Il secolo che muore, vol. II

Part 17

Chapter 173,776 wordsPublic domain

— Ringrazi Dio che mi basti la pazienza di starle al fianco, chè senza di me, nelle sue diavolerie, non si troverebbe un briciolo di buona morale, neanco a cercarlo coi lanternoni degli svizzeri da lei poc'anzi descritti; ci dica subito come la giustizia umana arrivasse gli assassini; e in ogni caso la giustizia divina, che non può mai fallire.

— Senta. La giustizia umana non li agguantò: i ribaldi scivolarono fra Stato e Stato senza dare sospetto: anzi alle polizie dei vari paesi riuscì tanto più difficile rinvenirli, quanto meno essi posero cura a farsi cercare: in pellicceria ci vanno più pelli di volpe che di asino: se vuoi gabbare la diplomazia, che campa sulle trappole, usa ingenuità: e se desideri sgusciare dalle mani delle polizie, solite a camminare pei traghetti, tira innanzi per le vie maestre: pertanto costoro giunsero a salvamento in Arcangelo, dove rizzarono su rivendita di acquavite e furono principali avventori, finchè vissero, della propria bottega.

— Ma la giustizia divina? Dica su della giustizia celeste.

— Della provvidenza, via? Oh, ecco: questa li seguitò un pezzo, ma siccome a mano a mano che s'inoltrava per coteste contrade boreali, sentiva per colpa del freddo gelarsi le membra, si fermò a Pietroburgo, e quivi mentre attende a curarsi i pedignoni la raggiunsero corrieri di Francia e di Prussia, con ordine fulminante di tornarsene indietro; volersi ad ogni modo rompere la guerra, nè i popoli potersi capacitare che senza permesso della divina provvidenza fosse lecito a loro di porre la mano ai ferri per tagliarsi la gola; avrebbe trovato rifatto il letto e spazzate le chiese, accesi i moccoli, gonfi i mantici degli organi, sul turibolo gl'incensi. La provvidenza fece spallucce e significò ai corrieri che la lasciassero in pace; ma gli impronti le susurrarono dentro gli orecchi ci pensasse due volte, però che essi avevano commissione di condurla coi gendarmi. «Co' gendarmi! ella esclamò; e quale giurisdizione hanno su me i gendarmi? Se presumono ammanettarmi i gendarmi luterani della Prussia, io sono la provvidenza cattolica; se i gendarmi cattolici della Francia, io sono la provvidenza luterana; qui in Russia posso schermirmi da tutti e due proclamandomi provvidenza greco-scismatica: andate al diavolo voi e chi vi manda. — Ma poi, avendo levato gli occhi al cielo, pensò ch'egli era spigionato per tutti; onde per non attizzare scandali, mandando all'aria per sempre casotto e burattini, si adattò a seguitarli.

Appena giunta a Colonia, la città dei re magi, la provvidenza mandò pei due imperatori, uno già nato e l'altro che stava per uscire dall'uovo, e disse loro con voce annuvolata:

— Signori miei, a che giuoco giochiamo? O che questo lavoro non ha da smettere mai? Voi vedete che moglie di due mariti io non posso essere: la poliandria si considera peccato così in cielo come in terra; e poi l'ha da finire questa storia di mettere sopra le mie spalle tutte le vostre infamie, le truci ambizioni, le maledizioni dell'umanità, i diluvi di sangue che fate spargere voi altri.

I due imperatori, l'uno fatto e l'altro che stava per rompere il guscio, ad una voce risposero:

— Dà retta, divina provvidenza, a noi veramente non importa nulla che tu stia con l'uno o con l'altro ed anco con veruno dei due; noi ci provvediamo dai noi stessi formandoci i battaglioni più grossi; e' sono i popoli che non ti vogliono licenziare, sicchè a noi tocca legare l'asino dove vuole il padrone, fingendo che tu stai con l'uno o con l'altro: ora, che ci rimetti a lasciarti invocare da tutti e due? Sta' di mezzo e piglia dalla mano destra e dalla mancina; intanto il cannone ti darà la pinta per insegnarti da qual parte hai da figurare di esserti buttata: che se frattanto tu ti uggissi a startene appillottata in casa o in chiesa, svagati a governare le sorti del giuoco del lotto.

Dov'è la mia critica bacchettona? E' pare che se ne sia scappata da un pezzo: meglio così, chè senza questa veste di fiasco fra le gambe, il racconto procederà più spedito.

La ferita fu giudicata mortale, ma il peggiore guaio, per opinione dei medici, veniva dalla perdita del sangue, per cui si dava come sfidata. Ora io non dirò che in onta alla scienza, bensì nonostante i responsi della scienza, la natura pigliò il sopravvento alla morte, ed Eponina dopo lunga infermità potè riaversi, non senza però lasciare offerte preziose alla rigida ara di lei. Non le uscì più il pallore dal volto, onde se egli è pur vero che la sorella di Oreste desumesse il nome dalle guancie clore, da ora in poi avrebbe dovuto farsi chiamare Elettra; la voce le rimase limpida come innanzi e sovente anche gagliarda, ma però soggetta a questo inconveniente, che talora di un tratto le calava giù giù sempre splendida e poi di subito le si spengeva simile ad una lacrima del cielo, che noi volgarmente chiamiamo stella cadente. — Più grave danno di questo, il suo cuore sembrava ad ogni minuto sostasse alquanto come per ripigliare lena nello esercizio delle sue funzioni di sistole e di diastole. Ristabilita in salute a questa maniera, dopo lunghe esitanze si dispose trasferirsi a Milano, dove sua prima cura fu di cercare la vecchia raccoglitrice della sua diletta Natalizia...

Ma, ahimè! Tu sai, lettore, come la scadenza ordinaria delle cambiali sia a novanta giorni e quella della vita a sessanta anni. Ora la morte, che insomma è il creditore puntuale per eccellenza, si era presentata alla vecchia, molto più che il termine era scaduto da un pezzo, e ne aveva riscossa la vita.

Sembra che ad Eponina non dovesse parere vero immergersi nel seno della famiglia, e quivi attingere l'oblìo dei mali sofferti; tutto induceva a crederlo, eppure questo non fece.

O perchè non lo fece? Lettore discreto e prudente; io te l'ho pur detto: per penetrare nel cuore umano e dimostrarti i suoi infiniti misteri, mi farebbe bisogno che Arianna sempreviva dipanasse eternamente gomitoli per me; ed io calcolo ch'ella deva essere morta da tremila anni e più.

Se avessi a dire la mia, forse ad Eponina rincrebbe aversi a mostrare in cotesto arnese; ella immaginava un dì tornarsene a casa sfolgorante di bellezza e di gloria: copiosa di tutti i beni che sono dai mortali maggiormente invidiati, voleva rientrare in casa sua come uno imperatore trionfante in Campidoglio, ed ora ella si considerava ridotta quasi al verde d'ogni cosa. Seppe la sua famiglia stiantata dalla sventura, ed ella repugnò con la sua presenza crescerle il fascio dei dolori; colà si piangeva per troppi e pur troppo; le parve debito non partecipare a coteste lacrime, bensì sollevarle, e questo giudicò potersi eseguire da lei molto meglio rimanendo sconosciuta e fuori di casa: temeva eziandio i rimproveri come colei che sentiva averne piuttosto a farne che a riceverne, ma dall'uno e dall'altro lato, ella rifuggiva del pari: — nè forse questo solo da lei si mulinava nella mente, ma io non lo so e lascio ricercarlo a chi legge.

Pertanto ella andò a Torino, dove datasi segretamente a conoscere a certi suoi fidatissimi amici, quelli pregò a procurarle a patti vantaggiosi un teatro dove cantare. Iniziate le pratiche lo impresario la udì e gli piacque; fu stipulato il contratto e stabilito il compenso; certo per arrivare a quello russo, ci era che ire, ma anche in Italia un cantante si paga più di dieci Galilei. Eponina sarebbe andata in iscena con la _Straniera_: quindi ella senza perdita di tempo si mise a studiare cotesta partitura con l'ansietà del marinaio che, sopraggiunto dall'uragano, gitta in mare l'ancora della speranza, però che una voce interna le andasse sussurrando ch'ella si sarebbe salvata o perduta con lei; quanto l'arte può suggerire di più arguto si adoperò da essa per incastrare la sua voce fra nota e nota e far comparire magistero la velatura dei tuoni, odiata sequela della infermità; breve, esultò nella fiducia di essere giunta a raccogliere i raggi sparsi dell'antica sua gloria.

Però gli studi della musica non la occuparono soli in cotesto scorcio della sua vita, bensì attese a vendere con reputazione quanto l'era rimasto di gioie, parte rinvestendo in rendita pubblica a benefizio della sua orfana e parte mandando in sollievo della famiglia.

La sua voce operò i consueti portenti; il pubblico si sentì come travolto in un vortice di piacere; Eponina riconobbe il genio tornare a batterle con le ale le tempie ed inondarle col suo fuoco le arterie. Ormai dimentica di ogni passato affanno, fidando pienamente sopra la sua salute, volle per la sera veniente cimentarsi da capo alla prova.

Ma nella sera successiva la voce a un tratto le si ecclissò; ogni sforzo fu vano; le si strinse la gola, mentre il cuore con tremendi palpiti le sobbalzava. In capo a due giorni di riposo le parve esserle tornata la voce più gagliarda che mai; e poichè la strana intermittenza, invece di scemarle, le aveva aumentata la popolarità, non è da dirsi se lo impresario udisse con esultanza, che ella si disponeva per cantare in cotesta sera: così, per non parere importuno la confortò ad aversi riguardo, ma si guardò da insistere troppo.

I cedoloni.... ho sbagliato; i cedoloni si costumano dalla Curia romana per le scomuniche; per gli annunzi teatrali si usano i cartelloni; i cartelloni dunque avvisavano su tutti i muri per la veniente sera la _Straniera_ cantata dalla celebre prima donna; la città ne andò in visibilio; si facevano i capannelli intorno ai manifesti; figurarsi se la calca la sera fosse grande al teatro! Ognuno si riprometteva che in cotesta sera il sole non si sarebbe ecclissato; e così pure Eponina, la quale, a guisa del guerriero che innanzi di avventurarsi nella mischia prova la spada, scivolando con celeri gorgheggi la scala dei tuoni dal grave allo acuto e viceversa, conobbe potere starsi sicura della sua voce.

Piena e stipata la sala, sicchè se fosse piovuto panìco, proprio un chicco non sarebbe cascato per terra; così profondo il silenzio che tu avresti udito anco lo zufolio della zanzara, ma zanzare non ci erano; ci erano spie.

Divina l'onda sonora sgorgò dalle labbra di Eponina, e potente come nei giorni migliori a dominare sull'anima degli ascoltanti; a seconda del genio e del temperamento degli individui convenuti costà, all'uno pareva un balenìo di luce, all'altro un brulichío che gli ricercasse le interne viscere; a questo parve voluttà del primo bacio d'amore, a quello dolcezza di lacrima piovutagli sopra la mano dal beneficato; un ghiotto affermò preferire la voce di Eponina al risotto coi tartufi, il bevone a un fiasco di barbèra! fino un avaro si attentò dire che lo scudo del biglietto quasi quasi gli pareva bene speso; breve: dappertutto festa solenne, pasqua fiorita.

Ad Eponina poi sembrava che Mercurio le avesse fatto omaggio dei suoi talari; anche un po', e si sarebbe creduta capace di volare; più lucidi vedeva scintillare i lumi nelle lampade, più sonore sprizzare le note dagli strumenti; volgendo attorno gli occhi nell'ebbrezza della sua gloria, le accadde posarli sopra una, piuttostochè donna, statua di porcellana, bianca, lustra, con certe gote dove in vece di sfumatura d'incarnato avevano impastato due toppe colore amaranto: gli occhi neri, tondi e fissi pari a quelli del gallinaccio, stupidissimo fra tutti gli animali; ella ne provò ribrezzo come alla vista di figura di cera che ritragga troppo naturalmente la umana sembianza, imperciocchè la vita simulata induca maggior paura della morte vera; torse lo sguardo, ma subito dopo si sentì attirata a riguardarla, ed avvertendo meglio le parve vedere, e vide certo, la faccia severa della contessa Anafesti; e quindi non fu dato di dubitare che il gentiluomo vôlto con le spalle al palcoscenico avesse ad essere Ludovico; di vero, quasi subito questi, atteggiandosi di profilo con gli occhi armati di cannocchiale, si mise a perquisire l'olimpo teatrale in cerca di costellazioni femminine: astri e Galileo, gli uni convenienti all'altro.

Notò Eponina cotesto atto ch'ebbe virtù di rimescolarla da capo alle piante, perchè non poteva mettere in forse che egli l'avesse riconosciuta, e le sembrava, anzi era certa, che Ludovico intendesse palesare a quel modo la sua piena indifferenza, o piuttosto il suo disprezzo per lei.

Il disprezzo!

Agli spiriti alteri può non rincrescere di cadere come i figliuoli di Niobe sotto gli strali dei figliuoli di Latona, ma rimanere uccisi pel morso di un granchio nel calcagno, secondochè avvenne al gigante Morgante, oh! gli è provare la morte due volte. Allora divampò nell'anima di Eponina la brama, la smania, il delirio, l'agonia (e se tu sai parola che valga a chiarire più espressa la sconfinata volontà umana, e tu la metti) di rinnovare la sua vendetta. Già erano presso al finire dell'opera, e alla Eponina rimaneva cantare la tremenda scena della Straniera, la quale ode da lontano l'inno del sacro rito che unisce in matrimonio il proprio sposo con la rivale; ella raccolse quanto più potè di vita da tutto il suo essere, e con tuono di voce che commosse dal profondo le viscere di quanti l'ascoltarono, incominciò a cantare:

Or sei pago, ciel tremendo, Hai vibrato il colpo estremo.

Suo intento fu radunare un nembo di applausi e di fiori, e gli uni e gli altri sospingere contro la pallida ed ormai trista anima del novello diplomatico, e soffocarcelo sotto: supplizio usitato a Sibari.

Maraviglia immensa eccitò cotesto canto, imperciocchè la musica non avesse mai palesato la passione umana in modo così disperatamente verace; la disperazione armonizzata, balenava simile al fuoco che guizza fuori della nuvola in procinto di rovesciare sulla terra una procella di folgori; però insieme a maraviglia, la gente si sentiva compresa da paura: qualche cosa di sinistro temeva avesse a tener dietro a cotesti sforzi, i quali, superando ogni termine del naturale, ritraevano del portentoso.

Quando Eponina cessò il canto, la gente sbigottita tacque irrequieta; così, stando sopra l'estremo lido del mare, vediamo da lontano comporsi il volume del cavallone, che irromperà poi ad allagare la spiaggia: all'ultimo, gittati giù gli argini, i plausi e le grida mandarono sottosopra ogni cosa. Se in quel punto i corvi avessero volato traverso il teatro, sarebbero caduti in platea, siccome avvenne nello stadio di Corinto quando il banditore pubblicò Nerone avere donato la libertà alla Grecia. O libertà, di quante generazioni tu hai da essere, se anco un Nerone potè vantarsi sbraciatore di libertà ai popoli; però io ho raccomandato, fino a perderne la voce, al popolo di squadrare bene la libertà che presumono donare i principi, innanzi di esultarne. Che diavolo! Se avete a comprare un mazzo di tordi, voi soffiate loro sotto il codone per mirare se sieno freschi; e tu, popolo, non adopererai medesimamente con la libertà che ti cucinano i principi?

La plebe nella foga feroce del suo entusiasmo intende e vuole essere divertita una seconda volta. «Da capo!» urla con grida sgangherate: «Replica! replica!» Ed alle grida aggiunge strepito di palme e picchi di bastone e zampate sul pavimento, donde si levano nuvoli di polvere.

Ma Eponina non ne poteva proprio più; in tutto il suo essere sentiva avvicinarsi qualche grave trasformazione; le tintinnavano le orecchie; miriadi di faville le carolavano dinanzi agli occhi; o la terra o le gambe le mancavano sotto; a balzelloni si accostò alle quinte dove balbettò una preghiera all'impresario che la scusasse presso il pubblico: assolutamente non poteva.

L'impresario comparve sul proscenio, e con la sua voce dal dì delle feste espose lo stato di salute della simpatica prima donna, e supplicò il rispettabile pubblico per lei, ed anche per sè, affinchè egli si degnasse dispensarla dalla ripetizione.

No!.. da capo!... no!... replica!... scuse magre! — e qui un turbine di picchi e di urli da subissare il teatro: per giunta qualche fischio. Perchè mai pretende il gladiatore ferito sottrarsi alla morte? Gua'! Se l'agonia è il punto più divertente della rappresentanza! Il popolo per ora non se la sente di abbassare il pollice, e le vestali molto meno, chè amore e ferocia quanto trovano più delicati gli stami a cui si appigliano, maggiormente divampano.

Non ci ha rimedio; bisogna cantare.

Eponina dal fondo della sua stanzuccia udì il rigido impero del popolo come una sentenza di morte; lo istinto di donna la spinse a guardarsi allo specchio e si vide pallida come uno spettro; sospettando mettere paura, tuffò il cotone nel belletto e si tinse fino agli occhi: così concia si avvia risoluta verso il palco scenico, — e ride.

Appena comparisce sulla scena, ecco scatenarsi un uragano vero di applausi; un diluvio di fiori; ella si accosta al proscenio, lì presso ai lumi, e si accinge a sciogliere la voce, ma lo tenta invano, una tanaglia le stringe la gola: raggrinza le dita dei piedi e delle mani, raccogliendo in supremo ed ineffabile conato, e tenta di nuovo. Le fauci le si sturano, sì, ma non per dare adito al canto, sibbene ad un profluvio bollente di sangue che le trabocca dai labbri e dalle narici. Una immensa luce abbarbagliò Eponina, seguìta immediatamente da una immensa tenebra; mosse precipite due o tre passi in avanti, le braccia stende, e con le mani annaspa come il naufrago presso all'ultimo tuffo, poi giù di sfascio, ammaccandosi in molto pietosa maniera la fronte e il naso.

Accorrono a sollevarla.

Eponina tiene gli occhi spalancati e fissi, come vetro lucidi; la faccia e il seno tutti sordidi di sangue, la bocca _tonda_; i muscoli dello intero suo corpo, massime quelli della faccia, contratti così, che bene appariva la morte tenerle gli artigli fitti nel capo come uccello di rapina.

Il mare della platea si rimugina daccapo in burrasca: confusi s'intrecciano i gridi: — È svenuta! è morta! Che morta! La ragia si conosce lontano un miglio; non vuol cantare...

Dai palchi vedonsi spenzolare dove tre e dove quattro donne, abbracciate insieme come le api quando fanno i grappoli; gli uomini anch'essi smaniosi di chiarirsi, s'industriano a farsi largo per vedere, ma le donne, api stizzite, li cacciano addietro a mo' di fuchi; invece di pungiglioni, gomitate da rompere le costole.

Non è l'amore solo a regnare sopra le donne; se ne divide lo impero con la curiosità.

In platea la gente sembra presa da febbre infiammatoria per la smania di sapere come la cosa stia: ci fu chi saltò in piedi sopra la panca, e dalla panca sopra la spalliera, tentando sostenercisi in bilico, ma di un tratto perduto l'equilibrio ruina addosso ai seduti davanti, con istrazio di cappelli e contorsioni di colli; gli offesi si drizzano su come aspidi e barattano le percosse con una manomessa nuova di pugni, punzoni, sergozzoni e susorni, che in men che non dico mi ridussero quel povero diavolo a tale da parere un _ecce homo_; un altro gravaccione, mentre affrettandosi per levarsi su cerca un punto di appoggio, gli accade di posare la mano spanta sul cocuzzolo di un cappello, il quale calca di punto in bianco giù fino al mento al suo possessore, che, riuscito dopo molta fatica a tirarselo su dal viso, rosso di collera bestemmia da disgradarne un turco. Il vicino flemmatico, autore del danno, con voce soave gli dice: Scusi! io non l'ho fatto a posta; — e l'altro quasi fuori di sè con labbra tremanti: Ringrazia Dio che il codice penale non si occupa di _ingozzature_, che altrimenti ti manderei diritto in galera come un cero pasquale.

Costui era uno dei vecchi procuratori del re presso il tribunale correzionale di Milano, adesso posto da parte come una manetta arrugginita: marmeggia pensionata, ei si rodeva a Torino la paga.

Più audace di tutti un gobbino; costui aveva davanti a sè una maniera di mastodonte umano; al povero gobbo pareva proprio essere Giuseppe Ebreo nella cisterna vuota: ricercando qualche partito per venire a galla anch'egli, non rinvenne meglio di questo: aiutandosi colla testata di una panca si arrampica sulle spallaccie del gigante e quivi si appollaia: pareva una scimmia sulla groppa ad un cammello; ne rise prima uno, poi dieci, cento, tutto il teatro all'improvviso rimbomba di altissimi scoppi di risa.

Intanto l'impresario esce da capo di scancìo fuori delle quinte, e fatto arco della persona, apre le braccia a mo' del prete quando compartisce ai devoti il _domine vobiscum_, e così saluta il pubblico per la prima volta; quindi, mutati alquanti nuovi passi sempre a schisa, replica nel medesimo modo il secondo saluto, per ultimo il terzo proprio sulla buca del rammentatore.

— Zitto! Silenzio! L'impresario sta per parlare.

— Impossibile!

— Signori! incomincia l'impresario, industriandosi a mettere nella voce un po' di pianto.

— Perchè impossibile? In Giudea parlarono gli asini.

— Chiedo scusa: era un asino.

— In Roma, prima della seconda guerra punica parlarono i bovi.

— E in Italia i deputati; dunque perchè non può parlare un impresario.

— Signori! Signori! ripete lo imperturbabile impresario, mi reco a debito notiziare il rispettabile pubblico, come alla nostra simpatica prima donna sia sopraggiunto un caso... un caso il quale, secondo i casi, potrebbe... sicuro... potrebbe riuscirle funesto... la simpatica prima donna è desolata, ed io con lei, non potere appagare i vostri desiderii più che legittimi: essendo pertanto rimasto mozzo lo _spettacolo_, io, salva sempre l'approvazione del rispettabile pubblico, proporrei completarlo col secondo atto del _Don Bucefalo_.

— Sì, sì, _Don Bucefalo_, tanto per annacquare la malinconia... _Don Bucefalo_... _Don Bucefalo_, e qui battute di mani e picchi da sfondare il soffitto.

Quando si fu alcun poco quieto l'osceno strepito, una voce di dolore, scesa dall'alto, investì tutta la sala e domandò:

— Ma finalmente che accadde alla prima donna?

A cui una voce non meno lugubre rispose da basso.

— È morta.

Un silenzio spaventevole subentrò allo schiamazzo: il teatro parve diventato un camposanto: ognuno sentì agghiacciarsi il cuore: prima a levarsi fa la contessa Anafesti madre; dietro a lei le altre signore tutte; dopo loro gli uomini, taciturni e mesti come se tornassero da un mortorio. Solo Ludovico, nel ripulire le lenti del cannocchiale per rimetterlo nella busta, esclamò:

— Povera creatura! Poteva fare una fine migliore...

Spensero subito tutti i lumi; i morti non hanno bisogno di vederci; e poi la economia sta sempre bene. Alzarono il sipario e il teatro parve la bocca del regno delle tenebre, di facile ingresso e di regresso disperato; lavarono il pavimento, e raccolta l'acqua sanguinosa con spugne da cavalli la travasarono dentro un bugliolo... Eponina così come appariva tutta sordida di sangue distesero sopra una scala messa per traverso sulla spalliera di due seggiole. Chi di qua chi di là dal teatro erano spulezzati tutti, soli rimasero i coristi, così uomini come donne, e le comparse e l'orfana Natalizia, la quale genuflessa ai piedi della sua signora, col capo nascosto entro le mani piangeva e pregava.

Di un tratto colui che imponeva il coro, o vogliam dire maestro dei coristi, uomo atticciato, uso a cantare versi all'improvviso, e più a bevere fiaschi di vino, facile al pianto, facile al riso, tenerone, buffone, salito su di un trespolo prese a favellare così: