Il secolo che muore, vol. II

Part 12

Chapter 123,432 wordsPublic domain

Non mai accadde ai petti russi sentirsi investiti da tanta dolcezza; a onda sopra onda scorreva sopra loro il piacere. Principi e borghesi, uomini e donne, preti e soldati manifestavano la intensità del giubilo in guisa, che tu gli avresti reputati tanti apostoli che uscissero dal cenacolo[31]: non acclamazioni, ma urli: moti irrequieti delle membra; un battere palma a palma da levarsi le galle alla pelle; un abbracciarsi e un baciarsi per tenerezza; chi si rizzava su di stianto come uno stollo da pagliaio; chi si abbandonava a braccia aperte sopra la seggiola: poi cominciò un gettito di fiori di ogni ragione, côlti non già per le aiuole dei giardini, bensì sopra i cappelli delle signore: non tessuti dalle mani della natura, ma da quelle delle crestaie: e più infervorandosi per far più presto gittarono cuffie, gittarono piume, gittarono ventagli, e borse, e fazzoletti, e pendenti, e perfino.... lo dico o lo taccio? E perfino una parrucca. — Chi si trovò presente al caso non rinvenne nell'antica o nella moderna storia successo da poterglisi paragonare: non le convulsionarie di S. Medardo, non quelle che curò Boerhave nell'ospedale di Harlem; non gli Abderitani, che per tre giorni durarono matti; non le scapigliate baccanti furenti pei gioghi di Citerone; forse ci si sarebbero accostati i Coribanti, i quali tutti, fuori di sè dai salti, dai gridi e dallo strepito delle lancie, degli scudi e dei tamburi percossi in onore di Ati castrato, si castravano. Chi se ne intende afferma che di riscontro a cotesto smodato entusiasmo potrebbe stare unicamente la _frenesia_ da cui (secondochè raccontano le _Gazzette ufficiali_) si sentono presi gli italiani ogni qualvolta contemplano le sembianze auguste di Vittorio Emanuele loro re; conciossiacosachè la frenesia costituisca il grado supremo della pazzia, anzi a modo che il _pantheon_ conteneva tutti gli Dei, ella comprenda in sè tutte le varie infermità dello intelletto umano, come sarebbe a dire: lo _sragionamento_, la _mania_, la _monomania_, la _demenza_, la _imbecillità_, la _stoltezza_, la _stupidità_, la _scioccheria_;........ Signore! quante mai cose, giusta l'opinione delle _Gazzette ufficiali_, ha virtù di suscitare negli intelletti degli uomini italiani la sembianza augusta del re! — E dico intelletti umani, perchè è noto che la natura, fra tutti gli animali, concesse ai soli uomini la privativa di diventare matti.

[31] .... essendosi fatto quel suono... tutti stupivano e si maravigliavano.... e dicevano: _sono pieni di vino dolce_. (_Atti degli Apostoli_ Cap. II, 13).

La imperatrice volle vedere Eponina ed avendola trovata come valorosa, modesta e bella, tremante di emozione si tolse un ricchissimo braccialetto dal polso e lo allacciò a quello della giovane; e siccome questa, avendo presa la mano alla donna scettrata, con atto umile gliela voleva baciare, la imperatrice non lo sofferse, ma postele le mani sopra le spalle, si trattenne alquanto a contemplarla; poi la baciò in fronte e le disse:

— Benedetta tu sia fra le donne del tuo paese e del nostro.

Ed Eponina in ischietta favella russa le rispose:

— Benedetta sii tu, madre di popoli e gloria di prosapia di eroi.

La imperatrice nel sentire lo idioma russo sulle labbra di Eponina rimase estatica: se la Corte russa non andasse illustre per esempio perenne di castità, e se Eponina non fosse stata femmina, quasi quasi ci era da temere che l'avrebbe inalzata di punto in bianco all'alto ufficio di favorito.

Veramente dai tempi nei quali Atea re degli Sciti, udendo sonare il flauto a Ismenia, disse: «per me gli preferisco il nitrire del mio cavallo,» a quelli di adesso, pei russi gran tratto ci corre. I francesi un giorno dispensatori del biasimo e della lode dissero per ghiribizzo: stropiccia un russo e ci troverai sotto un cosacco, ed il frizzo durò finchè il mondo si accorse i francesi giudicare ordinariamente come Minos, con la coda. Noi, meno prosuntuosi e più giusti, diciamo che i russi non possiedono per ora quei supremi intelletti che soglionsi chiamare Genii: però il Brulow nella pittura e il Pouskine nella poesia ai tempi nostri furono giudicati eccellenti; e il primo sopra il secondo assai, e così credo ancora io. I tedeschi si vantano dirittamente popolo per arti, scienze e lettere a moltissimi primo, secondo a veruno; ma per _sentire_ il bello, quanto a me, pongo innanzi a lui il russo. Di vero il tedesco armato di compasso e di scalpello procede al calcolo ed alla notomia dei suoni, dei colori, dei disegni e degli affetti: per lui vuolsi conseguire l'estro e la ispirazione per via di regole matematiche; quindi accade sovente ai tedeschi che, mentre essi credono aliare pel cielo della poesia, danno senza accorgersene un tuffo nella metafisica. Quando il poeta tedesco cava la materia dei canti dai concetti usciti dal cuore del popolo commosso, allora ritrae cose piene di palpito umano; se diversamente lo desume della propria fantasia, egli crea un fantasma corruscante di tutti i colori dell'iride, ma nebbia pur sempre. Ne vuoi la riprova? Piglia ad esempio i due Fausti di Goethe; la leggenda popolare gli porse il primo; però tu qui vedi, senti e ti addolori: il secondo è una splendidissima emicrania poetica: un brulichio irrequieto di atomi luminosi traverso i raggi del sole, nè più nè meno della musica del Meyerbeer. Metti eziandio il Goetz di Berlichingen a confronto col Tasso, e ti verrà confermata la esperienza. L'arte non crea, l'arte abbellisce; la creazione è lampo di Dio ripercosso dall'intelletto umano. Non fate pagare gabella alla ispirazione, non la frugate, non vi confondete a guardare che cosa ella si porti sotto; esponete le fibre del vostro cuore o del vostro cervello al soffio della passione, ed esse vibreranno armoniche come le corde dell'arpa eolia. Conservate l'anima giovane, accogliete religiosamente le impressioni magnanime ed amorose, onde ci calchino bene l'orma, e molto sentendo riuscirete a fare sentire molto. Il russo si trova in simile stato; perocchè in lui la natura non sia corrosa dal costume pravo; nè tanto è barbaro da non comprendere le opere grandi della natura e dell'arte, nè tanto è incivilito da rimanere indifferente a tutto pel fradicio della corruzione. La Russia con molti vizi di meno, con alcune virtù di più di noi, oltre le miniere del rame, dell'oro, della malachite, possiede nel suo grembo un'altra miniera inesplorata fin qui, ma forse più copiosa di tutte, quella dei portentosi artisti e dei poeti, e dubito forte che a quest'ora in lei sia nato il conquistatore eletto a mutare la faccia del mondo.

Intanto che Lodovico ed Eponina si limavano di agonia intorno agli ultimi cento franchi, il dono della imperatrice scese sopra di loro _come rugiada al cespite dell'erba inaridita_; ond'è che Eponina, senza metterci tempo fra mezzo, chiamata a sè persona amica, s'informava da lei quali per opinione sua fossero i mercanti di gioie più accreditati della città, desiderando ella commettere un assortimento di gioie per fare degno corredo al magnifico braccialetto, dono della imperatrice: l'amico rispose Pietroburgo andare piena di gioiellieri, principalissimi due, Anania Caieky e Ivano Rotting, ebreo il primo, cristiano il secondo, e questi fornitore di Corte. Eponina, com'era naturale, scelse l'ebreo, e pregò l'amico suo di avvisarlo che le andasse a casa. Anania, sentendo che ci era da tirare la rezzola con la speranza di averne un grosso barbio, andò a tiro di ale, ed introdotto da Eponina, prese ad adorarla con le smancerie servili che gli ebrei sogliono praticare molto per naturale vilezza e più per eredità di abiezione: certo di avere a sostenere le parti di venditore nel prossimo contratto, incominciò a dissertare intorno la scarsità sempre crescente di brillanti di acqua pura; la più parte di quelli che entrano greggi in commercio, dopo lavorati si scoprono verdastri, senza raggio, e non vale il pregio spedirli in Olanda a farli lavorare a forma dei trovati moderni; vado o mando alle fiere di Brodi, di Nini-Nowogorod, e non mi riesce rinvenire nulla di buono: qualche cosa di mediocre arriva in Siberia dall'Asia, ma la terra classica dei diamanti, checchè ne dicano, sarà sempre l'India; peccato che i Rajah non li vendano, e gli inglesi quando gli agguantano li fanno vedere traverso una gabbia, come il Koke-noor alla esposizione di Londra! Pertanto difficile oggi trovare diamanti nell'India, caro ad acquistarli, pericoloso estrarli di costà. — Quale però non fu la sua maraviglia, per non dire spavento, quando Eponina, troncatagli ad un tratto la parola, lo chiarì com'ella non intendesse comprare, bensì vendere. Si tacque confuso, come uomo che si accorga avere sbagliato sentiero; e attese poi con industre precauzione a dare indietro non disdicendo addirittura il detto, chè sarebbe stato un cucire la toppa nera col filo bianco, ma ponendo innanzi una filastrocca di argomenti, i quali, comunque procedessero paralleli ai primi, tuttavia avevano virtù di disfarli.

Eponina per tagliar corto gli mostrò il braccialetto, alla vista del quale le grinze della fronte di Anania si spianarono, lo invase tanta dolcezza, che lo sforzò ad esclamare suo malgrado: _magnifici!_ Non ci era caso, mal giorno correva per Anania; si sarebbe morso la lingua, ma parola detta e sasso gettato non si possono più tirare indietro: però, più per debito di coscienza ebrea che con isperanza di rimediare, aggiunse: magnifici diamanti invero, se non pendessero alquanto allo scuro, onde scapitano metà prezzo.... per lo meno.... a dire due terzi non sarebbe troppo....

— Che dite mai? gridò Eponina, levando le mani al cielo come vinta da orrore; ma non sapete, che sono un dono di S. M. la imperatrice? Ardireste voi tacciare di spilorceria S. M.? Vi attentereste a calunniare le sue auguste braccia, come quelle che sarebbero state contaminate dal contatto di diamanti scuri, di verun pregio, da bottegaie, anzi da pescivendole?

Anania, spaventato, apriva e chiudeva la bocca senza susurrare parola; pareva un pesce rosso chiuso dentro una caraffa; di un tratto si appose il monile alla fronte, poi alle labbra, lo baciò divotamente, e ripigliati gli spiriti favellò:

— Tutto quello che viene dalla imperatrice e dall'imperatore è sacro; ma come l'eterno Dio lassù nei cieli è circondato di stelle più o meno sfolgoreggianti di luce, e senza offesa di lui possiamo osservare che Venere scintilla più di Saturno, così S. M. può possedere nei suoi tesori diamanti di pregio minore o maggiore, nè credo mi sia impedito rilevarlo senz'oltraggio.... piuttosto, _cara lei_, mi pare... se non isbaglio.... altrimenti mi rimetto, che _lei_ non faccia troppo onore a S. M. vendendo subito il dono di tanto augusta persona.

Per questa volta toccò ad Eponina a riparare la botta, e la riparò male; presa a soqquadro rispose: — Necessità non ha legge.

L'ebreo allora, chiappata la mosca a volo, disse: — Cagna di cristiana, dunque il bisogno ti strozza; questo però fra sè; di fuori raddoppiava venerazioni ed ossequi. Adesso incomincia un lungo batostare tra il di più della pretensione e il meno dell'offerta; l'ebreo non voleva crescere un centesimo dai quindicimila franchi, e ne rubava mezzi. Eponina uggita della fastidiosa tenzone conchiuse:

— Orsù! Voi mi darete ventimila franchi dei diamanti; mi lascerete il cerchio di oro, nel quale sostituirete ai diamanti tanti bei cristalli di quarzo: sostituzione, bene inteso, che pei cristalli quanto per la mano di opera voi farete a vostre spese, oltre i ventimila franchi, che mi hanno a venire in tasca senza alcun defalco; e con patto che prima d'incastonare i cristalli, voi me li farete esaminare e scegliere.

— Mi possano, cara _lei_, cascare gli occhi che ho davanti; possa non più vedere i tabernacoli di Isdraele, se quello che mi domanda non supera di un terzo il valore dei diamanti. Ella, mia padrona reverita, se in bellezza supera Ester, nella sagacità potrebbe dare venti punti ai sessanta alla regina Saba; ma creda, per vita mia, se Anania facesse affari come propone _lei_, diventerebbe più povero di Giob. Le parrebbe giusto che, dopo tanti anni di fatica, avessi a trovarmi ad avere edificato sopra l'arena del Giordano? Lascio considerarlo a lei.

— Basta così, signore Anania; pregovi a volermi scusare il disturbo, mi volgerò al signore Ivano Rotting, che spero trovare più ragionevole di voi: se m'ingannassi, in qualche altro modo provvederò.

— Mia signora, si accomodi; solo vo' dirle una cosa che desidererei mi fosse creduta senza giuramento; dov'ella pensasse che per essere Anania circonciso e il signor Ivano battezzato, lo troverà più arrendevole di me, ella sbaglia, e di grosso: circoncisione o battesimo non genera differenza nel mercante: sopra la professione che ognuno di loro professa, ce ne ha una terza, comune ad ambidue loro.

— Mio degno Anania, io penso che voi possiate avere ragione; ma a provare non si rimette nulla.

— E veda, proseguiva l'ebreo, circa ai cristalli io la potrei servire unicamente, chè possiedo i più bei quarzi di cristallo che sieno stati mai raccolti nell'Altai: ci vuole occhio esperto di molto a distinguerli anco messi accanto ai diamanti genuini; e questo, mi sembra, non dovere riuscire indifferente alla mia signora.

— Eh! fino a un certo punto non dico di no. — E così dicendo Eponina si levò in piedi in atto di accompagnare Anania, il quale andando lemme lemme lasciò cadere queste parole per terra, rade, ad una ad una, perchè facessero più romore.

— Ivano... gioielliere di Corte... è sicuro che ha fornito il monile... la indiscrezione dorme a letto con lui... ogni giorno egli si ubbriaca di acquavite... Anania tiene le labbra chiuse più di un sepolcro.

Vedendosi giunto sopra la soglia della stanza senza che coteste parole avessero fatto breccia, vi si fermò all'improvviso; solo volgendo il capo con le spalle disse:

— Vadano ventimila franchi da una mano e il braccialetto, ma libero da ogni altra spesa o fattura.

— Non si fa nulla: ho bisogno che il monile mi rimanga.

Anania ripose il capo nella prima posizione e si spinse avanti due passi; di là senza neppure darsi lo incomodo di voltarsi, soggiunse:

— Dove andò il brigantino vada la barca; le rimanga il braccialetto, ma tocchi a lei la spesa dei cristalli e della incastonatura...

E siccome Eponina, non rispondeva, egli ci appose per glossa: E questo lavoro, cara signora, eseguirò io per un prezzo da convenirsi.... quasi per nulla, veda... duemila franchi tutto compreso... cristalli... legatura... ripulitura.

Ed Eponina zitta; onde l'ebreo, spaurito che ella si fosse partita dalla stanza, riggiravasi tutto di un pezzo sopra i calcagni, come ventarola del camino ad un sbuffo di libeccio.

— Dunque, cara _lei_, come vuole; che non possa rivedere la famiglia se con lei guadagno tanto da fare gli azimi per Pasqua.

— S'intende, Anania, per famiglia la vostra, e per vostri gli occhi che avete nella fronte; basta così, conosco le espressioni maligne del vostro odio impotente, e le disprezzo: odiate e tremate: intanto procurate osservare la promessa e portatemi a far vedere cristalli di primissima qualità.

— Viva tranquilla... glielo aveva detto ancora io che era cosa della massima importanza; chi non se ne intende non li distinguerà nè manco scoperti, i periti non li potranno conoscere sotto i rabeschi delle trine di Malines...

— Ai ventimila franchi ne aggiungerete duemila che terrò in pegno della esecuzione dell'obbligo vostro.

— Pare, cara signora, che _lei_ non si fidi?

— Eh! non pare, è.

— Fidati fu un galantuomo, e non ti fidare galantuomo più di lui; peccato che non sia mia figliuola! Scusi, di che paese è vostra signoria?

— D'Italia.

— Per vita mia, me ne era accorto.

— Pur troppo; noi vi pratichiamo in Italia assai più che non si dovrebbe, e però riteniamo del fare vostro più che non si vorrebbe; nè a vero dire gli ebrei sieno banchieri o mercanti, noi sperimentiamo peggiori.

— O chi reputate i peggiori?

— Gli ebrei politici, ma non solo in Italia, bensì credo anche nella Russia, massime in Polonia.

— Finiamo il nostro affare.

— Finiamolo.

Eponina dai ventimila franchi tirò fuori tanta somma quanta, tenuto conto da piazza a piazza, potesse formare il valore di mille fiorini austriaci, e mediante rimessa spiccata a nome del conte Ludovico Anafesti, la spedì all'onesto locandiere di Vienna con la commissione di pagare l'ebreo Kircher. Ancora fece trarre, sempre a nome di Ludovico, sopra il banchiere Bellinspilli di Milano, una cambiale di dodicimila franchi all'ordine della contessa Anafesti: la cambiale ella accompagnò con una lettera, mediante la quale si fingeva che Ludovico l'avvisasse della sua presente dimora a Pietroburgo; in breve le avrebbe spedito altro denaro: del debito con lo Zinfi non si pigliasse travaglio: la fortuna placata avergli adesso aperto una strada dove potersi avvantaggiare con onore, negoziando sopra i valori pubblici, dietro la scorta di persona, in compagnia della quale non poteva perdere. Le molte occupazioni obbligarlo a valersi, per la corrispondenza, dell'opera di un segretario; però non aombrasse, se vedeva la lettera scritta con carattere diverso dal suo. Indirizzasse la risposta sotto fascia al signor conte Caroti aggiunto alla legazione italiana a Pietroburgo, e conchiudeva con un geroglifico, che ritraeva bene abbastanza le iniziali di Ludovico Anafesti.

E già Eponina, sagacissima donna, avendo rinnovato la conoscenza del conte Caroti, ottenne licenza di fare indirizzare a lui le lettere da Milano, con promessa di consegnarle tutte quante a lei: anzi, annuente il conte, s'impossessò di alcuni quaderni di carta con la impronta della legazione italiana, sopra la quale ella scrisse la lettera che si fingeva Ludovico spedisse alla madre: e ciò al fine di meglio colorire la cosa.

L'onesto locandiere di Vienna rispose puntualissimo e presto, chiudendo dentro la sua lettera ampia ricevuta del barone ebreo per saldo, fine e quietanza di ogni suo avere, pretensione, ecc. fino al presente giorno; ed aggiungeva: «Non creda però, mia signora amabile, ch'io glieli abbia dati tutti, che anzi mi andava proprio il sangue a catinelle per quelli che io gli ho dato. Avendolo avuto a me, io gli ho discorso così: Barone, non ti ho chiamato già per dirti che sei un ladro, perchè questo lo sai da te, ed è un pezzo: non per leggerti la sentenza che ti condanna alla galera, perchè io non sono giudice, ma locandiere, ed arrostisco polli, non uomini: non per ribadirti l'anello intorno al collo del piede, perchè di mio mestiere io non faccio il magnano; bensì per parteciparti una notizia altrettanto gradita quanto inaspettata: immagina che invece di darti querela criminale per una truffa commessa, io ti pagassi il danaro che hai rubato al gioco a quel signore italiano di nome conte Ludovico Anafesti, quanti me ne ritorneresti indietro per mancia? — Il barone ha risposto: parole sono piume: sabato non è, e la borsa non ci è. — Ed io — Certo il giorno che corre oggi è giovedì, ma la borsa io la tengo. Basta, tu taci; proporrò io. Contentati di cinquecento franchi. — Egli: — E poi voi dite: queste sono proposizioni da ebrei! Tu mi vuoi strangolare... e mi do facoltà di sopprimere il resto. — Barone, rammentati, che se io ti mettessi l'ossa in un sacco non ti darei il tuo avere; via, non mi far perdere tempo, e scrivimi la ricevuta. — Egli da capo: — Anzi, io non la scriverò; o perchè il conte vuol pagarmi? — Che so io? Gusti fradici; i negri non condiscono la insalata con l'assa fetida? — Non è così, ripicchiava costui; il conte pei suoi particolari interessi ha bisogno di una mia ricevuta. — Tu svagelli, barone, la tua ricevuta non sarebbe buona ad altro che a farti spalancare le porte della galera a vita, senza mandato di giudice: or su, piglia seicento franchi, e vattene. — I cavalieri, insisteva il barone, quando vogliono mantenere il loro punto, hanno da pagare a saldo e a danaro il debito del gioco. — Sicuro, quando è vinto, non già quando è rubato. — Breve, si è contentato di seicento franchi; però dai mille fiorini sono giusto avanzati 1900 franchi, i quali, detratti gli interessi fino al presente giorno, io le ho segnato a credito come rileverà dal suo conto qui annesso. Con altri 7 od 800 fiorini, vostra signoria potrà riscattare le sue gioie, che le ho serbate e le serberò sempre, — cioè, finchè gli interessi non rodano il capitale..... perchè veda, mia rispettabile signora, sebbene locandiere, ho un cuore da Cesare, e mi sono fatto a dire: — Giovanni! La giovane, si vede chiaro, è affezionata alle sue gioie come quelle che le hanno a venire da persone amate... padre, madre, zii, zie, e così di seguito: assicurato sei; tienle in mano; bisogna farle trovare alla signora quando venga a cercarle, e tu glie le restituirai previo rimborso di capitale e interessi; e se qualche cosa ella ti vorrà dare di mancia, guarda bene di non metterti sul superbo, e rammentati che italiani e tedeschi sono fatti a posta per istare d'accordo come pane e cacio, ecc., ecc.»

O bontà somma di locandiere viennese! Imparino gli italiani a seguirlo fin lì, più oltre no, chè correrebbero rischio di traboccare nel sublime. Quando le faccende della curia romana comincieranno a ravviarsi, io per me credo fermamente che il collegio amplissimo dei locandieri, tavernieri, osti e consorti opererà da pari suo promuovendo la santificazione del locandiere viennese — o per lo meno la sua beatificazione.