Part 8
Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma, proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all'antica sua sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al cane, che scottato dall'acqua calda teme la fredda.
E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto chiede talvolta perdono e piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di quella consoli l'anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te frutteranno più tardi, ma inevitabilmente per la umanità, la quale, per tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la messe.
Tu sai, figliuolo mio, come io non abbia mai fatto piangere alcuno, e tuttavolta pochi uomini furono così pertinacemente e così universalmente perseguitati quanto me; però pochi lo sanno, e poco comparisce al di fuori, e ciò perchè quando io rilevava qualche batacchiata delle grosse, me la succiava senza gridare: «Ohi!» e me la faceva medicare la mattina avanti giorno, come il Garibaldi costumò a Roma per la ferita riportata nelle costole durante l'assedio. Gli uomini sono naturalmente nemici di chi li supera in senno, e due volte tanto quelli che li vincono in virtù, e così non dovrebbe essere, imperciocchè ogni uomo possa, dove voglia, fare onorato procaccio di virtù, mentre ad acquistarsi ingegno la volontà sola non basti. Questo odio, io lo ripeto, per me credo che venga da natura, dacchè l'uomo troppo riccamente dotato di sapienza o di cuore rappresenti una ingiustizia della quale tu non sai nè a cui nè come chiedere ragione, intantochè l'universale o favorito meno, o del tutto diseredato, si senta per simile parzialità minacciato e avvilito. Nè gli amici alla svolta tu proverai tutti oro di coppella, che anche essi patiscono di quello di Adamo, e le gioie dello amico loro non piacciono intere, nè i suoi dolori interi dispiacciono: e va bene; però a me non garba, e come non soffersi vivo, così non patirò morto che gli uomini vengano nelle mie case a rizzare su il telaio della loro ipocrisia. Alla stregua dell'ardore col quale mi hanno straziato in vita, tu vedrai lo sciame dei calabroni affannarsi ad onorarmi ed a levarmi a cielo morto. Appena saranno sepolti i miei molti difetti e le scarse virtù, essi si sbracceranno con marre e vanghe a levare di sotto terra le moltissime virtù che non ho posseduto mai, e salutarmi spirito unico, anzi divino; e ciò per due ragioni, entrambe le quali fanno capo al loro interesse privato; la prima per far mettere nel dimenticatorio la iniqua guerra che mi dichiararono in vita, e sottrarsi a questo modo ad ogni pericolo di possibile vendetta; la seconda per usurpare, con lo invilupparsi dentro un lembo del mio tappeto mortuario, un brandello della mia fama. Tu impedisci gli interessati funerali; notte tempo dammi sepoltura allato al padre mio: non un segno sopra la fossa, non una parola: lascia che il flutto del tempo libero e pieno passi sopra di me; dov'egli non mi sommerga intero, il popolo memore, levandomi più tardi un monumento, attesterà che io me lo sono meritato.
Le statue erette in vita ad ogni maniera di persone, massime a principi, bene attestano l'abiezione di cui le inalzava, non già la virtù di quello al quale vennero rizzate. E nè anche le scolpite a principi morti sempre ti appariranno sincere, come quelle che intendono piaggiare i principi vivi. Così i toscani, maestri a vestire la servitù col lucco della libertà, posero il simulacro a Leopoldo I col motto: _quaranta anni dopo la sua morte_; ciò è vero, ma tu pensa che allora reggeva sempre in Toscana assoluta la stirpe di lui. O perchè non pensarono essi all'immagine del loro Leopoldo, quando il re Carlo Ludovico, borbonico, o la principessa Elisa, napoleonide, regnavano fra loro? Allora gli anni sarieno stati meno, ma la volontà più sincera; adoperando le arti degli adulatori fecero sospettare bugiardo quello che in altra guisa sarebbe sembrato verace.
Finalmente considero: noi altri per ordinario paghiamo il fitto per istarci in casa, ovvero la compriamo, ed in questo caso l'interesse del capitale impiegato rappresenta la pigione. Alla patria poi dove abbiamo abitato durante tutta la nostra vita veruno pensa a lasciare qualche cosa: parmi, male. Tutti quelli che possiedono facoltà sufficienti avrieno da lasciare alla patria o poco o assai, perchè si formasse in lei un patrimonio bastevole di compartire al popolo la educazione, o piuttosto l'educazioni _fisica_ prima, _morale_ subito dopo, poi _intellettuale_, all'ultimo _industriale_; e non dico così perchè l'una incominci dove l'altra finisce, che sarebbe errore, bensì perchè le educazioni _fisica_ e _morale_ devono primeggiare sopra le altre: operando diversamente o non si approda a nulla, o si fa peggio. Se la fortuna non mi si fosse mostrata sempre con la faccia del leone, a cui mi fu mestieri strappare i denti, avrei avuto cuore per imitare i più illustri benefattori della umanità, ma trovandomi povero per la troppa famiglia con la quale mi giocondò la natura, non mi è concesso fare quanto vorrei: onde io chiedendo perdono alla patria della offerta meschina, spero che ella vorrà gradire il buon volere e tenermi conto dello esempio atto a condurre altri più fortunati di me ad imitarlo con maggiore efficacia.
Lego pertanto al municipio della mia città scudi duemila, affinchè procuri che in capo ad ogni anno gettino cento scudi d'interesse, e se centoventi non guasterà nulla: di questi costituiscasi un premio, e conferiscasi al giovane di cui la età non superi gli anni sedici, il quale prima della metà del marzo abbia mandato al municipio la migliore poesia, in conforto o in laude di qualche virtù guerresca. Gli scritti spediscansi chiusi e innominati; solo li distingua un numero o un segno. Aperti, leggansi in piena adunanza, poi eleggasi una Commissione perchè gli esamini di proposito e li giudichi. Convocata per altro giorno nuova adunanza del municipio, odasi il rapporto della Commissione, e diasi il premio mandando la proposta a partito; bene inteso che i consiglieri possano nella votazione loro avere riguardo o no al giudizio della Commissione.
Queste però raccomando abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I commissari al pari dei consiglieri considerino prima di tutto la purità della favella: in seguito l'altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore delle immagini.
Del vecchio possediamo abbastanza, e ottimo, e disperazione espressa superarlo: ancora, chi va dietro agli altri non gli va mai innanzi; così diceva Michelangiolo.
Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri lati possa comparire degnissima.
Rispetto allo idioma, egli è chiaro come per lui, anzi principalmente per lui gli spiriti patrii possano ridursi in ogni estremo dentro un cassero dove resistere alla invasione straniera. Lo straniero prima ci entra in bocca, poi in casa. Nelle faccende della patria il tutto sta nel cominciare da manomettere, si comincia dalla lingua e si finisce con la coscienza: questa è la storia della più parte degli scrittori dei giornali: come dall'odore del muschio tu ti accorgi, che quivi è passato il serpente, così dallo strazio della lingua sarai avvertito che colà si fece macello dell'onore. In questa sentenza concordano santi Padri e scrittori profani.
Che se a taluno pigliasse vaghezza di conoscere la ragione di questo mio legato, io lo chiarisco con quattro parole. Posto in sodo il vario fine al quale devono mirare le diverse educazioni, egli è certo come per conseguirlo intero abbisognino instituti dispendiosi e moltiplici: mancandomi a tutto il potere, e pur volendo che l'obolo mio torni di utilità alla patria, ho pensato promovere la poesia, di cui lo esercizio nobilita il cuore e sublima l'intelletto. Ho sempre giudicato che l'anima dello altissimo poeta sia complessa e composta delle facoltà di legislatore, di guerriero, di magistrato, e di cittadino. Anche poni mente a questo: l'uomo nato poeta finisce con lo esercitare una o più delle facoltà accennate; all'opposto, l'uomo che negli esordi della vita si senta propenso a legge, ovvero a guerra, non mette mai capo al poeta: dunque parmi evidente che la poesia contenga in sè maggior copia di potestà creatrice. Aggiungi altresì che lo intelletto non governato dal cuore riesce sempre funesto, e ciò per suprema sventura a ragguaglio della grandezza di quello; che se per converso lo intelletto ed il cuore nell'uomo grande si corrispondano con divina armonia, allora la benedizione di Dio si distende sopra la terra che gli diè nascimento. Ora veruna disciplina, verun'arte, verun magistero, per opinione mia, è capace quanto la poesia a generare questa corrispondenza, e generata crescerla.
Lascio alla mia patria voti, onde ella diventi virtuosa e feroce: dal consorzio umano a nostro modo incivilito altro non se ne potrà cavare, per dirla col Dante, che
Ruffian, baratti e simili lordure,
alla men trista una serqua di avvocati; nei tempi che chiamiamo barbari incontriamo sempre qualche eroe, con la scure al collo, se vuoi, pur sempre eroe.
Non bisogna riformare, bisogna mondare.
Queste le novissime parole scritte dallo zio Orazio al nipote Marcello poco prima che lo cogliesse la morte.
CAPITOLO IV.
LA FANCIULLA.
O lettore, con la facilità con la quale tu hai voltata questa pagina, il tempo fece passare dieci anni dalla morte dello zio Orazio; tienti per avvisato; ed ora ripiglio la storia, dove intreccerò le cinque vite dei figli di Marcello e d'Isabella, come costumano coi piombini le fabbricatrici di cordone.
_Ab Jove principium_ fu dettato degli antichi; ai giorni nostri non corre più. I numi stessi avuta la disdetta, sfrattansi dai cieli, nè più nè meno dei covoni per San Martino: quei loro deliziosi Olimpi e cotesti loro terribili Averni chiudonsi come le botteghe per le feste d'intiero precetto. Della magnifica eredità dei figliuoli di Saturno, messa in liquidazione, ohimè! che avanza? Qualche soggetto di pittura da condursi pei soffitti delle case o pei ventagli delle donne. Donne e fanciulle si fanno vento con Giove armato di fulmini, mentre principi e Parlamenti sbigottiscono di un papa armato con le scomuniche.
Non solo le umane, bensì le divine cose durano finchè le sostenga la forza; e Giove stette, non per le folgori, in cielo, ma sì pei carnefici, che gli prestavano in terra, re, sacerdoti e popoli; sì, importa del continuo rammentarlo, anco i popoli, i quali troppo spesso dimostrarono a prova istinto di sacerdote e di tiranno.
Dunque diamo di frego a Giove, ma potrò fare altrettanto con lo Amore? Non è concesso; però che sebbene lui salutassero Dio insieme con Giove e non possieda guardie di pubblica sicurezza nè giandarmi, tuttavolta egli regni sempre e governi.
E questo avvenne per la ragione che Amore fu una maniera di Talleyrand divino, il quale giustificava, anzi vantava le sue giravolte politiche, dicendo avere servito lo Stato, che rimane, non i principi, che se ne vanno, così Amore compiacque alla natura eterna, non agli Dei, caduchi anch'essi e mortali. Servendosi dell'ali si voltò in un attimo alle insegne del vincitore; anco Mercurio potè fare così, e poichè questi ebbe in sorte maggior copia di ali, tu lo trovi in troppo più luoghi che Amore.
Mercurio in Chiesa, Mercurio in Camera, Mercurio in Corte, Mercurio fuori e dentro le stanze dei ministri, Mercurio dentro e fuori dei Parlamenti; nell'aria, nella terra, nel fuoco e nell'acqua Mercurio; Mercurio per la stagione che corre si è spinto al calore dell'olio bollente, e quivi sta. Mi tarda andare a Roma per vedere la Basilica del Vaticano consacrata a Mercurio.
Innumerevoli, fin qui, le trasformazioni di Amore, nè accennano cessare per ora. Bisogna essere giusti, Amore lasciò piangendo Psiche, la celeste sua sposa, e Venere degenerata madre l'ebbe a pigliare per un orecchio, onde trarlo pei ginecei greci e romani; dove, fiutato il tempo, appena gli venne fatto fuggì via e si diede a bazzicare con un visibilio di tenere Marie, di più tenere Caterine e Brigide e di tenerissime Terese; nè parve meno leggiadro aleggiare intorno le chiome bionde della bella di Magdala, o su i salteri dei veli e le cocolle, che un dì sulle ghirlande di mirto e di rose di Aspasia o di Flora. Abelardo ed Eloisa informino.
Come colui che imprende lontane navigazioni per procacciare tesori alla famiglia, l'Amore, tenendo sempre fermo il domicilio nel cuore della donna, militò sotto le insegne della religione cristiana, e fu più volte _Crociato_ in Asia; certo alla presa del Tempio di Gerusalemme il sangue umano arrivò a mezza gamba dei Crociati; e che rileva? Non per questo meno, anzi giusto per questo, i pii guerrieri obbedivano all'estro dell'Amore religioso. Amore svelse i figli dalle braccia materne e i mariti da quelle delle mogli, e gli frombolò sopra i campi di battaglia, dove rese sacro il sangue versato, e, convertite le belve in martiri, santificò la strage: acerbo mostrava allora il sopracciglio, e pure piacque, dacchè ad alta voce esclamasse: io sono Amore di Patria e di Libertà. Amore si condusse, non badando pericoli o travagli, sopra le plaghe estreme del mondo per esplorare i segreti del firmamento, o in mezzo ai ghiacci eterni rinvenire un passaggio al polo, ovvero scese giù nelle viscere della terra per leggerne la storia nei vari strati della materia che la compongono, come nelle pagine di un libro, e volto ai mortali con sembiante austero egli disse: abbiatemi caro, che io sono l'Amore della Scienza. Nè Amore solo si trasforma, ma si moltiplica, e posta la radice nella famiglia, quivi, portentoso vilucchio, si rintreccia con lo amore dei consorti, dei figli e dei fratelli: amori non affatto uguali negli atti e nelle sembianze, e non di manco somiglievoli come chi nasce da una medesima schiatta.
E poichè natura volle che la metà del genere umano fosse di femmine, nel _Pater noster_ delle quali amore tiene luogo del pane quotidiano, due cose per me e per te, o lettore, hanno a resultare chiare, che senza Amore tu non potrai comporre nè città, nè provincia, nè famiglia, nè romanzi e nè nulla; e che o repugnanti o nolenti, ci tocca a parlare, di nuovo parlare, e sempre parlare di donne. Fato dei fati è la donna!
Dunque io vi parlerò di Eponina, la stupenda fanciulla; perchè così l'avesse chiamata Orazio, tu se ne hai vaghezza potrai riscontrarlo nel paragrafo XXI dei _Ragionamenti di Amore_ del buon Plutarco, e ti conforto a farlo, imperciocchè tu leggerai una pietosissima, non menochè mirabile storia. Ora io dovendo mettere parole di Eponina, vado incerto se deva o no descriverne il sembiante: la critica con molesto ronzio mi bifonchia nell'orecchio destro: «la bellezza della eroina di un libro, già si sa, la è _rima obbligata_, e siccome gli scrittori s'incaponiscono a dimostrartelo, per filo e per segno, così condannano il lettore al supplizio di udirne una descrizione a ritaglio, dalla quale, raccolta insieme, tu non troverai, per quanto tu ti ci arrabatti sopra, modo di formarti, neppure alla lontana, una idea di cotesta bellezza. Che se, per un impossibile, su coteste postille tu giungessi a disegnare un viso, tu li comporresti tutti eguali come le ciliege che tu cogliessi dal medesimo albero.»
La critica, a senso mio, se ne piglia troppo, e quello che dice non è vero niente: anco i pittori, quando ritraggono bei volti di donna, hanno a dipingere sempre e nasi, e occhi, e bocche, e l'altro che viene dopo, o che per questo dovrebbero buttare i pennelli fuori di finestra? Infinita è la varietà della natura; ogni creatura forma un tomo a parte: nel creato non occorrono sinonimi. Che se lo scrittore non basta a somministrare al lettore tratti che gli valgano ad immaginarsi la bellezza descritta, è segno certo che non gli arrisero le Muse, e la Natura non glie lo volle dire; e se il poeta non mette varietà nelle descrizioni significa che trovandosi padroneggiato da un tipo (forse la faccia della donna sua) dimenticò l'obiettivo dell'arte pel soggettivo della passione, e lo incastra in tutti i suoi componimenti, come Raffaello adoperava della Fornarina nei suoi dipinti.
Eponina non ritraeva per nulla i contorni delle statue greche, che bellissime nel marmo, mi farebbe paura riscontrare nei volti di donna: sopra cotesti ovali di perfezione disperata, sopra coteste linee rigide e' sembra che tutto abbia a scivolare, suoni, aliti, baci, lacrime ed affetti: l'Amore, accarezzandoli, ci si reciderebbe le mani. Tale non compariva Eponina. La fronte avea larga e prominente alla radice dei capelli, poi con dolce curva rientrava fino sulle sopracciglia, donde prendeva principio un'altra curva delicata, quella del naso alquanto vòlto in su, quasi per aspirare quanto di vita alitasse nell'aria. Le chiome, composte ora in una foggia, ed ora in un'altra, e tutte leggiadre, ella teneva strette intorno alle tempie; se le avesse sciolte le avrebbero ventilato dietro le spalle come ale di angiolo, tanto erano copiose e dorate. Sotto le palpebre sempre mobili[12] scintillavano gli occhi, non azzurri, non neri, bensì di un colore strano, grigi come ferro troncato, composti nelle pupille di cerchi concentrici, ognuno dei quali mandava il suo raggio, donde riuniti in fascio prorompeva un getto di luce elettrica da rassomigliarsi a quello che emana a volta a volta dagli specchi giranti dei fari. Il contorno del volto, alquanto depresso sulle guancie, glielo faceva comparire piuttosto lungo che no; bianca, non candida,[13] della bianchezza dell'alabastro, del continuo tinta, secondo le impressioni che le venivano di fuori o dei pensieri che le turbinavano dentro, di tutte le più soavi sfumature dello amaranto. La forza straordinaria dei muscoli dei suoi labbri non consentiva ad Eponina atteggiarli al sorriso; s'ella (e ciò accadeva di rado) li apriva all'allegrezza, dava in ghigni strepitosi a modo di baccante, e se alla favella, ovvero al canto, era una Musa.
[12] Fu questo un attributo di Venere, e n'ebbe nome, che Esiodo ricorda ελικοβλέφαρος.
[13] A chi preme conoscere qual diversità sia fra bianchezza e candidezza, lo può vedere nel Firen. Di., _Della bellezza delle donne_.
Il re poeta scrisse che il firmamento racconta la gloria di Dio, ed ha scritto bene; così del pari il Genio, o vuoi l'altissimo Intelletto, manifesta la sua presenza sopra la fronte della creatura umana. Forse non uscì mai dalle mani del creatore arnese come Eponina, adattato a sentire ed a rendere le più sottili vibrazioni del dolore e del piacere; vera arpa eolia esposta agli aliti della natura. Ella copiosa nel dire leggiadramente arguto, ella inesausta nelle fantasie, ma soprattutto portentosa nel suono e nel canto. La sua voce si sviluppava come una larga onda ch'empiesse ogni cosa d'intorno d'inusitata contentezza; quando poi si rompeva in miriadi di note, al pari dell'acqua della cascata, la quale balzando di roccia in roccia si sbrizza in innumerevoli stille giocondate dai colori dell'iride, allora uno spolverio di luce, un acuto diletico, un tintinno inebriante investiva i sensi degli ascoltanti, i quali sentivano consumarsi e pure non avrebbero a verun patto consentito che cessasse cotesto voluttuoso tormento, nel modo stesso che Clizia infortunata quanto più si disfà più s'innamora del Sole.
Queste già erano doti più che bastanti per assicurare alla nostra fanciulla la vita piena di affanni, e tuttavia ella ne possedeva altre parecchie e non meno gravi: troppo superiore a quanti la circondavano, non lo poteva celare a sè stessa nè ad altrui; a che giova mostrarci in atti ed in parole modesti, quando il fatto manifesta ad ogni momento la tua preponderanza? Ragionando, mercè la grazia del dire e la potente dialettica, riduceva al silenzio quanti si fossero fatti ad argomentare con lei; vero è bene che il torto stava sempre da parte di loro, ma se fosse stato alla rovescia, sarebbe tornato lo stesso; e la madre, innamorata della sua prole, sempre lì ad attizzare, invece di spegnere la vampa. Punisconsi le madri per disamore ai figli, ed è giusto; ma importa sapere che più si trovano madri le quali perdono i propri figli per soverchio affetto. Nè qui forse giaceva il guaio maggiore, che Eponina, con quel suo veemente ingegno, non poteva essersi rimasta dal tuffarsi intera nelle eccessive dottrine, che da molto tempo hanno spiccato il bollore intorno alla emancipazione della donna. Qui non cade il destro di ragionare su questo argomento, ma si avverta che sempre il soverchio ruppe il coperchio; e che infermo infastidito di giacersi sopra un fianco non guarì mai per subito voltarsi sull'altro. Badino le donne che oggi, come in antico, potrebbe accadere che l'albero della scienza non fosse l'albero della vita: non si stieno a confondere, esse avranno sempre bene meritato dell'umanità e di Dio educando figliuoli come gli antichi Gracchi, o come i moderni Cairoli. Raccontano le vecchie storie come Uguccione della Faggiuola, standosi a Lucca, udita la ribellione di Pisa, partì in fretta e in furia per ricondurla in sua potestà; votata appena Lucca, questa gli si rivolta a sua posta, sicchè perse Lucca e non riacquistò Pisa: ora voi, donne, che avete intelletto di amore, potrebbe darsi che guadagnando poco (chè nulla io non lo voglio dire) nella gloria, scapitaste moltissimo nell'affezione.
E per disgrazia capitarono sotto gli occhi di Eponina i libri della donna, che, se la fama narra il vero, quantunque sposa altrui, tolse, invereconda, il nome dell'amante; nè paga del commesso errore, voltò le forze dello ingegno a giustificarlo, anzi a voltare la colpa in merito. _Lelia_, _Valentina_ e _Indiana_ (qualunque possa giudicarsi il merito letterario di coteste opere) vincono in infamia di assai i libri più osceni, imperciocchè questi infiammino i sensi, mentre quelli corrompono l'anima.
E nonostante questo, e forse appunto per questo, aggirata Eponina nel turbine delle impressioni e degli esercizi continui, giunta al diciannovesimo anno non aveva per anco sentito verun trasporto d'amore; per ora amava sè; ma venne il tempo, chè non può mancare, nel quale dell'arpa e del piano forte non vide che legni, sciapiti le parvero i suoni, fastidì, nonchè altro, la propria voce; come tratta fuori di sè guardava sovente il cielo, quasi aspettando la ispirazione dall'alto, ovvero tendeva l'orecchio per raccogliere un suono indistinto e lontano; le si gonfiava il seno con frequenti sospiri, ed anco in altro modo più sensibile le si gonfiava; negli occhi un balenìo, negli orecchi un sibilo. Allora vogliosa di solitudine volgeva il passo verso il camposanto della città, nel quale entrata, si poneva a sedere su qualche avello in atto di dolore; ma intanto che i passeggeri nel mirarla la compassionavano, ella, mutata voglia, si sentiva presa come da smania di correre dietro a due farfalle, che parevano inseguirsi a vicenda e scansarsi, aliandosi attorno senza agguantarsi mai.