Il secolo che muore, vol. II

Part 10

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Quando Curio tornò agli usati uffici della vita, si rinvenne adagiato sull'erba dietro una siepe poco lungi da Bezzecca: aveva ferite ambedue le gambe, e comecchè si sentisse debole, pure non provava troppo spasimo, onde subito gli balenò la speranza di avere le ossa intatte. Filippo accanto a lui, appena vide che aveva aperto gli occhi, gli sorrise e disse:

— Sta' di buon animo, che ne caveremo fuori le cuoia; e come ti pare di sentirti?

— Rifinito di forze, pel resto non ci è male....

— Difatti, interruppe Filippo, ho riscontrato io stesso che, dalla parte carnosa in fuori, nelle tue gambe non ci è altro di offeso.

— E tu, Filippo?

— Mira un'altra palla nel braccio sinistro, la quale veramente mi dà un po' di fastidio, ma sarà niente; alla più trista mi rimane il braccio destro per ammazzarne degli altri....

— Ah! gemè Curio, mi è cresciuta la sete così, che mi brucia la gola; potessi avere un sorso di acqua, mi parrebbe rinascere.

— Sta' di buon animo, che m'ingegnerò trovartela.... senti.... senti... la battaglia dura; anzi mi sembra rinfocolata meglio di prima.

— E chi l'ha vinta? Chi ti pare che possa averla perduta? Filippo, senti, ho paura!

— Che vuoi ch'io sappia, figliuolo; ma dacchè dura vuol dire che per ora nessun vinse; sicuramente Bezzecca è cascata da capo nelle mani ai tedeschi, i quali ma' mai si accorgessero di noi, il pezzo più grosso sarebbe l'orecchio; io vo per acqua carpone carpone, tu qui fai il morto: se mi riesce, quando torno avrai acqua e notizie, di cui pari ti tormenta la sete.

Filippo si mosse, e scorso breve tratto di cammino gli occorse per la terra lo schioppo di Curio; lo raccolse e rifacendo i passi glielo riportò e gli disse:

— Ho ritrovato il tuo schioppo, Curio, mettitelo allato....

— Perchè? O non devo fare il morto?

— Certo; ma non ci è male che i morti come te siano al caso di ammazzare qualche vivo: e poi a noi altri soldati il destino parla per via di segni; avvezzati a non trascurarli mai, e a leggerli se ti riesca.

Passò un'ora forse che Curio se ne stava chiotto sbirciando del continuo, quando scoperse da lunge Filippo con un laveggio in mano, ch'egli giudicò avesse raccapezzato in qualche parte ed empito poi di acqua alla fontana; costui se ne veniva lemme lemme con la barba sopra la spalla, sempre in ordine di difesa, quando ecco di un tratto salta su un sergente tirolese, uscito forse dalle peste anch'egli in cerca di acqua per bere, e gli sbarra il cammino, e lo minaccia. Primo moto di Filippo fu scaraventare il laveggio contro il tirolese; il desiderio era romperglielo nella faccia, ma la fece bassa, e riuscì a coglierlo solo nello stomaco, e non parve piccola pòsola però, che costui pigliasse a strabuzzare gli occhi bestemmiando in chiave di soprano; però, attutito alquanto il dolore, con la sciabola levata si avventa contro Filippo, il quale non istando a gingillare si era già messo in guardia. Il sergente tirolese aveva la sembianza di un orso tagliato giù con l'ascia; col viso di mattone cotto ricinto attorno di bioccoli di capecchio: a cose quiete avrebbe mosso il riso; adesso poi infellonito e digrignante i denti metteva paura... a tutti altri però che a Filippo, il quale, sicuro, del fatto suo, per la molta perizia che aveva nell'arme volle provarlo; se non che due fendenti uno dopo l'altro sul capo e un colpo vibrato di punta alla gola, lo ammonirono che non era aria di gingillarla; Filippo in un attimo fece i suoi conti: il compare di scherma sembra ne sappia quanto tu; del braccio sinistro non puoi aiutarti, e per giunta t'impaccia anche il destro; qui bisogna venire subito alla conclusione; la cosa camminerebbe pe' suoi piedi, se egli non avesse fatto il conto senza l'oste, chè quell'altro non pareva punto disposto a lasciarsi ammazzare per dargli gusto; Filippo lo aveva arrivato con un paio di sdruci, ma eglino erano ninnoli, mentre l'altro ecco lo percuote sul braccio offeso; non lo ferì, ma il colpo gli rintronò tutte le ossa da capo ai piedi; sebbene fosse di mezzogiorno, vide più stelle che a mezzanotte, e tanto non potè tenersi, che suo malgrado non gli scappasse: ohi! Anco balenò cadere. Curio lo tenne ito, e senza pensarci imbracciò lo schioppo e prese la mira sul tirolese; di botto però abbassa la canna e ripiglia la parte di spettatore:

— No, Curio, non va bene, egli aveva detto a sè medesimo; guerra è sempre, ma adesso tra loro diventò duello, il quale si governa con le sue proprie leggi: debito vuole che tu te ne stia a vedere e sovvenga l'amico unicamente co' voti.

Intanto Filippo, essendosi riavuto, spicca un salto come un gatto arrabbiato e cala giù un fendente, sul cranio al tirolese, che glielo spaccò fin sulla radice del naso, non senza lasciargli intaccata la sciabola, tanto era duro! Ritirato il ferro, Filippo, da quell'uomo previdente che si vantava, glielo appunta alla gola per passargliela da parte a parte e così assicurarsi del fatto suo, quando si sente un grugnito a breve distanza, e subito dopo comparisce una maniera di mastodonte umano, che, abbrancata con ambedue le granfie (non mi permette la coscienza chiamarle mani) la bocca dello schioppo, piglia la misura per isbatacchiarlo sul capo a Filippo e rendergli la pariglia. Se mai fu caso per dire: l'indugio piglia vizio, certo era quello. Curio si trovò di sbalzo a sedere, piglia la mira da quello esperto cacciatore che egli era, e aggiusta a quel cosaccio la palla nella tempia sinistra: egli rovina giù addosso a Filippo, Filippo addosso all'altro, onde per un pezzo sembrarono morti tutti e tre. Da quanta smania fosse preso Curio non si può con parole significare, che non gli riusciva moversi, e avria dato una gamba a patto di andare a chiarirsi se a sorte avesse ammazzato anco Filippo; ma Filippo era solo svenuto, e non suo il sangue nel quale appariva tutto imbrodolato. In quel mentre crebbe il fragore della battaglia; il cannone tuona via via più vicino; le palle dei moschetti scheggiano i macigni e troncano i rami degli alberi; lo scalpito dei cavalli diventa scompigliato; tumultuario il passo dei fanti; gli stridi, le imprecazioni, i gemiti, tutto insomma porgeva argomento a conoscere che la burianata si versava da capo da cotesta parte. Filippo tornato in sè si nasconde meglio sotto i due uccisi, e Curio ripiglia la sembianza di morto.

Curio e Filippo passarono un'ora di passione da disgradarne la più dolorosa che patì Maria a piè della croce dove pendeva il suo figliuolo, imperciocchè, oltre le ferite del corpo, si sentissero l'anima trafitta nel presagio della battaglia perduta.

Ma la battaglia non era stata niente affatto perduta; all'opposto fu riguadagnata, ed ecco come. Dovete sapere come il generale Garibaldi, respinto da Bezzecca, non si potesse dar pace di aversi a riparare in Tiarno. Sostenuto sempre sopra le braccia dei suoi, scese di carrozza e si pose a sedere sopra una ruota di carretto da cannone in sembianza di uomo il quale volga in mente un pensiero unico, la morte. In silenzio lo circondano i suoi aiutanti, non meno di lui compresi di amarezza e di dolore. Al maggiore Dogliotti, il quale in cotesta impresa davvero fu l'Aiace, non sofferse l'animo accomodarsi alla fortuna del giorno:

Nè di fato gli cal, nè di fortuna Nè di sè molto, forte nacque, e pugna;

epperò tra reverente ed audace accostatosi al Generale, in questa sentenza gli favellò:

— La disciplina vieta che io non chiesto metta fuori consigli; ma tanto è, io non posso astenermi di farvi osservare, signor Generale, come cotesto non sia il vostro posto.

— Perchè? rispose sorridendo mesto il Garibaldi; forse ogni luogo non è buono per morire?

— No, che non è buono, soggiunse il maggiore, perchè qui si tratta salvare un cannone, quindi se tale ha disposto la fortuna, qui devono morire coloro che hanno in custodia i cannoni: voi, che avete in custodia lo esercito, dovete trovarvi colà dove si tratta salvare o perdere l'esercito, e salvarvi o perire con lui.

— Lasciatemi in pace.

— Mi punirete più tardi, ma intanto voi, Generale, non mi potete impedire di portarvi via di qua.

Il Garibaldi udendo sì fatte parole si leva in piedi, guarda a stracciasacco il maggiore, ma poi cagliando torna a giacersi, e stride piuttosto che favelli:

— Fate quello che volete.

Sollevatolo sotto le ascelle, lo rimisero in legno e continuarono la via per a Tiarno.

Avete mai veduto un vascello a tre ponti in mezzo al mare in burrasca? Cotesto _Leviatan_ dell'Oceano sbattuto dalla procella ecco abbassa la prua fino a tuffare tagliamare, bompresso e polena, sicchè sembra che ormai stia per iscomparire nello abisso delle acque: di un tratto si rialza col garbo dell'alcione che ha bevuto e vola sulla cresta dei cavalloni, domando la forza materiata con la forza dello intelletto. Lo avete veduto? Ebbene, proprio a quel modo, il buon Garibaldi risolleva il capo e gli spiriti, e celere concepisce, e celere comanda partiti quali la occasione desidera. L'ingegno dell'Haug nel pericolo divampa come fiamma per vento: sotto fitta pioggia di fuoco egli non posa mai; da per tutto lo vedi dardeggiare arrestando i fuggitivi, riordinando gli sbandati; collocando i raccolti in luoghi opportuni, ovvero tenendoli pronti a voltar faccia e ad assalire lo inseguente nemico.

Il Dogliotti, salito su di un poggiuolo, leva al cielo le mani e grida:

— Compagni, non ho più braccia, perchè le braccia dell'artigliere sono le artiglierie; vado a ripigliarne dell'altre: giuratemi di tenere fermo per una mezz'ora, ed io giuro tornare a farvi vedere un bel giuoco: me lo promettete?

— Sì, giuriamo che ci troverete qui, vivi o morti.

Senza darsi pensiero che cento volte correva pericolo di fiaccarsi il collo, ecco il maggiore Dogliotti giù a gran galoppo verso Ampola; lì giunto, e prima anco di giungere, per quanto gli basta la voce, urla:

— Presto; uomini, cavalli e corde; ma presto; questi cannoni tedeschi, che tanto ci offesero, o facciano adesso un po' di penitenza.

Furono imbracati in un _fiat_, e, cosa che parve impossibile, ed era vera, di galoppo gli strascinarono fino a Tiarno; gli artiglieri dietro ai cannoni come segugi alla lepre.

Non più prodezza degli altri mostrò il figliuolo del Garibaldi, Menotti, ma le sue mosse riuscirono più vantaggiose delle altre, imperciocchè marciando a passo di carica col suo reggimento in linea parallela al nemico, che veniva in giù, mentre egli andava in su, gli venne fatto di rioccupare tutta la sinistra della valle dei Conzei, abbandonata prima; anche il primo battaglione dei bersaglieri si procacciò lode immortale salendo di abbrivo il monte di faccia a Bezzecca e rinettandolo dagli austriaci. I nemici non si ritirarono, bensì ruzzolarono dal monte fino alla valle.

Ricciotti Garibaldi, giovane tra gli audacissimi audace, impugnata una bandiera del reggimento del suo fratello Menotti, si avventa contro Bezzecca; gli fanno spalla il Canzio cognato, di quel valore che tutto il mondo sa, e il Damiani gentil sangue siciliano, che tra modesto e prode non sai quale ei sia più; gli altri dietro con irresistibile impeto.

Il tenente Fandibuoni, che sbirciava come andavano le cose dal buco della chiave di una casa dov'era tornato ad appollaiarsi, saltò fuori urlando; lo salutarono i nostri come un redento per miracolo: stette a un pelo che non lo portassero in trionfo; il Canzio gli ordinò pigliasse seco gente per esplorare se intorno giacessero feriti, e li sovvenisse. Andò il nostro glorioso tenente, nè molto si dilungava, che rinvenne il mucchio dei tirolesi e di Filippo e poco lungi Curio: parevano tutti morti; costui n'ebbe raccapriccio e terrore, il quale crebbe in lui fino al delirio quando si sentì chiamare:

— Gua'! Gua'! chi miro? Sei tu, Fandibuoni?

Così aveva parlato Curio, il quale schiusa la coda di un occhio riconobbe il coraggioso tenente; questi, rimessosi alquanto dallo sbalordimento, chiedeva a Curio:

— Ma sei proprio vivo?

— Sono vivo, e ci puoi credere, rispose l'altro sorridendo, e così gli calmava la paura, quando, a farlo basire da capo, ecco agitarsi il mucchio dei morti e uscirne di sotto Filippo stillante sangue da tutto il corpo, che diverso non sarà stato il peccatore pagano quando in espiazione gli versavano addosso il sangue di un toro nel _Taurobolo_: stette per istramazzarne, senonchè riconosciuto anco lui alla voce, si tenne e tutto tremante domandò:

— Come diavolo nascosti in cotesta maniera? Avete avuto paura?

Per risposta gli risero in faccia. Non è da dirsi se ei si affrettasse ad allontanare cotesti odiosi testimoni della sua viltà; per questa volta la malevoglienza giovò meglio della benevolenza; in meno di un'ora, stesi entrambi dentro un carro sopra uno strato di paglia, furono avviati verso Brescia.

Il generale Kuhn, non sapendo consolarsi della inopinata vicenda, riputò spediente alla sua riputazione pubblicare per via di giornali, infinito il numero dei garibaldini, di petto a loro un formicolaio essere nulla; le sono fandonie coteste: tutti, così amici come nemici, gli scrittori si accordano ad attestare quanto fu già avvertito da noi, che i garibaldini in quella giornata combatterono contro gli austriaci a numero pari.

Gli austriaci non tennero fermo a Locca; nè fecero meglio prova ad Enguiso e a Lensumo; da per tutto sloggiati ripararono a Campi. Nel medesimo giorno tentarono una sortita a Lardaro, ma furono respinti: afferma il Rustow come cotesta mossa fosse per una semplice ricognizione, e s'inganna: agevolmente si comprende essere stata parte del disegno nemico di metterci dentro ad un cerchio di fuoco.

Ormai nel Tirolo italiano le fortune austriache tracollano, e Garibaldi sempre più celere instando da Campi e dal monte Cimelo accenna a Riva, non fallibile acquisto. Già il presidio di Trento volge i passi indietro a Bolzano, recandosi seco la cancelleria militare; il general Kuhn nel ritirarsi bandisce cessare le difese del Tirolo italiano, per consacrarsi intero alla tutela del Tirolo tedesco; — Trento ci stava aperto dinanzi; bastava per pigliarlo stenderci sopra la mano; e Trento fu per noi il pomo di Tantalo; ci sfuggì sul punto di afferrarlo; la favola della mitologia, per mercè del reggimento monarchico, diventò per l'Italia verità storica.

Pur troppo tutte le fantasie dei mitologhi per noi diventarono dolorose realtà; ecco il La Marmora mostra ai nostri soldati la Monarchia, come Perseo al mostro marino il teschio di Medusa, e li impietrisce; costui da prima comandò si fermassero per otto giorni in virtù di armistizio; poi lo prorogò altri otto giorni, finalmente per uno.

Intanto con ogni maniera di viltà furbesca, come con ogni balorda mascagneria i nostri governanti si assottigliavano il cavicchio sul ginocchio per buscare un'altra toppa da cucirsi al manto di paltoniere, onde procede magnifico questo regno di Italia.

Napoleone, che si era fatto donare la Venezia da Francesco Giuseppe imperatore d'Austria, si profferse gittarla in bocca alla monarchia, non perchè ella smettesse il latrato (che a tanto non le basta la voce) bensì il cagnolío, e perchè costei perfidiava per avere un altro catollo, il franco sire levata la frusta con mal piglio disse:

— «Contentati, pitocca, e cessa importunare la gente: ringrazia Dio, se ti butto la Venezia, e chetati. Questa è la prima volta che per guadagnare bisognò perdere; nè tu avresti saputo vincere in altra maniera, perchè non è la prima volta che i tuoi soldati convertirono le barbute di ferro in pentole per farci bollire la minestra[26]. La tua ignavia ha troncato le braccia alla Prussia ed a me: sogni partoriti da indigestione di pan vecciato pretendere il confino allo Isonzo, e l'Istria di giunta; ed anco quello tra lo Stelvio e Feltre. Tienti Venezia per caval donato, e non guardargli in bocca.»

[26] Relazione degli Oratori veneti. Relazione dei tempi di Emanuele Filiberto.

Ma il Governo, che se improntitudine valesse la impatterebbe con Achille, non si sgomenta per repulsa, e insiste per ottenere il Trentino fino al Lavisco, che nel 1848 aveva proposto lord Palmerston per metter pace fra l'Austria e l'Italia.

Mentr'egli va così birboneggiando, Francia e Prussia pigliano in uggia il biante fastidioso; l'Austria, rappattumata alla meglio con la Prussia, rimanda due corpi di esercito in Italia donde gli aveva distratti prima per coprire Vienna; intorno allo Isonzo raccoglie forze novelle; di tiranni e di schiavi generatrice inesausta Vienna! Nelle fortezze del quadrilatero cresce i presidî; a Riva i cannoni gettati nel lago ripescansi: le teste all'Idra rinascono: per mille indizi si fa manifesto come l'Austria, sopportando molestamente la perdita di Venezia, vada cercando col fuscellino la occasione per gettare all'aria il convegno fermato.

Allora il Governo regio, _frenetico_ davvero dalla paura di trovarsi abbandonato sopra le secche, si rimette, a mo' che vediamo gl'incappucciati a piè delle Madonne di Luca della Robbia, a mani giunte a piagnucolare: «bastargli la Venezia; se concupì il _Tirolo italiano, mea culpa_; se l'_Istria, mea culpa_; se _Trieste, mea maxima culpa_: quanto a sè, proporre fermamente non peccare mai più, e fuggire le occasioni prossime del peccato. Ma con questo benedetto, o piuttosto maledetto popolo italiano, intestato a volere tutte coteste terre, come si rimedia? — Gli è _lui, proprio lui_, che ha la lupa in corpo, non già l'Aquila di Savoia, usa da secoli a contentarsi di rosicchiare ad una ad una le foglie di carciofo, come tutto il mondo sa, ed è vero.

E badate che: «quando il Cialdini ebbe passato il Po ed occupato Rovigo, tanto esso che Garibaldi riceverono una _visita da Ricasoli_, presidente dei ministri, il quale disse ai due generali: _la diplomazia non riconoscere se non i fatti compiuti; epperò entrambi si affrettassero a prendere Trento. La diplomazia poi approverebbe il possesso_».[27]

[27] RUSTOW. _Guerra del 1866_, p. 381.

Ma d'infamia giammai non fu penuria negli uomini della monarchia: «il Governo italiano (è sempre uno straniero che parla) con _un milione di forza di cavalli_ prese a strombettare ai quattro venti co' suoi giornali salariati, la Italia aversi a contentare della sola Venezia, non doversi mettere tutto a repentaglio sopra la punta di una spada debole, ma _debole oltre l'aspettativa dello stesso nemico_[28]. L'_illustre_ Ricasoli telegrafò al Medici e al Garibaldi si ritirassero immediatamente dal Tirolo; conchiuso l'armistizio; al Medici poi con menzogna e con minaccia annunziava: Garibaldi pienamente battuto presso Bezzecca ritirarsi alla dirotta; pensasse bene ai casi suoi, che si esponeva al pericolo di trovarsi a sostenere solo tutte le forze austriache.»[29]

[28] RUSTOW. Op. cit., p. 321.

[29] RUSTOW. Op. cit., p. 381.

Ed ecco come per onestare la propria viltà s'industriano avvilire altrui; con la menzogna sgomentansi i cuori, si fiaccano le braccia: tremano vincere più che altri non tema perdere, però che perdendo si accertava il rodere; marmeggie, non aquile; ghetto, non Stato; politica da reggia non già, bensì da castro; Che se con la lancia di Giuda ai giorni nostri si combattessero le battaglie, che cosa sarebbero le vittorie di Alessandro, di Cesare e di Napoleone di petto ai trionfi dei nostri insigni capitani? La Marmora certo più ridevole che abominevole, viceversa il Ricasoli; entrambi però risibili e odibili: forse, se costoro come il Castlereagh si fossero con le proprie mani resa giustizia[30], la misericordia di Dio li avrebbe nascosti sotto un mucchio di pruni per sottrarli agli oltraggi delle bestie e degli uomini; adesso non sono più in tempo; se s'impiccassero sciuperebbero la corda, svergognerebbero la forca.

[30] Il Castlereagh fu ministro d'Inghilterra ai tempi felici della _Santa Alleanza_: rimorso dalla coscienza, si tagliò la gola. Il Byron scrisse per questa morte: «Non lamentate il fato di costui; non trovando più da tagliare le gole degli altri, egli si è tagliato la sua.»

Dopo la proroga dello armistizio, ecco giungere il terzo telegramma; gli è sempre il capitano La Marmora che lo manda, e comanda perentoriamente al Garibaldi vada a farsi curare la scalmana di volere guadagnare la Italia per virtù di armi; dentro _ventiquattro_ ore sgombri tutte le terre del Tirolo, e non istia a ripetere, perchè egli La Marmora, che di sgomberi se ne intende, in metà di questo tempo si fa forte di sgomberare tutta Italia, e Biella.

Al ricevimento di cotesto annunzio che mai pensò il Garibaldi? Chi lo sa? Chi poteva saperlo se egli non ce lo svelava? Ed egli ce lo svelò pur troppo, e in due maniere; co' labbri amari disse: _benissimo_! con gli occhi tristi versò _due lacrime_! Chiunque consideri un uomo qual è il Garibaldi, ridotto a piangere dagli uomini della monarchia, e lo schianto del cuore che strappò coteste lacrime al ciglio dell'eroe, preso da infinito disgusto per tutto e per tutti, si troverà spinto a prosternarsi, e percotendo la terra a gridare: _coprimi!_

E mesto era il cuore di quanti gli stavano dintorno, eccetto dei nequitosi i quali si attaccano ai magnanimi come talora la ruggine alla buona spada guerriera. Questi per pane avevano seguito il Garibaldi, per pane lo abbandonavano; nè tutti codardi, anzi taluni feroci, ma i feroci avevano messo a cambio il sangue come i codardi la frode. Tutti si erano votati alla morte per vivere. Viltà o ferocia non monta, a patto che li servano da fornaie, da canovaie, da taverniere. Sopra gli altri improntissimo il Fandibuoni a far brogli, affinchè molti dei suoi compagni si presentassero al Garibaldi e lo mettessero in croce, per provocare dal Governo regio a loro pro onorificenze e pensioni.

Il Generale, secondo il suo costume, li guardò lungamente fisso e tacque: poi placido accese uno zolfanello e mise fuoco alla petizione che gli avevano presentato: indi a breve allontanandosi dal campo per tornarsene alla solitudine della sua Caprera, così ammoniva i volontari:

«Il Corpo dei volontari italiani, durante la campagna del 1866, ha fatto il suo dovere, e nello adempimento di questo dovere trova la più onorevole delle sue ricompense.

Brescia, 23 settembre 1866.

Gen. GARIBALDI.»

I generosi (e non furono i meno) plausero; gli altri dissero: Con quest'uomo si acquista più piombo che farina; proviamo addirittura se operando alla rovescia si facesse bene; e famelici si abbatterono negli uffici dei governanti, pari alle cornacchie sui campanili; taluno cascò di sotto per morirvi di fame; altri chiappa le mosche a volo e si nutrisce con quelle: i felici si appollaiarono sulla bandierola del campanile, e imbarcati sopra essa viaggiano a destra e a sinistra ch'è un gusto a vederli.

Il misfatto di Giuseppe Garibaldi agli occhi della Monarchia pari a quello di Prometeo; più acerba la pena; chè Giove tiranno da' cieli mandò l'avvoltoio a divorare il cuore del figlio di Giapeto, mentre la monarchia condannò il Garibaldi a divorarselo da sè medesimo.

Maledetto il dubbio quando mi piglia il cervello: è una infermità come le altre: se mi accertassero ch'è un demonio, vorrei provare anche l'acqua benedetta, dacchè quella del Tettucio non sarebbe al caso. No, non dubitate; il sangue così trucemente fatto spargere su cotesto estremo baluardo d'Italia frutterà. Chi ha da sperare, speri; chi ha da tremare, tremi. Per fecondare tanto i campi della messe quanto quelli del pensiero, ormai è provato, veruno stabbio approda meglio del sangue.

A quest'ora è nato chi piglierà in mano la infamia del 1866 per vendicarla; dove mai dovesse correrci lungo tratto di secolo, non gli sarà meno infallibilmente rimessa: mirate! ella apparisce come la _lettera assicurata_ munita di cinque sigilli sinistramente vermigli:

I. Sigillo del Castellini, il quale morendo annoverava i buchi che gli avevano cagionato le palle nemiche;

II. Sigillo del Chiassi, il quale, vedendo i suoi compagni sbandarsi, si avventa solo contro i cannoni austriaci per impedire che si avanzino;