Il secolo che muore, vol. II

Part 13

Chapter 133,770 wordsPublic domain

Dopo questa, a qualche settimana di distanza, sopraggiunse la lettera della contessa al suo figliuolo. «Incominciava da congratularsi con la fortuna e con lui. Con la fortuna, perchè alla fine cessando i suoi rigori si fosse mossa a favorire Lodovico; con questo, perchè attendendo alacre e diligente ai negozi si dimostrasse degno degli inusitati favori. Lodava il figlio della discretezza adoperata a celarle il nome del suo compagno negli affari di Borsa, ma mordendo all'amo apprestatole da Eponina, aggiungeva averlo indovinato (ella immaginò qualche segretario della legazione; forse il ministro stesso). Continuava poi, la cugina duchessa averla così accomodata di danari, ma pochi, come quella che si versava a posta sua nella penuria a cagione delle prodigalità commesse nel passato carnevale: prometteva di più in seguito; però arrivati come manna i dodicimila franchi, mentre quelli della duchessa soli non sarieno bastati a tranquillare le avare improntitudini dello Zinfi; aggiunti i suoi, lo avevano persuaso a starsi fermo nel convincimento di avere ad essere saldato: però dichiarava che, stante il caro del denaro, quanto a interessi non poteva contentarsi al 6 per cento. — Alla quale proposta, aggiungeva la contessa, non ho potuto astenermi da osservargli: — Ma voi avete imprestato danaro al mio figliuolo incominciando a contare dal sessanta, sicchè il sei su sessanta fa giusto il 10 per cento. — Egli, cavandosi la berretta, ha risposto: che con donne, massime con le signore, non voleva avere discussioni, e mi ha lasciata in asso; ond'io prego Dio con tutto il fervore dell'anima affinchè comandi alla fortuna di proseguirti propizia, per liberarci dalle branche del demonio... voleva dire dell'usuraio ebreo. Dicano quanto sanno i Salomoni della scienza, per me perfidio a sostenere che i giudei entrarono nella vera terra promessa allora soltanto che furono abolite le leggi sopra l'usura. Adesso noi dobbiamo 50 mila franchi di capitale allo Zinfi; 10 mila alla duchessa; e rimangono fuori gli 80 mila dei pagherò nelle mani di quel furfante matricolato dell'Onesti, di contro ai quali stanno i pagherò falsi, che egli ti diede. Speriamo da questo lato non sia per venirci danno; però ne dubito: quante volte ci penso mi trema il cuore come una foglia. Dunque il debito ora somma a franchi 62 mila, più i maledetti interessi, che non dormono mai giorno, nè notte, e mangiano sempre; altri debiti non ci avrebbero ad essere; almeno io non ne ho, e così spero sarà di te. Dunque lavora, guadagna ed attendi a fare di ogni pruno siepe, seppure non vuoi rimanerti pulito come il palmo della mano. Alla buona duchessa nostra cugina, udendo e vedendo che tu ti sei dato al buono, sono venute le lacrime agli occhi; povera donna, ella ti vuole proprio bene! Mi ha raccomandato più volte che io ti scriva: — tu cerchi ad aiutarti quanto puoi, ella attendere notte e giorno a trovar modo di levarti di pena; anzi a restituire alla tua nobilissima casa (che è pure la sua) l'antico splendore. Tirando a indovinare, io immagino che ella mulini qualche partito per te, proprio coi fiocchi. Dove mai mi apponessi, badiamo bene, veh! per quanto possa riuscire fruttuoso, non vo' letame plebeo in casa. A negozio fatto bisogna piegare il capo, ma a negozio da farsi, se non ci troviamo tutte le nostre convenienze, diamo di frego; nella quale risoluzione io mi sono tanto più confermata, che la esperienza mi ha fatto toccare con mano che la plebe o il popolo, per quanto tu lo stropicci, non piglia mai il lustro, eccetto sulle sopraccarte: gli è fiato perso, nonostante il suo anfanare, non giungerà mai a quella rettitudine di sensi e alla gentilezza di modi, retaggio proprio di noi altri nobili[32]. Quando mi scrivi, io ti prego di sapermi dire che ne sia di quella _povera creatura_ della Onesti. Ella non merita il destino a cui la riservano le tristizie dei suoi parenti: mi era adattata a tenermela per nuora: adesso poi mi è impossibile: deve sentirlo ella stessa: procura usarle ogni più urbano e gentile riguardo: come gentildonna te ne prego, come madre te lo comando: proteggila, assistila in tutto, anche prima di me...»

[32] Anco il conte Vittorio Alfieri la pensava così. Vedi sua lettera al conte Alfieri di Sostegno.

Dopo averla letta, Eponina si ripose la lettera in seno esclamando:

— È la solita storia; il pranzo squisito al condannato quando lo mettono in cappella.

*

— Cara Eponina mia, senti, tu mi hai a fare un piacere, e non mi dire di no: stasera sono invitato al _Club_ della Neva, ed ho promesso di trovarmici; tu sai che lo frequentano principi e boiardi, insomma gente che va per la maggiore: colà si giuoca alla grossa, ed io non vorrei scomparire.... forse potrei rifarmi dei tanti che ho perduto: — oh! che la disdetta non deva cessare mai?

Appena l'alba spunta le tiene dietro l'aurora, dopo l'aurora corre il sole; così del pari il crepuscolo non si ferma un istante: di vermiglio, paonazzo e poi nero d'inferno. Nella medesima guisa l'anima dell'uomo si affretta a salire, o a scendere; le buone qualità sopra i naturali viziati si posano meno dei colombi su la cuspide dei campanili. Ludovico di pudibondo eccolo in breve diventato impudente ed impronto, e spera riuscire nello intento, avendo saputo la vendita fatta da Eponina dei diamanti donatile dall'imperatrice. Ora la giovane rispose con la sua voce soave alla domanda molesta:

— Vico mio, con tutto il cuore se potessi: ma vedi, ho spedito fuori tutto il denaro: mille fiorini mandai in tuo nome a Vienna per pagare il debito di gioco che tu ci lasciasti con l'ebreo Kircher.....

Ludovico sentì darsi nuova trafitta nel cuore, e, senza attendere che Eponina aggiungesse altre parole, tutto arruffato andò via sbuffando.

Veruno usuraio sentì mai pungersi dall'aculeo della cupidità di accumulare danari come adesso Eponina, onde deliberò aprirsene con certo principe russo, conosciuto da lei per lo passato a Milano, il quale pareva averle posto straordinario affetto, e veramente era così: — questi, o acconsentisse al vero, o per zelo dei pregiudizi della Corte e della nobilea, la dissuase da dare lezioni a pago; stesse al suo posto; non le mancherebbero inviti di prendere parte ad accademie in casa dei magnati. S. M. la imperatrice la chiamerebbe ai concerti di palazzo, e la munificenza russa non patire che chi la letizia con le sue virtù, si allontani senza segno notabile del proprio gradimento. Eponina si attenne a cotesto consiglio. Ora il conte Ludovico talvolta fu invitato insieme ad Eponina, e più spesso no, o per inavvertenza, o perchè lo considerassero appendice inutile della giovane artista; un gambo di fiore; ed anche ciò era trafitta al suo cuore vano. Nè quando accompagnava Eponina soleva gioire di più, chè senza glielo dicessero, gli facevano comprendere la sua essere la parte dell'ombrello che, entrati nel portone, si chiude e mettesi da parte per ripigliarlo poi quando si esce di casa. La sua vita, a canto a quella di Eponina, ignudo com'era d'ingegno e ricco di vizi, insaccato fino agli occhi di orgoglio, ricordava la passeggiata favolosa della pentola di terra cotta a braccetto pei manichi con la pentola di ferro; egli ci si trovava a suo bell'agio, presso a poco come Regolo dentro la botte cartaginese.

Eponina certo ebbe a provare gli effetti della generosità russa, ma non corrisposero alla sua aspettativa, la quale, per la passione che la rodeva, era diventata improntissima; arrogi che quel vendere continuo di gioie per sostituirvi cristalli, con sicuro scapito d'interesse e con eventuale perdita della reputazione, se fosse venuto a scoprirsi, forte la infastidiva: nè punto la tranquillava l'esempio del marchese Massimo D'Azeglio, che il giorno stesso nel quale gli venne ricapitata per parte del Sultano la decorazione in brillanti della _medijdiè_ la vendè di rincorsa, surrogando, com'ella costumava, alle gemme cristalli, imperciocchè quanto di leggieri era permesso ad uno degli archimandriti della mandria moderata d'Italia, non si concede a un semplice mortale. La facoltà di non sentire o non curare il proprio decoro è privilegio esclusivo dei signori. Difatti vendonsi dal Governo titoli di nobilea, come dallo speziale cerotti per apporli sulle ulcere e nasconderle alla vista di chi passa.

Intanto Eponina i denari raccolti spendeva sottilmente per Ludovico e per sè; gli altri tutti rimetteva nella consueta guisa alla contessa, la quale rispondeva con lettere sempre uguali, come gli _Oremus_, piene zeppe di lodi e di promesse; ma siccome queste non vedeva mai Ludovico, così Eponina, maravigliando della indifferenza di lui circa il silenzio materno, un bel giorno gli disse:

— O Vico, e di tua madre non hai notizia alcuna?

— Da lei diretto nessuna, ma se capita qui qualche lombardo io ne faccio ricerca, e così m'avviene sapere di tratto in tratto che ella è viva e sana, che Dio la benedica. Mi sembra che, tacendo, mia madre operi da quella discreta gentildonna ch'è. O che vuoi tu ch'ella mi scrivesse? Miserie; ciò intristisce, e non leva un ragnatelo dal buco: quando potrà mandarmi un po' di danaro, mi scriverà.

E questo disse con tale una perfetta intonazione di gelo, così nell'anima come nella voce e nel sembiante, che Eponina ebbe a pensare: va', tu se' proprio della pezza donde si fanno le giubbe ai diplomatici!

Ora accadde che, avendo Eponina in certa veglia incontrato il signor Mario di Candia, cantante di quella eccellenza che tutto il mondo sa, seco lui si trattenesse a lungo, ed ella restasse incantata non solo pei modi squisitamente gentileschi, ma sì eziandio per la espressione delle doti che onorano la nostra umana natura. Più che altro, com'era da credere, favellarono di musica, ed egli le lasciò intendere che si reputerebbe sommamente onorato di unire la propria alla voce di lei; e da cotesta sera Eponina si risolvè di presentarsi sul teatro. Nel presagio di levare via di un tratto, o almeno in brevissimo tempo, i debiti di Ludovico, ella raggiava di contentezza, sicchè tornando a casa ella non si potè tenere da fargli motto di cotesto suo proponimento; ma con sua non piccola maraviglia ella lo trovò renitente; sicchè dopo un batostare da una parte e dall'altra, egli alla ricisa le disse: avrebbe desiderato che ella rimanesse lontana dalle scene, ma poichè ci voleva andare ad ogni modo, nè egli la poteva impedire, egli intendeva che lo facesse con tutto altro nome che col suo.

— Perchè, egli aggiungeva, vedi, non te ne avere a male, ma, capisci, la contessa mia madre e tutta la mia nobile casata non vorrei che un giorno mi movessero rimprovero di non avere conservato nel suo pieno decoro il nostro nome.

— Ah! Dio volesse che il tuo nome non fosse caduto in peggiori mani delle mie. Queste parole scoppiarono ratte come fulmine dalle labbra di Eponina, e quando le volle ritenere era fuori di sua balìa poterlo fare; però si affrettava aggiungere: — Nondimeno, andando sul teatro, procurerò non valermi del tuo nome.

Essendo ricorsa Eponina al patrocinio del suo amico principe Platow, per riuscire più agevolmente nello intento, qui pure incontrava contrasto; anzi il principe risentito, nel mezzo del colloquio esclamò:

— Io non mi posso capacitare, mia signora, come ella si sia intestata così di andare sul teatro.

— Perchè ho bisogno... moltissimo bisogno di danaro.

Allora il principe, con gesto di disgusto, riprese:

— Non vi avrei mai creduto così avara; scusate, ciò vi fa torto.

Parve Eponina a coteste parole proprio un apparecchio elettrico di cui avessero girato la chiave: afferrò il braccio del principe, e squassatoglielo forte, gli stridè fra i denti:

— Sappi, russo... sappiate, signor principe, che il danaro, il molto danaro mi fa bisogno per pagare debiti di onore..... e questi debiti non ho fatto io.... intendete bene, non ho fatto io... e l'onore che voglio salvare non è il mio, intendete bene, non è il mio.

Il russo sbalordito dalla terribile esaltazione di lei, le chiese umilissima scusa e la pregò di lasciarsi condurre per suo maggiore vantaggio. Eponina facilmente placabile glielo concesse, anzi, côlto il destro, come per aderire ai suoi consigli, gli confessava farle scrupolo non mediocre esporre sul teatro il nome Anafesti, nobilissimo in Italia se altri fu mai. Il principe, che era orgoglioso della sua nobiltà una volta e mezzo più del pavone della sua coda, lodò abbondantemente cotesto scrupolo, sicchè alla osservazione che Eponina le mosse alquanto indispettita:

— E sì, che senza biasimo potè salire sopra le scene il signor Mario, ch'è marchese, gentile sangue italiano dalla Spagna trasfuso nella Sardegna...

rispose interrompendo:

— Sì, sì; ma un fiore non fa primavera, ed è desiderabile che questi esempi cessino, piuttostochè si rinnovino.

Venne pertanto statuito fra loro che ella avrebbe segnato la scrittura col nome di Eponina marchesa di S. Prudenziano; il principe poi, avendone tenuto proposito col signor Mario, convenne con lui non esser bene andarsi a profferire; il principe si desse d'attorno per fare nascere, crescere e divampare il desiderio di sentir cantare sopra il teatro di Pietroburgo la celebre italiana, marchesa di S. Prudenziano: egli dal canto suo non si rimarrebbe da movere i mantici nella Direzione del teatro, per accendere la voglia di mettere sopra le scene la _Semiramide_ del Rossini ed ottenere a qualunque prezzo che Eponina ci sosterrebbe la parte di Arsace; tanto più volentieri dare egli di mano a cotesto accordo, perchè ella ne avrebbe aumentata, se pure era possibile, la sua reputazione, e la Direzione ne avrebbe tirato una ripresa superiore ad ogni previsione.

E poichè, come ammonivano gli antichi, con quei di Creta bisogna cretizzare, così i negoziatori di Eponina si mostrarono alieni da impegnarla una stagione intera, molto meno un anno; ella acconsentirebbe per quattro o sei recite, col compenso di duecento rubli per sera, e non parve caro.

È mestieri dirlo; l'esito non superò solo il presagio del direttore del teatro, bensì anco quello dello stesso signor Mario: a tanto giunse l'entusiasmo, che non si rifiniva mai di parlare del nuovo miracolo, così alla Corte come all'osteria; nelle botteghe dei barbieri come in chiesa: insomma da per tutto. Il direttore del teatro, con sua inestimabile contentezza, si trovò, secondo quello che racconta il cronista Villani, a raccogliere i denari col rastello alla porta del teatro, come i preti alla porta delle basiliche di Roma nel primo Giubbileo instituito da Bonifazio VIII: però, venute a termine le quattro sere, non è da dirsi quale assedio costui mettesse intorno ad Eponina perchè si obbligasse un anno a cantare sul teatro, o nelle accademie particolari, o almeno per una stagione; profondevasi in inchini; ogni giorno un mazzo di fiori, e adesso naturali, ma cresciuti al tepore delle stufe, non già ai raggi del sole: a tutte le persone astanti intorno ad Eponina si raccomandava; mesceva mancie ai servi con lo stecchetto, ma le promesse sbraciava con la pala; di qui Ludovico venne a sapere come Eponina avesse obbligato la opera sua sotto un nome che finto non si poteva dire e vero neppure, perchè _temporibus illis_ il marchesato di S. Prudenziano fu feudo di casa; ma i suoi non gli avevano dato nè anche la consolazione di cui il conte di Cavour fu largo a' genovesi quando li mandò in Crimea a vedere Caffa; e seppe inoltre, cosa più importante per lui, che ella si era legata durante sei mesi pel compenso di 25 mila rubli, di cui per patto il direttore aveva dovuto anticiparle 60 mila franchi. Udito questo _evangelo_, Ludovico non corse, non volò, ma come lo struzzo nel deserto parve aiutarsi con le gambe e con l'ale nel ridursi a casa, dove rinvenne appunto Eponina che riscontrava i biglietti di banca pagati dal Direttore, ond'è che postergata ogni vergogna, e forse messo alle strette da qualche suo segreto bisogno, le disse:

— Oh! adesso il morto è sulla bara; tu non potrai negarmi di avere quattrini.

— Anzi, ella rispose, io non mi sono mai trovata in penuria come in questo momento; vieni qua, invece di danaro io ti darò una storia; poca cosa invero, tuttavia sempre meglio di un canto. — Certo fittaiolo andava creditore del Fox, che gli aveva fatto una dichiarazione del suo debito in piena regola; scarrucolato da un giorno all'altro dal nobile signore sotto pretesto di mancanza di moneta, accadde un dì che egli lo cogliesse proprio sull'atto di ripassare danaro. Oh! per questa volta, esclamò il fittaiolo, voi non mi verrete a cantare che non avete quattrini: io vi piglio con la mano nel sacco; per lo appunto come hai detto tu; e il Fox gli rispose come io: — Non fui mai povero quanto adesso perchè, come vedi, riscontro questa moneta per mandarla a lord Say, il quale me l'ha vinta al gioco. — Oh! il mio, soggiunse il fittaiolo, non è debito come quello col lord Say, anzi più vecchio, e però più inquieto per esser pagato. — Niente affatto, disse il Fox; a sicurezza del tuo credito tu possiedi la mia obbligazione, mentre il debito di giuoco non ha altra garanzia che quella del mio onore. — Ludovico, sappi che io ho destinato questo danaro a pagare debiti di onore.

— Ma dove tu hai mai giocato? Quando hai perduto?

— Ludovico! Io pago debiti d'onore, esclamò percotendo, tutta alterata, del piè la terra, — pago debiti di onore.... perchè a me premono più i debiti altrui dei miei.

— Anche io ho i miei debiti di onore.

— E ci credo, però credo ugualmente che tu non abbia mai pensato a soddisfarli.

Ludovico, quantunque fosse di temperamento linfatico anzichè no, inasprito dal diniego del denaro, dalle passate trafitte commosso, esacerbato dalla nuova puntura, si avventa addosso ad Eponina, le stringe, le travolge il braccio destro violentemente, ond'ella ebbe a prorompere in urli di dolore, nè si rimase alle strida, chè tolta di sè dal furore, lo chiamò: _vile!_

E pur troppo ormai egli era fatto tale; ma l'uomo quanto più lo merita e meno sopporta sentirselo dire in faccia, per la qual cosa Ludovico a posta sua arrovellato le lasciò andare una ceffata, che coltala nel naso ebbe virtù di farne spicciare larga vena di sangue: allora Eponina proruppe nella sua terribile ira di donna; non più gridi cacciò fuori, ma ruggiti; di uno strettone svincola il braccio, ed afferrato un pugnaletto che stava sopra la tavola, con quello in mano corse contro di lui.

Lodovico, sbalordito dal suo atto indegno e dal furore di Eponina, non faceva difesa, e sarebbe senz'altro rimasto ucciso, se in quel punto il commissario di polizia del quartiere, tirato dai gridi, non fosse comparso nella camera. Vista Eponina con lo stiletto in mano, tutta macchiata di sangue, e Ludovico bianco come un lenzuolo di bucato, intimava l'arresto ad ambedue.

Eponina però, avendo chiesto licenza di ritirarsi in camera per lavarsi, ed essendole stato di leggieri concesso, in breve ebbe stagnato il sangue, terso il volto: acconciò i capelli, mutò vesti, e dopo tolta via ogni traccia della ignobile baruffa, si ricondusse pacata nella sala, dove confessò con acconce parole che bisticciandosi col marito avesse prorotto in parole strambe, di cui egli non a torto si era reputato offeso; donde il chiasso e lo schiaffo, che il marito avrebbe potuto in ogni caso risparmiarsi, il quale percotendo il naso era stato cagione del sangue sparso. Tafferugli che sarebbe bene non avvenissero mai fra marito e moglie, ma con tutta la buona volontà del mondo non sempre si possono evitare.

D'altronde simili casi non avrebbero dovuto partorire maraviglia presso i russi, i quali, se la fama porge il vero, sogliono provare la propria affezione alle dilette mogli con qualche solenne carpiccio di bastonate; e le mogli, per quanto se ne sente dire, se a troppa distanza ricevono queste dimostrazioni di amore, si arrapinano.

— Voi dunque, interrogò tutto abbonito il magistrato, veramente siete marito e moglie?

— Voi dunque ne dubitereste?

— Il mio ufficio non è dubitare, bensì verificare; per tanto vi compiacereste somministrarmene la prova?

— Sull'atto; ed Eponina, tornata in camera, ne uscì dopo pochi momenti col passaporto della legazione italiana a Vienna, il quale avendo esaminato il commissario, lo rese dicendo:

— Non ho niente da osservare; pure permettano che io li ammonisca sconvenire altamente a persone ben nate trascorrere in simili eccessi. Quello poi che voi, signora, avete avvertito intorno ai costumi russi, un tempo, è vero, accadeva fra noi; ma adesso pare che questa usanza, sbandita fra noi, abbia trovato albergo presso di voi. Se si va avanti di questo passo, voi altre razze latine tanto presuntuose della vostra civiltà vi vestirete della nostra barbarie, come vi vestite delle nostre pelli.

Partito il commissario, Ludovico capì sarebbe stato inopportuno, forse pericoloso riappiccare il colloquio, onde cautamente se la svignava. Eponina rimasta sola si rimise allo scrittoio; le tremava la mano, e guardandosi il polso del braccio destro marcato attorno da un cerchio livido, pensò alla Maria Stuarda, quando ebbe a patire simile brutalità nel castello di Lochleven per parte del lord Lindesay[33]. — Ella sorrise di un cotale suo riso acerbo, e mormorò: — Ma costui era nemico, e questi?... E senza più attese a scrivere lettere alla contessa Anafesti in nome del figliuolo.

[33] _L'Abate_ di W. SCOTT, c. 22.

La lettera a un di presso parlava in questa sentenza: la fortuna, per le preghiere materne, essersi convertita in provvidenza; i negozi avere proceduto di bene in meglio, epperò trovarsi in caso di spedirle in un botto 60 mila franchi, i quali co' già mandati dovevano bastare pel saldo dell'ebreo Zinfi, e pel ritiro dei biglietti, che soprattutto premeva riscattare; non mettesse tempo fra mezzo a porgergliene avviso per suo governo.

Dopo questa lettera ne scrisse un'altra, la quale doveva arrecarle inestimabile travaglio, a giudicarne dalle goccie di sudore che le cadevano a quattro a quattro dalla fronte; la sigillò e la chiuse dentro un'altra lettera.

Dopo un quarto d'ora, comparve il suo amico principe Platow, che le portò la cambiale dei 60 mila franchi tratti sopra il banchiere Bellinzaghi all'ordine del traente, e da questi girata in nome di Ludovico Anafesti. Eponina nella smania di affrettarsi ci appose subito di propria mano la gira all'ordine della signora contessa; di che maravigliando il principe e sottilmente seguendo il moto della penna di Eponina, si accorse com'ella s'industriasse ad imitare la segnatura di Ludovico.

Allora balenò alla mente del principe lo intento di Eponina, ma questa, accortasi della sua inavvertenza, per non lasciargli agio di fermare troppo il pensiero sopra simile accidente, di subito levandosi lo pregava di accompagnarla con la sua carrozza fino allo ufficio della posta, per assicurare le due lettere, che ella spediva in Italia: per via gli raccomandava le portasse il conto del banchiere per soddisfarlo del cambio da piazza a piazza, che non poteva essere piccolo. Il principe, immaginando che da lei simili faccende s'ignorassero, aveva disegnato non farglielo pagare, ma ella ebbe avvertenza a tutto, e il modo col quale ella lo chiese parve tale al principe da torgli la voglia di disobbedire.