Il secolo che muore, vol. II

Part 16

Chapter 163,875 wordsPublic domain

Yanni si raccomandava a mani giunte e poneva ogni sua diligenza ad osservare il mistero; perchè se il principe avesse preso fumo della cosa, guai a tutti, massime a lui. Se alla signora talentasse conoscere di che il principe fosse capace nel male, lo argomentasse dal modo col quale egli talvolta praticava il bene: trovandosi governatore in Tartaria, preso dal santo desiderio di guadagnare anime al Signore, propose a certa tribù di tartari ridursi alla fede di Cristo, e poichè costoro tentennavano, ei li fece pigliare dai suoi dragoni, spogliare, legnare, e così ignudi e bastonati scaraventare nel fiume Tehoulima; il prete intanto recitava la formola del sacramento del battesimo, e così uscirono dalle acque battendo i denti e cristiani. Il principe raggiante di giubilo si fregava le mani, esclamando: «Non ci è verso, bisogna mandarli in paradiso coi dragoni!» Difatti ce ne mandò parecchi, ma oltre i dragoni ci adoperò l'acquavite, perchè, avendone fatta ministrare loro un boccale a testa onde celebrassero tanta solennità, tra il quarto ed il quinto dì la maggior parte basiva per infiammazione. Di questa razza benefattori della umanità ce ne nasce in Russia. Ed invero il principe, il quale non era ricco di partiti, si limava in questo frattempo a cercare modo di assettare il suo amore, ma più ci pensava e meno ne trovava il bandolo, dove non si risolvesse a rapire Eponina e trasportarla in qualche suo remoto castello, quivi battezzarla coi dragoni. Il russo tornava a galla! Ma lo tratteneva la considerazione che queste imprese anche in Russia non costumavano più, dove anche in Corte dopo lo esempio della imperatrice Caterina in fatto di morale si procede in punta di piedi: il principe della morte ne avrebbe fatto caso quanto di un bicchiere di _cognac_, ma vedersi cancellato dalla lista dei ciambellani di S. M. era supplizio tale, ch'egli non valeva a sopportare nè anche in immaginazione.

Mentre il povero principe si tribolava nel martirio che gli innamorati hanno comune con S. Lorenzo, ecco farglisi contro un servo e dirgli che la principessa sua consorte mandava per esso, ed egli andò; entrato in camera la inferma gli disse: avere ricevuto or ora le lettere dalla posta, e fra queste una che ne chiudeva un'altra per lui, con preghiera di consegnargliela in proprie mani; cosa ch'ella faceva; ed in così dire gliela porse.

Al principe diede un tuffo il sangue, e come presago di qualche malanno si trasse nel vano di una finestra, dove aperta la lettera lesse:

«_Signore!_

«Mirate bene chi vi porge la lettera e poi mirate chi ve la manda, e comprenderete inutile ogni altra parola, salvo la preghiera che vi faccio, di scordarvi di me: riunite con tutte le potenze dell'anima i vostri affetti sopra la moribonda, per renderle, se è possibile, lieta, o almeno non trista l'aurora che sta per incominciare la sua giornata immortale.

«EPONINA.»

Il principe si ridusse a balzelloni nella sua camera, dove postosi a meditare sopra l'atrocissimo caso, tanto dolore lo vinse che cadde a terra percosso da accidente di gocciola; non morì, chè solleciti rimedi e gagliardi lo riscattarono dalle granfie della morte; non tutto però; gli rimase la bocca storta, il braccio manco penzoloni: anco il piè sinistro strascinava malamente per terra: risensato, seppe la moglie morta, Eponina sparita: a queste notizie buttò giù la faccia sul petto, grugnì e parve sprofondare nella demenza.

Eponina con i suoi servitori, camminando come costuma la volpe quando vuol mettere i cani fuori di traccia, dopo molti andirivieni giunse per ultimo nella Svizzera.

Chi dice male della Svizzera ha torto marcio; per me la giudico uno dei più bei paesi di questo mondo; ci si respira l'aria di libertà, un po' fredda, ma pura; ci si trova di tutto: latte, amor del prossimo, ospitalità e formaggio e carne in copia, veramente tutto un po' caro, ma di prima qualità, massime la carne.

Eponina si ridusse a vivere, quanto meglio potè di celato, in certo paesello prossimo ad un lago: piace del paese e del lago tacere i nomi: e neanco lì parendole stare abbastanza nascosta, cercò e rinvenne una deliziosa villetta posta a breve distanza dal villaggio a ridosso di un monte dove appariva incassata come perla dentro un anello. Senza che ella se ne pigliasse cura primi ad ammobiliargliela furono gli oscuri rammarichi del passato ed i non meno foschi presentimenti dell'avvenire; si adattò ad infinite privazioni di cose che sul principio sembravano più necessarie del necessario, ma che il bisogno mette poi al suo posto, senza paura di errare. Al difetto del pianoforte supplì con un violino, essendo suonatrice stupenda anche di questo strumento: un pezzo si svagò col pensiero che si trovava divisa dall'Italia, da casa sua, mediante sottilissima parete (veramente ci voleva tutta la immaginazione di un artista per supporre un'alpe una parete, e per di più sottile) e quindi godeva della contentezza di coloro, i quali non potendo vedere la faccia dei propri parenti pure ne odono i passi e la voce; e poichè la sua fantasia spiegava le ali largo davvero, nè ella attendeva a temperarne il volo, così delirando accosta il seno a qualche rupe e si consola nella idea di sentire traverso a quella palpitare il cuore d'Italia sul suo.

Ma amore è nudrimento dell'anima, in molta parte non diverso dal cibo corporale; così ve ne ha di quello che, sempre uguale e poco, basta a saziarci, altro variato ed in abbondanza, aggrava e non approda; però Eponina, priva del primo, incominciava ad annoiarsi, ma al maggiore uopo la sovvenne la ventura parandole davanti, in cotesta solitudine, una fanciulletta di nove o dieci anni, vispa e lieta nella sua miseria come una lodola mattutina; di vero ella errava pel mondo campando la sua vita come gli uccelli, col canto: per verità ella si accompagnava coll'organino, cosa che agli uccelli io non ho veduto fare; ma questo piuttosto le noceva che giovava, imperciocchè per ordinario chi la stava a udire le chiedeva cessasse per l'amore di Dio il suono, e con la voce sola finisse la canzone. Eponina, pari alla rondine, la quale, per farsi meno disagiato il nido, ogni piuma raccatta, si tolse in casa la fanciullina e ce la tenne un giorno, poi dieci e poi sempre, tanto le piacque per la sua gentile leggiadria, e più per la facilità con la quale apprendeva ogni atto di educazione donnesca: leggere e scrivere già sapeva di avanzo: in breve conobbe la musica; imparò a suonare il violino; sempre linda, nelle vesti attillata; e sempre gioconda e festosa; insomma una cara creatura. La sua storia breve e poco svariata, tutta un affanno: si chiamava Natalizia perchè i suoi genitori, e certo la mamma, la notte di Ceppo la espose novellamente nata sul lastrico di Milano, forse per regalo del Natale che le mamme costumano co' figliuoli; una donna vedova, senza figli e povera, la rinvenne, la prese e la tirò innanzi alla meglio: giunta ad otto anni, la vecchia essendo assicurata che ella aveva voce soave, le permise andare pei caffè a guadagnarsi la vita, dove la udivano molto volentieri, ma ne cavava poco costrutto; quando un suonatore vecchio le propose di andarsene con lui per le Asie e per le Americhe fino a Madrid; ed ella che era vaga di girare pel mondo, disse: «Magari!» E tenutone proposito con la vecchia, questa glielo assentì a patto che tornasse presto. A questo modo camminarono attorno per terre e per villaggi; egli suonando da svegliare i morti prima del giudizio finale; ella medicando col canto gli squarci ch'ei faceva negli orecchi altrui e guadagnando i quattrini, ed egli pigliandoseli e facendole le male spese; e fin lì pazienza! Ma un giorno egli la volle picchiare, ed ella, non trovandosi altro da vicino, gli frombolò mezzo pane, che teneva sotto il braccio, nella testa e scappò via, piantando il vecchio ghiottone che campava alle sue spalle e le lesinava il vivere; si mise sola pel mondo e girò, girò stentando, finchè non capitava alla casa dalla sua cara mammina e con lei voleva vivere e morire, ma le coceva di sapere che ne fosse dell'altra mamma da lei lasciata a Milano, la quale, vedendola tanto tardare, per certo stava in pensiero; e poi, o vivere lì, o in Milano tornava lo stesso? Natalizia non passava dì che con questi od altri simili discorsi non facesse divampare nella Eponina più intenso il desiderio di tornarsene in grembo alla propria famiglia; e perchè non ci si sarebbe presentata con fiducia? Passi dei quali doveva pentirsi ne aveva fatti anche troppi, ma da arrossire, veruno: e se per sorte l'avessero reietta, ella, consolandosi di non avere meritato tanto rigore, avrebbe provveduto ai casi suoi, ritraendo dall'esercizio della propria professione il modo di vivere.

I romanzieri, quando si mettono a frugare nel cuore umano, procedono nella stessa maniera dei filosofi moralisti, non mica con norma sicura, bensì a tastoni, per via di congetture, e però certi di cercare con coscienza, non già di trovare con certezza; per la qual cosa, tirando ad indovinare, dico probabile che l'amore di Eponina verso Natalizia accendesse nei cuori di Yanni e di Katinka la prima favilla di astio, la crescesse la paura che Eponina rimpatriasse, peggio poi che si restituisse coi suoi e così li licenziasse; che se anche, conservandoli al proprio servizio, dovesse cessare il quotidiano saccheggio da loro esercitato sopra le cose della padrona, non sarebbe stato meno grave lo stroppio.

Yanni e Katinka, ormai legati coi vincoli del santo matrimonio, passavano la più parte della notte in letto supini ad abbacare se anche a loro convenisse tornarsene a casa: veramente i baci gelidi dell'aria natia capaci a incancrenire il naso degli abitanti, non li allettavano; braccia tese di amanti congiunti verso loro, da coteste parti non vedevano, o se le vedevano erano per votare tasche e per rubare valigie. In tutte le parti del mondo spesso, in Russia sempre, padri, madri e parenti in linea discendente o trasversale, sino alla quarta, o alla quinta generazione, _per pigliare darebbero il cuore_.

— Tu sai, cara mia... diceva il marito.

— Tu sai, diletto mio... rispondeva la moglie.

E qui si abbracciavano stretti e ad una voce finivano:... che da vivere noi non abbiamo.

E nei geniali ragionamenti continuando, toccavano della poca capacità loro e più della niuna volontà che avevano di lavorare.

— Quando ci vada in poppa, ci toccherà un benservito scritto in carta velina, un paio di mesi di salario e se vuoi anche una fra le tante arie che canta la signora: _Ti lascio al ben che adoro_; ovvero: _Separiamci da forti e non si pianga_.

— Dunque, che cosa stilliamo?

La idea del furto si affacciò dapprima come un fuoco fatuo sopra l'orizzonte estremo di cotesti due crani; poi ci ricomparve più insistente; prese forma, prese colore; che più? all'ultimo prese l'aspetto di spiegazione del vangelo, predicato da un prete: _cosacco_, diceva la predica, propriamente significa _ladro_, e ciò sta ad attestare come il russo per naturale propensione tenda al furto. Dio ci ha fatto, non noi; noi dobbiamo e possiamo combattere gli istinti di natura e incamminarci per quanto ci è dato sopra il sentiero della perfezione: ora per mantenerci onesti ci vogliono quattrini; di qui la necessità di rubare un'ora per durare onesti tutto il tempo della nostra vita.

Ragionavano giusto come Dante operò: intendevano passare dall'inferno per andare in paradiso.

Un concetto gittato nella corrente del pensiero è pari ad un tronco caduto in balìa del fiume: entrambi devono per necessità giungere al fine; quello col traboccare nell'azione, e quest'altro nel mare; però i nostri coniugi nel colmo di una notte entrano chetamente nella camera dove dorme Eponina, aprono con precauzione canterale e armadio, pigliano a cavarne il buono e il meglio in gemme, in orerie, con tale disinvoltura che non pareva fatto loro, e siccome fossero entrambi religiosi, così volendo pigliare con coscienza, prima di appropriarsi un oggetto formulavano un _attesochè_, come costumano i giudici, anzi, più scrupolosi di questi, però che essi pongano le ragioni del giudicato solo innanzi alla parte dispositiva della sentenza, mentre essi le ponevano prima e dopo: — Tanto ella non ha bisogno; — e finivano: — e noi necessità estrema. — Tanto ella con quattro trilli se li rifà più belli; — e finivano: — e noi neanco spaccassimo legna fino alla consumazione dei secoli; aggiungevano dopo: — e a pensarci su, si può quasimente sostenere che la è roba nostra, avendola ella raccattata in Russia, e riportandocela non sarebbe fuori di luogo vantarci che adempiamo a una regola di buona economia e al debito di amor patrio. Quando i nostri artisti calmucchi inonderanno i teatri d'Italia, gli italiani si vendicheranno negando a loro gemme e ghirlande. Si vendichino pure! Noi ci stiamo; così le borse non impoveriranno e la morale ci guadagnerà...

O che credono i nostri professori di comunismo possedere eglino soli il privilegio di ragionare il furto? Anche i cosacchi lo sanno fare, e se avessero perizia di mettere in carta, essi ci comporrebbero libri, di petto ai quali quelli di Proudhon sarieno giudicati conservatori.

Però, quantunque i nostri coniugi in coteste loro lucubrazioni ponessero garbo infinito, tanto non poterono procedere cauti che non movessero rumore da svegliare Eponina, la quale sollevando il capo interrogò:

— O che fate costì a quest'ora? Perchè senza che io vi chiamassi mi siete entrati in camera?

_Katinka._ Oh! ecco; la signora si lamentava tanto nel sonno, che abbiamo ruzzolato il letto per correre ad aiutarla.

_Eponina._ O che credevate mi fossi addormentata nel canterale?

_Yanni._ No, signora; cercavamo biancheria fine per servizio di vostra signoria illustrissima.

_Eponina._ Ma nel canterale non ci stanno le biancherie, e voi lo dovreste sapere, Yanni; ad ogni modo lo sa Katinka.

_Katinka._ Dice bene la signora, ma, rimescolata come sono, non ho avuto capo ad avvertirglielo.

Qui Eponina perse la pazienza e con suono risentito disse loro:

— Sciagurati! Bugiardi! Voi rubavate... uscite subito di casa mia.

E fino a questo punto poteva andare; ci sarebbe stato quasi da scommettere che i coniugi avrebbero spulezzato mogi mogi, e in cotesta medesima notte preso il volo per altre contrade; ma no, la smania dello stravincere pose sempre mai a repentaglio la vittoria, e questo insegna eziandio il Machiavelli, ond'è che Eponina tutta accesa di collera aggiunse:

— Andate; domani farà giorno, e voi, furfante, renderete ragione del vostro operato davanti al tribunale.

Mala ispirazione fu quella; e sì che Eponina doveva ricordarsi la fine miserabile toccata al Winkelmann, trafitto proditoriamente dal servo assassino, per derubarlo dei suoi tesori.

I coniugi allora si avviarono di conserva verso il letto: su quello che fossero per fare non erano ben chiari; si presentava alla mente loro, a modo di embrione, il quale però stava in procinto di pigliare forma determinata dalla necessità di condurre, ormai che lo avevano incominciato, a compimento il furto e di godersi in pace la roba rubata; ma Eponina avendo scorto cotesti due ribaldi ricambiarsi con gli occhi una di quelle faville che schizzano proprio da un tizzo di casa del diavolo, capì dove sarebbero iti a cascare, anche prima ch'essi ci pensassero; onde non le parve più tempo di gingillarsela e, con la manca frugato sotto il capezzale, ne trasse fuori una _rivoltella_ che subito spianò contro Yanni. Sua sventura volle che Yanni si fosse accostato troppo, sicchè questi, allungata la gamba e steso il braccio, agguantò la mano di Eponina, strappandole con forza irresistibile la pistola; non per questo sbigottì Eponina che animosa con la destra cerca e trova sotto il guanciale il pugnaletto, a lei carissima galanteria, come quello ch'era dono del suo miglior fratello Curio, che aveva per manico le figurine di Amore e di Psiche vagamente intrecciate. Curio nel darglielo le aveva detto sorridendo: «Con questo un giorno ammazzerai qualcheduno.» Katinka non meno svelta di Yanni afferrò Eponina; nel tira tira cadde il fodero, e la serva venne a trovarsi ignudo il pugnaletto in mano, che senza esitare appuntò nella fossetta che fa la clavicola alla radice del collo ad Eponina.

Yanni urlò: Forte! — Ed Eponina: — Ah! scellerata!

Spruzzò il sangue negli occhi e sulla bocca di Katinka: costei rabbrividita dal sapore del sangue e cieca, lasciava il ferro nella ferita e tremante come per paralisia si appigliava con ambedue le mani alla colonna del letto per non istramazzare.

— Katinka, presto, scappiamo! susurrò Yanni.

— Sì, sì, fuggiamo, acconsentiva premurosa Katinka.

E volsero le spalle alla trafitta, affrettandosi verso l'uscio della camera; ma giunti presso al canterale la tentazione li riacciuffò pei capelli, con la man manca l'uomo, con la destra, epperò più forte, la donna, la quale con voce rantolosa e non pertanto distinta disse:

— Yanni, ci basterà la roba?

— Gua'! o chi ci para di rubarne dell'altra? rispose questi.

E si misero di concerto a grancire più rapaci di prima; ma la paura e la confusione tanto prevalevano in loro, che con le mani l'uno l'altro agguantava.

— Oh! chi è che mi agguanta? Urlò Yanni, trasalendo, la prima volta che questo accadde; e la donna:

— Sono io, zuzzurullone! — E levatigli gli occhi nel viso esclamò: — Come sei giallo!

Yanni a sua posta mirando lei digrigna fra i denti:

— E tu come rossa!

Katinka abbassando gli occhi con orrore si vide macchiati di sangue il petto e le braccia.

Di un tratto li percuote uno scoppio di fucile, e subito dopo le strida: Assassinio! assassinio!

— Ah! siamo scoperti!

— Salviamoci! urlarono a una voce gli scellerati, e via a precipizio verso la porta dove essendo giunti in un punto, e donde ad un punto volendo uscire si diedero uno strizzone da sgretolarsi le costole.

*

Ecco uno dei soliti colpi di scena da romanziere arrembato, osserva, ghignandomi in faccia, la mia censora sdentata, quarantenne e beghina; ed io paziente:

— Ma signora mia, la si lasci servire, e vedrà come la cosa cammini naturalmente pei suoi piedi. Ricorda ella l'orfana, sonatrice di organino, raccolta da Eponina per carità? — Natalizia, via? Se ne ricorda? Or bene; costumando la Natalizia dormire in certo stambugio accanto alla camera della sua signora, si accorse dello insolito rimuginare che si faceva nella camera accanto, e apposto l'occhio alla serratura si accorse in un attimo del misfatto, che stava per perpetrarsi: — Se chiamo soccorso, chi mi risponderà? pensava fra sè la vispa fanciulla: — forse se li lascio fare si terranno contenti a portar via, mentre se si trovano scoperti ci aggiungeranno l'omicidio: i gatti spaventati sgraffiano.

La Natalizia aveva pensato a sesto, ma poi la faccenda andò diversamente, e repentina così, che ella non ci potè fare riparo; ed anche gliene avessero dato campo, non avrebbe saputo a quale partito appigliarsi. E nè anche la giovinetta perse il coraggio quando vide la sua signora tanto fellonescamente trafitta, perchè sperò non lo fosse a morte, e ad ogni modo sentì il debito di sovvenirla come poteva; certo le nostre ragazze, fiori tirati su a stento nelle domestiche stufe, per lo meno sarieno cadute in deliquio; ma la nostra orfana era allieva della necessità, maestra rigida è vero, ma che per insegnare presto e bene vale oro quanto pesa. Per la quale cosa ella, guizzando celere e cheta nella stanza di Giovanni, prese lo schioppo a due canne che costui si teneva a capo il letto, e poi si calò fuori della finestra: appena tocca terra si addossava al forno lì presso casa, urlando da spiritata: «Assassinio!» e al punto stesso esplodendo una delle canne; per buon rispetto la provvida fanciulla tenne in serbo l'altra. L'esito del trovato superò la sua speranza, imperciocchè indi a breve vedesse prorompere fuori della porta di casa i due scellerati e correre a rotta di collo, come se centomila diavoli ne li portassero.

Allora rientrò in casa dove, avendo prima incatorciato per bene le imposte dell'uscio, ascese al soccorso di Eponina. Poveretta! non dava segno di vita; largo lago di sangue aveva lordato le lenzuola e i tappeti; adesso grondava a stille scarse, perchè più poco gliene restava nelle vene, ed anco perchè avendo fatto grumo intorno al ferro, le restava impedito lo sbocco. La fanciulla accorta stava perplessa a estrarre il pugnale, temendo qualche sgorgo e trovandosi corta a rimedi per impedirlo; pur si decise a cavarlo, ammannito innanzi un batuffolo di lini finissimi, di esca e di cotone onde servirsene a modo di stuello premendolo sopra la piaga; e così fece, avendo la pazienza di tenercelo fermo per più di un'ora; poi, composto con altri pannilini una maniera di guancialetto, mediante fasciature condotte in tralice per di sotto l'ascella destra, lo assicurò con garbo nella fossetta della clavicola ferita, tanto bene, che meglio non avrebbe saputo fare il cerusico.

Tutto questo compìto, Natalizia pensò se giovasse meglio attendere il giorno, ovvero recarsi subito al villaggio per soccorso. A lasciare Eponina sola la dissuadevano il pericolo che gli assassini tornassero, e l'altro che risensando ella si spaventasse della solitudine, o peggio ancora, movendosi allentasse la fasciatura e si perdesse irrevocabilmente quanto sperava avere acquistato con tanta fatica; aggiungi il risico di smarrire la strada nel buio fitto della notte e ruinare in qualche precipizio; la combatteva altresì il timore che al villaggio non si sarebbero svegliati, o che non le avrieno dato retta, o che non volessero venire: per ultimo non le pareva fuori dei possibili imbattersi ella stessa negli assassini, i quali non avrebbero mancato accopparla per distruggere con esso lei il testimonio unico del loro delitto: tanto è, si fece coraggio e andò; tuttavia al pericolo che gli assassini rientrassero in casa provvide con lasciare chiuso l'uscio di casa, ed ella calarsi da capo giù dalla finestra; all'altro d'incontrarli per via, riparò col caricare anche l'altra canna dello schioppo e portarlo seco inarcato; come Dio volle, non le nocquero nel cammino le tenebre, nè le asperità della via; quanto poi alla difficoltà di svegliare la gente, ebbe un santo dalla sua, che le fece trovare il Sindaco desto, il quale andava in volta per la casa, col suo decimo nato in collo, trastullandolo per quietargli la smania della dentizione. Gli abitanti del villaggio avvertiti in un bacchio baleno, si misero in assetto per accorrere al soccorso della ferita. Un po' di tempo lo fece perdere la moglie del Sindaco, la quale, non ci era caso, voleva andare _lei_, lasciando il Sindaco a ninnolare il bambino; ma il marito glielo scaraventò nelle braccia, osservando che fuori di casa il Sindaco era _lui_.

Di subito fu vista una processione di lanterne errare qua e là, a mo' di lucciole, giù per la vallea, festinante verso il luogo del misfatto. Ognuno dei lanternisti desiderava con tutta l'anima che Eponina non fosse rimasta sul tiro, computando il guadagno che per la sua malattia sarebbe venuto a lui o alla moglie di lui, ovvero ai figli, generi, cugini di lui, amici e conoscenti a 16 miglia dintorno. Io l'ho già detto: cuore e formaggio nella Svizzera ci si trovano di prima qualità. Se io mi trovassi a possedere un cuore svizzero, io non lo baratterei con la più grande piramide d'Egitto.

*

— O lasci in pace i cuori degli svizzeri e le piramidi di Egitto, e ci dica un po' come andarono a finire i servi assassini, salta su a dire la critica bacchettona, e minaccia di non lasciarmi ire innanzi, se prima non la contento.

— Ma abbia pazienza, questo ella saprà a suo luogo e tempo; dovrebbe pur capire che la sua continua intromissione mi rompe i concetti e mi arruffa ogni disegno.