Part 11
III. Sigillo del Lombardi, che para il petto di tutte le sue medaglie il giorno solo in cui lo deve esporre contro le armi nemiche;
IV. Sigillo dell'Alasia, che spara trenta colpi contro Ampola, e al trentunesimo cade morto sopra il suo cannone;
V. Sigillo dello Specchi, Cocceio Nerva della milizia italiana, che, messo fra l'uscio e il muro, o di abbandonare il Garibaldi, o di seguirlo in guerra da lui come regia, e impresa per interesse regio, abbominata, delibera tôrsi la vita.
Non dubitate: Nemesi vede e provvede.
CAPITOLO XII.
SI SPEGNE UN AMORE.
Ma la madre e il padre della Eponina, che stillavano essi? Di qui non si esce; delle due cose l'una: od eglino non erano buoni come ci narrò il libro, o chi lo scrisse ha commesso un solenne svarione dimenticandoli fin qui. Ecco come stanno le cose. Marcello ritraeva assai della indole del suo omonimo romano: impetuoso ed avventato, per la veemenza della passione si spossava: uomo egli era da tagliare i nodi, non già da scioglierli. Percosso da tante e sì diverse sventure, non sapeva contro chi rifarsela, però dallo estremo furore trapassando allo estremo sgomento diventò taciturno e intenebrito; ne perse il sonno, il cibo gli increbbe, sentì screpolarglisi la esistenza: cominciò a vedere mezzi gli oggetti circostanti; anco negli orecchi gli parve molestarlo un perpetuo tintinnìo; gli si mise addosso una febbriciattola sottile come la pioggerella, che inganna il villano e lo infradicia fino all'osso. Però Isabella in tale stato non lo poteva lasciare. E quanto ad Arria non ci era da farne caso, ingolfata ogni dì più nel mare magno della beghineria: quantunque ella vivesse in questo mondo, e qui dovesse avere gli affetti come aveva i bisogni, ella mandava tutto nell'altro: a modo di chi recapita le sue masserizie fuori di casa quando è in procinto di mutarla. Comunque giovanissima, ella aveva ridotto l'anima a carta pecora dove l'apatia andava scrivendo: «Che cosa importa affaticarci? A che giovano i pianti? Gli omei a che? Tanto non può cadere un capello senza il permesso di Dio! Tutto sta nelle mani della Provvidenza.»
Ma non è così, neanche per gli iniqui che lo danno ad intendere. Perchè allora, a che andate amplificando la virtù della preghiera? Orazioni e preci che ritraggono troppo l'amore terreno, onde possano arrivare fino al cielo. Piglia un libro di preghiere e sincerati da te, se sostituendo al nome di Gesù quello dello innamorato, la tua figliuola non trova una bellissima lettera erotica uscita dalla fucina allora, da consegnarsi alla pollastriera perchè la porti; simili preghiere temperate al fuoco dell'amor terreno paiono frecce scoccate contro il cielo: finchè la forza che le spinse in alto dura, vanno in su, ma poi ricascano sul capo all'arciere che le saettò.
Aggiungi altresì che ad Isabella davano pensiero anche gli altri figliuoli: ella non avrebbe saputo dire per lo appunto in che l'affliggessero, e non pertanto sentiva una oppressione foriera di calamità; stringendoli al seno le pareva che i palpiti del cuor loro non corrispondessero a quelli del suo; i loro occhi ormai non sostenevano più il lampeggiare delle pupille materne; o col tenere le palpebre abbassate, ovvero torcendole altrove, essi le difendevano dal raggio materno, a mo' che gli infermi di oftalmia le riparano dai raggi solari. Inoltre, dove si fosse ridotta la figliuola la signora Isabella non sapeva, e se, come si buccinava, a Vienna, prima le voci della guerra vicina, e poi la guerra dichiarata l'avevano distolta da imprendere un viaggio forse inutile e certamente pericoloso.
Intanto le cose non erano state ferme fra Eponina e Ludovico; mutabile il cielo, che ci pende sul capo, ma quello dello amore mutabilissimo. Ogni volta più rade venivano a Ludovico le notizie da casa, e con le notizie più scarsi gli invii di danari. I danari recapitatigli per via del locandiere non rese ad Eponina come avrebbe desiderato: anzi, mentre stabiliva fermamente non accettarne più da lei, la necessità rise, ed entrata furtiva in casa la superbia, le diede di gambetto facendole battere uno sconcio stramazzone per terra. La superbia perfidiò un pezzo a non volersi confessare per vinta, ma quantunque continuasse la lotta, il di sopra alla necessità non potè ripigliarlo più mai. Non possedendo modo di procurarsi i consueti svaghi della vita gioconda, nè conoscendone altri, o se li conosceva non allietandosene, tirava giù sbadigli a canto fermo; però le antiche consuetudini invece di attutirsi per lo scarso alimento, riarsero.
Di tanto essendosi accorta Eponina, generosa e innamorata, ci portò rimedio peggiore del male, perchè prese a buttargli là i danari con la pala, e per quanto gli desse non le pareva avergli dato abbastanza.
E' ci hanno amori che girano attorno con la bisaccia, ed io ne conosco parecchi, ma cotesti sono amori da strapazzo, generati da un frate cercatore e da Venere pandemia sul termine di una via; quello di Eponina era degli amori che, dal turcasso in fuori, procedono ignudi; quindi dove riporre i danari non sanno. Ora, leva e non metti, ogni gran monte scema, nè era gran monte quello di Eponina; mise fondo a tutto il danaro; ed ormai non le avanzava se non parte dei gioielli, doni dei parenti, o degli amici.
Intanto le avvenne di sapere quello che tanto desiderava e rifuggiva ad un punto conoscere, voglio dire la cagione della fuga di Ludovico da Milano e la ripugnanza di lui a condurla per moglie. Certo giorno, entrata nella camera di Ludovico, mentre questi si trovava assente, vide Gaspero intento a mettere in sesto gli abiti del padrone: costui nello spazzolarli ne aveva lasciato cadere una lettera, la quale, senza che ei se ne accorgesse, erasi ficcata sotto il divano; ond'ella con bel garbo mandò per certa sua faccenda Gaspero fuori di casa, e raccolta la lettera lesse:
«Amato figlio,
_Milano, ecc._
«Mi si spezza il cuore pensando che non ti posso scrivere altro che notizie desolate. L'ebreo Zinfi non intende rendere indietro i biglietti falsi che tu gli desti in pagamento della cambiale scaduta, se non a patto che tu gli assicuri il buon fine delle altre che verranno a scadenza. Dio mio! O come mai hai potuto creare tanti debiti? Capisco bene che tu, povero figliuolo, dei cento che ti obbligasti a rendere, forse hai ricevuto cinquanta; ma costui tiene il coltello pel manico: per cagione di cotesti sciagurati biglietti ci tocca lasciarci sgozzare senza gemere un ohi!
«Per tranquillarlo gli ho offerto tutto quanto mi resta; nè il saperti così ignudo di ogni ben di Dio è quello che più mi angustia; non mi dà tregua il giorno, non mi lascia chiudere occhio la notte il pensiero che, detratti i pesi che ci gravitano sopra, questi miei beni non basteranno a saldare i tuoi debiti. Causa poi di angustia acutissima sta nel doverti dire che te non posso aiutare in nulla; e per me mi trovo ridotta agli estremi: tutte le biancherie di casa sarebbero appena sufficienti a metterti insieme cento lire. Oggi farò cuore di rocca (o Dio! al solo pensarci mi sento accapponare le carni) per condurmi dalla duchessa Zelmi nostra cugina: mi aprirò con lei: confido che non rifiuterà sovvenirmi in tanta stretta, e allora ti fornirò di danari: procura starti più che puoi allo stecchetto; chè ormai non so più a quale santo votarmi. Ora tocchiamo un altro tasto; tu sai, figlio mio, come per non darti pena io non mossi mai opposizione al tuo amore per la figliuola della sig.ª Isabella; ma ora da te stesso comprenderai come ti sia chiusa la porta a farla tua moglie: lascio la condizione diversa, e il broncio dei parenti, e le censure degli amici di casa.... questo ed altro metto da parte, e domando: è egli decente che tu conduca nella tua onoratissima casa la sorella dell'uomo che ti ha tradito, dandoti in pagamento della tua cambiale biglietti falsi, ed esponendoti alla infamia per delitto non tuo? Molto più, che prevedo un fiero tracollo per la Ditta Boncompagni e Comp., e per consenso andarle dietro gli Onesti. E tu apprendi, figlio mio, che chi cammina sui trabiccoli finisce sempre col fiaccarsi le gambe. Mi duole davvero con tutta l'anima per cotesta fanciulla bella quanto virtuosa, e piena di talento come di bontà;.... ma ahimè! soffrire e morire è la sorte della massima parte di noi altre figliuole di Eva. Ella, dove potesse consolarsi, troverà ricompensa a sollevare la sua casa, cavando costrutto dalla sua portentosa capacità di cantante, mentre veruno aiuto recherebbe alla tua, ecc.»
E qui raccomandazioni, e consigli, e precauzioni solite a suggerirsi, come sarebbe di chiudere bene la stalla quando sono fuggiti i buoi.
Eponina rimise la lettera al posto dove l'aveva raccattata, poi, agguantandosi alla parete per non cadere, tornò nella sua camera, dove si gettò boccone sul letto. Sul principio, per quanto si sforzasse, ella non riuscì a connettere due pensieri insieme: sentivasi il cervello indolenzito come le avessero dato un fiero picchio sul capo: dopo trascorsa molta ora, un remolino d'idee rotte e confuse prese a turbinarle nella mente, il quale ella non riusciva a dominare. Alla fine, quando se l'aspettava meno, ecco divamparle l'intelletto nella limpidezza consueta a mo' che le legna verdi fanno, donde dopo molto fumo guizza fuori la fiamma.
Se per me si volessero riferire tutti i pensieri di cotesta anima travagliata, mi verrebbero meno l'olio e il lucignolo; basti dire ch'essi giravano e rigiravano dentro questo cerchio:
«Che fai? che pensi? ella mulinava fra sè; egli è venuto il tempo di recarti in mano la tua anima e scaraventarla come un sasso contro il Creatore, il quale ci plasmò così perchè ci sentissimo morire? No; — la lapide mortuaria è lo scudo dei poltroni. Io non getterò le armi sul campo. Io vo' serbare quanto più posso di fiato per poter dire in faccia all'eterno tiranno: — Tiranno, e modello di quanti furono e saranno tiranni, per requie tua e pace dell'universo disperdi la tua divinità in brani negli orrori dell'Erebo e della notte: fa di disfarti: soffia sulla tua luce, e spegnila, poichè tu non la sapesti accendere tranne per illuminare delitti e sventure. Pari nella desolazione alla Niobe antica, a me non fia dato sottrarre veruno innocente al tuo saettare maligno: non importa: trafiggi! Le ferite che farai attesteranno la tua immanità: le margini di quelle come altrettante bocche aperte ti urleranno una osanna di maledizione. Io morderò il granito della macina sotto la quale mi stritoli; io mi industrierò che una scheggia delle mie ossa infrante ti entri negli occhi e ti faccia lacrimare. Questo artefice infinito del dolore provi anche egli una volta che sia dolore. Dunque rimango, e rimanendo, che farò io di cotesta povera creatura di cui la vita ho intrecciato dentro la mia? — Pongo per fondamento ad ogni mia risoluzione che se egli non conviene a me, nemmeno io convengo più a lui. La contessa si affanna pel decoro della sua casa; io popolana mi arrabatto di più per quello della mia persona: ella bada al di fuori; io al di dentro: a lei fra il parere e l'essere piace più il parere; a me preme il parere quanto l'essere. La nobil donna senza addarsene sofistica, e trova suo pro nello ingannarsi. Supposto vero che mio fratello Omobono abbia dato in pagamento dei pagherò di Ludovico biglietti falsi, egli è chiarito ch'egli glieli abbia dati consapevole della loro falsità? Egli banchiere può riscontrare uno per uno i biglietti che riscuote? Non paga egli un cassiere preposto a questa bisogna? È il primo banchiere a cui vennero consegnati biglietti falsi? Tutto giorno non succede? — E poi, o che cosa fantastica costei? Renda ella i biglietti ad Omobono, ed Omobono le renderà i pagherò di Ludovico: nè credito nè debito da una parte e dall'altra: faranno patta quando la signora contessa voglia: ma no.... perchè rimarrà sempre a estinguersi il debito verso il giudeo Zinfi. O signora, se infamia ci è qui dentro, sa ella in che cosa consista? Consiste nel mandare a male il patrimonio avito; nel commettere spese che non si possono sopportare; nel contrarre debiti che non si sa come pagare. E quando con infiniti stenti giungessero lor signori a saldare il giudeo Zinfi, o come rimarrebbero essi? Costretti a limosinare dai nobili parenti un tozzo che verrebbe loro negato, o, se non negato, largito duro, a spizzico e con rinfaccio. Chiamasi nobiltà questa? Ricchezza e bei costumi formano nobiltà: quella senza questi è veste senza fodera, questi senza quella sono fodera senza veste. Giacchè questa povera anima di nobile mi si è rannicchiata in grembo, io la ristuccherò, la invernicerò e metterò a nuovo, le fornirò danari, stato e fortuna, affetti e mente; non istà in poter mio negare o concedere. Vedremo accomodarlo nella carriera diplomatica; onde fare grande cammino per questa via bastano vizi eleganti, orecchio fino, capacità di giocare una partita di amore come una partita agli _scarti_ per attrappare fra un bacio e un altro una confidenza politica. Nobilissime spie galleggianti sopra gli acquitrini del disprezzo pubblico, in grazia di quattro croci o sei che si mettono sotto le braccia a modo di sughero. Signor conte, signora contessa, non vi pare provveduto così al decoro della casa vostra? Credo di sì. Si lascino pertanto servire. Via questo amore da me. È presto detto, ma ti basterà l'animo per farlo? Perchè no? Quando un topo s'insinua dentro un armadio, si agguanta per la coda e si sbalestra fuori del balcone; e non potrò adoperare così con lo amore, che mi si è fatto canchero nel cuore?»
Appunto perchè egli è un cancro tu non lo potrai svellere, o lo svellerai tirandoti dietro il cuore. L'amore di sopra alle spalle della superbia sogguarda tutto quanto questa tratteggia sopra la lavagna, e ride: quando ella ha finito, stende la mano e ne cancella ogni cosa.
In questo proponimento pertanto ella calmava l'interno scompiglio, e côlta la occasione opportuna, disse a Ludovico:
— E' parmi tempo che noi dobbiamo pensare di proposito a partirci da Vienna: la guerra sta per rompersi, e però non giudico sicura la più lunga dimora in questo paese; la corrispondenza interrotta; impossibile, finchè dura la guerra, trovare occupazione utile; restabilita la pace si sa, dopo lo incendio rimangono le ceneri: ogni giorno lo scarso peculio si assottiglia; stremato che sia, come rinnovarlo?
E molte altre cose in proposito ella aggiunse tutte savie e discrete, per cui Ludovico accettò di stianto il partito che gli veniva posto dinanzi: bisogna però dire che egli ci aveva le sue buone ragioni particolari, le quali erano che da Milano, dopo l'ultima, non aveva più ricevuto lettere, e poi perchè perduti mille fiorini alla bisca non sapeva come pagarli; onde pareva a lui, come a tutti coloro che, o stanno per corrompersi, o sono corrotti, che la vergogna trasportata altrove fosse evitata, come se questa non salga teco in carrozza e teco scenda in locanda, ti si assida a mensa e ti rincalzi a letto.
— E dove, Eponina mia, ti parrebbe che noi avessimo a condurci? con mal celata ansietà domandava Lodovico.
— Io ci ho pensato su, e giudico che sarà il meglio metterci addirittura in cammino per Pietroburgo.
— A Pietroburgo? Misericordia! E con quale viatico ci metteremo in cammino?
— Di questo non ti dare pensiero, Ludovico, ci provvederò io.
— E a Pietroburgo come faremo a camparci?
— Non te ne dare pensiero, provvederò io dando lezioni di canto e di suono.
— Ma come ti auguri formarti da un punto all'altro la clientela? Non conosciamo il paese, non conosciamo la lingua.
— Chi ti ha detto che io non conosco la lingua russa? Io la parlo e la scrivo.
— E dove tu l'hai appresa, burlona?
— Io l'ho appresa qui nelle serate che mi lasciavi sola; sul primo mi metteva paura, ma poi l'ho rinvenuta alla prova facile a ritenersi, quanto soave a favellarsi; che vuoi tu che io ti dica? La tedesca mi è riuscita due cotanti più dura.
E queste furono trafitte all'orgoglio di Ludovico, il quale rispose:
— Come è così, mi stringo nelle spalle; ma quello che dobbiamo fare facciamolo presto, chè lo indugio potrebbe pigliar vizio.
— Anco domani, se ti piace.
— E domani sia.
Eponina accontatasi coll'onesto Hans, il quale non rifiniva accertarla che le passioni dei campi di battaglia erano fermate dai gabellini alle porte: diversi i guerrieri dai borghesi quanto le campane da cui le suona: continuasse a starsene dentro il suo albergo tranquilla: quando ce ne fosse stato il bisogno le avrebbe prestato egli stesso sicurtà _gratis et amore Dei_. Tuttavia, stando la giovine ferma a partire, volentieri si tolse il carico affidatogli dall'Eponina di vendere le gioie al suo maggiore interesse.
Il buon viennese, uso a camminare lungo le frontiere della onestà senza mai sconfinarle, come i topi che girano sull'orlo dei barattoli e non ci cascano dentro, se ne andò difilato da certo suo amico gioielliere, affinchè gli stimasse le gioie, informandolo qualmente un forastiero albergato nella sua locanda, ridotto al verde, volesse disfarsene per cavarne danari.
Il gioielliere, nel presagio di averle ad acquistare, egli ci disse sopra parole più che non ne ha un leggìo; e poi conchiuse stimandole un buon terzo meno del giusto loro valore. Allora l'onesto locandiere, dopo un monte di ringraziamenti, riprese le gioie e disse che per cotesto prezzo era intenzionato accollarsele egli per conservarle un pezzo, onde se il proprietario volesse riscattarle sì il potesse, previo rimborso del capitale e degli interessi. Il gioielliere gli rispose con un risolino soave quanto il filo di un rasoio, aggiungendo:
— Compare, voi siete quel fiore di galantuomo, che siete.
L'onesto tedesco si recò a scrupolo avvantaggiarsi di un _kreutzer_ sul valore delle gioie; esso tenne più dicevole abbrivare il conto, perchè le riprese dell'albergo sarebbero diminuite di certo; il quale danno era chiaro come l'acqua che egli lo avrebbe patito per colpa degli italiani, imperciocchè tutti questi subbugli non nascevano per lo appunto dal costoro intestarsi a contrastare ai tedeschi il pacifico possesso della Lombardia e della Venezia? Ora la signora Eponina era amabilissima dama, ma a fin di conto italiana e nemica.
*
— Oh! a proposito! esclamava Eponina mentre ripiegava una sottoveste di Ludovico per assettarla dentro la valigia, bisogna portare i passaporti all'ambasciata russa perchè ci appongano il visto.
— Certo, soggiunse Ludovico, non possiamo farne a meno.
— Ma ora che ci penso su, riprese Eponina, mi sembra che sarà opportuno per mille ragioni rinnovare alla legazione italiana il nostro passaporto in nome di ambedue, dandoci la qualità di marito e moglie.
— Io veramente non ci vedrei questa necessità, perchè tu sai che su tale proposito il mio partito è preso.
— Non dubitare, Ludovico... in ciò ci troviamo d'accordo più che non credi... lo faccio nel tuo stesso interesse... perchè comprenderai come il titolo di marito onesti la compagnia che tu mi tieni... e a me il titolo di moglie agevolerà lo accesso nelle famiglie. Lo sai? La nostra società beve grosso sull'essere, per rifarsi sul parere. Ancora, noi andiamo in paese di gente vana della sua nobilea, quindi il titolo di contessa mi servirà di salvocondotto presso di loro. Però rimane inteso e stabilito fra noi che noi non siamo, nè saremo mai marito e moglie.
Proprio sul punto di mettere il piè sul limitare per partire, Eponina stringe pel braccio Ludovico, e tiratolo indietro lo fissa negli occhi e gli domanda:
— Lodovico, non celare niente alla tua amica, lasci verun debito a Vienna?
— Io? E che debiti ho da avere? Rispose Ludovico facendosi rosso fino alla radice dei capelli.
— Tu non mi dici il vero, Ludovico; perchè ti periti ad aprirti meco? Non sono e sarò sempre la tua migliore amica nel mondo?
— Ma a te che preme se io mi abbia o no debiti?
— Poichè tu mi presti il tuo nome, finchè lo porto mi preme che sia onorato; e la tua fama è la mia; quando te lo renderò, ne farai quello che vuoi: per ora no.
E questa fu una nuova trafitta al cuore di Ludovico, che confuso e umiliato ebbe a confessare che lasciava un debito di giuoco di mille fiorini con tale che per giudizio universale lo aveva giuntato, avendo reputazione di baro emerito.
— Questa era buona ragione per non giuocarci, ma non pagarlo è pessima: mi duole che in simile congiuntura non possiamo sprovvederci di danaro: aspetta un momento che vedrò di provvedere anco a questo imbarazzo. Il tuo creditore come si chiama?
Ludovico glielo disse, ed ella condottasi a trovare l'onesto Hans locandiere, lo chiamò a parte e sì gli disse:
— Mio buon signore, il conte, costretto a partire su due piedi, lascia dietro di sè un debito di giuoco.
L'onesto locandiere, presentendo una domanda d'imprestito, levò le spalle mormorando:
— Oh! di questi debiti veruno si dà pensiero; quando se ne ha, si pagano.
— Ma il vincitore è un cavaliere; certo barone Kircher, ebreo.
— Buono, per Dio! Gli è un truffatore di cartello. Parta pure il signor conte senza scrupolo di coscienza.
— No signore; ciò non permette al signor conte la sua illibatezza: voglia, caro signore, essermi cortese di vedere il signor Kircher e dirgli che il conte non si parte da Vienna come i suoi antenati di Egitto, sebbene il paragone non sia per lo appunto preciso. Sia discreto, e non passeranno mesi che riceverà per mezzo suo i mille fiorini, se pure gli basterà il cuore di pigliarli.
L'onesto Hans, liberato dalla minaccia di un imprestito, rispose:
— Eh! il cuore gli basterebbe per pigliarne anco centomila: viva tranquilla, che lo persuaderò ad aspettare senza aprir bocca... Poi, come se dicesse a sè, continuava: che brava gente son questi italiani! Per me l'ho sempre detto! quando se ne incontra uno, ci sentiamo ricreare come dal primo fiato di primavera. Peccato che non ci vogliano lasciare possedere in pace la Lombardia e la Venezia! Peccato che li dobbiamo persuadere a legnate sul capo! Allo italiano per essere paragonato al pane non gli manca altro che lasciarsi fare come lui a morsi senza dire nulla.
*
Giunti a Pietroburgo, si acconciarono di casa assai decentemente, e siccome Eponina sapeva che mentre il grano cresce spesso l'asino muore, così si diede subito attorno per rintracciare talune persone da lei conosciute a Milano e a Torino, dame e cavalieri che andavano per la maggiore, e di che tinta! Anco da Vienna si era procacciata copia di commendatizie per gente di alto affare, sicchè dopo pochi giorni si trovò a navigare in pieno mare col vento in poppa. — Accolta, blandita, portata in palmo di mano, Eponina, arrendevole ai consigli altrui e per farsi conoscere ad un tratto, promise che avrebbe cantato in certa accademia, la quale sotto il patrocinio della imperatrice si dava a benefizio delle madri impotenti ad allattare i propri nati. L'augusta donna, penetrandosi della frequente richiesta di figliuoli mossa dall'augusto imperatore suo marito, per diffondere le delizie del suo paterno dominio da Varsavia fino al Kamchatka, si metteva in quattro ad assicurargliene la produzione.
Però Eponina giuocava una grossa posta, non per colpa sua, bensì a cagione degli amici, che con lodi superlative la levavano a cielo, e forse un po' più in su: per buona ventura ella non pure vinse, ma stravinse.