Part 18
— Signori e signore, per dire come dice il reverendo nostro impresario quando non ha quattrini per pagarci il _quartale_, questa egregia donna è morta; ma ella è morta da eroe artista sullo intavolato del teatro, come l'eroe guerriero muore sul campo di battaglia; questi spira l'anima in mezzo al fracasso dei moschetti e dei cannoni; ella in mezzo all'armonia dei violini, dei violoncelli e di tutti gl'istrumenti dell'orchestra; l'uno si avvolge nel cadere nel mantello della sua gloria, l'altra si avviluppò nel manto della Straniera. A noi spetta ornarla di fiori, a noi inghirlandarla di lauri, che troppo bene si meritò, a noi sermonarla con la orazione funebre, a noi inalzarle un monumento, certo modesto, perchè sarà di pane convertito in marmo: i poveri, si sa, di altro non sono ricchi che di cuore, e di appetito. Intanto, per cominciare, ognuno di voi canterà un _a solo_[35] sopra il suo corpo, o inventandolo di pianta, ovvero ripetendone alcuni di quelli che ha tenuto a mente: quello che viene viene; a sfogo del cuore; adesso copritela di fiori, coronatela di alloro, che io incomincerò:
L'angioletta che canta da soprana Del Padre Eterno fra i beati cori, La scorsa settimana Chiappò una sbardellata infreddatura.
[35] _Monodia._
Su voi altri, che state lì a gingillare: ripetete in coro l'ultimo verso per ritornello; e i coristi avendolo fatto, costui li lodò dicendo: — Bravi! Da pari vostro, da voi non ci era da sperare di più. — Attenti, continuo:
Il mastro di cappella Non se ne prese cura E fece molto male Che si è trovato addosso Le feste di Natale, E per la messa su in cielo a cantare Non sapea il grullo che pesci pigliare.
Su, a voi: Non sapea il grullo che pesci pigliare... Bene. Vi trovereste a caso un sorso di vino da bagnarmi la gola? No? Ve lo siete bevuto tutto; bravi patriotti! Come si ama il tradimento e si odia il traditore, così mi sarei asciugato il vino, ma avrei detestato, aborrito, calpestato l'infame che invece di berselo lo avesse messo da parte per me. Ripiglio il canto:
Quando arriva nei cieli un'angiolina Che il _crup_ di stianto si portava via Giusto l'altra mattina, Che visto del maestro lo imbarazzo: La non si stia, gli disse, a ingarbugliare; Colà a Torino tutto il mondo è pazzo Di una voce celeste Che se voi la metteste Nei piedi della vostra Angiola fioca Vi troverete aver compìto il coro E fatto il becco all'oca. Per dispaccio mandatela a chiamare E la morte lo vada a consegnare:
E il coro ripetè il ritornello:
E la morte lo vada a consegnare.
Il buffone riprese:
La morte venne giù per l'ambasciata Le disse un motto e via se l'è portata; Ella poi la seguì con tutto il cuore Certa, com'era, si farebbe onore Anco dei cieli infra il beato coro Or con la cetra d'oro Accompagnando i suoi divini canti Fa il Padre Eterno strabiliare e i santi.
— Fa strabiliare, ecc. Ora attenti al comiato:
Che se talun di voi cotanto ardisca Alla novella mia fede negare Affinchè si chiarisca La vada in paradiso ad ascoltare. Ed or mi tarda andare all'osteria Dite la vostra che ho detto la mia.
I coristi usi ad obbedire il maestro avevano accompagnato la monodia, ma, bisogna confessarlo, a contraggenio, perocchè non sapessero distinguere s'egli celiasse, o facesse davvero, e questo molestamente sopportassero; allora si levò su Natalizia, la quale, posta la sua mano sul braccio del maestro, in questo modo gli favellò:
— Agatone, senti: la tua mente ed il tuo cuore erano nati per far casa insieme; ma non ci pensarono mai, ed ora è troppo tardi; i tuoi occhi sono gonfi di lagrime e la tua bocca canta in chiave di baccanale. Taci, che Dio ti perdoni e ti conceda la grazia che stilla di acqua, senza il tuo consenso, non ti caschi mai nel vino. Voi altri, fratelli e sorelle mie, alunni dell'armonia, non vi state ad affaticare lo spirito cercando inni funebri; le ore dell'angoscia non sono quelle che accompagnano il carro alla fantasia. Noi tutti conosciamo un canto dove le parole occorrono sublimi ed i numeri divini; inginocchiamoci intorno alla defunta, e con le labbra, e più col cuore, cantiamo la preghiera del _Moisè_: io vi dico in verità che ne esulteranno quanti sono beati in paradiso, e con essi questa cara infelice, la quale così acerbamente si è partita da noi.
— Sì, facciamo a questa maniera; Dio ha parlato per la bocca della fanciullina.
Intuonarono la preghiera: _Dal tuo stellato soglio_, e con tale una effusione di tenerezza che terminò col pianto universale: pianto senza mistura di amaro, pianto che ricava la sua scaturigine da più alta fonte che non è il cuore umano, e che consola tanto quello che lo versa, quanto quello per cui è versato.
Ma pianto e riso, e affanno e gioia si dileguano nel mondo a modo che fa l'eco. I cantori mano a mano lasciarono il teatro; sul palco scenico rimasero una candela di sego, che mandava tanta luce quanta bastava a rendere le tenebre visibili, una guardia di pubblica sicurezza intesa a passeggiare, a masticare tabacco ed a schizzare la saliva più lontano che poteva, la morta sempre stesa sulla scala, e l'orfana di nuovo genuflessa ai piedi della defunta per pregare.
Indi a breve comparve l'assessore di polizia con alcuni uomini a cui ordinava trasportassero il cadavere nella stanza mortuaria, così come stava sopra la scala, coprendolo con uno straccio qualunque. Appena egli ebbe profferite queste parole che una larva uscita di sotto terra, mostrando la faccia più bianca del marmo, stridè:
— Nessuno la tocchi... è mia.
— Chi è vostra? riprese l'assessore, il quale senza volerlo sentì corrersi freddo nelle ossa.
— Questa morta.
— E voi chi siete?
— Io? Sono sua madre.
— Madre.... e che volete?
— La voglio accompagnare, la voglio vegliare, la voglio....
— Va tutto bene; ma, donna mia, ora capite che non si può tenere sul palco scenico; quindi occorre farla trasferire nella stanza mortuaria.
— Sopra la scala? Coperta da uno straccio purchessia?
L'assessore mortificato, si affrettò a rispondere:
— Oh! no: qualcheduno vada all'ospedale per un cataletto; ci riporrete dentro la morta e la porterete alla stanza mortuaria; se questa donna insisterà a vegliarla, non glielo vieterete; allora lasciatele una lanterna e serratecela dentro.
Ciò detto, premuroso di mettere fine a cotesta scena disgustevole, se la svignò.
Ora vuolsi sapere come la misera madre accovacciata su nella piccionaia fosse stata presente a tutto; da lei mosse la domanda piovuta dall'alto intorno alla qualità dell'accidente occorso alla Eponina, come la funesta risposta si era dipartita dall'orfana. Ella si precipitò senza indugio per le scale, ma, rinvenuta la porta del teatro, che metteva al palco scenico, chiusa, si pose lì ritta ad aspettare. Quando i coristi uscirono e l'assessore entrò, ella, côlto il destro, gli si cacciò dietro inosservata. Adesso sovvenuta dalle guardie trasse giù il caro corpo dalla turpe scala, ed ella assettatasi in terra se lo fece deporre nel grembo. La guardò, e: — Avessi un po' di acqua! — bisbigliò sommessa. E subito le venne portata l'acqua; gliela porgeva Natalizia. Trattasi il fazzoletto di tasca lo intrise nell'acqua e prese a lavarle diligentemente la faccia. — Ah! non basta.... susurrò da capo, e non aveva anche finito le parole che si rinvenne un altro pannolino in mano: ella lo prese senza considerare da chi le venisse: viva soltanto nel rendere gli ultimi uffici alla morta; poi le ravviò i capelli, glieli spartì sulla fronte, glieli compose con arte; all'ultimo le sollevò il capo e si mise a contemplarla per lunga ora senza gemito, senza pianto; guardatala e riguardatala un pezzo, a denti stretti mormorò:
— Ben ti ritrovo, Eponina, ma quanto diversa da quella che mi uscisti di casa!
L'orfana abbracciava sempre i piedi della sua signora, ed Isabella non l'aveva ancora avvertita.
Venne la bara, ci adagiarono il cadavere della meschina; la madre dietro; l'orfana, senza che alcuno ci badasse, si mise sotto la bara, ed in questo modo potè entrare anche essa nella stanza mortuaria, e rimanerci anche quando furono partite le guardie.
— Oh! adesso che mi trovo sola con lei, guardiamocela un po' senza soggezione.
E tolta in mano la lanterna, scoperse la bara e l'infelicissima madre esaminò sottilmente a parte a parte il cadavere. Rinnuovato quattro volte o sei l'esame angoscioso, depose la lanterna nel cataletto, ed ella assettatasi in terra sospirò:
— Non ci ha caso, è morta.
Si abbracciò le ginocchia, sopra esse appoggiò la faccia e non profferì più parola.
Alla domane, quando un poco di luce si fu messa nella funebre stanza, avendo levata la faccia, i suoi sguardi vennero a posarsi sopra Natalizia: non parve ne sentisse maraviglia, o paura; se non che l'eccesso dell'ambascia e il digiuno prolungato incominciavano a farla vagellare; le prime parole che disse sonarono delirio:
— Donde vieni, fanciulla? Chi ti manda? Se dalla parte di Eponina, parla presto, onde io possa contentare la povera figliuola.
— Vengo da me, signora Isabella; io sono una povera orfana che la sua figliuola raccolse, col suo pane nudrì, col suo spirito educò: la sventura, ecco, adesso l'ha schiantata; ella, senza volerlo, mi ha abbandonata, ma io non voglio abbandonare lei; quando la metteranno in terra, io supplicherò che mi seppelliscano nella medesima fossa e mi esaudiranno.
— Ah! soggiunse Isabella, anche morendo, o mia Eponina, tu hai pensato a me, porgendomi dalla bara un fiore.... ben venuto, o fiore di consolazione, io ti poserò sul seno che ti allattò, o figliuola; dimmi, vuoi stare con me? Non mi lasciare desolata e sola. L'amore che porto ad Eponina può bastare anco a te, senza che ei ne rimanga menomato.
Natalizia allora, cingendo alla madre di Eponina col diritto braccio il collo, disse:
— Sì; io ti starò al fianco, e quando piangerai, io piangerò con te.
Allora Isabella sentì squagliarsi il cuore, che fino a quel momento le aveva oppresso il petto; e strinto con ambe le mani il capo alla fanciullina, pianse, e la fanciulla con lei; e piansero tanto e tanto, che elleno stesse si maravigliarono come sì grande copia di lacrime potesse versarsi da occhi mortali.
Si apre la stanza mortuaria e vi penetrano parecchi, di cui uno che pareva essere il _sopracciò_, appressatosi alla signora Isabella, prese a favellarle di questo tenore:
— Che recapito si ha da dare a questo corpo?
— Io vorrei trasportare questa mia figliuola a Milano per seppellirla allato ai suoi parenti.
— Ciò va d'incanto, ma quando ha da essere così, non ci è da perder tempo, perchè in _primis_ conviene ricorrere alla _autorità governativa_ per la debita licenza; poi è mestieri mettersi in regola con l'_autorità amministrativa_ circa la tassa da pagarsi pel trasporto del cadavere; inoltre bisogna intendercela con l'_autorità sanitaria_ per _condizionarlo_ a dovere nelle casse di uso, delle quali due di legno ed una di zinco; per ultimo occorre pigliare appuntamento con l'_autorità delle strade ferrate_, la quale, come vedrete, non vorrà assumere l'incarico di trasportarlo se non di notte col _treno merci_; sicchè voi potete da per voi stessa comprendere che per fare tutte queste cose presto e bene, ci vogliono gente e quattrini.
Isabella sentì stringersi il cuore, perchè, venuta via in fretta da Milano, poca moneta aveva portato seco, e quando pure se ne fosse partita ad agio, dove procurarsene maggiore non avrebbe saputo; però che la sventura si era compiaciuta di ridurre al verde cotesta povera famiglia di ogni sostanza, come in breve mi toccherà a raccontare; mentre Isabella percossa da nuovo dolore abbassa gli occhi, si vede in dito il magnifico _solitario_, dono dello zio Orazio, di sempre cara ed onorata memoria; riprese animo nella certezza di far quattrini, onde levò la faccia dicendo con garbo signorile al sopracciò:
— Voi intendete, signore, come l'affanno che mi travaglia mi renda inetta a questi uffici; siatemi cortese di compirli per me; intanto vado a procacciarmi la moneta necessaria; — ma di un'altra cosa io vi vorrei pregare, ed è che pigliaste in custodia questa ragazzina fintanto che io non ritorni.
— Vada, signora mia, e viva tranquilla che la lascia in buone mani; la condurrò in casa al parroco...
— Parroco! Preti!.... Oh! no.... via preti.... voi non sapete che cosa siano i preti.... vien qua, fanciulla mia; — ed in così dire la Isabella tremava a verga.
— La non si rimescoli, signora.... oh! capisco anch'io.... ma, sa, succede fra i preti come a quei di Lucca, ce n'è dei buoni e dei cattivi....
Isabella agguanta il sopracciò pel petto, strabuzzando gli occhi, e gli domanda:
— Sei forse prete?
— No, signora.... in coscienza, no.... no davvero davvero.
— Se non prete, qualche cosa che appartenga a prete?
— Quanto a questo, io non posso negare, fui cuoco nel convento dei reverendi padri barnabiti.
— Va' all'inferno donde prima sei venuto.
Ed Isabella lo scaraventò lontano da sè. Il sopracciò, riaggiustandosi le vesti sgualcite, pauroso di perdere il guadagno, che ormai si faceva sicuro, umilmente favellava:
— Per avere dato a mangiare ai lupi, o che si diventa lupi? Si lasci servire.... e mi dirà se si sarà trovata contenta. Quanto alla signorina....
Natalizia, che da prima distratta non aveva posto mente al dialogo, adesso fattane accorta prese pel braccio Isabella e trattala a parte, le disse:
— Di che temi? Ormai ne ho viste tante, che nulla mi fa più specie, e quanto a violenza che mi volessero usare, vedi.... (e qui cavò fuori il pugnale che estrasse dal collo di Eponina) io saprei difendermi. — Lasciami qui; ci sto bene; e a separarmi da lei — e additò la bara — tu mi recheresti dolore.
— Orsù, disse allora Isabella, voi andate a fare l'ufficio promesso. Natalizia rimane a custodire la mia figliuola.
*
— Eccovi qui un diamante di molto valore, e a me carissimo; fortuna vuole che io lo abbia a vendere; mi hanno detto che siete un galantuomo e che vi contentate dell'onesto: datemi quello che mi potete dare e fate presto.
Così parlò la signora Isabella, entrata in bottega a certo orafo dei principali di Torino, mettendogli in mano l'anello che si cavò dal dito.
L'orafo, poco uso a codesti modi rotti, guardò la donna e le parve, come pur troppo era, una figura strana, poi guardò la gemma, riguardò lei, e diede in uno scoppio di riso; all'ultimo disse:
— Credeva possedere una faccia sola, ma sembra che stamane taluno mi abbia prestato la faccia di scimunito.... e sarà colpa la barba lunga. Per chi mi avete preso, tocco di cialtrona? O sta' a vedere che io non sappia più distinguere i diamanti dai culi di bicchiere? Via di bottega.... imbrogliona.... e ringrazia Dio che non ti denunzio alla questura.
La Isabella, comecchè si sentisse abbattuta dal prepotente infortunio, pure non era femmina da succhiarsi in pace cotesta carta d'ingiurie; quindi replicò risentita:
— Voi siete screanzato, e a quanto sembra imperito della vostra professione: buon per voi che altri pensieri mi turbano; altrimenti ve la darei bene io la questura.
Al gioielliere parendo essere soverchiato a torto, perfidiava più riottoso che mai, e con voce incollerita ingiuriava la povera Isabella che stava per averne il danno e lo strazio.
In questa venne a passare la carrozza del conte Anafesti dove si trovavano la contessa madre col figliuolo Ludovico. Avendo ambedue scorto il capannello della gente adunata intorno alla bottega dell'orafo, e questo con gesti concitati minacciare Isabella, si avvidero che la doveva essere incappata in qualche pelago, donde non carità o gentilezza, ma obbligo espresso correva loro di liberarla; e ciò la contessa propose subito al figlio, ma Ludovico con mirabile sussiego le disse:
— Signora madre, io giudicherei lesivo al mio decoro prendere parte a simili trivialità; molto più adesso che sono avvisato sua eccellenza il Ministro degli esteri avermi spedito il diploma di grande ufficiale della Corona d'Italia.
La contessa lo guardò di sbieco, ed altro non gli rispose:
— Tu hai ragione.
Ordinato quindi al cocchiere che fermasse, scese, e in un momento fu nella bottega dell'orafo, il quale vista una signorona uscire da una carrozzona le fece una sberrettata famosa, curvandosi innanzi a lei come una fetta di popone; ma ella, senza curarsi di coteste cerimonie, prese a rimproverarlo così:
— Ch'è questo, signor mio, e perchè e come vi attentate a straziare questa onorata gentildonna, mia pregiatissima amica?
E quegli le narrò umilmente la storia, ed Isabella la confermava per vera, aggiungendo il fallo del mercante stare in questo, che supponendola capace di volerlo giuntare le aveva detto villania, senza considerare ch'era impossibile prendere lui esperto a cotesta frode manifesta, mentre, se avesse avuto punto di discrezione, doveva facilmente immaginare lei imperita vittima di qualche truffa.
E poichè la contessa chiese ad Isabella da cui tenesse l'anello, questa avendoglielo detto, soggiunse:
— Ed ora lascio considerare a lei signora, s'egli è possibile che un uomo qual fu lo zio Orazio Onesti volesse donarmi un diamante falso?
Il mercante, udendo ricordare il nome di Orazio, vera gloria del paese, non solo per altezza d'ingegno, bensì per eccellenza di costumi, si faceva piccino piccino, e se lo avesse potuto si saria rimpiattato nella cantera del suo banco. Intanto la contessa ripiglia:
— No certo; ma come mai può essere avvenuto questo? Che il gioielliere sbagli non è da supporsi, e poi... (e qui diede uno sguardo all'anello, come persona usa a praticare con gemme) la differenza si conosce in un battere di occhio.
Questo discorso insomma portava a significare: mira, plebea! a me non l'avrebbero ficcata; ma la povera Isabella aveva ben altro in mente che abbadare a cotesta trafitta. Sventura è bene di certi animali domestici, fra cui capitali i nobili, di sgraffiare anche quando accarezzano.
Allora Isabella, essendosi risovvenuta della offerta fatta alla marchesa Rottan in compenso della restituzione della figliuola, e come le avesse anticipatamente consegnato l'anello, il quale, non avendo avuto effetto la restituzione, ella volle ad ogni patto restituirle, il gioielliere studioso di farsi perdonare il grosso granchio commesso, saltò su a dire:
— Gioco Torino per Busalla, che i gesuiti, avendone avuto il tempo, hanno grancito il diamante buono sostituendo il falso. Gli è chiaro come l'acqua che al furto alla forchetta, all'americana, al tesoro, insomma alla moltiplice famiglia dei furti, adesso dovremo aggiungere il furto alla Compagnia di Gesù. Signora, creda che mi sento mortificato....
— Signora Isabella, la prego ad usarmi la gentilezza di accompagnarsi meco per alcun tratto di via, occorrendomi parteciparle alcun che che la riguarda.
— Ai suoi comandi, signora contessa; e le due donne uscirono dalla bottega senza darsi pensiero dell'orafo, il quale adesso si profondeva in servilissimi inchini, quanto da prima si era mostrato villano.
Poichè ebbero mutati alquanti passi in silenzio, la contessa soffermatasi allo improvviso così favellò:
— Signora Isabella, io la prego a volere ravvisare nelle parole che sto per dirle, il sentimento della profonda stima che nutrisco per lei. Dalla tentata vendita dell'anello, che a lei deve esser caro per tanti motivi, desumo ch'ella si versi in qualche angustia di danaro: mi permetterebbe il favore di potergliene offrire? La scongiuro a non rifiutarlo.... non mi dica di no.... non glie lo voglio mica regalare, sa? Lo pigli in prestito, me lo restituirà più tardi.
— Signora.... grazie di cuore... ma io non posso creare un debito, quando non sono sicura di poterlo estinguere.
— Di ciò non si prenda punto pensiero...
— Signora contessa, questo non mi consente la mia natura... manchevole come mi sento di ogni titolo alla sua benevolenza...
— Creda a me, signora Isabella, replica la contessa, tirata fuori dei limiti che si era prefissi dalla inopinata resistenza della madre di Eponina, ella ne ha forse più di quelli che non si potrebbe immaginare.
— Mi professo grata profondamente alla sua squisita cortesia; ma tanto è, non giunge a vincere la repugnanza di accettare danaro, che davvero non so come rendere.
Allora la contessa esitò, si fece in volto di fiamma, si calò il velo sugli occhi, e con voce bassa, e al punto stesso alterata, porgendo ad Isabella un piccolo portafogli sussurrò queste parole.
— Da dama onorata le giuro che questo danaro è suo.... che non monta neppure alla cinquantesima parte di quello che la infelice Eponina donò alla mia casa......
E più non potè dire; strinse la mano ad Isabella e si allontanò, sentendosi incapace a sostenere più oltre la dura prova.
Certo la contessa Anafesti operando a cotesto modo compì il suo dovere, e non in tutto; pure, chi voglia considerare la superbia, infermità ordinaria dei nobili, e i pregiudizi della infelice loro educazione, dovrà convenire che coteste sue parole furono veramente sublimi; almeno così parvero, per quanto ho sentito dire, al suo angelo custode, che cavatasi dall'ala una penna nuova, le scrisse con quella nel libro delle buone azioni della contessa per mostrarle poi, in punto di morte, come viatico di conforto allo eterno viaggio.
In questa guisa fu dato alla Isabella sopperire alla traslocazione delle reliquie della sua figliuola a Milano, dove la depose nel camposanto comune: non monumento, non lapide sopra la fossa di lei; distingueva le sue dalle ossa altrui una semplice tavoletta di marmo, dove si leggeva segnata una parola sola: «_Dolor!_»
Forse Isabella, mentre segnò questa parola, intese gareggiare con colei che i cattolici salutarono col nome di madonna dei sette dolori; o piuttosto adoperò così nel presagio di nuove tribolazioni. Chi sa? La sventura è tale un tarlo, che rode sempre, finchè trova fibra sana; e alle cose indicate nella Scrittura, che non dicono mai _basta_, aggiungi l'avversità. — E quanto all'orgoglio, egli si accompagna con tutto, anche colla estrema miseria.
Per dare ricapito finale ai personaggi che hanno recitato la loro parte nel presente capitolo, bisogna sapere come:
Il principe di Platow, quando prima n'ebbe balìa, si mise alla ricerca di Eponina, e la rinvenne... ma polvere. — Mosso dal pertinace affetto, volle portarne seco il cadavere in Russia, e non gli fu concesso; allora intese erigerle nel camposanto di Milano un monumento fastoso, e neppur questo ottenne: chiese in grazia un frammento della marmetta posta sopra la sepoltura di lei, ed anco ciò gli fu negato: allora per molta moneta largita al custode del cimitero ebbe un pugillo della terra che copriva l'amata donna, dentro un reliquario preziosissimo la ripose, e da cotesto giorno in poi egli costumò dire le sue orazioni dinanzi a quello. — E quando taluno lo interrogava sopra quella sua eterodossa devozione, egli soleva rispondere:
— Di altri santi ho sentito parlare, e ci credo, ma questa santa ho visto e conosciuto io.
Quanto amore sprecato indarno! Ma Dio manda le sacca a chi non ha grano: veramente questo proverbio non porge buona testimonianza della provvidenza divina; che volete ch'io ci faccia? Il proverbio dice così.
La povera Natalizia non potè sopravvivere alla sua signora; la distrusse il non consolabile affanno: ebbe sepoltura nella fossa allato di Eponina, e su la fossa anch'ella il suo pezzo di marmo col motto: «_Dolor!_»