Il secolo che muore, vol. I

Part 9

Chapter 93,924 wordsPublic domain

Ed anco adesso, con la nuova propensione ad amare, non l'era occorsa sembianza sopra la quale riposare lo sguardo vago, e ciò non solo perchè procedesse in sè raccolta, come si addice a donzella costumata, ma eziandio perchè quanti giovani aveva sogguardato, tanti l'erano comparsi disamabili ed esosi; pure in simile disposizione di animo, si capisce che non può tardare l'amante, e così fu. Certo giorno Eponina, in compagnia della madre, sboccando da una strada, vide la porta di un palazzo chiusa e ornata di gramaglie, con un cartello all'uscio, il quale, secondo il costume, indicava il nome e la qualità del defunto; mentre ella, tirata dalla curiosità, si accosta per leggere, ecco spalancarsi la porta e comparire il feretro; ma perchè la soglia non fosse larga abbastanza, fu mestieri che i reggitori dei lembi del tappeto si facessero innanzi, uscendo uno dopo l'altro primi.

Chi venne innanzi, di un tratto sosta a breve distanza da Eponina, onde ella potè, senza immodestia, guardarlo e riguardarlo a tutt'agio: giovane egli era, e biondo, e bello della bellezza che garba tanto alle donne: volto e persona, di cui pare che posseggano il monopolio gli Apelli della _Novità_ del Sonzogno; faccia unita, levigata dove non apparisce ruga prossima e nè manco remota; potente della freschezza dei venti anni: un cotal po' di lanugine, sparsa a spilluzzico sopra il suo labbro superiore, ti rendeva incerto a giudicare se la natura fosse stata più parca a guarnirgli di peli la bocca, o il padre di quattrini le tasche. Ambrosia egli certo non ispirava, come gli Dei di una volta, bensì un tal quale profumo di nobilea, che _fino a tutto il giorno di oggi inclusivo_ piace alle donne, e non meno agli uomini, qualunque cosa ne dicano in contrario. La uguaglianza per ora si abbaia da chi, o non può soverchiare, o non ha anco soverchiato: tanto vero questo, che più eccessivi detrattori del popolo abbiamo veduto quelli che pur ieri popolo erano e pel popolo parteggiavano.

Il giovane teneva la faccia vestita a mestizia, come la persona di abiti neri di tutto punto come costuma mostrarsi ai funerali. Le vesti, per attillatezza mirabili, gli parevano nate addosso; lo stesso dicasi dei guanti candidi e degli stivaletti inverniciati. Tutto questo non era molto, anzi poco, massime per donna di così alta levatura, come Eponina, e tuttavia bastò, e ce ne fu d'avanzo. E si ha un bel mettere in canzone i poeti, quando parlano di archi, di strali e di subite ferite sotto la _sinistra mamma_; fatto sta che al primo contemplare la creatura destinata a piacerti, tu ti senti rimescolare il sangue dal capo alle piante, e porti la mano al cuore, come se ti sentissi trafitto, come fece per lo appunto Eponina.

Chi il giovane si fosse a lei non riuscì sapere, non si attentando domandarne, timorosa che anche la inchiesta obliqua non isvelasse alla gente la sua interna passione; oltre a ciò pativa la mala febbre che nasce dallo sgomento di avere ad amare sola. Tuttavia bisogna mettere in sodo che se la fanciulla innamorata può essere un libro chiuso per tutti, ella non può celare i pensieri suoi più riposti alla madre amorosa, la quale li vede affacciarsi e scorrere via di sulla fronte alla figliuola, come nuvole traverso il disco della luna, quando soffia il vento; ond'ella di frequente le diceva:

— Eponina, Eponina, tu hai un amante, e me lo nascondi.

— Non è vero, — rispondeva l'altra risoluta — io non ho veruno che mi ami e te lo posso giurare.

Però non poteva andare un pezzo che i due giovani si sarebbero incontrati una seconda volta, senza che se ne pigliasse pensiero la Provvidenza o il caso, dacchè, sebbene Isabella fosse parca frequentatrice di teatri e di veglie, pure conducesse talvolta le figlie a ricrearsi fuori di casa; di vero, certo dì le venne ricapitato un invito di donna Teresa marchesa Remoli, affinchè si compiacesse favorirla di sua presenza, con la famiglia, al ritrovo in casa sua per la prossima sera di domenica.

Ora è da sapersi che donna Teresa era vedova; la morte del marito, se non le aveva fatto bene, nè anco le aveva fatto male, ed ella stessa lo diceva, però che il marito, morendo, la istituisse usufruttuaria della sua eredità, la quale rendita, unita ai frutti della dote, le dava agio di vivere con molta splendidezza. Del restante buona femmina, piccola e tozza; dell'età oltre i quaranta un pezzo, però munita del suo bravo congedo, con la giunta del ben servito dallo Amore (ella diceva averlo dato a lui, ma non era vero, e non glie lo credevano). Dopo cotesta epoca ella si dedicò intera allo esercizio delle belle arti e della letteratura: sonava, non precisamente a fuoco, ma giù di lì: il suo debole poi erano gli epigrammi, dei quali componeva ogni dì almeno sei, arguti più di una pittima di semi di lino: pittrice implacabile e spietata, sempre in manopole e in grembiule, sempre co' pennelli in mano: a sè davanti teneva su i cavalletti ammannite quattro tele o cinque, e secondo gliene chiappava l'estro, ora col pennello stoccheggiava questa ed ora quella; eccetto il pranzo, ella faceva i suoi pasti nello studio per non perdere tempo, e sovente le accadde, nell'impeto della composizione, colorire il quadro col biscotto intinto nella cioccolata, e mettersi in bocca il pennello intriso nella tinta a olio. Adesso ella stava tentando una maniera nuova per lei, e difficilissima, una tempesta marina. In coscienza, se ella a cui la mostrava avesse domandato _ex abrupto_: «indovinate quello ch'è» bisognava risponderle: «per ora, se non sopraggiunge alle viste qualche cosa di nuovo, sembra una forma di cacio parmigiano messa a lessare dentro un lago di acqua di broccoli.»

O dunque di che mai erasi invaghito il defunto (ben inteso mentre era in vita)? _In primis_ la gioventù, che come il sole rallegra ogni cosa creata, rallegrò pure ai suoi tempi la marchesa Teresa, in oltre ella portò in casa assai dote, festosa fu e amorevole e lieta; o che pretendete di più da una moglie? E poi questo di più la marchesa lo possedeva, però che artista veramente fosse in certa arte nella quale tanto era singolare quanto se ne vantava meno, e consisteva nel creare confezioni e di ogni maniera pasticci; anzi taluni dei più intimi di casa andavano susurrando che nell'animo del marchese, buona memoria, questa qualità aveva sostituito tenacissimamente ogni altro vincolo matrimoniale, collo andare del tempo (si sa) o rilassato o sciolto; su di che non proferisco giudizio, pure affermando che se i pasticci della marchesa Teresa avessero potuto stamparsi e custodirsi nella Biblioteca Nazionale, chi sa quale e quanta concorrenza di fama avrieno mosso col tempo ai discorsi dell'immortale conte di Cavour.

In casa della marchesa Teresa fu che Eponina vide per la seconda volta il giovane amato da lei, e le parve, come succede, due cotanti più bello. — Vi rammentate di Omero quando narra di Priamo, che affacciato alle mura di Troia guarda le schiere argive, e si strugge nel desiderio di saperne il numero e il nome, finchè giunta Elena lo ragguaglia per filo e per segno dei capitani, della patria, dei costumi e di quant'altro aveva vaghezza conoscere il vecchio Priamo intorno all'oste nemica? Voi ve ne rammentate di certo perchè Omero avete letto, e le cose lette nell'_Iliade_ non si dimenticano. Ora, quello che Priamo faceva a Troia tutte le fanciulle fanno nelle veglie, quando occorrono loro dinanzi giovani appariscenti e sconosciuti. Eponina ne chiese astutamente alla compagna che le sedeva allato, e poichè anco a questa era ignoto, con arte maggiore la indusse a moverne ricerca fra le persone circostanti, e allora seppe chiamarsi Ludovico Anafesti, ed avere titolo di conte; di padre orfano, figlio unico di madre rispettabile e rispettata; di sè non avere dato argomento che altri parlasse in bene nè in male, giovane troppo; apparteneva ai giovani di bella vita, inteso tutto a corse, a balli e a feste: di sostanze non pareva stesse bene in gambe, chè il padre ci aveva fatto uno sdrucio da non potersi rammendare, ed egli tirava a rifinire il resto; lo appuntavano viziato al gioco; di amori non se ne sapeva; se ne aveva non erano di quelli che si potessero decentemente manifestare, del rimanente cavalcatore illustre, schermitore e tiratore a segno dei buoni; non accadeva duello ch'egli, o come paciere o come secondo, non c'incastrasse, e _voilà tout_!

Non ci era da scialare, ma via, per questi ragguagli Ludovico non aveva scapitato nel cuore di Eponina, sicchè quando incominciarono i balli, ella imprimendo sotto le palpebre abbassate un moto ondulatorio alle pupille, non lo perdeva un momento di vista: con palpito di cuore da non potersi dire avvertiva se dal giovane taluna o donna o donzella si preferisse; ma no, con suprema contentezza si accorse com'egli, verso tutte cortese, non dimostrasse parzialità di sorta; dalla movenza dei labbri s'ingegnò indovinare lo parole proferite, attese acutamente alle mani ed alle dita di lui per vedere se mano o vita della compagna danzatrice premesse oltre la convenienza ed i costumi del ballo, ma di niente potè accorgersi. Di due cose l'una, o egli non amava, o la sua amata non si trovava lì; intorno alla seconda parte Eponina andava chiara, ma chi l'assicurava della prima? Non gli conoscevano amante, dunque poteva non avere amato, anzi era certo ch'ei non avesse amato mai, e lei destinavano i cieli a percuotere la roccia, donde sarebbero scaturite le linfe dolcissime dello amore. Ci era da ammattirne di giubilo! Ma intanto? Intanto il giovane non la guardava neppure, o sia che non l'avesse scorta o, scorta, non l'avesse impressionato; non importa, ella di sè fidente non se ne curava, dicendo nel suo segreto: «Aspetto il mio astro!»

Nè l'astro si fece aspettare. Poichè ebbero compite varie guise di ballo, e furonsi confortati di cibi e di bevande, e levati fino al cielo, e un poco più su, i classici pasticci della marchesa Teresa, ecco questa signora dabbene di un tratto scappar fuori a dire.

— Orsù, a Tersicore sagrificammo abbastanza; adesso tocca alle altre sorelle, che potrebbero averselo a male: per dare il buono esempio comincierò a canticchiare qualche cosuccia io, che se principiaste voi a me non basterebbe più l'animo per farmi sentire.

La marchesa si era data attorno per raccogliere al suo ritorno dame, damigelle e cavalieri che godessero fama di valorosi nelle arti del canto e del suono, non meno che artisti di professione e taluni dei più celebri cantanti si trovassero allora nei teatri di città. Ella, come promise, aperse il canto con una barcarola di facile esecuzione; suo cavallo di battaglia; la voce le usciva un po' tremula, talvolta per paura della odiata stecca l'abbassò così che appena si sentiva; nondimeno nel sottosopra ce la sfangò assai bene, e n'ebbe plausi, dove sarebbe stato difficile spartire i meritati dai dovuti alla padrona di casa.

Avendo la marchesa proposto ad Eponina di tenerle dietro, questa se ne schermì, desiderosa, come disse, che le altre mostrassero la loro virtù prima che fosse stanco l'uditorio, e parve modestia, ma invece fu astuzia per ecclissarle tutte: arti di guerra femminile. La signora Teresa ci rimase presa, e la ringraziò della squisita delicatezza; Eponina allora sembra si facesse animo a chiederle qualche favore, a cui la marchesa assentì col capo, aggiungendo: «Lascia fare a me.»

Cantarono arie, duetti, terzetti ed anco un quartetto come persone le quali dell'arte intendevano assai addentro, e tutti i giorni stavano in esercizio, ma le voci erano scarse, tirate fuori a trilli e a gorgheggi, come colui che non sentendosi a sufficienza vigore si sforza e si eccita. Quando venne la volta di Eponina, si trovarono, per cura della marchesa, parecchi disposti a farle da coro, mentre ella avrebbe cantato la _Casta Diva_ della _Norma_. Richiesta se volesse accompagnarsi da sè, rispose: «Volentieri, ma coll'arpa, altri col pianoforte.»

Eponina aveva ragione da vendere; dotata di squisito senso dell'arte, aveva avvertito come non si dia bellezza di donna, la quale regga alla doppia azione del canto e del suono del pianoforte, chè fuori di misura disamabile si presenta nel tocco dei tasti quel continuo distendere e stringere le braccia, e l'alzare e l'abbassare le dita atteggiate ad artigli di girifalco: se la donna starà diritta col tronco e ferma, rassomiglierà la statua di granito di Mennone, la quale dicono rendesse suono in grazia di certo foro praticatole per di dentro: ovvero agiterà il capo, e allora la testa dondolante ti parrà una banana sbatacchiata dalla tempesta, o un ariete romano abbrivato per isfasciare mura. Donne e donzelle, date retta a me, quantunque profano: quando vi piacerà letiziarci co' vostri canti, non vi accompagnerete mai da per voi col pianoforte: più assai della _fuga_

Che l'onestade ad ogni atto dismaga

come insegnò l'Alighieri, noceranno alla bellezza vostra i gesti illepidi che menerete sopra cotesto istrumento.

Circa all'arpa poi muta specie, massime se la sonatrice, oltre la persona spigliata, possieda gioconde braccia e petto ricolmo. Ora è da dirsi come tutte siffatte qualità occorressero in copia nella nostra Eponina, di cui così lieve era lo incesso, che a mirarla camminare si sarebbe detto: «ora vola.» Le sue braccia apparivano coperte di guanti; ma come si fa a sonare l'arpa co' guanti? E' fu mestieri levarseli. Veruno penetrò mai nella sua stanza verginale, molto meno io; e pure metterei pegno che più di una volta ella studiò allo specchio l'atteggiamento, che convenisse meglio alla sua persona, e quale più leggiadro partito di pieghe si affacesse alla sua veste. O bella! Non costumò farlo Caio Gracco, per piacere al popolo? E con quale giustizia lo si vorrebbe negare alle donzelle, per gratificarsi l'animo dello amante desiderato? Non ci è vecchio che, salendo le scale di una casa per rendere visita all'amica anziana, non si raddrizzi sul cucuzzolo i cinque capelli bianchi, a modo dei birilli nel mezzo del biliardo.

Eponina dunque, essendosi atteggiata divinamente, preludiò sull'arpa ed incantò chi vide: quando poi l'onda sonora della voce prese a sgorgarle potentissima dal petto, ammirazione ed astio, plauso e censura, tutto rimase sommerso come in un mare di luce; senza battere palpebra, osando appena trarre il respiro, ascoltavano tutti; a molti avvenne che, senza se ne accorgessero, le lacrime traboccassero dagli occhi; taluno con ambedue le mani si compresse il seno, quasi non valesse a sopportare l'eccesso del piacere; a tutti tremava l'anima. Allorchè tacque, veruno ebbe balìa di applaudire: parevano impietriti per virtù d'incantesimi: tanto regnava profondo il silenzio, che si udiva perfino il crepito delle candele che ardevano, ed Eponina vinta anch'essa dallo entusiasmo rimaneva immobile, con le labbra mezzo aperte, fitto fitto frementi un brivido di voluttà: aggiungi che portando ella una ghirlanda di ellera in capo, questa scomponendosi, le era scesa dinanzi dalla fronte, da parere proprio una corona di alloro, a modo che pittori e poeti sogliono attribuirla alle Muse.

Quando gli animi soggiogati poterono ripigliare il dominio di sè, proruppe uno scoppio di grida e di applausi cotanto strepitoso, che i cristalli delle finestre ne tremarono e parecchi lumi si spensero.

Ora mentre Eponina si tira indietro con grazia infinita la corona dell'ellera, scorsale quasi sino sulle ciglia, si mira davanti attonito Ludovico: esultò la donna, e con supremo sforzo di volontà raccolto quanto più potè di virtù magnetica negli occhi propri, la saettò dentro gli occhi di lui. Il giovane non sostenne lo improvviso sfolgorio, chiuse le palpebre, e susurrando suoni indistinti balenò per cadere, e cadeva, se altri non lo avesse sostenuto. Eponina, nell'orgoglio del cuore, stette per esclamare ad alta voce: «Ho vinto!» Si suggellò le labbra, ma per tacere che facesse, questo grido non rimescolò meno poderoso tutta la sua anima.

E questo fu il modo col quale Ludovico ed Eponina s'innamorarono.

CAPITOLO V.

IL SUOCERO.

Grande L'ombra è del trono per coprir delitti

dice Aristodemo, che fu re, ed ebbe il cuore peloso[14] e tuttavia l'ombra della ricchezza cuopre anco di più, e non importa che la sia vera; basta ancora supposta. Però gli uomini blandiscono la ricchezza, ed all'opposto detestano il ricco e lo insidiano. La ricchezza sta col ricco come la autorità col principe: tenta il banchiere schiantare il banchiere, ma impiccherebbe chiunque toglie la riputazione alle banche; un principe s'ingegna rapire all'altro principe comando, quattrini e sbirri; ma per pigliarseli per sè: quindi non intorno al ricco, bensì intorno alla ricchezza stanno i famelici inetti, i quali col muso in su aspettano che dalla sua mensa caschi qualche briciola, per divorarla a muso in giù: amici della ricchezza, non del ricco, gli sparvierati che gli aliano attorno per arraffargliela di un tratto: men tristi amici (chè migliori non si potrebbe dire) sperimenta il ricco coloro che tengono dimestichezza con lui per astiarlo o per denigrarlo, studiosi di godere i vantaggi che ricavano da cotesta frequenza e ad un punto non iscapitarne di reputazione. Di qui la ragione del subito abbandono dei potenti e dei ricchi, traditi dalla fortuna; e siccome i principi e i ricchi lo sanno, così si agguantano più forte che possono ai quattrini ed agli sbirri; molto più che ai tempi che corrono, ricchezza e signoria patiscono di marea, e chi le serba fino al termine della vita può vantarsi di rinnovare il miracolo di Tucria vestale, che portò il vaglio pieno di acqua attinta al Tevere fino al tempio di Vesta[15]. Se la gente sapesse le ansietà, le abiezioni, i pelaghi e i delitti di questi invidiati potenti; oh! come sentirebbe per loro compassione o ribrezzo, per sè compiacenza della vita onesta e della temperanza civile.

[14] Plin., _Hist. mundi_, I, II e 70.

[15] Valerio Mas., 1, 8, 1, 5. Santo Agostino, _Civ. Dei_, nega il miracolo: non gli date retta; ei lo fa per _gelosia di mestiere_. O che voleva egli che i soli santi della Chiesa cattolica apostolica romana fossero capaci ad operare miracoli? Arrogi che la casa Crivelli tolse per arme gentilizia il vaglio di Tucria, affermandosi scesa dal figlio che la vestale, mercè il miracolo dell'acqua nel vaglio, provò di non avere partorito!

Entriamo nello studio di Omobono: mirate, due volte la settimana ei passa la notte intera a registrare su certi libri arcani una quantità di note segnate sopra fogli volanti; avvertito che egli cavò questi libri da una cantera praticata sotto la cassetta che serve di serbatoio di legna da ardere, accanto al camminetto ammannito con frasche e legna secche a levare in un attimo un magnifico falò.

Ci fu un tempo in cui la penna di Omobono volava scrivendo su cotesti registri, e all'atto dello scrivere assentiva col capo e tutta la persona, mentre stirava la bocca verso le orecchie come borsa che si allarghi per ingollare monete: cotesto allargamento di labbra era il sorriso di Omobono. Adesso poi pare che la gotta gli abbia rattrappito le mani; di tanto in tanto caccia fuori un sospiro da disgradarne il soffio del mantice di un magnano: è inverno, è freddo, è notte, ma egli suda come di agosto, e le gocce gli cascano giù dalla fronte a quattro a quattro; lì presso, osservate cotesta catinella piena di acqua fredda, ecco egli vi tuffa la spugna che poi si mette sul cranio calvo per temperare la vampa del cervello. L'ultima volta che Omobono ebbe a tribolarsi in cotesta disciplina parve rimanerne sgomento più del solito, onde, lasciate cadere sul banco ambedue le braccia, ci posò in mezzo il capo e lungamente rimase in cotesto atto; poi lo rialzò scotendolo tre volte o quattro, se lo rinfrescò con la spugna e scosse forte un cordone levando la faccia in su.

Indi in breve fu udito un lieve rumore nel soffitto; lo avrebbe mosso più forte un topo entrando in dispensa, e poco dopo aperto cheto cheto l'uscio della stanza comparve la lancia spezzata, il cagnotto, l'anima dannata, o come meglio si deva dire, di Omobono; imperciocchè come la cosa avvenga io non lo saprei, ma il fatto sta che le anime male non nascono mai sole nel mondo, bensì si trovino quasi sempre doppie come le mandorle dentro al nocciolo, una più grande, l'altra più piccina; così col carnefice viene al mondo il sotto-boia, e.... ma basta; allo inferno ed alla tristizie umana non si conobbe mai il fondo. Dopo Omobono veniva il suo commesso Gavino Nassoli: costui par di metallo tirato con la lima; se poeta, o pittore l'avessero a descrivere o a dipingere, butterebbero fuori di finestra penna e pennelli: la sua faccia è tutta denti, dai lati della berretta di cuoio gli si drizzano gli orecchi appuntati pari a quelli di un cane da fermo, a cavallo del naso gli stanno le lenti tonde e grandi quanto due scudi, traverso le quali, incavate dentro spessi cristalli di rocca a cagione della molta miopia dell'uomo, ti apparivano i suoi occhi piccini piccini, come lontani un miglio: allorchè costui gli accosta ignudi di occhiali a foglio scritto sembra che piuttosto di leggere i numeri (dacchè egli dai numeri infuori non legga altro) li voglia brucare a mo' che le capre costumano le foglie di sulle siepi.

Omobono, appena lo vide, gli disse:

— Fatevi in qua, Nassoli; sedetemi accanto; avete chiuso bene l'uscio? Sì, ma non tirato la portiera; andate a tirarla.

Dopo ciò incominciarono un colloquio a voce sommessa: pareva si confessassero; e, come sovente avviene, i confessori peccatori ambedue. Il Nassoli di tanto in tanto poneva il dito su i libri arcani a mo' che l'anatomista fa col coltello sul cadavere che gli sta davanti; e per certo doveva credere il suo atto di cerusico, perchè, conchiudendo il colloquio, e levando alquanto la voce in suono di _miserere_, disse:

— Caro mio, il morto è sulla bara: senza rincalzi straordinari non si può reggere. O non vede, che sia benedetto! credito mobiliare, transatlantico, banco sete, meridionali, rendita.... tutto fa acqua, e le trombe non bastano.

— Provvederemo — rispose Omobono, chiudendo i libri; tornate a dormire.

Ma non andò mica a dormire Omobono, il quale uscito di casa per mezzo di una porta segreta stette fuori fin verso le cinque del mattino. Dopo circa un mese la cassa del Banco si riempì di enorme quantità di biglietti di varie banche così italiane come estere, di che preso subito fumo il Nassoli, il quale per malizia avrebbe dato tre punti ad un questore, quando si ridusse in camera a dormire se ne portò un fascio, dove a tutto bell'agio, accese prima due candele, se li fregò lungamente traverso le palpebre: fatta e rinnovata la prova si condusse con la solita precauzione nella stanza da letto di Omobono, e quivi susurrò insieme con lui un secondo colloquio; però le voci sommesse non escludevano i gesti risentiti, e per quanto Omobono insistesse, il Nassoli pareva duro a non lasciarsi persuadere; all'ultimo Omobono scappò fuori con queste parole:

— Lo vedo anch'io, la galera bisogna che voghi con altri remi.

— Non ci è che dire — ripetè il Nassoli — bisogna che con altri remi voghi la galera.

— Chi è che ha parlato di galera?

— Galera ha detto _lei_, ed io ho approvato.

*

Di un tratto cascò e sbalzò Omobono in casa del suo genero a Torino, onestando la sua comparsa con dieci pretesti uno più plausibile dell'altro, e veruno era vero; ci si trattenne due giorni nei quali non rifinì mai di ragionare delle faccende domestiche dei suoi figliuoli, che tanto gli stavano a cuore, e dimostrava loro come dovessero partirsi da Torino per venire a Milano; a Torino non tenerli parenti, nè amicizie vecchie, nè sostanze, nè traffici, nè affezione di luogo natio: colà gli sarebbe riuscito più destro incamminare i nipotini ormai adulti, il maggiore avrebbe tolto seco, secondo la promessa, per iniziarlo nella banca dove aveva a succedergli.