Part 2
Il cuore che non sente più il dolore, è pari alla sorgente inaridita. Da questa sensibilità squisita scaturiscono le immagini, le fantasie e i pensieri; malavvisati! non desiderate che cessi; sarebbe lo stesso che spegnere la candela, voi rimarreste al buio. Il pittore manda dal droghiere per la varia ragione delle tinte, che stempera poi sopra la sua tavolozza, ma lo scrittore ci stempera sempre la propria anima, comecchè ella abbia a somministrargli i moltiplici colori per dipingere la sua opera. Gl'impedirete che ei si sfoghi? Gl'imporrete che egli, come il barbiere di Mida, scavi una fossa e ci confidi il segreto che il re Mida ha gli orecchi di asino? Imbestino nei volgari diletti i suoi nemici la vita; di tristo padrone durino schiavi peggiori; levando il muso insanguinato dalla carcassa dello Stato, mostrino i denti, sieno quanto vogliono adesso codardi, persecutori, astiosi e ignoranti, ma sentano che noi possiamo inchiodare i loro nomi in cima al patibolo. Noi vogliamo che i figliuoli si abbiano a vergognare dei loro padri: altre volte i fiorentini per causa meno dura cambiarono di casato. Il nostro Dio non ci consentiva altre frecce che quelle con la punta d'infamia; e noi ne saettiamo i nostri nemici: la vendetta del poeta è la provvidenza di Dio sopra questa terra.
Il solo diletto non ha offerto mai scopo degno agli scrittori; la natura ed i maestri insegnano loro a mescere l'utile col dolce; ed io secondo le mie povere forze mi sono industriato sempre di seguitare questo precetto: però mi piacque stringere co' miei lettori quasi un patto dicendo: Io vi diletterò due ore, e tre se volete, ma durante un'ora state a udire le mie lamentazioni e le mie dottrine: che se vi duole udirle, lasciatemi significarle, e voi non ci badate.
Ed anco penso: la nuova generazione, nella quale mi affido, ha smesso il convulso che travagliò la generazione antecedente; ella sospira i negletti studi; ella ricorda come i grandi capitani dell'antichità fossero discepoli di filosofi, e filosofi eglino stessi; grande si manifesta nella presente generazione l'ardore di meditare intorno la ragione delle cose: certo piace a me, ed alla patria giova, che ella mediti con le mani appoggiate al pomo della spada, — ma mediti.
Per le quali cose il retto giudizio delle digressioni nei romanzi e nei poemi si riduce come ogni altro nodo a questo pettine: se ti garbano e t'istruiscono, e tu tienle care e fanne tuo pro, ovvero ti riescono sazievoli, e tu, o butta via il libro, o meglio, va' dal libraio a farti restituire il prezzo pagato per comprarlo, ch'io so di certo ch'ei te lo renderà con gl'interessi.
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Antichissimo, noto a tutti, e insopportabilmente avvantaggiato lo scopo della Francia: più che non sentirsi oppressa in casa, a lei piacque mai sempre opprimere altrui: tutti i popoli, anzi tutti gli uomini la natura dotò di ugnoli e di denti _canini_; ai francesi la natura in questo, o si mostrò parziale, o fu superata dal costume. Per fortuna assai, e più per delitti, la Francia costituitasi in arnese gagliardissimo da guerra, remuove i Pirenei e si attacca alla cintura la Spagna, con una catena di Borboni; poi per virtù di arme e di astutezza frantuma intorno a sè Italia e Germania; così le ammannisce a diventare, a seconda della occasione, o facile preda, o facile satellizio.
A parere mio Napoleone III troppo fu esaltato e depresso anche troppo, massime da noi altri italiani, che dovremmo pure considerare, se avessimo fior d'intelletto, com'ei promovendo i nostri negozi, non potesse mandar male i suoi: e questo, bene inteso, io dico per ciò che concerne il suo contegno verso l'Italia, imperciocchè quanto al modo col quale s'impose principe, non credo che per molto maledirlo che si faccia, non possa, e a diritto, essere esecrato assai più. Però, non a scusa di lui, bensì per tuo governo, lettore, avverti che difficilmente troverai per le storie un trono, il quale non sia stato murato con calcina di frode, spenta nel sangue del popolo. Uomo non volgare pertanto fu codesto Napoleonide, e per essersi a lungo riparato in Italia, egli conobbe i nostri incliti patriotti, e con taluni di loro usò con familiare domestichezza; dei nostri indomati proponimenti egli ebbe non solo notizia, ma ci prese parte; combattè per questi; pianse... (chiedo perdono al lettore: uomini cavati dalla creta ond'era tratto Napoleone non piangono; quindi correggi: _perse_) un fratello morto per noi. Che se diventato imperatore si scappucciava e si genufletteva al prete, pensa che gli era forza armeggiare con la Francia, nel secolo scorso ferro arroventato nella fucina del diavolo, in questo, baccalà messo in molle nell'acqua benedetta. In Francia tutto si muta, ma non si smette nulla, nè Gesù bambini miniati, nè disegni da postribolo, nè enormezze da far drizzare i capelli, nè cipria per impolverarli. In ogni secolo pari la violenza, onde altri la segua nei suoi mostruosi trabalzi[7]; però se il Bonaparte e i preti si facevano le forche, va' sicuro che l'uno conosceva l'altro; si sorridevano per mostrarsi i denti; la passava proprio fra corsaro e pirata. Il Bonaparte, più che altri, era uomo da sapere che il pensiero si converte in trapano capace da forare il porfido; e neppure ignorava la natura implacabile di quelli che lo adoperavano; aveva tocco con mano come la barbarie e la sventura, i preti del pari che i tiranni a masticare la Italia ci lasciarono i denti; il macinato macinò la macina; un popolo che non intende morire, che non si può far morire, gli è pure di necessità che tosto o tardi rifiorisca nella sua potenza vitale.
[7] Popolo certamente vario, instabile, leggero, mostruoso e vano, e in tutte le più pazze forme cangiabile a' pari delle nuvole, dai venti in qua ed in là trabalzate. SALVINI. _Dis._ 2, 130.
A questi giorni saltò su un Pallavicini _sindaco_ di Roma; a lui non fu amica la fama, ma s'ella porgesse il vero, o piuttosto il falso, ignoro; questo so, che avendo egli mandato fuori _una grida_, alla libera ci affermava: gli uomini d'ingegno essere stati quelli che hanno ristorato la fortuna italica; dopo tra i fattori della unità nostra, mette ancora la monarchia: si sa, questa finchè lo Stato nostro duri monarchico, ha da incastrare dentro tutti gli atti officiali, come il _gloria_ in fondo ai salmi, e l'_amen_ ai piedi degli _oremus_; nel manifesto del sindaco Pallavicini bandito in occasione
del balenar che fece il rege a Roma
ci cascava _come una rima obbligata_. Pertanto il Napoleonide giudicò oggimai fatale la ricostruzione della Italia a Stato uno e potente.
Nè diverso egli ebbe a giudicare della Germania, tenace anch'essa nei suoi propositi ed irrequieta per ricuperare potenza da lei più che dall'Italia prossimamente goduta e perduta. Da parecchio tempo si faceva palese come o l'Austria, o la Prussia sarebbe spinta dai casi a formare lo impero germanico, e poichè l'una inciampava l'altra, una delle due doveva uscire dal campo. L'Austria volle forse, ma certo non potè pigliare il sopravvento; il suo stato disforme glielo vietò: difatti, o come un'accozzaglia di gente in tutto e per tutto diversa sentirebbe o bisogno o vaghezza della nazionalità? L'Austria è una bottega di pellicciaio; una somma di popoli oppressi: intento ed opera incoerenti alla sua essenza. Per converso il cômpito della unità germanica, quanto sconvenevole all'Austria, altrettanto si addice alla Prussia; difatti non solo i prussiani, bensì i tedeschi degli altri Stati emuli o avversi, convennero seco lei nel fine comune; e non una classe, ma tutte, così feudale, come democratica e borghese.
La vecchia politica della Francia, comecchè a lei sommamente garbasse e ai suoi rettori (qualunque essi fossero) non dispiacesse, ormai cascava a pezzi; allora il Bonaparte si avvisò astutamente di mettere perpetuo screzio fra l'Austria e la Prussia, esacerbarle una contro l'altra, intrigare affinchè la formazione dello impero germanico, poichè impedire non si poteva, riescisse dopo molto travaglio erachidinosa. Dall'altra parte, dacchè comprende che in Ispagna la sua dominazione non cestirebbe, nè quella di verun membro della propria famiglia, osteggia la candidatura orleanese, si arruffa per la prussiana, e nel concetto di rendersi mancipio il fanciullo delle Asturie, questo favorisce. Suo principale fondamento la Italia, onde per un lato bastasse a porgergli alla occorrenza efficace sussidio, dall'altro non diventasse potente per guisa da abilitarla a procedere da sè sola, ovvero diversa, peggio poi contraria ai suoi disegni. E tu, lettore, considera com'egli scendendo primamente in Italia, allorchè bandiva volerla libera dalle Alpi all'Adriatico, significasse l'animo suo con bastevole chiarezza; se noi volemmo intenderlo in altro modo, fu peccato nostro, non già sua perfidia; se egli avesse voluto intendere della universa Italia, egli, che di geografia sa di certo, avrebbe detto dalle Alpi al Lilibeo, ovvero a Girgenti; e ciò chiarisce come il Bonaparte non mirasse mica a ricostruire intera la nostra patria, bensì a fabbricare pei suoi servizi un braccio col Piemonte, la Lombardia e la Venezia, capace a contenere, e, alla occasione, a stringere la Germania. Di vero anche i prussiani la intesero così, e ne dà prova la repugnanza loro, prima e dopo la guerra del 1866, alla occupazione del Tirolo meridionale per parte degli italiani. Se la Italia si trova ridotta oggi nei termini in cui la vediamo, certo non fu per volontà di Napoleone, il quale si industriò con ogni maniera accorgimenti innestare sul tronco lorenese della Toscana un principe della sua famiglia; sperò che il Borbone di Napoli non venisse schiantato da procella domestica, ed ebbe per certo che l'ancora della barca di san Pietro non si potesse, nè si dovesse sgrappare dallo scoglio, dove la tengono fissa la ignoranza dei popoli e lo interesse dei principi, e si ingannò; imperciocchè sia ben folle chi crede che i consigli umani commessi in balìa della fortuna si scorgano meno sbattuti in terra, che in cielo un foglio attaccato alla zampina della rondine.
Che la Francia provocasse sotto mano, o per lo meno consentisse alla Italia la guerra contro l'Austria, nel 1866, parmi cosa da non potersi negare; certo la Italia pigliava più vigore di quello che la Francia avesse presagito, o che avrebbe sul principio sofferto; ma adesso per la potenza superlativa nella quale ad un tratto era sorta la Prussia, ella abbisognava di ausilio più valido, e che stringesse più da vicino la Germania. Grande spasimo per la Francia Sadowa! Al doppio scopo di tenersi bene edificati i cattolici in casa e fuori, e la Italia devota, il Bonaparte giudicò bastevole il ripiego di avere, in virtù di nuove convenzioni, confermato il papa portinaio preposto all'ufficio di aprirgli le porte del nostro paese quante volte ne avesse talento.
Il papato ormai sa da parecchi anni e sente essere arnese di governo in mano ai principi, e ci si adatta; imperciocchè, oggi, malgrado la molta sua improntitudine, si periti a contendere con gli Stati per soperchiarli, mentre all'opposto lo miriamo spencolarsi fuori di finestra per dire: — O principi! o principi! se la mia corda sfilaccica, la vostra si disfà: oramai siamo diventati due debolezze, attortigliamole insieme, e vediamo se unite formeranno una forza capace a tenere legato per le mani e pei piedi anco un secolo il genere umano. — Non gli danno retta, ed a ragione, perchè promise sempre e sempre tradì; ed avendo i principi oramai ridotto il prete in servitù, non lo accettano socio: chi potendo comandare allo sbirro e al prete li patirebbe compagni? _Chi con chierco si confida, come chierco è senza guida_, dicevano i nostri vecchi. Tanto, in comunella co' preti, si corre sicuro il rischio di romperci il collo più presto; meglio vale perderci soli. Così la pensano parecchi coronati e, a parere mio, con giudizio, per questa volta.
Lo imperatore di Francia da tutte queste sottilità si aspettava un solenne sconquasso della intera Germania: era da sperarsi che la Baviera e gli altri Stati cattolici aborrissero la lega dei protestanti; la Danimarca cogliesse il destro per vendicare le patite ingiurie; il re di Annover con gli altri principi spodestati rimuginassero novità per tornarsene a casa; e pure veruna di queste previsioni si verificò, perchè, camminando sui trabiccoli, l'uomo finisce quasi sempre col fiaccarsi le gambe: cotesta politica dura, che fa suo fondamento la naturale necessità delle cose, governando la logica non i raziocini soltanto, ma sì e più i successi umani, nei primi si comprende; nei secondi si sente: in quelli persuade, in questi costringe, e se il concetto della unità italica ha potuto allignare in onta agli errori e ad ogni sorte contrarietà, egli è perchè cotesto fatto si palesava necessario nell'ordine morale e politico, quanto nel fisico la tendenza dei pesi al centro di gravità. Quanto poi la necessità del concetto possa sopra il suo buono esito, di leggieri se ne persuaderà chiunque consideri la Italia conseguisse il fine della sua unità al pari della Germania, questa vincendo, e l'altra perdendo battaglie: la necessità del fatto vinse la sventura: che se tu mi opporrai non essere riscattata tutta la terra italiana, io ti risponderò, che nè anche la Germania potè fino ad ora costituirsi in uno Stato solo: però quanti sono tedeschi si sentono inevitabilmente attratti alla unità germanica come l'ago della bussola al polo, e gli abbracciari, che adesso la fama racconta, dei due imperatori di Germania e di Austria non sono mica bugiardi; all'opposto sincerissimi, perchè l'uno tasta l'altro per conoscere dove l'avrà a stringere, per soffocarlo più presto.
Volete voi vedere qual sia la mente del prete verso la Italia? Il papa prega Dio, e confida in lui, onde non si riuniscano al capo della patria le parti, che ne durano avulse! Volete voi chiarirvi che la politica astiosa della Francia contro noi procede meno dall'uomo che dalla nazione? Mirate! Cotesta politica sopravvive ai funerali dello impero: non essa la ereditò da Napoleone, bensì Napoleone l'ebbe a provare parte della corona che s'imponeva. Dicasi quello che sentiamo, e quello che è vero: la Francia ustolò la guerra contro la Prussia, quasi esorcismo, il quale scongiurasse il fantasma di Sadowa, che le rimescolava le viscere della vanità, poi, ingenerosa, pretese lavarsene le mani a mo' di Pilato, ed ora più spasimante che mai ne arrovella, forse provocando i suoi ultimi fati, e certo tenendo in sussulto il mondo per presentimento di future guerre. Nizza e Savoia l'impero ingordo e fraudolento arraffò: forse la repubblica magnanima e leale le restituisce? Lo impero per libidine di dominio ci calcò nel cranio il triregno papale armato di punte; la repubblica si morde il dito, perchè abbiamo gettato da noi cotesto supplizio; e di più pigliasi cura di farci sapere che se non viene a rificcarcelo in capo non è per manco di volontà, bensì di potestà; rifatte appena le forze, tornerà allo esercizio dell'antica tirannide: ricresciuti gli ugnoli, ripiglierà a lacerare... e allora, qual cuore di uomo presumi che possa desiderare la cessazione dello avvilimento di Francia? Tu conduci il senno e costringi la pietà a invocare da Dio che colmi la misura della tua miseria, che ti cancelli dal libro dei popoli... Non maledite ancora, non vi sconfortate, il verme del passato rotto su la schiena si agita, ma non vive; pare che scontorcendosi minacci, e lo attortiglia lo spasimo dell'agonia... pensate a scavargli la fossa. La Francia adesso è in istato di crisalide, in breve (per quanto ci voglia fede robusta, nondimeno ardisco sperarlo) rotto lo involucro dell'ira, del cordoglio, della superbia offesa e della febbre di fastidire il vicino, volerà farfalla, simbolo della parte divina infusa nell'uomo dal suo Creatore.
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— Bene sarebbe stato non nascere, ma poichè venni al mondo, il meglio sta nell'uscirne presto. — Così favellava Curio, e provveduto in fretta quanto gli parve necessario al bisogno, s'incamminò verso Brescia. Tanto la passione lo teneva legato, che in andando egli non pose mente ai mesti volti, nè alle parole dolorose delle persone nelle quali occorreva: appena giunto a Brescia ei si fece a casa Cammilli amica vecchia della sua famiglia, e non v'incontrò anima viva; allora si avvisava recarsi alla dimora della baronessa Olfridi, vedova attempata, ma per patrii spiriti e per solerte benevolenza sul fiore della vita, ed anche lì tutto deserto; sceso daccapo sulla pubblica via, considera i passanti e mira quello reggersi colla mano la fronte, questo con ambedue farsi visiera agli occhi, uno desolato guarda il cielo, l'altro non ha balìa di levare la faccia da terra; lamentevoli le madri, dolorose le fanciulle; spirava da ogni lato un'aura di desolazione: un lutto grave opprimeva di certo la città.
Curio si accosta a tale, che giudicò alla sembianza cortese, per domandargli qual fosse la causa di tanto cordoglio; costui non lo badò neppure, e così gli accadde con altro e con altro fino a cinque, sicchè ne stava per rinnegare la pazienza; non lo sovvenendo partito migliore, si lascia trasportare dalla piena, la quale come fu arrivata sopra certa piazza si biforcò, parte continuando a camminare pel medesimo tramite, e parte volgendo ad altro lato: di vero taluni andavano alle porte per accogliere i sorvegnenti, mentre altri si affrettano a soccorrere gli arrivati all'ospedale. Curio fu co' secondi, e intantochè scorreva la via, riunite varie frasi tronche, costruiva la fiera notizia della rotta di Custoza, e quasi fosse poco, ecco aggiungergli trafitte all'anima le voci dello esercito sbandato; Garibaldi respinto, ferito... taluno accertava ucciso; immensa la strage degli italiani sopra le sponde fatali del Mincio. Nel salire le scale, Curio si sentiva sotto mancare le gambe, tantochè, per non cadere, ebbe ad aggrapparsi al muro; pure, innanzi di entrare nello spedale dove giacevano i feriti, i moribondi e, ahimè! anco i morti, ricuperò il coraggio, pensando al debito sacro che gli correva di frugare se fra quei miseri si trovasse parente od amico, e, trovatolo, sovvenire.
Stupendo colà l'andare, il tornare, lo strepito dei passi, la polvere continua sagliente dallo ammattonato al palco, l'afa degli aneliti fumosi; chi portava materassi, chi biancherie, spugne, secchi, di ogni maniera arnesi, scansandosi e urtandosi, — pietà ad un punto e maraviglia a vedere. La schiera delle formiche, arrovellata a riporre la raccolta nel granaio, quando l'urge lo inverno, non sarebbe similitudine capace a ritrarre cotesto, più che solerzia, spasimo di solerzia; e tuttavia non vi notavi confusione; comando e obbedienza, lampi pari; non pace mai, nè tregua; i chirurghi nonchè il sudore non si asciugavano il sangue; più prestanti di ogni altro le donne, massime le fanciulle, che con la intera anima riversata negli occhi attendevano ad adattare faldelle, a fasciare, a forbire.... La Carità supplice accennava al Pudore, che pel momento acconsentisse a starsi un po' indietro; ed il Pudore se ne andava adagio adagio alla porta ad aspettare le fanciulle quando sarebbero passate per tornarsene a casa.
Curio dardeggiava con gli occhi la faccia dei giacenti in cerca di persona amica, nè stette un pezzo ch'egli ebbe riconosciuto il maggiore Mainieri, soldato bravo quanto piacevole e arguto, amico grande di casa, quasi parente diletto; gli fu accanto di un salto; già lo avevano medicato; adesso se ne stava come assopito, eccettochè il dolore lo costringeva di tratto in tratto a far greppo con le labbra, donde però non usciva gemito alcuno. Vistolo in cotale stato, Curio maledisse alla sua avventatezza, e per tema di sturbarlo rimase immobile così, che la moglie di Lot, quando diventò di sale, a petto a lui non ci sarebbe stata per nulla. Ora a poco a poco due grosse lacrime formatesi nel cavo degli occhi del maggiore, sgorgano fuori, e dopo essere rimaste per alcuno spazio di tempo penzole alle sue palpebre come diaccioli ai merli di una rocca, gli cascano giù per le gote; e sembra che il maggiore se ne spaventasse, perchè di subito spalancò gli occhi quasi per trattenerle e per impedire che altri le vedesse, ma nè ei le trattenne, nè potè impedire che altri le vedesse, e Curio accostando il suo volto al volto del soldato con due baci gliele bevve, mentre vinto dalla passione, egli stesso proruppe in pianto, e lo bagnò con le sue.
— Non piango per me, sai; quantunque io senta che non ce la caverò liscia...
— O Dio, non me lo dite! Come state? Dove siete ferito?
— Una scheggia di mitraglia mi ha fracassato il braccio; ma con un braccio di meno si vive; si resta soldati con la tara del cinquanta per cento, ma sempre soldato; la ferita mortale ho ricevuta qui nel cuore... io ne morrò... e mi piace morire.
— No, voi dovete vivere per gli amici, per la patria...
— Per la patria? Rammenta Curio, che io t'ho detto ch'io non piangeva per me. In vero io piansi per l'onore militare perduto, per la patria, dopo tanta speranza, scaraventata nella ignominia; piansi sopra tanto lume d'intelletti divini diffuso invano; piansi sul sangue di tanta brava gente sparso per ribattezzare l'antica servitù... Ah!
— Ma che sia proprio vero, ch'io abbia a vedere la fine della mia povera Italia?
Il maggiore chiuse gli occhi, e singhiozzò; Curio continuava:
— Il popolo non ha dato vite, danaro e tutto quello che aveva? Il popolo non diede armi, navi, provincie?... Chi è lo sciagurato che si è preso tutti questi tesori e li ha buttati via, come fanno i ragazzi con le piastrelle sull'acqua... tre, quattro guizzi per gioco, e poi giù in fondo per sempre.