Il secolo che muore, vol. II

Part 15

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La contessa si sentì come travolta da un vortice di piacere, di dolore, di esaltazione, di avvilimento, di verità opprimenti, di lusinghe, di obbrobrio, di censura, di lode da non sapere proprio più dove darsi di capo: dentro di sè pensava: «Costei, per certo, ha da essere il diavolo in gonnella!»

Eponina, tutta avvampata in viso, guardando fiso negli occhi Ludovico, proruppe:

— E tu, povera creatura, che sei venuto a fare nella mia vita? Anche tu fossi stato un astro, dovevi aggirarti fuori della mia orbita, e solo ricambiarmi da lontano un saluto di luce, senza mai desiderare d'incontrarmi. Non avevi letto di Delia, che, innamoratasi del sole, perse la vista a contemplarlo? Ti ricordi di Semele che, presumendo guardare faccia a faccia Giove nella sua onnipotenza, rimase ridotta in cenere? — Il genio pari allo incendio dove passa brucia. Noi siamo anime sventurate, ma gloriose; a noi non fu concesso rendere felici noi ed altrui; il nostro còmpito sta nel fare noi ed altrui famosi. Anime battezzate col nafta, destinate a vivere la vita del fulmine; noi ci palesiamo in cielo e in terra con un geroglifico di fuoco, e scompariamo per sempre. Che cosa importa a noi durare poco, o molto? Tanto il secolo quanto il minuto sono attimi al cospetto della eternità: appena noi abbiamo presente, baleniamo e ci dileguiamo, e nondimanco lasciamo per tempo lunghissimo abbarbagliati i mortali di ammirazione o di odio. Voi altri poi siete ingollati dalla morte come dal boa, a singhiozzi: già da due terzi e più siete entrati nel sepolcro, e agitate le mani con isforzi impotenti per vivere, e guaite come i bambini, imperciocchè voi non sapete trovare presso la tomba altro che i vagiti abbandonati nella culla. Noi, noi cogliamo la luce dagli astri, il profumo dai fiori, le brezze al mattino, la dolce aura alla sera, i colori alla terra, al cielo, al mare, alla levata ed al tramonto del sole; il più ardente sospiro allo amore, la più candida preghiera alla fede, la lacrima alla tenerezza, il bacio alle labbra della madre, il grido di cui combattendo per la patria si sente ferito nel cuore, i palpiti del vasto petto dei magnanimi, i gaudi della libertà, tutto quanto lo universo in sè comprende di bello e di sublime, e a modo di erbe dai sughi portentosi noi lo pestiamo, lo stilliamo, lo riduciamo in quintessenza, di cui una stilla sorbita basti a fulminarci di piacere. Forse non vi hanno veleni capaci di tanto? E se la natura possiede sostanze di tanta potenza nel male, perchè si sarebbe diseredata di altrettali sostanze potenti di bene? Ora tu, povera creatura, che hai fatto, e che faresti in seguito accanto a me? Ogni atomo della mia vita entrerà come una spina nella tua, i miei detti ti lacereranno, i miei gesti ti scotteranno: umiliato, sbigottito, sottosopra travolto, a te altro non rimarrebbe che scegliere fra le varie maniere della pazzia o stupida o furiosa. Va' e ara la tua felicità, perchè a tirare diritto un solco nella vita, bisogna aggiogare bovi allo aratro, non aquile: queste tirano a volare in su, e si rifiniscono a battere le ali invano. — Ci siamo ingannati ambedue, ma la pena io porto sola. Diventa marito e padre: se ti manterrai onesto, sarà la sola mercede che io voglio pretendere da te: la onestà è un guanciale comune dove devono addormentarsi al sonno eterno i grandi come i pusilli. Tu non puoi imparare altra scienza oltre quella del ben morire; apprendila bene. Se dalle nozze ti verranno figlie, non imporre il mio nome a veruna di loro; potrebbe arrecarle sventura; e tu fa' in modo di dimenticarmi del tutto; io desidero che la mia memoria ti passi davanti allo spirito come un'ombra a mano a mano diafana quanto più si accosta l'alba, — e vanità al primo chiarore dell'aurora; te, la mia memoria turberebbe, e me, il sapermi ricordata non consolerebbe. Vivi; vivete: porgetemi entrambi la mano, e senza amarezza: addio!

La esaltazione e l'abito dei gesti teatrali, come già avvertimmo, avevano compartito alla bella persona tale un sembiante d'impero, che quanto sarebbe stato agevole deridere usciti fuori della sua presenza, altrettanto difficile non patire stando al suo cospetto. Madre e figlio si trovarono corti a parole: ed invero tutte quelle che si potevano dire erano state dette fra loro, senza risparmiarne pure una; anche coteste, che sarebbe stato prudente tacere.

A faccia china, tenendosi per le mani, la contessa e Ludovico s'incamminarono verso la porta; dove essi lasciavano l'orma, metteva il piede Eponina; se tu li avessi visti ti avrebbero porto la immagine dei primi parenti, che la favola ebrea finge banditi dal paradiso terrestre dall'angiolo ministro dell'ira del Signore.

Eponina però, contrariamente al suo desiderio, non fu dimenticata; le _parole sgraffi_ dolgono un pezzo. La contessa andava ripetendo sovente: — Se fosse stata una Montmorency, non avrebbe messo fuori tanta superbia. Ludovico poi rabbrividiva quando, pensando alle parole: _povera creatura!_, tremava gli fossero rimaste sopra la fronte come il marchio del falsario.

CAPITOLO XIII.

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Troppa legna sotto la caldaia; troppa passione nell'anima partoriscono il medesimo effetto; di vero la vampa eccessiva spinge il liquore spumante fino all'orlo del vaso, donde traboccando spenge il fuoco e lo scema. Certo Eponina poteva vantarsi di avere saettato cotesta povera creatura; il suo cuore balestrò l'ira compressa a modo di lava; si era vendicata; aveva fatto un mucchio di cenere intorno a sè; ma desolando altrui aveva consolato sè stessa? Ripensando sulle vicende della propria vita, sovente ella diceva: — Ecco, i miei giorni furono come archi tesi invano, il mio cuore, il mio nobile cuore mi si è screpolato dentro di me; simile all'orologio a polvere, che pittori e poeti pongono in mano al tempo, consumandosi, non mi ha giovato ad altro che a misurare lo spazio che mi approssimi alla morte.

Infatti ella aveva spento troppo più che un amore: aveva svelto dall'anima sua la facoltà di amare; ed io fermamente credo che il verace amore, perduto che abbia una volta le penne, non ripiumi più; ed ora che l'alito di amore aveva cessato spirarle dintorno, le membra e lo spirito di lei languivano nella inerzia: non più il balenìo negli occhi, non più squillo nella voce; bella sempre, ma a modo della camelia, fiore senza odore. Lo stato in cui ella adesso si versava non ritraeva punto da quello deplorato dal Parini, voglio alludere alla miseria di persona dabbene, la quale invischiata dentro laido affetto, lo conosce, lo abbomina e tuttavia non sa districarsene; ella non si doleva già avere bandito Ludovico dalla sua vista e dal suo cuore, anzi anche avesse potuto non lo avrebbe richiamato; se le fosse venuto dintorno, ella daccapo gli avrebbe detto: — Fratello, passa per la tua strada, il mondo è largo per tutti. — Ma con terrore sentiva avere costruito il rogo alla facoltà di amare, e di avervi con le proprie mani appiccato il fuoco; e dal rogo non rinasce altri che la fenice. Ormai tutto le rincresce:

Che un'immagin di amor non vi si mesce;

e quando invoca la morte ella chiama: — Madre mia. — In breve ella l'adornerà di tutte le bellezze con le quali l'amante scialacquatore inciela la sua innamorata, e si struggerà per lei. Ch'è mai la morte? Troppo meno che passar l'uscio di casa. Se Seneca sentenziò giusto allorchè disse: — vita beata esser quella che alla sicurezza accoppia perpetua tranquillità, — si comprende di leggeri che la morte è la vita, la vita la morte.

Affermano che anche la statua di granito di Mennone al raggio del sole crepitasse; qual meraviglia dunque che anco il russo Platow si sentisse preso dalla consuetudine del giocondo conversare con Eponina? — Importa sapere come cotesto signore possedesse, o a meglio dire fosse posseduto da tre vizi o peccati, secondochè ti piaccia chiamarli; era superbo, era bigotto, era furioso; superbo come un bojardo, bacchettone come un vecchio moscovita, stizzoso come un orso dei suoi paesi; le quali tre cose mi è piaciuto distinguere, per sospetto che il lettore non me ne facesse tutta una matassa. La superbia lo teneva per le falde affinchè non si lasciasse andare alla passione per femmina plebea, e di giunta cantante. La religione gli metteva davanti agli occhi, quattro volte al giorno ed altrettante la notte, Moisè in procinto di rompergli le tavole della legge sul capo, in causa di quel tale comandamento che si occupa della fede matrimoniale; la collera finalmente lo scombussolava col martello che qualcheduno gli portasse via Eponina quando meno se l'aspettava. Certo egli aveva combattuto aspre battaglie per vincere la passione, ma la passione aveva vinto lui, come accade sempre in questa maniera di duelli, imperciocchè l'appassionato picchiando forte la passione ha paura di farsi male. Il suo rimedio per vincere ci sarebbe benissimo, e consiste in pane, acqua e legnate: i santi dicono che lo adoperassero con frutto; io l'ho veduto usare con gli asini, sostituendo paglia al pane, e attesto che fece loro la mano di Dio; ma i principi (rammentiamoci che il Platow era principe) con le mani proprie non pigliano questa medicina, ed altri non si attenta a ministrarla loro. Tuttavia bisogna confessare che egli quanto potè contrastò di forza, ma sì, avvenne al povero principe quello che suole accadere annualmente alla sua Neva natìa in primavera: veruno di quanti vedono la sua superficie gelata si accorge che l'acqua corrente per di sotto assottiglia più e più sempre la crosta, finchè di un tratto il ghiaccio si rompe, e i suoi frammenti mescolati con l'acqua corrono insieme rapidissimi al mare.

Dall'ammirazione il principe passò alla venerazione, dalla venerazione all'adorazione, insomma per tutto il _crescendo_ della sinfonia del diavolo; però, strano a dirsi, avendo egli affidato a diversi sentimenti del suo corpo la incumbenza di palesare l'amor suo ad Eponina, veruno volle torne lo incarico. La voce ci si rifiutò recisamente; e gli occhi traverso le lenti (il principe costumava portare occhiali) non paiono per ordinario buoni conduttori di calorico amoroso: i vetri possono fare ottima prova per accendere l'esca, non già i cuori: finalmente, non sapendo il povero principe che pesci pigliare, argomentò modellarsi sopra parecchi quadri da lui ammirati in Francia ed in Italia, dove pittori valorosissimi dipinsero i ritratti di personaggi illustri genuflessi ai piedi delle Madonne, o dei Santi protettori. Basti rammentare per tutti il voto di Luigi XII dipinto dall'Ingres ed inciso dal Calamatta. Impertanto, mentre Eponina se ne stava un dì seduta al suo pianoforte, il principe, cheto cheto, le s'inginocchia dietro la sedia a mani giunte, col naso insinuato fra mezzo queste, a guisa di segno dentro le pagine di un libro, e gli occhi chiusi in atto di devota meditazione.

Vi chiedo licenza di buttarvi là in quattro schizzi il bozzetto di questo russo dabbene. Comincio coll'avvertirvi che per russo poteva sostenersi bell'uomo; una maniera di Apollo tagliato coll'ascia dai Druidi; portava occhiali, e l'ho già detto, ora aggiungo ch'egli erano di oro, i quali intorno alle sue tempie parevano una corona; le tempie poi comparivano di un bel colore di terra cotta, sicchè unendo la terra cotta con quelli occhiali d'oro tu acquistavi precisa la idea di _un tegame incoronato da re_. E poichè il dabbene principe aveva sofferto travagli da cani nelle guerre del Caucaso per la gloria del suo imperatore e pel bene della umanità, egli aveva guadagnato in ciondoli quasi quanto aveva perduto in capelli, ond'egli, comecchè con gli anni della sua vita si trovasse poco sopra lo equinozio, pure era costretto ad usare in parte una parrucca di capelli sauri, colore ordinario agli uomini del settentrione e _agli sparvieri_: grandissima importanza costui metteva a fare sì che veruno penetrasse questo segreto di Stato: infinita la diligenza a tenersela accomodata, la qual cosa contribuiva a darla a scoprire anco ai meno osservatori; frequenti e chiazzate ora di preghiere, ora di minaccie le raccomandazioni al barbiere di nascondere _l'atroce caso ad ogni uomo_, e questo pure aveva più che tutto altro contribuito a propalarlo al popolo, al comune e al contado: anche dei denti aveva perduto parecchi, e i surrogati gli comparivano in bocca come i deputati italiani sopra i seggi della destra ministeriale — _legati in oro_. Nel formargli il volto la natura, per via di eccezione, mise da parte il pomello della gola rilevato, che tanto piacevolmente agguaglia la faccia del russo genuino con quella del cane da macellaio, e si tenne alla forma sferica; pareva avesse preso gara con Giotto a condurre un O; rotondo il contorno del sembiante, rotondo il mento, tondi gli occhi sporgenti in fuori; anco il naso foggiato a mezzo cerchio rivolto in su, in atto di pilota che sul cassero della galera mira le stelle per ispeculare il cammino.

Non solo donne gioconde, bensì uomini sodi, a contemplare cotesto cristiano, concio a cotesto modo, avrebbero rotto in risate; non già Eponina, esperta che nelle grandi passioni tutto ciò che spetta al fisico come al morale può riuscire o stupendo, o terribile, o pietoso, — ridicolo mai: e però pensando quanta violenza di fato doveva avere condotto costui al fiero passo, ne trasse argomento di spaventarsi, onde levatasi e scansatasi alquanto, con mite suono di voce favellò:

— Signor principe, che fate mai?

— Che faccio? — questi rispose senza muoversi: — io prego.

— O che a sorte mi avreste voi scambiato con la _Panagia_?[34]

[34] _Madonna_, così in greco come in russo: _tutta santa_.

— Non vi ho scambiato: siete; però, Eponina, non mi sturbate, vi prego, lasciatemi pregare.

Ma non durò un pezzo in quella corrente d'idee, che, all'improvviso sorgendo, afferra la sedia dove poc'anzi Eponina sedeva, e branditala a guisa di spada parve che attendesse con quella a scacciare verso terra la sua passione, che aveva levato troppo in alto il volo, aggiungendo:

— Eponina, io vi amo, e voglio e posso amarvi; che cosa trovereste voi da opporci?

— Oppongo, signore, non essere affatto generoso tenere simili propositi a fanciulla sola, priva di protettori.

— Come! Credete voi che io vi possa oltraggiare? Pensate davvero che abbia avuto intenzione di mancarvi di ossequio? Questo non fu nè sarà. Oh! perdonatemi; se mi negate il perdono mi brucerò il cervello.

— Lasciamo, di grazia, il cervello al suo posto, e non entriamo neanche sopra la intenzione, ma egli è sicuro che voi non mi avreste tenuto siffatto discorso, se mi aveste trovata al fianco della mia genitrice.

— Io?...

— Sì, voi; e voi avete pensato potermelo fare perchè.... perchè.... ve l'ho a dire? Perchè vi sono parsa vivanda avanzata alla mensa di un altro.

— Orrore!

— Ed io, principe, sappiate, per mercè di Dio e la mia volontà, mi sento tale e sono da non ricevere dichiarazioni di amore se non per mezzo di mia madre.

— Ma, signora Eponina, o che cosa vi ho chiesto io? Nulla dalla parte vostra. A me basta che vi lasciate amare. Voi avete rammentato la _Panagia_; bene; forse si è mai sentito dire che questa abbia dato di un calcio nella faccia al suo devoto, che le stava inginocchiato ai piedi?

— Via, via, principe, noi siamo in età da sapere che l'amore stampa tutte le sue grammatiche a casa del diavolo. Platone e Petrarca hanno perduto più anime che tutti i romanzi francesi. Non crediate, che credereste male, il corpo starsi in potestà dell'anima, come Calibano in quella di Prospero; all'opposto Calibano si tira dietro la meschinella Psiche, a mo' che il fanciullo costuma l'uccelletto legato per una zampa. Amore, se pure può vincersi, si vince in una maniera sola, fuggendo.

— Ebbene, soggiunse gravemente il principe, quando mi accorgerò che l'amore pigli troppo a riscaldarmi, io me ne andrò a visitare le mie miniere in Siberia, e non ritornerò se prima non mi senta rinfrescato.

Eponina non si potè astenere da far bocca da ridere, e piacevolmente interrogò:

— Ma io, che sono italiana, dove mai mi ricovererò? Nel mio paese, in terra, in mare, sui monti, nelle pianure tutto avvampa; fuoco nel Vesuvio, fuoco a Stromboli, nel Mongibello fuoco.

— Diavolo! Non ci aveva pensato: allora andate a Torino; esponete la vostra faccia alla brezza che spira dalle Alpi, e vi sentirete rinfrescata.

— Peggio che mai; sarebbe un pigliare il male per medicina. O non vi giunse all'orecchio che giusto a piè delle Alpi seppero da un pezzo in qua instituire i semenzai più copiosi di fiori e di amori?

— Ma dunque il clima nulla può sul sangue?

— Sul sangue sì, ma sopra la passione no. E poi, venite qua, principe, e siamo di buon conto; voi che fate professione di uomo religioso, potete insegnarmi come il peccato non istia solo nell'atto, bensì ancora nel pensiero; qui il nostro Redentore parla chiaro; nè avvocati, nè preti varranno a storcere il senso delle sue parole: «Chiunque riguarda una donna per appetirla già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore».

— L'Apostolo si è spiegato male; tutti gli altri vangeli danno ad intendere trattarsi di donna moglie ad altri; ma voi siete libera.

— Certo sì, ma siete voi, principe, che avete moglie.

— Sì, ma un cancro di minuto in minuto me ne mangia un pezzo. I medici l'hanno sfidata; se tira innanzi un mese sarà un miracolo.

— E perciò appunto voi dovete temere di commettere, più che peccato, sacrilegio, sottraendo adesso un atomo, un filo, un fiato del vostro amore a cotesta sventurata. Nel passo tremendo a cui si avvicina, ella abbisogna sentirsi sostenuta da tutto l'affetto del suo consorte; sarebbe carità fiorita raddoppiare nella sua anima la fede che durerà immortale il ricordo di lei nel cuore dello sposo; che innaffiati dalle lacrime vedovili cresceranno perenni i fiori sopra la sua tomba. Principe! Avete mai pensato alla spada che la trafiggerebbe, se venisse a sospettare che voi non l'amate più, peggio, che voi ne amate un'altra? Morirebbe disperata; e voi ed io saremmo forse colpa della sua eterna dannazione. Vostra moglie, mi afferma il grido pubblico, santissima donna ed a voi attaccata con tutte le viscere. Sarebbe questo il guiderdone che voi le serbate per tanto amore? E quando? Quando la morte ci ha fatto il segno, come su cosa che abbia di già acquistata. E in che occasione? Allorchè ella posa il suo ultimo sguardo sopra l'amato volto, per quinci desumere forza e coraggio di levarlo per sempre in paradiso.

Il principe sudava per la pena; non sapeva andare innanzi nè indietro, come il cavallo che patisce di restìo, non si muove neppure se gli accendono una fascina sotto la pancia; nè Eponina si sentiva meno sopra le spine non potendo indovinare come la sarebbe ita a finire; quando la fortuna le porse inopinatamente il destro di cavarsi da cotesto pelago. Il principe nella confusione della sua mente, come uomo che si attacchi alle funi del cielo, di un tratto mi usciva fuori in queste sciagurate parole:

— Orsù, Eponina, sentite: dacchè così volete, io cesserò vedervi... io sospenderò di amarvi... ma ad un patto... che voi vi leghiate con giuramento meco, di sposarmi quando piacerà a Dio chiamare a sè la signora principessa mia consorte.

E non ci è rimedio; neppure il senatore Casati se ci pensava un mese avrebbe saputo accozzare tanti spropositi, quanti costui ne mise insieme in un minuto.

Eponina riscotendosi si trova presso l'uscio della stanza; allungato il braccio agguanta la maniglia, e voltasi al principe con voce alterata gli favellò:

— Dunque sono io tal donna da non potere diventare moglie di un uomo, se prima non figuro scheletro a piè di un catafalco? Amore egregio davvero quello del principe Platow, il quale non sa offrire per talamo che un cataletto!

E aperto l'uscio, scomparve.

Eponina, pensando ai casi suoi, considerò come il partito che le rimaneva migliore stesse nel partirsi da Pietroburgo più presto che le fosse stato possibile; molto più che oggimai veruna causa la trattenesse in cotesta città; però le si fece sentire il bisogno di adoperare straordinaria cautela, chè la passione del principe le parve pur troppo di quelle che stanno a un pelo per diventare frenesie, al quale effetto, deliberata di valersi dell'opera della sua cameriera russa, serva affrancata di sulle terre dello imperatore, giovane svelta da levare il pel per l'aria, ed a quanto pareva devotissima a lei; si restrinse con essa, e prima di aprirsele, per iscoprire marina, la interrogò se si sarebbe maritata volentieri con Yanni, maestro di casa, in cui Eponina avendo posto confidenza grande viveva sicura, che l'avrebbe seguitata in qualunque parte le fosse piaciuto condursi. Katinka, che tale avea nome la cameriera, rispose subito a faccia tosta di no; onde Eponina, contrariata, ebbe a dire: sono uscita di casa col piè sinistro. Bisognò pertanto andare in traccia di altro ripiego, senonchè mentre stava cercandolo, ecco che le venne fatto di scoprire che Yanni e Katinka di pienissimo accordo avevano camminato nel medesimo veicolo, più miglia verso il paese del santo matrimonio, che a lei non sarebbe piaciuto conoscere; di che assai s'impermalì, e fece alla cameriera una ramanzina da levarle il pelo; ma la Katinka tutta umile si scusava col dire, lei avere dubitato che le interrogazioni della signora fossero per tastare il terreno, e chiarito il dubbio avrebbe dato il puleggio all'una o all'altro e forse a tutti e due, non garbando ordinariamente ai padroni tenere per casa marito e moglie. Non parve questa buona ragione ad Eponina, sostenendo ella che la giovane con lei doveva venirsene liscia; dopo tante dimostrazioni di affetto meritarsi schiettezza fraterna (come se il proverbio mancasse di avvertire, che amore di fratelli è amore di coltelli), e la presente furberia male confarsi con la ingenuità mostrata per lo innanzi: ai quali rimproveri la Katinka rispose breve con una sentenza, che Eponina ebbe cura di notare nelle sue effemeridi: «Signora, io sono serva affrancata, ed ella lo sa. Ora i padroni ben possono liberare da un punto all'altro i servi dalla catena del servaggio, non possono dai vizi di quello: la servitù fa all'anima il medesimo effetto del nero nel corpo; anche dopo tre o quattro generazioni di neri con bianche, o di bianchi con nere, il nero si distingue sempre. La finzione è l'unica arme difensiva che il servo possa adoperare contro il suo signore.»

Meglio che registrarla nel taccuino, bisognava riporsela nella mente; ma ciò non fece Eponina, e non ne trasse profitto, perchè la superbia persuade facilmente la creatura umana che incontrando la regola questa debba scansarsi con una eccezione per lasciarle libero il passo; e questo è scoglio dove rompono spesso i più perspicaci intelletti.

Pertanto fu stabilito che si sarieno fatti gli apparecchi pel viaggio colla massima segretezza. Yanni e Katinka avrebbero messo in isquadra il loro connubio con l'aiuto del papasso, continuando nel servizio presso Eponina: la mobiglia fu venduta alla rinfusa, ed anco per questa volta bisognò ricorrere all'ebreo Anania, il quale avendo subodorato il negozio, fece in un dì le sue vendette della ingiuria patita allorchè ebbe a pagare un terzo solo meno le gioie del monile donato dalla imperatrice ad Eponina.

Però giova procedere giusti con tutti; quando l'ebreo compra a taccio, se non si contenta neppure avere la roba a mezza gamba, quasi lo scuso, imperciocchè vecchio, io osservai nella sua bottega oggetti che ci vidi da giovane: limbi di rigattiere privi di speranza di redenzione.