Il secolo che muore, vol. II

Part 19

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O fiori di primavera nati appena, abbattuti dalla falce: veruno si accorse della vostra nascita come veruno della vostra morte, eccetto il pietoso che vi coprì di terra. Voi qui giacete polvere indistinta ma lassù in cielo, Dio, che chiama a nome la moltitudine immensa delle stelle, serberà (così giova sperare) ad ognuna di voi, povere anime, mente consapevole, e luce, ed affetti. Poesia! Poesia! mi urla nelle orecchie, da levarmi di sentimento, una femmina con le chiome scarduffate, cinta intorno alle tempie con le vipere di Medusa e i pampini della baccante. — Poesia! grida costei furiando insanita per terre e per castelli, come lo schiavo libero per un dì dalla catena pei lupercali a Roma. — Poesia! schiamazza agitando una fiaccola fumosa atta ad ardere, non già ad illuminare... Bene sta; ma che mi darai tu in compenso della perduta poesia? Forse la notizia che fra me e la terra che calpesto non corre divario? Che la mia mente è mota? Che il mio cuore va composto della medesima materia dello scarabeo, della cimicia, del lumbrico? Volete sollevare l'anima buttandola giù nel fango? Tolto all'uomo il senso della sua origine divina, persuasolo che tutto finisce in lui, la polvere avrà sentimenti di polvere.

Prosunzione e invereconda temerarietà è sostenere che gli uomini sieno del tutto materia; ma supposto che fosse vero, a buon diritto sapiente fu giudicato quel filosofo della Grecia che disse: — Se avessi nel pugno tutte le verità dell'universo, mi guarderei di aprirlo, per timore che funestassero le generazioni degli uomini abbastanza infelici.

CAPITOLO XIV.

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Sarebbe stato studio proprio degno del pennello del Rembrandt. Marcello era solo dentro una stanza, e se ne stava seduto sopra un seggiolone a bracciuoli; la mano destra gli cadeva giù pendula; con la manca si agguantava il mento, perchè non gli cascasse interamente sul petto.

La massa della luce che pioveva giù dall'abbaino praticato nel soffitto colpiva in pieno il cranio calvo di lui; imperciocchè il dolore dove passa peli più dell'acqua bollente.

La faccia china restava nell'ombra; e, ahimè, qual faccia! Anche qui la sventura, essendosi compiaciuta a modellarla secondo il suo fiero talento, in un attimo l'aveva tramutata così, che della sua prima forma non n'era rimasto tratto.

Non sempre però Marcello si era rassegnato a tenere china la faccia: all'opposto, sentendosi un dì l'anima fornita di filosofia, e di salute il corpo, ardiva levarla in alto e lottare contro il destino: gli accadde come a Giacobbe; i fati e gli angioli non patiscono contrasti, e al pari di Giacobbe fu tocco, e rimase inaridito.

Certo giorno gli parve che, di sotto all'unghia di qualche dito della mano destra, gli entrasse un rettile diaccio nelle vene e gli corresse su dal gomito alla spalla, gli si avventasse al collo, glielo stringesse e con violentissime scosse tentasse svitargli il capo: allora cervello, occhi e tutti i muscoli della faccia gli si raggrinzarono; perduta la conoscenza, stramazzò cacciando fuori dalla bocca alito fumoso e schiuma; arrotava i denti così, che venne a scompaginarli tutti, ed alcuni ne cacciò via dall'alveolo; la lingua gli si spartì in due a modo dei serpi. Nè qui rimase, che dopo l'epilessia sopraggiunse la paralisi, tartassandolo in maniera da non riaversi più.

Ora poi accade di rado che egli ardisca levare il volto in su; troppo tardi: doveva pensarci prima; quando ti capita addosso una scionata bisogna sapersi aggomitolare in tempo: quando il cielo insanisce, non vuole essere guardato, molto meno provocato; terribili le ire di lui; egli ti flagellerà con la grandine, e se non basta t'incenerirà con la folgore.

Marcello mareggiava in tale stato, che dormendo gli pareva vegliare, e dormire quando vegliava; però mentr'era desto eleggeva un soggetto speciale di tribolazione, e meditando sopra quello sentiva come forarsi il cervello dal trapano del marmista; ma nella dormi-veglia le angosce gli giravano e rigiravano intorno al cranio, dandogli lo spasimo del taglio della sgorbia del torniaio.

Isabella schiuse piano l'uscio e si pose sopra la soglia a contemplare quel capo da lei caramente diletto nel tempo felice, e adesso nello infortunio due cotanti più; poi accostatasi in punta di piedi lieve sfiorò con un bacio il desolato. Egli però era talmente indolenzito, che anche un bacio lo trafiggeva acuto come un ago; quindi cessò di un tratto da mormorare i nomi di Arria, di Eponina, di Omobono, di Curio e di Fabrizio, com'egli senza intromissione costumava a modo dei devoti, quando mulinano il turbinìo del rosario; e aperti gli occhi belò:

— Mi hai riportato le mie colombe al nido?

Isabella, côlta alla sprovvista, non si potè reprimere da rispondergli con impeto:

— Ah! Marcello, Marcello! La morte rende almeno i cadaveri, ma i preti non rendono mai nulla.

— Come ci entra la morte? Come entra la morte qui?

E siccome Isabella, accortasi del fallo, metteva alcuna dimora a rispondergli, Marcello presentendo novelle ambascie cadde in deliquio. Allora Isabella comprese come, essendo impossibile nascondere a Marcello le dolenti storie, ella fosse la persona meno acconcia a manifestargliele; la sua passione avrebbe a dismisura cresciuto il fascio dello affanno di lui: deliberava quindi commettere lo incarico a taluno amico prudente e affettuoso: ma pensandoci su ella conobbe subito come avesse poco da scegliere.

Turpe cosa è sempre l'abbandono dell'amico nella miseria, ma non sempre tu ravvisi maligne le cause che lo provocarono. Amore di sè vince amore altrui; poi viene la paura; e delle altre passioni non parlo. Gli amici quantunque buoni si allontanano dalle case degli infelici, come gli animali domestici dai consueti abituri, nel presentimento del terremoto.

Pertanto Isabella mise l'occhio sul medico, prima perchè medico, e poi perchè, secondo quello che presentava la piazza, le parve uomo di cuore: si chiamava Taberni, e veramente oro egli era, però mescolato con mondiglia, e di molta; pure l'oro prevaleva: l'età, che per molti fa l'ufficio del crogiuolo, forse a quest'ora lo ha reso, o se non lo ha reso, lo renderà di ventiquattro carati l'oncia. Questo auguro al dottor Taberni, e proseguo la storia.

Avendo il dottore volentieri acconsentito ai desideri dell'Isabella, entrambi si ridussero dentro una cameretta, dove la donna, poichè si ebbe asciugati gli occhi, e tratto qualche sospiro incominciò così:

— Voi avete a sapere, come innanzi che la misera Eponina avesse abbandonato la casa paterna, io, nonostante che Curio si fosse posto immediatamente alla ricerca di lei, deliberai seguitarne a mia volta le tracce, mossa a ciò dal debito di madre, e pei conforti del mio marito Marcello: una cosa mi teneva in forse, ed era di lasciare Arria in balìa di se stessa. Certo, non ve lo nascondo, il pensiero del pessimo effetto sortito dalle cure indefesse per la buona educazione dei miei figliuoli mi aveva buttato per la terra, ma ciò mi porgeva argomento di raddoppiarle, non già di smetterle; quindi mi decisi di confidarla alla signora Claudia...

— Vale a dire a pigliare il lupo per pecoraio.

— Come! Non è persona dabbene la signora Claudia?

— Anzi prelibata; ma ai conti vecchi diamo di frego, e addio, che di storie antiche io non sono vago; fatto sta che, o per saldare i debiti antichi, o per quale altra causa la signora Claudia, smessa ad un tratto la vita galante, si è data da parecchio tempo a coltivare, operaia zelantissima, la vigna della Compagnia di Gesù.

— Guardatevi, dottore, dai giudizi temerari, perchè, vedete, la signora Claudia, in onta delle mie fervorose preghiere, ricusò di pigliarsi cotesto assunto.

— Eh! signora mia, conosco i miei polli; vuol dire che gatta ci aveva a covare; beghina e prete non fallano: se l'uno è merlo, l'altro è corvo.

— Insomma la signora Claudia mi persuase tenerne proposito alla signora marchesa X, patrona del pio istituto di educazione noto col nome di X, dove si accolgono zitelle civili e si allevano nel santo timore di Dio, nonchè in ogni buona disciplina conveniente all'ottima madre di famiglia.

— _De malo in peius_, _venite adoremus_, secondo lo invitatorio del diavolo; e voi seguitaste il consiglio?

— Lo seguitai.

— Ora mirate furberia di beghina; la signora Claudia non la volle infornare, ma la mise sopra la pala; insomma, io capisco la ragia: voi la raccomandaste alla signora marchesa X nota in _Judea_, la marchesa si fece pregare alquanto, all'ultimo vi risucchiò la povera figliuola, ed Arria, una volta entrata in cotesta macelleria di anime, non si è potuta più riscattare: _facile discensus Averni, sed revocare grados... hoc opus_. Io mi ci sbattezzerei, proseguiva riscaldandosi il dottore; la legge impose un giorno che sopra le botteghe dove esponevansi in vendita carni scadenti si ponesse la scritta: _Macelleria di mala carne_, e lascia che sopra certi conservatorii, educatorii e roba siffatta veruna iscrizione avverta: _qui si macellano le anime buone_. Più sinceri, i pontefici romani permettevano a taluni barbieri avvisare il pubblico, a mo' di privilegio, con un cartello: «_Qui si castrano maravigliosamente i putti ad uso della cappella del papa._» O che pasticcio ripieno di contradizioni è questo nostro civile consorzio! Chi porta a zonzo per la città un quarto di manzo, paghi la multa; a vedere impiccare un uomo s'invita il pubblico con gli avvisi su i canti. Al boia e al sotto boia per una impiccatura si pagano 1700 lire e più; per trecento giornate d'istruzione ad un povero maestro lire 800, quando è grassa. Quando scavi una fossa, se dimentichi accendere il lume, onde il viandante non si rompa le gambe, il Municipio ti coglie in trasgressione; preti e pretesse, di tendere trappole insidiose dove le anime cristiane rompansi gambe e collo, padroni e padronissime[36].

[36] Mi sono astenuto, per ragioni facili a comprendersi, di nominare il _pio scannatoio_, ma che colpisca giusto imprecando a simili istituti si può ricavare dal libro _Sui riformatorii pei giovani_, studi del dottore Serafino Biffi, Milano, 1870, temperatissimo uomo, il quale si esprime in proposito con queste miti parole: «Abolite quelle corporazioni dalle leggi dell'attuale regno d'Italia, le più accorte seppero tramutarsi in libere associazioni, le quali continuano a possedere i loro vecchi istituti, si reggono con le oblazioni dei pietisti e, _nonostante la nuova forma assunta, internamente vivono come prima_, spiegando un asceticismo di altri tempi, facendo ai loro membri emettere _in modo segreto_ gli antichi voti religiosi, che, irriti davanti alle odierne leggi nazionali, pure non cessano avere pieno vigore per le anime pie e timorate. In Milano havvi oggidì qualche riformatorio sorretto dal favore del Governo, che accoglie i giovani minorenni condannati per oziosità e per vagabondaggio, ma anco questi sono in mano di _pie associazioni o di preti_.» (pag. 85).

— Ahimè! dottore, voi avete ragioni da vendere, ma non mi sarei mai aspettata questo tiro dalla signora Claudia, tanto mostrò dispiacere per quello che accadde, e tanto parve darsi dattorno affinchè fosse riparato.

— Ma se ve l'ho detto che la signora Claudia l'è proprio una volpe cresimata, ovvero una biscottina riformata, che è tutt'uno; tirò il sasso e poi celò la mano.

— E tuttavia non so capacitarmene. Qual secondo fine poteva avere la signora Claudia e quale le altre suore a rapirmi la figlia? Se l'interesse governa i gesuiti e chi dipende da loro, come proporsi argomento di cupidità Arria mia? Ella non erede e fin d'allora conosciuta povera.

— O signora mia, mi dia retta; veda qui: lo interesse quanto al fine è unico, infiniti poi i mezzi per conseguirlo, e i modi coi quali si manifesta. Mi dica un po', a che mira il cacciatore? A chiappare uccelli o quadrupedi: or bene, consideri di grazia quali e quante industrie per ciò sieno state inventate, e quante altre se ne inventeranno: un dì girifalchi e balestre: oggi reti, schioppi, tagliuole, fosse, stiacciole, panie, archetti, gabbiuzze, lacci, stringoli, penere, erpici, lungagnole, strascini, insomma, un flagello. Ora avverta a questo: la conversione della nipote della illustre memoria di Orazio Onesti mena chiasso, alla più trista, un anno, cresce reputazione e mena clientela; molto più che l'Onesti procedè sempre implacabile contro cotesti avoltoi. Per questa guisa si scredita la dottrina che nuoce; mettesi a interesse la carità come ci hanno messo la vendetta; si ara col bue e coll'asino. Gesù perdonò chi lo percosse, i gesuiti hanno salvato le anime dei discendenti dei loro persecutori! Perchè qui sta il punto: confondere la religione con le furfanterie pretesche; di Gesù e dei gesuiti farne tutta una minestra: insomma mescolare in un buglione brillanti e mochi... e... ed anche... ma non mi attento aggiungere parola che la potrebbe affliggere, e mi cucio la bocca.

— No, dottore, dite pure, vi prego: a quest'ora io mi sento corazzata a tutto.

— E sia: col soccorso di lingue dolose affilate con l'olio santo sul _cornu epistolæ_ dell'altare, si insinua un parallelo fra Arria la santa ed Eponina perduta... magari, se occorre, alla santa si faranno operare miracoli... Cristo non si staccò di croce per abbracciare Santa Caterina da Siena? Santa Brigida non isposò Gesù in virtù di contratto stipulato per mano di notaro? E così anche sulla fossa de' morti, anzi soprattutto sulle fosse dei morti si miete l'erba; dalle lacrime della madre si battono scudi da cinque franchi; la disperazione del padre si baratta in biglietti di banca. I preti, signora mia, sono per eccellenza cuori-cultori; agli altri lasciano il vanto di agri-cultori.

— Misera me! io non ci aveva pensato, ed ora pur troppo m'accorgo che con le mie mani esposi il mio sangue alle fiere. Non è cosa da potersi ridire le finezze che io mi ebbi: però qualche cosa sembra che non mi garbasse, imperciocchè, se allora lo notai, a ripensarci sopra più tardi mi rese la bocca amara: invero rammentai gli amplessi della figliuola non avermi stretto col consueto abbandono; nè i baci mi scaldarono le labbra come prima: le lacrime da lei desiderai invano. E, o avvenga che la mente nostra sia talvolta divina, o che la impressione quantunque inavvertita governi i nostri affetti, per tre notti consecutive, sul mattino, quando è opinione che i sogni ci vengano da Dio, mi sognai Arria in procinto di annegare nel Naviglio grande, ed io sul margine non la poteva sovvenire. Allora mi cascò addosso il sospetto di averla perduta; subito dopo il sospetto diventava paura. Scottata, e come! dall'acqua bollente, era naturale che temessi eziandio della fredda. A rischio di passare per volubile, per ingrata e peggio, mi sentii costretta di conferirne con la signora Claudia, supplicandola, per quanto amore portava a Gesù, di porsi tramezzo, affinchè mi fosse restituita la figliuola. La signora aggrinzò il naso, ma si astenne da qualunque osservazione o rimprovero; solo mi pregava notare come questa parte a lei non convenisse, a me sì, perchè la madre afflitta se nel tumulto della passione ora vuole ed ora disvuole, merita pietà più che perdono; le mie parole tornerebbero più efficaci delle sue, perchè io dove con la persuasione non fossi arrivata, poteva aggiungere esortazioni e lacrime, mentre a lei questi partiti non avrebbero sovvenuto.

— Certamente, non istava alla signora Claudia sonare il cembalo in colombaia.

— Siccome mi parvero le avvertenze di cotesta signora ragionevoli, così senz'altro indugio mi avviai verso il palazzo della marchesa X. — Comecchè io avessi camminato in fretta, pure mi accorsi che la doveva essere stata celermente avvisata, però che appena le comparvi davanti mi mostrò fosco il sembiante: i modi suoi urbanissimi sempre.

— Zampa di gatto, che per meglio graffiare ritira gli ugnoli...

— Udita la mia istanza, la marchesa adagio adagio prese a dirmi come lo universale mi avrebbe lodata sempre per avere riposta la mia figliuola in cotesto fidatissimo asilo, nido di ogni cristiana virtù anche a cose ordinarie: ora poi dopo il tremendo castigo, che a lei piaceva qualificare tribolazione, con la quale la Provvidenza aveva voluto provare casa mia, era sembrato a lei ed alle pie sue sorelle necessità espressa confidare la fanciulla nelle mani di persone religiose, come adesso non esitava a giudicare insania espressa ritornarci sopra...

— La gatta piglia a mettere fuori gli ugnoli...

— Ed aggiungeva tutta compunta: consideri lei, ch'è madre, che bel costrutto ricaverebbe la fanciulla a riparare da capo in casa sua; ella si renderebbe inabile allo stato così religioso come secolare... Ch'è mai la zitella, perduto il credito? Coteste parole mi erano tante stilettate nel cuore, ma tanto in quel momento mi sentivo avvilita dallo infortunio, che non ebbi balìa di barattare pan per focaccia alla spietata: pertanto mi strinsi a risponderle: Signora, io credo fermamente che il Signore placato vorrà cessare per una povera madre i giorni della sventura: oh! io spero che egli non si appoggerà con tutta la sua potenza sopra una canna incrinata. Ad ogni modo, contro il soperchiante infortunio a me misera avanza un conforto supremo, che veruno può rapirmi, ed è sentire di non averlo meritato. — Oh! via, via, sempre più blanda soggiunse la marchesa, coteste iattanze rasentano quasi la bestemmia. Qual giusto potrà dire: io non ho meritato la penitenza che Dio mi ha imposto? Scusi, ma si attenterebbe ella a sostenere giusti i suoi figliuoli? Tutte l'erbe, cara mia, si conoscono dal seme, e per me veruno mi leva di mente che chi tal semina tal raccoglie. La società ha diritto di vigilare sopra sè stessa, perchè veda, cara mia, le leggi non sanno fare altro che punire la colpa commessa, mentre a noi, principali interessati nell'ordinato vivere civile, preme anzitutto che la non si commetta; però appartiene capitalmente a noi, ed ai religiosi di santa vita, vigilare con lo apostolato delle parole, e più delle opere, che i traviati precipitando dal vizio nel misfatto non vadano a popolare i bordelli e gli ergastoli.

— Ecco, gli ugnoli della gatta si manifestano nella pienezza della loro gloria!

— La natura, che diede l'ira al verme stesso, fece sì che la mia pazienza, gittati gli argini, diventasse furore, onde con voce turbata le favellai: Signora, ella è in casa sua, e non fosse altro che per questo, avrebbe dovuto come gentildonna astenersi di trafiggere il cuore di una madre abbastanza desolata. Qui non venni per garrire, bensì per ripigliarmi la figlia. Si compiaccia pertanto di ordinare alla priora del ricovero che me la renda. Se sì, io gliene professerò riconoscenza: se no, duolmi avvertirla che io ricorro difilato al questore perchè provveda ai termini di legge. — La marchesa allora: Le priore dei pii istituti, cara mia, non sono mica serve alle quali si possa comandare; ed io sono patrona, non già padrona del ricovero. Nel confidarle secondo i suoi desiderii la fanciulla, io non feci contratti, nè io per me assunsi obbligo di sorta. L'unica cosa che ella possa fare, è d'intendersela con la priora. — Qui sonò, e comparso subito uno staffiere, ella gli disse: Giovanni, accompagnate questa signora, — e con elegantissimo inchino mi licenziò, ritirandosi in altra stanza innanzi che io le potessi ricambiare il saluto.

Mi avviai frettolosa al Ricovero; sonai il campanello: non risposero; tornai a sonare fino a quattro volte sempre invano: all'ultimo apersero lo sportellino, e domandarono chi fossi e che cosa volessi. Dettolo, mi sbatacchiano lo sportellino in faccia: mi armo di pazienza ed aspetto; dopo lunghissima ora mi venne conceduto l'ingresso. Allora mi accorsi di cosa che mi era sfuggita prima; lì dentro l'aria opprimeva immota e gelata, vero ambiente di sepoltura: anche i mobili presentavano l'aspetto di desolazione, pari agli alberi dei cimiteri, i quali sembra che sentano la inutilità di spargere ombra sopra le ossa destinate al freddo eterno: lì dentro occorre sempre ogni oggetto fermo al suo posto, non coperto mai dalla polvere, la quale, non fosse altro, attesta che in cotesta, o camera o sala, qualcheduno si muove: si giurerebbe che cotesti luoghi sieno deserti, o ci frequentino spettri. Dalla entratura si scorgeva il giardino uliginoso, dove le piante e i fiori sembravano starsi condannati a far penitenza. Rabbrividii, e tanto andai innanzi, che mi rinvenni di un tratto alla presenza della priora. Queste femmine paiono formate tutte sopra un medesimo modello; taluno le disse composte di mozziconi di moccoli avanzati ai mortorî: a me piuttosto, considerata bene la qualità viscosa della loro pelle, parvero fabbricate con la pasta da vermicelli, e appunto come le paste nel colore diverse, voglio dire talune bianche, tal'altre tinte di zafferano: gli occhi reverberi di lumi spenti: insopportabile l'alito, perocchè l'anima, da tanto tempo morta dentro di loro, le renda troppo più fiatose dei denti fradici: il gelo della morte le circonda tutte, ghiaccie le mani, ghiaccio lo sguardo, le parole ghiaccie e chete come falde di neve che senza vento fiocchi; mi entrò più che mai il raccapriccio nelle ossa, tuttavia vinto il ribrezzo presi a parlare. A me parve discorrere, anzi, dottore, ve lo affermo addirittura, discorsi di certo con efficacia; e lo potete credere, se considerate quanto smaniosa mi agitasse la passione materna; poteva pretendere, e non di manco le mie parole sonarono affatto umili, pregai, piansi. La priora non m'interruppe mai, lasciò che nel dire affannato mi rifinissi, e mi accorsi più tardi questo essere stato astuto consiglio per ispossarmi: cessato che io mi ebbi di parlare, ella, ineccitabile, a me terribilmente palpitante rispose in questi accenti: — Arria non ha potuto resistere alla voce che le venne dal paradiso di consacrarsi a Dio: tra la voce del Creatore e la sua creatura, come mai può attentarsi la creta di entrare in mezzo? Se da lei madre si sentisse verace affetto per la sua figliuola, invece di affannarsi, dovrebbe esultare nel pensiero che gli angioli l'avessero assunta al sodalizio della beatitudine eterna.

Cotesto empiastro di zucca essendomi riuscito soprammodo sazievole, la interruppi dicendo che noi altre donne nate e cresciute per uffici diversi non ci potevamo intendere: per me giudicare poltrone le femmine le quali fuggendo il debito di natura e civile si sprofondano nella inerzia e da per loro si condannano alla sterilità: solo chi ha combattuto merita lode presso agli uomini e presso Dio. Chi si anticipa la morte o si sopprime parte della vita non dà prova di virtù. — A queste parole mi parve che la priora palesasse il suo sconcerto diventando più bianca, però quando tornava sul discorrere la sua voce non palesò veruna alterazione; pianamente disse: — Arria avere manifestato alla madre il suo fermo proposito dentro una lettera chiusa, la quale ella le avrebbe fatto recapitare in giornata, ma che essendole ora, fuori della sua aspettativa, capitata dinanzi, si recava a debito consegnarla nelle mie proprie mani. Apersi la lettera con membra tremanti, e con l'anima tremante anche più la lessi, e compresi come l'uredine letale della falsa religione avesse ormai corsi gli steli più delicati di cotesta povera anima...

— Per caso, interruppe il dottore, avreste conservato cotesta lettera?

— Non me ne separo mai, la porto sempre meco sul seno, nella folle speranza che, come l'ardore del mio sangue scalda la carta, un giorno possa scaldare anche il cuore di cui la scrisse.

— Le rincresce mostrarmela?

— Al contrario; prendete.

Il dottore lesse:

«_Dilettissimi genitori_,