Part 6
— No, rispose il medico; le si poteva prolungare per qualche giorno, in mezzo ai dolori, la vita: mi sono doluto, che non mi aveste chiamato prima così per abitudine, che per altro, costumando noi altri medici mettere le mani avanti per non cascare; ed io, sappiate, sono di quelli che credono in coscienza carità cristiana in questa maniera di malattie abbreviare le sofferenze del paziente, ma ciò non usa, e il costume fa legge. Vi rammentate la storia degli appestati di Giaffa? Napoleone costretto ad abbandonarli presagiva di certo che i Turchi gli avrebbero lacerati in brandelli, onde gli parve partito umano ministrare loro forte dose di oppio perchè morissero in pace, senonchè il medico Desgenettes ci si rifiutava netto con una frase da tamburo, che suona perchè è vuoto: «l'arte mia consiste nel restituire agli infermi la salute, non già privarli di vita.» No, signore, io non la intendo così; per me l'arte medica si mette dinanzi due fini del pari importanti; il primo, e principale, rendere la salute quando si può, e di rado si può; il secondo, di alleviare con tutti i mezzi la sofferenza. Qui nel caso nostro si tratta di vizio organico, il cuore è guasto profondamente, il palpito, irregolarissimo, minaccia da un punto all'altro cessare: le acque spandendosi per tutta la persona hanno compìto l'anasarca... Vi manderò una pozione oppiata... gliela ministrerete spesso in piccole dosi... Se anche in copiose, non ci sarà niente di male.
— Capisco, — rispose Marcello, — ma io gliela porgerò in piccole; perchè, sarà la mia, se volete, una virtù codarda, ma dall'altro canto considero che persuadendo l'uomo di sostituire il proprio arbitrio alla regola, non sapremo più dove andremo a cascare una volta scavalcato il fosso.
Il medico tentennando il capo parve assentire, e nel prendere licenza raccomandò a Marcello, sia di notte, sia di giorno, non si rimanesse di mandarlo a chiamare; soprattutto badasse allo zio; e strettagli forte la mano si partì.
Con pietoso inganno (la Betta in ciò adoperandosi massimamente) Marcello ed Isabella giunsero a nascondere allo zio Orazio lo stato in cui si versava l'affettuosissima donna; ma giunta la terza sera dopo la prima visita del medico, Betta fece cenno a Marcello le si accostasse; allora di un tratto gli gettò le braccia al collo e pianse; poi con un filo di voce gli disse:
— Figliuolo mio, non ne posso più... ecco, mi sento proprio morire: ho considerato se mi riusciva astenermi da rivedere lo zio, ma non ho forza che mi basti: vammelo a chiamare; tanto questo dolore ha da soffrire... ed io qualche parola che lo consoli potrò pure dirgliela.
Orazio, udita la chiamata, antivedendo sciagura, si gettò giù dal letto, e avvolto appena dentro una coperta fu al capezzale di Betta, la quale tostochè lo vide così sciorinato prese affannosa a parlare:
— Marcello, per l'amore di Dio, fa' di coprire lo zio, che non abbia a chiappare qualche malanno.
— Sì, giusto — replicava Orazio respingendo stizzoso Marcello — adesso è caso di pensare a reumi! Che novità son queste, Betta? Betta, Signore! Betta, non mi spaventare.... dimmi? Come ti senti? Bene, non è vero? Via, non tanto male.
— Signor Orazio non si spaventi; si metta a sedere qui accanto a me. Senta io l'ho conosciuto sempre uomo di stocco e cristiano: dunque si chiami le sue virtù intorno al cuore per sopportare l'annunzio che fra poco.... stanotte.... di qui a due ore Betta la lascerà.... la lascerà per sempre.
— Oh! — con voce roca proruppe Orazio, e cadde in ginocchioni accanto al letto, stringendo con ambedue le mani la destra della Betta, la quale con molto sforzo proseguì:
— La mi perdoni, caro signor Orazio, se la lascio così in asso, mentre più che mai, poveretto, lo vedo bene, ha bisogno di cura.... la colpa non è mia.... però aveva pregato tanto il Signore che mi permettesse di starmi per un altro po' di tempo in questo mondo: egli, che legge nei cuori, sa se lo facessi per me.... a lui non piacque esaudirmi, pazienza! Basta che ella non se la pigli a male, chè, quanto a me, me la terrò in benedetta pace. E tu, Marcello, con la tua Isabella raddoppiate l'assistenza a questo santo vecchio.... ve lo raccomando con tutto il cuore e con tutta l'anima.... povera me!.... vagello.... o non siete voi suoi figliuolo e figliuola di amore? Che bisogno avete delle mie raccomandazioni? Proprio pensieri del Rosso.
Qui tacque, che la commozione le tolse il respiro: dopo alquanti minuti di sosta riprese:
— Signor Orazio.... Orazio.... senti.... vorrei domandarti una grazia.... mi scuserai? Ora qui presso a morte.... ti contenti che io ti baci.... la mano.... il primo e l'ultimo.
Orazio aveva la gola come stretta da una tanaglia; si sforza parlare e non gli riesce; si leva, e presa con ambedue le mani la faccia della Betta, la bacia e la ribacia in fronte, su la bocca, e sugli occhi, e Betta a posta sua lo baciò più volte, fra un bacio e l'altro alternando i cari nomi di padre, di fratello e di sposo dell'anima. — Di un tratto a Orazio vennero meno le gambe di sotto, vampe infocate gli turbinarono dinanzi agli occhi, finchè perduti affatto gli spiriti cadde sul pavimento a' piedi del letto. Allora Betta bisbigliò:
— Sia ringraziato Dio, che la è andata a finire così! Marcello, aiuta lo zio, che si è svenuto. La Provvidenza ebbe misericordia di lui, lo tolse al senso dei mali presenti. Or va'!... non ho più bisogno di nulla... lasciatemi morire in pace.
Marcello sovvenuto dai famigli trasportava lo zio nella sua camera, nè lo abbandonò se prima nol vide tornato in sè. Il povero uomo, tostochè ebbe ripreso gli spiriti, volle ricondursi presso la cara donna, ma gli mancarono le forze, ond'egli sospirò dal profondo e pianse; poi disse a Marcello:
— Tu almeno va', figlio mio, ad assisterla fino all'ultimo... ahimè! Povera Betta?...
Marcello cheto cheto si pose dappresso alla morente, la quale ansava in molto orribile maniera e con sempre crescente affanno: ad ora ad ora apriva gli occhi, ma si vedeva espresso che pupille irrequiete e strambe erravano prive di conoscenza. Secondochè accade ordinariamente sullo spegnersi dello intelletto, si ravvivò nella Betta, mandò un ultimo lampo, e potè dire:
— Orazio! Orazio!
E Marcello chinato all'orecchio di lei mormorò sommesso:
— Sono io.....
— Chi io?
— Marcello, il tuo Marcello.
— Sii benedetto... dammi la mano... ti vedo appena... un'ombra... insegna ai bimbi il mio nome, se non ti affliggerà... se no tacilo addirittura... tu amami sempre... Marcello... O Dio! non ti vedo più... non... più...
*
Strana cosa a dirsi! Orazio, morta Betta, non pronunziò mai, mentrechè visse, il nome di lei, quantunque si conoscesse che ella gli stava sempre dinanzi la mente: a mensa talora fissava il posto che ella aveva occupato in vita, e col braccio levato stava lì per non pochi minuti, quasi le volesse parlare: i pietosi figliuoli provarono da prima distrarlo da cotesta fantasia, ma ebbero a pentirsene, perocchè subito dopo lo assalissero le convulsioni: se avveniva che altri pronunziasse il nome della defunta, subito, quasi per iscatto, la destra gli saltava sul cuore. Talvolta sulla sera egli penetrava nella stanza mortuaria della Betta, e quivi posto il capo sopra il capezzale ov'ella era spirata si tratteneva lungo tempo; quando ei ne usciva pareva ci avesse lasciato un frammento di vita. Non si attentarono impedirlo; diede alla cara salma onorata sepoltura, e fece incidervi sopra il desiderio ardentissimo di tenerle dietro, espresso con le parole: _A rivederci presto_.
Una tristezza senza fine amara erasi aggravata sul cuore di Orazio nel considerare le fortune afflitte della patria. Egli fu dei pochi che sotto il tremore della tirannide universale ardirono primi levare la faccia, e saettarla con tutte le armi che amore e furore metteva loro nelle mani; nature eroiche ed immaginose, razza di Titani, i quali quante volte erano stramazzati a terra, tante ne sorgevano più rubesti che mai: gaudi i pericoli, le cospirazioni sollazzi, tripudio percuotere, essere percosso, e per taluno perfino la morte. Vollero e operarono affinchè la patria rifiorisse nella gloria e nella libertà, ed ora la vedevano strema di sostanza, e di onore: presi in uggia i magnanimi, e peggio ancora calunniati o derisi; le memorie loro rase via dalle carte e dai marmi. Adesso sopraggiunse la invasione dei lumbrichi; essi regnano e governano; e gran parte di questi una gioventù presuntuosa e corrotta. Pochi, per sottrarsi alla infamia dei tempi presenti, s'inebriarono con la voluttà della morte, e corsero là dove si parava la occasione di morire, e morirono; ma raccolto prima nelle palme le ultime stille di sangue, lo avventarono contro gli abietti deturpatori della patria, perchè almeno ne restassero segnati. Divini gesti un giorno, e celebrati nei tempii, oggi scherniti ed inani, imperciocchè il popolo un giorno stupido di paura, ed oggi risentito male, invece di nobilitarsi nella dignità del lavoro, e procedere sobrio e severo nel cammino della rigenerazione, noi lo vediamo dare mano egli stesso alle arti della corruttela. Una volta il tiranno si assottigliava il cervello per somministrare al popolo pane e circensi; adesso il popolo gli ha tolto questo incomodo; pensa da sè a inschiavirsi.
Però uno stringimento incessante logorava l'anima di Orazio, il quale se la sentiva disfare in polvere come ferro sotto l'azione della lima. «Il padre delle misericordie potrà perdonarmi forse, ma non mi perdonerò mai io, per avere creduto che la causa della libertà potesse confidarsi nelle mani dei re — spesso andava dicendo Orazio, ed aggiungeva: — non vi confondete, il popolo nelle monarchie lo proverete più schiavo che non è tiranno il principe.»
E lo rodeva altresì la sollecitudine di non sapere quale avviamento dare ai figli del suo nipote: le femmine gli parevano uccelli, a cui educhiamo le ali perchè lascino il nido; e giova appunto che sia così: pei maschi, il nostro consorzio civile possedeva un giorno parecchi indirizzi lodevoli, oggi li sperimentiamo tutti cattivi, anzi pessimi. Le varie professioni delle quali si onora la vecchia civiltà, mirale adesso, e dimmi poi se non ti paiano tante serpi sul capo di Medusa. Il sacerdozio campa di errore, la milizia o di ozio o di sangue; la mercatura arrena dove due interessi armati stanno l'uno contro l'altro, nè possono uscirne altrimenti che o ficcando la botta o buscandola. I banchieri impiccatori destinati ad essere a _suo tempo e luogo appesi dagl'impiccati_. Gli avvocati redivivi Mitridati, che si pascolano e ingrassano co' veleni dell'ira e della calunnia venduti: i buoni rari, e questi perseguiti a morte, perchè minaccia ad un punto ed accusa alla turba dei tristi. La scienza anch'essa servile, e intesa più a nocere che a prosperare la umanità, laddove non la esercitino persone favorite dalla fortuna: di vero, confrontate lo speso nel traforo del Moncenisio con quello nel bombardamento di Parigi, e giudicate. Rifugio unico l'agricoltura; agricoltori i romani e soldati; ma Orazio non possedeva tanta terra che bastasse ad occupare tre figliuoli; tuttavia questo era il meno che lo affliggesse, imperciocchè egli costumasse dire che a buona lavandaia non mancò mai pietra per lavarci i panni, e così per via di motti si consolava.
*
— Verrà....?
— Non verrà....
— Sì le dico, che verrà; o non sente il rumore di una carrozza.
— Bella riprova! Como se a Torino si trovasse la sola carrozza che condurrà il tuo suocero, posto che ei venga in carrozza.
— Ma ecco si è fermata all'uscio.
— Va' a vedere....
— Andiamo tutti: senz'altro è nonno.... sicuramente è babbo.... il signor Omobono.
Ed i fanciulli tutti con Isabella e Marcello corsero ad incontrare Omobono.... Orazio no, il quale per trovarsi in cotesto giorno più dello antecedente indisposto, si era rimasto seduto, e poi amava Omobono quanto il fumo agli occhi o giù di lì.
Omobono entrò in sala strepitoso e festante, tenendosi abbracciati da un lato e dall'altro, a mezza vita, figlia e genero: i fanciulli seguivano urlando, ed egli pure schiamazzava ingegnandosi sopperire con la chiassosa ostentazione al difetto di gioia verace.
— Guardatevi bene, signor Orazio, diceva Omobono, dopo avergli stretta la mano, di venire meco a contesa, perchè, voi lo vedete, la vostra bandiera al mio solo apparire andrebbe deserta, e voi cadreste prigioniero. Come state signor Orazio? Già, bene; oh! noialtri vecchi siamo schiappe di legno ferro, noialtri....
— Benvenuto signor Omobono, e vi ringrazio della visita che vi siete compiaciuto farci.
— Veramente, senza superbia, non ci voleva altro che voi per tirarmi qua: domani a casa è giornata di affari: stasera aspetto dispacci privati per regolarmi in _Borsa_; da un punto all'altro sono per arrivarmi i miei commessi dal Giappone, dalla China e dalla Tartaria, perchè quest'anno, vedete, ho fatto esplorare anche la Tartaria, per procurarmi seme _extra_; ho intenzione di mettere su bigattiere, strade ferrate, credito fondiario, società di miniere.... un mondo di cose senza contare la mia Banca, gli sconti di piazza, le anticipazioni su mercanzia.... basta, ho colto a volo la occasione di venire a Torino per concertarmi col ministro sopra certi negozi del Banco Sete, e dei Canali Cavour, e così ci ho fatto incastrare senza danno, o senza troppo danno, la contentezza di rivedere il mio sangue, e voi, signor Orazio, che mi siete più caro della pupilla degli occhi miei....
— Voleva ben dire che tu ti fossi mosso proprio per noi, — pensò Orazio; ed anco Isabella avvertiva il marrone paterno: quindi Orazio a voce alta si fece ad osservare:
— Tanto travaglio e tanto arrotarsi a che pro?
«Tutti _torniamo_ alla gran madre antica, E il nome _nostro_ appena si ritrova.»
— Magnifiche, signor Orazio, stupende queste sentenze, dentro un libro di filosofia e nei confetti parlanti; e voi, ditemi, perchè vi affaticate sempre e non quietate mai?
— Ma mi sembra, soggiunse Orazio, che tra porri e porri un divario ci corra: io mi industriai prima con ogni onesta sollecitudine a procacciarmi tanta roba, che bastasse a sostentarmi la vita; ottenutala, smisi di arrovellarmi, pigliando parte nelle faccende pubbliche, ovvero attendendo agli studi geniali.
— E che rileva cotesto? O che io, senza superbia, non avrei potuto con plauso esercitare qualcheduna delle belle arti? Anzi, se mi tasto, mi sento forte per affermare che sarei riuscito in tutte: ricordano a Bergamo la perizia con la quale suonava il flauto in gioventù; ed anco un dì mi sorrise la Musa, ma io elessi invece dedicarmi intero ai grandi affari, ai quali mi chiamava la mia propensione naturale, sicchè, senza superbia, io posso, con solerzia e sveltezza pari, condurre di fronte quattro aziende o sei, tra loro svariatissime, come sarebbe a dire bonificamento di terre, direzione di banche, di case di commercio, d'industrie agricole e commerciali, setifici, miniere, e via discorrendo. Impertanto il mio arrotarmi pari al vostro, il fine diverso; e se non temessi di recarvi dispiacere, io vorrei sostenervi come le mie fatiche sieno più generose o più utili delle vostre.
— Davvero?
— Ne dubitate? Ebbene, io ve lo dimostro. Quando voi alla vostra premura di radunare facoltà diceste: basta, ditemi un po' a chi pensaste voi? Alla vostra persona, e non oltre: ora io all'opposto mi occupo dei figli, e dei figli dei miei figli; difatti la roba vostra non credo, e non è sufficiente per la famiglia uscita da Marcello e da Isabella, per mantenerla nel grado in cui l'avete messa voi. E poi la opera mia torna non pure vantaggiosa alla famiglia, ma approfitta altresì allo universale.
Orazio buono uomo era, ma risentito alquanto, ed _ab antiquo_ i sassi chiamava sassi e pane il pane, onde rendendo artatamente blanda la voce soggiunse:
— Ecco, se voi non aveste peggiorato Marcello di un cento di mila lire, e vi compiaceste pagare la dote alla Isabella, la sostanza di casa mia avrebbe potuto sopperire a tutto; chè io mi tengo al sodo, e le girandole sono fuochi di artifizio; ma a ciò diamo di taglio; quanto ai banchieri io aveva sentito dire che quando s'incontrano co' pesci cani si fanno di berretta, e si salutano col nome di fratelli.
— E fosse così, anzi poniamo che la sia per lo appunto così; dite, signor Orazio, forse si divorano unicamente fra loro i pesci cani e i banchieri? Tutti ci divoriamo a vicenda; e siccome la batte fra divorare ed essere divorati, o la sa come ella è? Io stimo più spediente per me entrare nell'arciconfraternita dei divoratori.
— Già cotesto è il discorso e non fa una grinza, ma non ci vedo spuntare nè anche un crepuscolo di benefizio universale.
— O che abbacate voi di crepuscolo, mentre ci splende mezzogiorno sonato: mirate qua: è vero o non è vero, che i pesci nutriti ottimamente, secondo la usanza vecchia per la quale il più grosso divora il più piccolo, generano una moltitudine di nuovi pesci, che servono di gradita vivanda ai pesci fratelli ed a noi: se così non facessero morirebbero tutti: del pari fra gli uomini; se uno non si avvantaggiasse sull'altro, finiremmo tutti di miseria e d'inedia. Il sagace ridona in pioggia quanto ha risucchiato di nebbia. Affermano gli uomini venuti in società per sovvenirsi mutuamente, ed è vero, però col mezzo del divoramento scambievole; tanto vero questo, che mentre da un lato troviamo antichissimo l'uso di mangiarci fra noi, dall'altro vediamo crescere la umanità e prosperare.
— Sentite, Omobono, coteste vostre sono opinioni trovate fra le carabattole del misantropo Hobbes; hanno la barba bianca, e nessuno ci pensa più; per me ignoro se l'uomo sia fatto a immagine di Dio, e non ci credo; ma so di certo ch'egli gli infuse nel cuore nobili istinti, gli diede senso di pietà e amore di gloria; in mezzo all'anima gli stabilì un tribunale che si chiama coscienza, presso cui non ci ha barba di avvocato che valga ad imbrogliare le carte.
— Se le mie opinioni hanno la barba bianca, i vostri discorsi fanno dormire ritti. Sensi di pietà affermate voi? come va che quanto più risalghiamo alle prime origini dell'uomo, e più noi lo troviamo divoratore del proprio simile, con buona fede perfetta e con piena quiete dell'animo; e ai giorni nostri per avventura gli uomini hanno smesso la tenera usanza? Voi la sapete più lunga di me, e potete insegnarmi come costumassero portoghesi, olandesi, spagnuoli, inglesi nelle due Americhe, nelle isole del grande Oceano e nelle Indie. Gli spagnuoli adoperarono mastini per isterminare le razze dei popoli aborigeni, gl'inglesi i missionari; i primi distrussero co' morsi, i secondi con la bibbia. Lo rammentate voi Beniamino Franklin? Egli mandò in dono al Pitt una cassa piena di serpenti a sonagli, per mercede del bene che egli aveva fatto agli americani. Poco tempo mi avanza a leggere, ma ho sentito più volte levare a cielo i russi perchè, dopo conquistato mezza l'Asia Settentrionale, ci conservarono gli antichi abitanti, gli istruirono e li protessero; ci fondarono città, c'instituirono fiere, ci promossero l'agricoltura; insomma, essi, barbari, si mostrarono a prova più civili di noi. Fiori rettorici! cose da ecloghe e da buccoliche: veniamo al sodo; non ci è caso, per giudicare un tristo ci vuole un tristo e mezzo. Gli storici avrebbero a discendere tutti in linea retta dal Machiavelli ovvero dal Guicciardini, e se di questi valentuomini non si fosse sperso il seme, di lieve avrebbero compreso come nel settentrione asiatico regni tale una temperie, a cui è impossibile che altri si adatti, eccetto lo indigeno, mentre le terre occupate dagli spagnuoli e compagni di rapina apparivano comodissime a pigliarsi ed eccellenti a tenersi: quindi torna ai russi conservarci gli aborigeni ed incivilirli fino al punto, che da un lato essi diventino buoni a produrre quello ch'ei ci cavano, e dall'altro a consumare quello che ei ci portano. — È affare di bilancio. La chiamerai carità cristiana? No signore, è carità pelosa.
— Ma la coscienza, signor Omobono; vorreste voi negare la coscienza?
— La coscienza è come il solletico; chi lo patisce e chi no; e poi, caro mio, ditemi in grazia, la mia coscienza è proprio sorella della vostra?
— Oh! no.
— Voi ridete? Ebbene, io v'incalzo e vi domando se la coscienza vostra si rassomigli giusto alla coscienza di Pio Nono, del conte Menabrea, di santa Caterina da Siena, del Bismark, e via discorrendo? Vi ha tale spagnuolo, il quale si farebbe mettere a fette piuttosto di cibare carne il venerdì, e ammazzerebbe un uomo per un lupino. Che cosa pensate voi che abbia a dire la coscienza a cotesti cari re di Viti Leven, i quali si mangiano i propri sudditi a desinare? O santa ingenuità di sacra corona alterata in Europa![10] La coscienza di un tempo diversifica dalla coscienza di un altro; la coscienza di un paese non è più quella del paese accanto, pensa se del paese lontano! Caro mio, chi sa quanti, e quanti secoli la nostra razza ha vissuto senza intendimento del bene e del male, ed anche adesso riuscirebbe difficile chiarire quanti uomini vivano in simile ignoranza: la qual cosa, a parer mio, dimostra espresso che il bene e il male, secondochè gli intendiamo noi, siano faccenda del tutto artificiata, non già di natura. Caro mio, se colui che presiedè alla creazione di questo basso mondo ordinava che tutte le creature dovessero conformarsi ad una regola prestabilita, egli l'avrebbe appesa in alto in mezzo al firmamento, affinchè tutti l'avessero potuta vedere così di giorno come di notte. O non ci ha messo il sole, e la luna? Dacchè egli aveva le mani in pasta, ci voleva tanto a fare un sole guidatore al ben vivere? Se pertanto su in cielo il sole splende di giorno, e la luna di notte, egli è perchè non ci diamo dello zuccate, fra le quali, ho sentito dire, che non corre differenza in veruna parte del mondo; e se non ci fu messa la regola universale del vivere, significa aperto che si lascia in potestà nostra comportarci in un modo piuttostochè in un altro. Accade dei costumi appunto come delle lingue; la favella ci viene da natura, le guise del favellare dal talento degli uomini.
[10] Gli è vangelo schietto: il Macdonald, che visitò cotesta isola nel 1856, rinvenne che la M. S., allora _felicemente regnante_, ne aveva mangiati 800; la quale statistica era stata tratta dalle pietre accumulate davanti la reggia, dove per _contatore_ di ogni suddito mangiato l'augusta persona poneva una pietra.
— Oh! la stirpe dei mortali pur troppo si divide in diverse classi, sani ed infermi, forti e deboli, belli e deformi, ingegnosi e stupidi, buoni e tristi, e che perciò? La bellezza è cosa affatto corporea; ebbene, forse una brutta razza non si può fare divenire bella? Sicuramente si può; e se mi opponeste che della bellezza non si dà norma certa, io vi risponderei che avete torto marcio: provate ad animare la Venere di Milo, o piuttosto quella dei Medici, datele moto, datele affetto, datele accento e lo splendore degli occhi, e il lampo del sorriso, e mostratela al Caffro o all'Ottentoto, e mi conterete poi se la preferiranno o no alle orribili loro femmine. Come della bellezza del corpo così di quella dell'anima. O sta' a vedere che voi vorrete darmi ad intendere che ferocia piaccia più dell'amore, tradimento più della fede, e così di seguito. Anco tu metta da parte il senso di umanità, che ci viene da natura, l'uomo ha da condursi a preferire le passioni buone alle ree, imperciocchè queste seminino la distruzione, mentre le prime fecondano uomini e cose.