quale ricavarono non mica dal vero, potendo il povero uomo, a cagione della sua bruttezza, somministrare testimonianza a coloro che sostengono l'uomo disceso da progenie scimmiesca, bensì dal Byron, giudicato empio come il demonio, ma bello come un Dio. Avvertite altresì come, per insinuare nelle grazie delle signore quel grimo di Pio IX, in fronte delle varie edizioni della sua vita, dettate dal Plutarco St. Aubin, si sieno industriati di mettere al tormento la estetica per dare affetto ed intelletto ad una faccia di vecchia balia, che va a battezzare un bambino. Dunque poniamo in sodo, movente primo delle donne faccendiere in materia di amore essere l'amore, il quale quanto più vola in alto più affatica le penne, sicchè quando ha volato e volato in su e si crede lontano dal paradiso meno di un tiro di schioppo, nel volgere lo sguardo in giù si vede rasentare la terra più che non è verecondo avvertire: le monache di Prato e il laidissimo canonico Ricasoli informino[37]. Dopo l'amore viene la vanità nel cuore di femmina, passione fredda quanto quell'altra è calda: supremo intento della femmina comparire, e siccome per comparire proviamo il dominio efficacissimo strumento, così per conseguirlo ella si affanna con tutti i nervi; potendo piglierebbe potestà principesca, e l'ha tenuta talvolta non meno scelleratamente che sagacemente degli uomini, ma ciò a lei non concedesi tanto di leggieri, che la vanità maggiore degli uomini glielo contrasta; per la qual cosa ella cala sopra qualunque prominenza le si pari dinanzi, che la qualità dello strumento sul quale la passione si esercita non muta in nulla la natura di lei: tanto sotto la corazza di ferro di Achille, quanto sotto quella di barbietola dei ranocchi di Omero, il cuore batte con palpiti eguali: che cosa importa sedere sopra un guscio di noce o sopra una scranna dorata, a patto però che entrambi significhino trono? Che rivela stringere uno scettro, ovvero un mestolino, a patto che ambidue sieno simboli di signoria? Allo scarabeo che rotola nelle sue zampine la palla escrementizia pare di essere glorioso quanto Carlo Magno che stringe nelle mani il globo del mondo. I preti per giunta si studiano indefessi di adulare le donne, e con arte astuta alterano in loro il retto giudizio delle cose, sicchè alla perfine esse giungono a confondere le spille con gli stiletti, i veleni co' biscottini, il fuoco della contrizione col fuoco di legna, e quindi con leggerezza o gravità pari trattano queste e quelle. Dopo siffatte considerazioni ne vengono altre più materiate, non però meno desiderabili: le femmine agiate, dove tengano in convento lo ufficio supremo di priora e di abbadessa, ovvero uno dei capitali, godono delle comodità consuete o maggiori a quelle di cui già godevano in famiglia; le altre poi uscite da basso lignaggio si deliziano in morbidezze non isperate; dove capiterebbero mai se dimesse dal convento? Le più non hanno famiglia; l'avessero, esse repugnanti ci si condurrebbero, e le famiglie repugnanti le accoglierebbero. Uscendo dai conventi, esse se ne tirano dietro la polvere, trista quanto quella dei sepolcri: non più impero, nè obbedienza, stanza meschina, pensione grama: solitarie nelle città, nelle quali esse rientrano a modo dei sette dormienti, non avendo a spendere altro che monete di cuoio. Oltre queste vi saranno altre ragioni, ma l'esposte non le paiano poche: amore rinvestito in passione religiosa, vanità di dominio, saccenteria soddisfatta, bisogno di conservare il bene presente, paura del male futuro.

[37] V. POTTER, _Vita di Monsignor Ricci_, o LASTRI, _Osservatore fiorentino_ — GALLUZZI, _Storie_.

— Dottore, io sono stata a sentirvi a bocca aperta; tanto è, ho da dirvela, le vostre ragioni mi bollivano pel capo, ma da me non le avrei sapute districare mai; gradite le mie grazie; io vi stimava molto come dottore fisico, ma voi mi avete dimostrato che siete troppo più perito nelle infermità dell'anima.

— Noi altri medici di rado facciamo distinzione tra corpo e spirito: però, come adesso soprappongo l'orecchio al cuore umano, un dì ebbi vaghezza di mettere l'orecchio sopra lo involucro di questo consorzio che piglia nome di società civile per sentire i palpiti del secolo che muore... egli muore e non ci ha rimedio che valga a salvarlo. Bene mi è riuscito estrarre tubercoli e sradicare cancri dallo stomaco, non mai un errore nè una tristizie dal cuore dell'uomo; e quindi a dritto Omero saluta la persuasione divina, perchè in verità non mi è occorso fin qui incontrarla in questo mondo; onde io di quanto ho diminuita la fede alla parola, altrettanto l'ho cresciuta al _bistorì_; ed ora andiamo innanzi nel nostro racconto.

La signora Isabella proseguendo disse: — Non potendo tenere dietro a tutte le mie figliuole, mi proposi seguitare le traccie di Arria, come quella che a mio credere correva maggior pericolo di perdizione: provvista di lettere commendatizie mi condussi a Parigi; costà, in vista di tastare il terreno attesi a vedere subito le persone alle quali mi avevano raccomandata; ell'erano magistrati, avvocati, banchieri, mercanti e soldati o vecchi riposati o giovani sotto le bandiere; esposto il caso, tutti, ma principalmente gli ultimi, e i giovani più dei vecchi, ad una voce affermavano difficilissimo l'esito della mia richiesta; anzi stupire come io italiana e cattolica ci potessi insistere; non sapersi persuadere che una madre credesse adempire il suo dovere e dare prova di amore alla figliuola attraversandole la strada onde ella si riducesse in luogo di salute. Ahimè! Quanto ci riesce insopportabile la stolta beghineria sopra la bocca francese, usi come eravamo da un secolo e più a sentirci sonare la stolta empietà! Ottanta anni fa correva l'andazzo in Francia rinnegare Dio[38] e tutto il mondo per darle gusto doveva confessarsi ateo; adesso il tempo volge di pellegrinare a Roma, e se i francesi potessero ci aggavignerebbero pel collo e farebbero batterci il naso per forza sulle ciabatte del papa. Rinvenuto alla fine il luogo dov'erasi riparata Arria, mi presentai alla priora. Misericordia! Stetti un momento in forse sul dubbio se fosse quella medesima di Milano, tanto apparivano gettate dentro una medesima forma; questa però aveva sopra l'altra il vantaggio di stringere più spesso le mani e più spesso voltare gli occhi al cielo le pupille di pesce andato a male, zufolando con una vocina da zanzara: _mon Dieu! mon Dieu!_ — Però, sotto le sembianze false della umiltà, si vedeva trapelare la sicurezza di chi sa di essere spalleggiato in tutto quanto si faccia. Invece di svellerla, i francesi hanno ingrassato l'ortica col guano; se adesso si sentono pungere le mani, lor danno! Il mio colloquio con la priora veniva interrotto più spesso che non convenisse dalla comparsa di Suore vestite di una sargia bigia, con certa maniera di acconciatura in capo tanto sguaiata, da farle sbagliare co' gabbiani girondolanti per l'aria quando il mare è torbo; anco qui ai miei gridi strazianti sentii opporre preghiere e scongiuri; anzi vidi lo sforzo della priora di mescolarci una lacrima o due, ma non ci riuscì (e credo non ci sarebbe riuscita nè manco se metteva il capo nello strettoio dell'ulive) perchè non attraversassi a cotest'angiolo il celeste volo verso il paradiso; breve, la conclusione fu questa: Suora Maria Crocifissa avere fatto capo veramente là dentro, ma essersene dovuta allontanare pochi giorni dopo in obbedienza agli ordini superiori per condursi a Brusselle, dove l'avrei trovata di certo addetta alla pia casa di lavoro, o agli ospedali. Ed io misera madre da capo in cammino, da Caifas a Pilato. A Brusselle adoperai come a Parigi per iscoprire marina, ma se qui incontrai le porte chiuse, a Brusselle erano inchiavardate. Ora, mentre io mi arrangolo per trovare il filo della matassa, la buona femmina presso la quale più che modestamente albergava, sentendo pietà del mio affanno, mi confidava che se ci era verso di approdare a qualche cosa di buono, bisognava che io me ne rimettessi nella marchesa di Grappigny, donna di pietà insigne, famosa per dottrina, e, da quanto se ne sentiva dire, tenuta in odore di santità; di credito grande presso i gesuiti (e tutto questo parlò a voce alta; poi a voce sommessa, e guardandosi attorno con sospetto, aggiunse) — dei quai le male lingue affermano essere spia, porta polli e alla occasione vettura da strapazzo; caso mai che le male lingue si apponessero al vero, bisognava dire che tutto questo formasse la sua industria segreta, mentre la palese consisteva nel darsi a nolo a recitare orazioni ed a comunicarsi a profitto delle anime del purgatorio.... Del purgatorio! esclamai io maravigliata, ed ella: Già, per lo appunto così, perchè voi avete a sapere che i preti non vendono solo uffizi e tridui, messe e novene, mortori e indulgenze e via discorrendo, tutte cose di propria manifattura, sibbene ancora le comunioni e le orazioni delle loro penitenti, buscandoci su la senseria, la quale supera sempre il prezzo della merce. Avendomi la buona donna istruita del modo col quale io dovessi comportarmi, e dettomi il luogo dove per certo mi sarebbe occorsa la marchesa, mi condussi la mattina per tempo alla chiesa di S. X.

[38] È noto come Luigi XVI, udendo eletto all'arcivescovato di Parigi un ateo, levando le mani al cielo esclamasse: — Signore! almeno l'arcivescovo di Parigi dovrebbe credere in Dio. — Tutti gli storici riportano il fatto. V. THIERS, _Storia della Rivoluzione di Francia_.