Il secolo che muore, vol. I

Part 19

Chapter 193,945 wordsPublic domain

Ivi rinvennero Marcello, il quale seduto davanti al banco si reggeva la testa con le mani, in atto di leggere un foglio; da più di un'ora ci teneva gli occhi su, e una volta in fondo, tornava da capo; al comparire della moglie e della figlia, tolse via con precipitazione il foglio, che si ripose in tasca, nel mentre che co' cenni invitava le donne ad assettarsi: il suo volto era torbido, e taceva; sarebbe toccato a Isabella incominciare, ma sì, tentava rinvenire il bandolo della matassa, e non ci riusciva; allora, come sempre, risoluta Eponina prese a favellare: brevi le sue parole e quasi incise sopra metallo; la voce stessa rendeva il suono che esce dalle vibrazioni di una corda metallica.... ma ahimè! non corda di metallo, bensì la più delicata fra le fibre del suo cuore mandava fuori quel suono infelice. La udì Marcello, con sembiante di mano in mano più triste; quando ella ebbe finito il suo discorso, il padre esitò, gli balenarono gli occhi, aperse le labbra per parlare, ma, appena ne fu uscito un suono inarticolato, le richiuse; tuttavia gli occhi di Eponina, fitti sopra Marcello, scottavano; non ci era verso da sottrarsi alla risposta, ond'egli all'ultimo cupamente sentenziò:

— Prima di saperti moglie a costui io vorrei vederti morta.

— Perchè?

— Tanto ti basti, Eponina, e non costringermi ad affliggerti e ad affliggermi di più; a questo pensa, che il padre piglia cura della felicità e della fama della sua figliuola per lo meno quanta ce ne può pigliare la figliuola stessa.

— E tu, padre, rammenta che io ho coscienza, che io ho volere, e non posso commettere al giudizio altrui ciò che è sostanza dell'anima mia; riconosco in te l'autorità di chiarirmi e di consigliarmi, ma volere e pensare spettano a me.

— E pure bisogna che per questa volta sia così. La causa che mi fa dire venne confidata all'onore di tuo padre; pretenderesti tu che io mancassi al mio onore?

— Bisogna.... bisogna... — mormorava Eponina.

E il padre di rincalzo: — E il suo celarsi e il fuggire dello sciagurato non ti dice nulla, figlia mia?

— Nulla, però che io sappia come noi altri cristiani adoriamo un innocente, che fu lacerato ed infamato con la morte degli schiavi.

— Eponina! — esclamò il padre, ed aperse le braccia: la figliuola vi si gettò dentro, ma non piansero, non aggiunsero parola. Tutto quello che potevano dirsi, si erano detto.

*

Da parecchi giorni Ludovico Anafesti si trova a Vienna sotto nome mentito. Senza amicizie, mal pratico del paese, ignaro della lingua tedesca, non bene fornito a danari, erasi ridotto a stare nel primo albergo che gli avevano proposto, e quivi viveva di pessima voglia struggendosi nell'angoscia; pur troppo lo premeva il male e lo spaventava il peggio. Dalla madre fin qui veruna lettera: mandava Gaspero due o tre volte il giorno alla posta, e quando il servo dopo breve ora tornando gli annunziava da lontano: _Niente!_ il capo gli cascava giù peso sul petto come se glielo avessero empito di piombo, a mo' che fece il plebeo Settimuleio con quello del suo amico Caio Gracco. Per ordinario il giovine taceva; però di tratto in tratto lo spasimo che lo lacerava gli faceva forza a lamentarsi con parole tronche, nelle quali ricorrevano spesso i nomi di Eponina e della madre: imprecava al destino che lo aveva forzato ad abbandonare questi unici amori dell'anima sua: aggiungeva poi non so che di generosità sprecata..... di condizione insopportabile..... dando in certa guisa a divedere che l'immane sacrifizio incominciava a pesargli.

— Senza colpa nè peccato ho perso tutto, — egli diceva — casa, nome, patria, madre ed Eponina, che a quest'ora, o non pensa a me, o con orrore ci pensa.... Oh! se tu sapessi quanto patisco per te.... tu mi saresti accanto a temperarmi il fiele che bevo.... Io non sono avvezzo al dolore, e questo è troppo, ed incomincia adesso.

Gaspero da dieci minuti gli stava impalato davanti, aspettando la occasione opportuna per favellargli, la quale parendogli ora venuta incominciò:

— Il padrone della locanda, signor Bruksteiner, persona garbata, mi ha messo a parte essere uso di questa locanda regolare il conto co' forestieri che si fermano una volta in capo a dieci giorni; al quale effetto....

E gli porgeva la nota: Ludovico ci getta gli occhi sopra, e vede che ella sommava niente meno che a cinquanta fiorini, ond'è che rendendola a Gaspero, lo avvertì languidamente:

— Gaspero, paga e poi procura subito di trovarmi un albergo di cui il padrone sia meno garbato, ma più discreto, chè, andando avanti di questo passo, in poco più di un mese mi troverei al verde.

— O la signora contessa non le diede le gioie? Forse a Vienna le gioie costano come ghiaie?

— O Gaspero, tu ti hai a rendere capace come nella vendita delle gioie, quando si scapita un terzo si scapita poco; che se caschi in mano al giudeo, il quale di questi commerci si è imposto, e noi lo sopportiamo tiranno, fa' conto che s'ei non le giudicherà ghiaiottoli, la batterà di lì: e poi io tengo sacri questi ornamenti materni, e sebbene comprenda che un giorno o l'altro mi toccherà a venderli, pure io sentirei rimorso ad affrettare la necessità di disfarmene.

Gaspero, provvisto di tanti bei marenghi d'oro, andava alla volta del locandiere garbato, nè stette molto a tornarsene tutto raggiante verso il suo padrone, nel cavo della mano manca stringeva tuttavia i marenghi di Ludovico, e con la destra agitava un borsellino di moneta; era fuori di sè dall'allegrezza (perchè se il vino letifica il cuore dell'uomo, a mille doppi lo esalta il danaro, col quale si compra e vino e pane e carne e ogni altra cosa) e con voce che aveva preso l'argentino del metallo ragguagliava il padrone, come il sig. Bruksteiner, proprietario della locanda l'_Aquila Imperiale_, avesse in quella stessa mattina ricevuta la somma di franchi duemila da consegnarsi al signor Giulio Bonatti; ond'è, che prelevatine duecento in saldo del conto, gliene contava milleottocento, dei quali, pregava gli facesse un bocconcino di riscontro, per sua regola.

— Ma io non li aspettava....

— In coscienza, signor Ludovico, che sia benedetto, le pare questa una buona ragione per rifiutarli?

— Non ho detto questo: temo ci sia equivoco e non vorrei....

— In quanto a questo, dorma fra due guanciali; il signor Bruksteiner ha scritto sopra i suoi registri, e l'ho visto io con questi occhi veggenti: _Ricevuto da M. Hans Kreutzer franchi duemila in oro da passarsi al signor Giulio Bonatti, n. 8_. Tante cose ci tocca a pigliare, che non aspettiamo e che non vorremmo pigliare, che la sarebbe bella respingere i quattrini, che pigliamo più che volentieri. Dia retta a me, li pigli addirittura, chè per me, mi pare di vederlo, li manda la sua signora madre.

— No, Gaspero, non vengono da mammà; me lo dice il cuore; non mica perchè non volesse, ma perchè temo, poveretta! che non possa.

— O chi vuole che, a questi lumi di luna, mandi a spasso duemila franchi, se non è la madre?

— Sta' zitto; pochi amori vincono quello della madre, pure ve ne ha uno che vince anco lui.

*

Compiacetevi ripassare le Alpi e tornar meco a Milano. Eponina è sparita. Dopo le novissime parole favellate col padre suo, ella parve tranquillarsi: alla madre, che blanda industriavasi consolarla, rispose:

— Non fa caso; vedi, io non mi sgomento; ho fede nella innocenza del mio sposo Ludovico; e il tempo la chiarirà.

Convenne a mensa insieme con gli altri; certo, se si dicesse che il pranzo fu lieto, sarebbe bugia, ma nè anco fu tristo come si presagiva: più confusi degli altri apparvero Marcello ed Isabella, i quali, quantunque amassero del pari tutti i loro figliuoli, pure della Eponina andavano orgogliosi, però ebbero caro che, terminato il pranzo, ella proponesse di recarsi a veglia dalla signora Claudia tanto per isvagarsi.

— Va' pure, le dissero a coro i parenti, e fa' di cacciare i tristi pensieri, pensando che dopo il tempo cattivo ne viene il buono.

Tu ti rammenti sicuramente, mio diletto lettore, di donna Claudia? La zia _biscottina_ del rompicollo il quale poneva ogni sua speranza, per rammendare gli strappi fatti nel proprio patrimonio, nella eredità di lei? Questa signora abitava un quartiere nel medesimo palazzo dove aveva stanza Marcello. La signora Claudia in gioventù coltivò parecchie maniere di amori; il suo cuore era un porto capace per tutti; nella lunga navigazione della vita aveva dovuto far getto ora di questo ora di quell'altro amore, ma però ne aveva conservati due più preziosi di tutti, co' quali costa costa ella si augurava riparare in braccio alla divina provvidenza, voglio dire, l'amore dei biscottini con la cioccolata e quello di santa madre Chiesa, la quale, come ognuno sa, è sposa legittima di Gesù Cristo, redentore nostro. Costei era un po' maligna, un po' linguaggia, anco un zinzino scandalosa; la tacciavano altresì di avarizia, ma per acquistarsi la gloria del paradiso non intendeva miserie, sparnazzava alla grande; del rimanente pulita come una gatta, bella favellatrice e dama di tratto signorile; si mostrava svisceratissima per la Isabella, che assai aveva usanza con le figliuole in casa sua, e la signora Claudia accoglieva tutte con festa, ma sua delizia era Arria. Questa ogni dì per non poche ore se ne stava allato a lei, ed ella l'ammaestrava nell'arte del ricamo in seta ed in oro, nel fabbricare fiori artificiali e a miniare Gesù bambino e i santi, cose tutte nelle quali riputavasi ed era certamente valentissima.

Arria, secondo il consueto, in cotesto dì, dopo le nove di sera tornò alla casa paterna: interrogata perchè non fosse venuta seco Eponina, ebbe a rispondere non averla veduta dal pranzo in fuori, nè in casa della signora Claudia esserci punto stata: dapprima crederono che parlasse per celia, ma e' fu uno istante, chè tosto subentrava la dolorosa realtà.

A cui legge riuscirà più agevole immaginare la desolazione della famiglia, che a me descriverla; però me ne passo. Le fantasie germogliavano, si urtavano nel cervello di quella povera gente, e via via più angosciose: più delle altre importuna ricorreva quella che disperata avesse posto fine ai suoi giorni, onde Marcello, che se ne chiamava in colpa, guaiva come se lo trafiggesse il male dei denti nel cuore; anche egli voleva darsi moto, ma non avendo balìa di reggersi in piedi stramazzava, nè gli altri, compresi interamente dal proprio affanno, badavano a lui; correvano privi di consiglio; i parenti e gli amici convenuti a casa durarono tutta la notte nella ricerca piena di agonia, e non venne lor fatto rinvenire nulla, come accade sempre quando la mente si volta tutta ad un punto che non è il vero. Chi può ridire le ansie di cotesta notte? Chi lo spasimo dei genitori? Chi le smanie di tutti? La mattina si radunarono in casa Marcello: tampoco se si fossero incontrati altrove si sarebbero riconosciuti, tanto apparivano nelle sembianze mutati. Rovistata da cima in fondo la camera di Eponina, non occorsero in iscritto, ovvero in indizio altro qualunque, capace di fornire lume: giunse la posta, e con la posta, bontà di Dio! una lettera, la quale, sebbene sconfortante, di fronte allo sgomento che li travagliava, parve sollievo.

La lettera di Eponina diceva così:

«Io corro sopra le traccie dello sposo che la mia anima si è eletto per istarmi con lui e partecipare le sue fortune. Per me lo stimo, anzi lo so innocente di qualunque colpa, che altri, o illuso o perfido, possa apporgli: e fosse anche reo, la parte della donna è quella di portare coraggiosamente la croce del marito. A Maria bastò l'anima per accompagnare Gesù al patibolo e per consolarne l'agonia: ora nel patire, tutte le donne hanno da sentirsi Marie: che, se ella era madre io sono sposa; e questo amore o supera quello o lo ragguaglia. Non porto invano il nome di Eponina. Ad ogni modo chi accusa e condanna deve provare la colpa; e trattandosi d'indurmi a pestare il capo di persona a me congiunta coi vincoli più solenni, che conoscano le creature umane, io non devo, nè posso starmene al giudizio altrui: se lo facessi, sarebbe viltà, se altri lo pretendesse, commetterebbe ingiustizia. Considerati i nostri tempi in confronto agli antichi, oggi il padre che impone alla figlia di spegnere il suo amore già consentito e benedetto da lui, solo per cieca obbedienza alla autorità paterna, è più tiranno del padre romano, al quale si concedeva la vendita dei figli sanguinolenti.»

Il povero Marcello nel sentirsi trattare da tiranno levò le mani al cielo e diede in un sospiro desolato, tuttavia giova osservare che qualche volta anco la buona gente, senza accorgersene, passa il segno reputando che la intenzione benevola temperi la rigidezza del comando.

*

Dei fratelli di Eponina fin qui non toccammo del minore; ma siccome egli sa essere una delle _dramatis personae_ ed anco delle più importanti, così si strugge fra le quinte e si arrabatta per uscirne fuori a recitare la sua parte: per me non lo tengo, esca pure, ma prima di entrare in iscena mi permetta che io gli serva da Cicerone, affinchè i lettori apprendano a conoscerlo per di dentro e per di fuori. Curio nelle forme del corpo comparisce affatto diverso dai suoi fratelli; e come questo possa succedere laddove ogni sospetto di contrabbando sociale viene meno, domandatelo a cui lo può sapere, e non a me, che non ne so nulla. Egli era pertanto di statura mezzana, tarchiato e forte a meraviglia; neri gli occhi ed i capelli; la crescente lanugine sopra le guancie pur nera; acceso in volto, che ad ogni lieve commozione gli divampava; le labbra tremule come gli occhi, sempre in procinto di mandare baleni; svelto, veloce al corso, agile ai salti, cacciatore perpetuo, tiratore unico: sciabole e spade più frequenti in sua mano, che penna o libri: anco di musica egli sapeva, ma impaziente ad osservare la misura, lo scartavano sempre dalla orchestra: sonava il flauto o la tromba proprio per le Muse e per sè, imperciocchè non ci fosse verso che alcuno si fermasse per ascoltarlo. Per confessione di quanti lo conoscevano, egli superava i suoi fratelli in bontà e in ingegno: tuttavia non passava giorno che qualcheduno non conciasse pel dì delle feste, e ciò perchè essendo pronto di parole, e più di mano, mutava subito le controversie in contesa: siccome poi la esperienza gli aveva insegnato come le sassate di colta sieno quelle che contano, così di rado si trovava secondo a menare le mani; però, appena vinto od anche offeso l'avversario, sboglientiva subito e tu lo vedevi affannarglisi attorno amoroso per consolarlo o medicarlo: nè per repulse si ristava, nè per ingiurie e nè anco per battiture; a patto però che non fossero troppe, nè troppo sode. Poichè in tutte le guerre si portano due sacca, cioè quella del dare e l'altra del riscotere, egli ne riscoteva e spesso: allora con la faccia grondante sangue ei non voleva che alcuno lo curasse, se prima non avesse lavato e fasciato lo avversario e gli avesse chiesto ed ottenuto il perdono, sicchè nei presenti talora, più che altro, mosse il riso, e, strano a dirsi, a lui fruttarono più amici i pugni dei baci. Se taluno dei conoscenti cadeva gravemente infermo, egli, finchè durava il pericolo, lo vegliava la notte; e se moriva, egli lì a lavarlo, a vestirlo, a deporlo nella cassa, ad accompagnarlo alla fossa. Nel donare piuttosto eccessivo che largo: sovente anche nella crudissima stagione tornò alla madre in giubba nera, scarpe, calze e cappello, ma senza calzoni, però che nello androne di casa se li fosse levati per vestirne un tapino che moriva di freddo: quanto a danari le sue mani simili a vagli; per la quale cosa la madre, intantochè lo riforniva di quattrini, lo rimproverava dicendo: «Ma, Curio mio a questo modo tu darai fondo ad una nave di sughero.»

Rispetto a scienze, s'egli avesse potuto imparare passeggiando, come certamente fece Alessandro Magno sotto Aristotele, maestro dei peripatetici[32], sarebbe riuscito più cosa di lui; ma fossero pure le sedie sulle quali assettavasi imbottite e coperte di velluto, ei le avrebbe provate intollerabili come pettini da lino: di percezione rapidissima, chiappava la scienza a volo, o non la chiappava più; apprendere per lui era come un buttare la moneta all'aria giocando ad _arme o testa_; e tuttavolta, quantunque la fantasia gli bollisse sempre come una caldaia a vapore, le scienze di calcolo gli talentavano sopra tutte le altre: lo ingegno possiede le sue contradizioni come il cuore.

[32] _Peripatetici_, discepoli di Aristotele, così detti dalla parola greca _peripateo_, che significa _passeggio_, perchè cotesto filosofo insegnava passeggiando; e come ognun sa egli fu maestro di Alessandro il Macedone.

Dicitore parco e preciso; e tanto più preciso quanto più gli sconvolgeva la mente la procella della passione; vero vulcano di _Ecla_, il quale ha fuoco dentro e in vetta la neve. Rispetto allo amore per la _Libertà_ basti dirne tanto che alla madre, la quale egli adorava come cosa santa, certo dì che lo interrogava chi più amasse nel mondo, rispose: _la Libertà_; ed insistendo ella: anche più di tua madre? Egli esitò, si fece pallido, poi ridivenuto vermiglio risolutamente confermò: _più della madre_.

Ed ora che ho fatto conoscere il mio Curio, spieghi l'ale e voli.

Quando questo giovane si fu persuaso che Eponina e Ludovico non si erano abbandonati alla disperazione, si mise a ricercare sottilmente dove si fossero ridotti, però che a lui paresse chiaro che i due amanti avessero dovuto fuggire di conserva; ma siccome egli s'ingannava nel suo supposto, così non gli venne fatto scoprire traccia della sorella; al contrario di Ludovico, e poichè simile esito lo confermò nel suo concetto, decise di mettersi in via per iscovarlo. Chiesta ed ottenuta licenza, la quale tanto più volentieri gli concessero, quanto che se la sarebbe presa da sè, dove gliel'avessero negata, provvisto di denaro e di preghiere a procedere prudentemente, egli partiva pel suo viaggio di scoperta.

E adesso vediamo la prudenza di Curio.

Fino a Venezia egli andò a posta sicura; a Venezia ebbe a trattenersi alquanto per rinvenire l'orma smarrita, la quale in breve ritrovata, subito corse a Vienna; appena giunto, eccolo a rovistare caffè, teatri e locande, ma gli venne meno il tempo e le gambe; cadde svenuto come quello che da più dì non aveva mangiato nè dormito: per ventura questo accidente lo colse in una locanda dove facilmente potè sopperire al suo bisogno: ricreato di forze, la mattina si ripose in giro per tempissimo: oggi la fortuna gli arride più propizia; sullo entrare nello albergo _L'Aquila Imperiale_, sbircia Gaspero, di cui gli occhi s'incontrano per lo appunto co' suoi. Gaspero, nel presagio della mala parata, s'industria sguizzare, volta la persona di scancio e prende a camminare di traverso, a mo' dei granchi, ma Curio dietro; insieme essi vanno su per le scale, insieme per le anticamere, insieme pei corridoi, dove l'uno lascia l'orma l'altro mette il piede, finchè Gaspero giunto all'uscio della stanza del suo padrone, quivi si ferma e sta. Sopraggiunge Curio, che gli domanda:

— Dov'è il tuo padrone?

— Non sono obbligato a risponderle.

— Levati di costì e lasciami passare.

— Io non mi muovo e non la lascio passare.

— No?

L'uscio della camera schiantato dagli arpioni si apre strepitosamente, e ruzzolano in un fascio sul tappeto insieme attaccati Gaspero e Curio.

Ludovico, comecchè desto, stavasene supino a letto, senza neanche il refrigerio del poeta Berni, il quale in quel medesimo atto per passare la mattana contava i travicelli del soffitto, perchè il palco della camera appariva stoiato e dipinto con uno stormo di amori, i quali tiravano a segno sopra l'ospite come per avvezzarlo con la minaccia dei loro strali agli altri più pungenti che l'oste gli apparecchiava coi suoi conti; al rumore del tracollo egli saltò giù da letto e, dopo rampognato acerbamente Gaspero, gli ordinava uscisse, chiudesse la porta in fondo del corridore e colà si piantasse di sentinella, impedendo la entrata a chi venisse a disturbarli.

Appena Gaspero aveva avuto tempo di eseguire i comandamenti di Ludovico, che Curio, sempre in virtù della racomandatagli prudenza, salta al collo del conte, lo scaraventa sul letto, e stringendogli la gola da fargli schizzare gli occhi dalla fronte, digrignando i denti, urla:

— Scellerato, che hai tu fatto della mia sorella? Dov'è Eponina?

A Ludovico non riusciva articolare parola; appena poteva mandare fuori un rantolo; sforzandosi sgusciargli di sotto, ma era niente, ogni conato per liberare la strozza dalla fiera tanaglia gli tornava in peggio, però che l'altro stringesse più forte. Ormai la faccia di Ludovico era divenuta tra rossa e pavonazza (avrei potuto dire con una parola sola _infaonata_, ma correva rischio di buscarmi di pedante e non essere capito da veruno) gli balenavano gli occhi esterrefatti, e Curio procedeva a strangolarlo, con la devozione con la quale il prete novizio celebra la sua prima messa. Se la fortuna qui non ci mette le mani, la vita di Ludovico è giunta al _Laus Deo_.

E la fortuna ce la mise. Ti ricordi aver letto (e se non lo hai letto vallo a leggere), nella Iliade di Pallade-Minerva, che agguanta pei capelli il _piè-veloce_ Achille in procinto di avventarsi contro Agamennone, _re dei re_, dopo averlo salutato di _cuore di cervo_ e di _muso di cane_?[33] Così per lo appunto accadde a Curio che, sentendosi strappare i capelli dalla nuca, si voltò addietro e vide... che vide egli mai? Vide Eponina in carne ed ossa, la quale sapendo il fratel suo non nato da regio sangue non si permise adoperare i titoli dati dal figliuol di Peleo al divo Atride; bensì di bestia e di insensato il dabben Curio ne ebbe quanto ne volle....

[33] _Iliade_. c. I

— Ecco le solite fole da romanzieri! — esclama la signora Verdiana, penitente di don Formicola, curato di San Satiro. — O come la scapestrata Eponina era piovuta là dentro? Chi ce l'aveva portata? — La non s'inquieti, signora Verdiana, e senta me. Veruno ci aveva portato Eponina, perchè ci si era condotta da sè ed ecco come: la povera giovane invece di recarsi a veglia dalla signora Claudia, toltasi seco quanta più moneta poteva ed in buon dato gioie, doni dei suoi parenti e di amici ammiratori della virtù di lei, si recò a casa di certa amica del cuore, o se ella vuole, d'ingegno scapestrato come il suo, e questa l'aiutò a travestirsi ad accertarle il viaggio ed a partire.

La medesima sera Eponina lasciò Milano col traino stesso sul quale partiva Ludovico; con lui, senza che ei se ne accorgesse, scese a Venezia, con lui continuò il viaggio e giunse a Vienna; colà fece in modo di aver la stanza contigua a quella di Ludovico, divisa solo da sottile parete dove era una porta di cui ella volle la chiave; e siccome favellava stupendamente il tedesco e pagava alla grande, così non è a dire se le facessero festa, e ai suoi voleri più che volentieri soddisfacessero. Raccomandò al cameriere di affermare vuota la camera abitata da lei, e la raccomandazione accompagnò con un _marengo_: il cameriere, uso a dire tante bugiarderie _gratis_, lascio considerare a voi se ci s'inducesse pagato! La servì a pennello, molto più che piace a tutti gratificarsi la bellezza, ed Eponina era bellissima; chiusa nella sua cameretta, ella gustò dolcezze ineffabili, quali solo può immaginare il cuore di donna innamorata... ed il suo, signora Verdiana; però che Eponina udisse sovente rammentare il proprio nome, tra lacrime e sospiri del giovane amato, e se non giunse ad avere contezza piena del caso che glielo svelse dal fianco, almeno si confermò nella fiducia della sua innocenza; per la medesima via, conosciute le angustie di lui, le sovvenne mettendosi d'accordo col padrone della locanda, l'onesto Bruksteiner, il quale trovandoci il suo conto la servì a braccia quadre ed ebbe per giunta un sorriso in pagamento, che, se avesse potuto, egli avria messo nel barattolo delle ciliege per conservarlo nello spirito.