Part 18
E don Liborio? Ah! il cielo non abbandona mai i suoi divoti, come disse colui che rubò la corona alla Madonna degli Angioli. Nelle prime ore della notte, che tiene dietro a cotesto giorno lugubre, mentre don Liborio si confortava di cibo e di bevanda, ecco fu bussato discretamente alla sua porta, dalla quale, schiusa cheta cheta simile alla bocca di una volpe che sbadigli, entrò un prete umile in vista, che, salutato appena don Liborio, così gli favellò:
— Qui non tira vento buono per lei; su si levi subito e non perda un minuto di tempo; troppo ci costa di fatiche e di danaro, perchè noi non evitiamo il caso di cominciare da capo.
— Ma voi chi siete?
— Io? Miri; — e gli mostrò un foglio alla vista del quale a don Liborio cascarono i frasconi: era un mandato del vescovo: di protervo si fece mogio, e si lasciò condurre come un montone. Trasferito pel momento in luogo sicuro; più tardi, a diligenza dei reverendi padri di Gesù, giunse a Roma inavvertito, dove presentatosi al cardinale penitenziere, dopo essersi sentito raccontare a parte a parte una lunga storia, che sapeva, cioè quella dei suoi delitti, venne sottoposto a penitenza asprissima. Anche qui gli valsero le arti della ipocrisia; e sì che i suoi compagni in chierica se ne intendevano; tanto è, gli riuscì essere liberato dal carcere. Vagò pel mondo, ma preceduto da per tutto dagli avvisi dei gesuiti, non potè fare di troppi civanzi. Io lo incontrai in Corsica mercante. Mercante di che? Ve la dò a indovinare in cento. Mercante di _messe_. Mercante di _messe_? dite voi. Mercante di _messe_, dico io. Ecco come. I preti di Francia, gesuiti o non gesuiti (imperciocchè voi dobbiate ficcarvi bene nella mente che i preti sono come i fagiuoli, ve ne ha dei bianchi, dei rossi, dei turchi, coll'occhio, ma in fondo sono tutti fagiuoli), costumano pigliare dai devoti a dire più messe che possono, e che non possono. In Francia il seme di Voltaire ha generato più preti, che quello del Giappone bachi in Lombardia. E tuttavia non sopperiscono alla richiesta di messe; taluno ha facoltà di _binare_[27], ma pochi: potrebbero _ternare e quadernare_ senza facoltà, ma non usa, forse in grazia dello antico proverbio: _Che non ci è putta nè ladrone che non abbia qualche devozione_; insomma, siccome in questo mondo se ne ha a vedere di tutti i colori, così ci stanno anco dei preti, a cui non basta l'animo appropriarsi il danaro delle messe senza celebrarle: per le quali cose essi hanno trovato un mezzo termine, onde uscirne pel rotto della cuffia, accollando la celebrazione delle messe agli impresari. E questo si capisce; ma se l'accollo fanno alla pari, dove il guadagno? E se con ribasso come evitano il peccato? Adagio; fanno lo accollo alla pari, e ci guadagnano sopra: ecco come: in danaro pagano meno che possono, il rimanente somministrano in piviali logori, in pianete fruste, in dalmatiche usate e manipole rammendate e stole rattoppate, candelieri dorati a mecca, residenze ristuccate, madonne ricucite, cristi tenuti su con la colla, santi ritinti.
[27] _Binare_ significa celebrare due messe nel medesimo giorno. Questa facoltà di _binare_ concedono i vescovi ai preti.
Don Liborio non stava a guardarla tanto pel sottile, e o non faceva contrasto, ovvero ne faceva tanto da migliorare il mercato senza però lasciarselo fuggire di mano, quindi anche egli punto da scrupolo (o che credete, che po' poi non avesse coscienza anche don Liborio?) di commettere _simonia_, portatesi tutte queste ciarpe in Corsica, negoziava coi preti dei paesi poveri come san Quintino, che sonava a messa co' tegoli, e dava in _elemosina_, vale a dire in _salario_ delle messe, o candelieri, o pianete, o vasi di fiori sbiaditi a prezzo esorbitante, di rado aggiungendo danari, od aggiungendovene a spizzico: a questo modo si procurava certificati della puntuale celebrazione delle messe, che spediti in Francia, accettavansi per buoni, bastando ai committenti francesi avere tanto in mano da ninnare la coscienza perchè si addormentasse. Tuttavia la confessione non fu mai più concessa a don Liborio: gli permisero la predicazione, però che assai si mostrasse prestante in simile faccenda; invero copiosa era la messe che racoglieva nel suo apostolato, massime nel propagare il domma della Immacolata Concezione[28].
[28] È storico il fatto del prete, che col tacco delle scarpe ruppe il cranio al pargolo avuto in virtù di scelleratissima seduzione: storico lo averlo gittato in una chiavica: successe a Pisa, fu giudicato dalla Corte di Lucca. Storica è pure la mercatura delle messe, barattandole in tante ciarpe, come racconto.
CAPITOLO IX.
AMORE TERRENO.
E se la Parca ti proceda amica, ella non può fare a meno, che pigliando un tosone di oro per filare la tua vita, non ci mescoli dentro alquanto di lana scura: così ordinarono i fati; mentre se all'opposto, per elezione, o per destino, la Parca scelga per te il vello nero, tutti bui si succederanno i tuoi giorni, e pieni di amarezza: fra le tenebre del tuo sepolcro e quelle della tua vita, aspetta e vedrai che non ci corre differenza alcuna.
I casi avversi chiama la gente _Sventura_, come se fossero una cosa sola, e di qualità pari; invece la Sventura è molteplice, simile in tutto ai serpenti di Laocoonte; o se pure ella ha un corpo solo, mirala (Dio ti preservi da provarla!) i suoi capi sono infiniti! Cotesta idra spietata ti lacera il corpo, e nello stesso punto lo spirito; nel punto stesso t'investe la facoltà del pensare e quella del sentire; il sepolcro non ti possiede ancora, ed ogni giorno senti la morte.... Ch'è mai l'uomo fra gli artigli della Sventura?
Eppure, guarda cotesta onda mostruosa dell'Oceano! Anco il mare conosce le sue catene di monti, pari a quelle della Imalaia, delle Cordigliere e delle Alpi, quantunque esse sieno mobili, ed ei le faccia e le disfaccia senza posa.... Osserva.... osserva.... vedi quel punto nero che apparisce e scomparisce?.... Non vedi nulla! Ecco, guarda con questo telescopio e fa' presto, chè il punto nero sta per iscomparire per sempre. Lo vedi!.... Ebbene, l'onda mostruosa investì uno dei Leviatan del mare, i quali col ferro e col fuoco portano la schiavitù e la morte; lo travolse giù nell'abisso, lo trabalzò fino al cielo, e quivi lo disperse ai venti insieme con le sue spume; tutto scomparve, alberi, vele e la bandiera che nei giorni sereni, ventilata dalle brezze dell'Oceano, pareva che collo zufolare delle pieghe dicesse: _anche l'Oceano mi riconosce signora_!....
Cotesto punto nero è un uomo, che combatte contro l'Oceano. Con quali forze? Non ci pensa. Per quanto tempo?..... È già sparito, ma ha combattuto. Vissero e vivono anime non degne di trovarsi abiettate dentro un corpo di creta, che non piegano alla forca caudina del fato, e Bruto sputò la sua anima in faccia alla Sventura esclamando: «Vergognati della tua onnipotenza». E così Spartaco schiavo, e Catilina patrizio: entrambi caduti supini sul campo di battaglia, entrambi laceri di ferite nel petto, e con gli occhi aperti, trucemente fissi nel cielo, e co' ferri stretti nel pugno sfidavano ad un punto e maledivano i fati. La paura consacrò la fama di costoro agli Dei infernali, e la esecrazione mantiene sopra essi e la rinnova contro quelli che gli somigliano, perchè dura la medesima paura. Furono virtuosi? Io non lo so; so bene quest'altro, che chi li spense sarebbe stato in ogni caso più malvagio di loro.
Impertanto possono combattersi i fati; vincersi no. Taluna di quelle povere creature che si chiamano re ebbe la presunzione di farsi sudditi i fati, e Carlo di Angiò al primo urto di sventura superbamente vantava: «Buono studio vince rea fortuna.» Quando poi sentì trafiggersi da strali più fitti, che non appaiono atomi dentro il raggio del sole, curvò la testa supplicando: «Sire Dio, fa' che la mia caduta sia a piccoli passi!»
Concetto degno di re, non già di uomo, imperciocchè dimostri com'egli non intendesse perseverare nei supremi contrasti, bensì accomodarsi agli eventi a patto gli fornissero un nido dove riparare. Pure di non essere portato via, gli bastava durare sbattuto, come la pianta marina abbarbicata sul fianco dello scoglio vive vita di tremito.
Ai giorni nostri l'uomo, pauroso di rimanere sbranato di un tratto dalle granfie del leone, preferisce disfarsi lentamente in polvere sotto la roditura del tarlo; non vi state a confondere; se Napoleone I avesse provato appetito della bella morte, l'avrebbe trovata: io non dirò che la sua scelta fosse coraggiosamente codarda[29], ma egli è certo che volle vivere per giustificare lo abuso delle facoltà concessegli da Dio.
[29] Byron, ode _A Napoleone_.
Perduto il trono, intese conservare la fama: e convertita Sant'Elena in pulpito, si mise a predicare concetti che non ebbe mai; o se pure egli li accolse nella mente, e' fu per disperderli. Vincitore, oppresse la umanità; vinto, la ingannò. Oh! non badate al tiranno caduto, che favella di libertà; le sue parole hanno per fine di costituire il fondamento di un altro trono. Dall'isola di Sant'Elena, Napoleone I legò al mondo Napoleone III, nella medesima guisa che Augusto legava ai Romani Tiberio.
Il poeta della Francia ha pianto sulla demolizione della colonna di piazza Vendôme, doveva piangere quando fu eretta. Tutti i popoli di Europa conservano memorie di avere sbranato, e di essere stati sbranati: se le tigri e i leoni conoscessero le arti, avrebbero anch'essi le loro colonne traiane, napoleoniche e nelsoniane.
Le arti cortigiane possono lamentare la dispersione dei trofei di sangue; la umanità se ne rallegra. Il cantore che lusinga gl'istinti feroci del popolo non riceverà mai il premio dello amplesso di Dio: bene l'amore sarà una corda della sua lira, non già un sentimento del suo cuore. Fin qui i francesi delirarono ubbriacarsi di sangue, più che di vino, ed oggi, non si potendo inebriare col sangue altrui, bevono il proprio.
E l'uomo ragnatelo, che fu Napoleone III, il quale prima ridusse la Francia in condizione d'insetto, e poi la risucchiò; adesso torna, pieno di speranza, a ordire la sua tela per riagguantare la mosca morta.... Almeno Belzebub era il demonio delle mosche vive! Anco co' denti fradici si mangia, anco con la viltà si campa, anco allo strepito delle maledizioni assuefannosi le orecchie, e si dorme: uomini siffatti prima di ogni altra cosa vogliono vivere, ed a ragione; curano la materia, perchè sono e sentono essere _totalmente ed unicamente_ materia.
*
Con lo amore si cammina a gran giornate, e poichè il conte Ludovico ed Eponina si amavano senza incontrare ostacoli, potete immaginare voi se la macchina scivolasse a tutto vapore. Però bisogna dire che lo amore di questa non fosse uguale in tutto e per tutto allo amore di quello; la differenza chi sapeva cercarla la trovava. Era l'amore di Eponina amore di conquista e trionfale; amore, che nato appena, squassato l'arco gridò: «Valgo, e voglio regnare solo»: amore, che di ogni fiore fece ghirlanda ed anco, pur troppo, di ogni pruno siepe; amore, di quelli che alternano il nudrimento con desiderii terreni e con aspirazioni divine: simili alla rondine, la quale rasenta la terra per terminare la sua curva in mezzo dei cieli, essi pigliano per volare le ali in presto così dalle passioni come dallo ingegno e dai talenti; che la rondine anco quando rade la terra vola, e lo amore posandosi sulla materia alia impaziente a levarsi più in alto: però Eponina se avesse voluto spegnere il suo amore avrebbe potuto; certo le sarebbe stato mestieri pigliarsi il cuore e adoperarlo a modo di pietra per ischiacciargli il capo, ma lo avrebbe potuto: Ludovico all'opposto, quando pure avesse voluto, non avrebbe potuto per propria virtù; ma, in forza d'impulsi esterni, avrebbe potuto, anco senza volerlo. Natura da _paternostro_, la quale non si ripromette resistere alle tentazioni, ma si raccomanda quotidianamente a Dio per non essere _indotto in tentazione_.
La madre Isabella invece di temperare gli ardori della figliola, gettava legna sul fuoco, e poi ci soffiava dentro: se l'avessi a dire proprio come la penso, io per me credo, che _mutatis mutandis_ (per valermi dello stile dei notari) ella fosse invaghita del contino Anafesti, poco meno di Eponina. O come mai? Ordinariamente la va così; garbavano alla Isabella i modi del contino, spruzzati in pelle in pelle di nobilesca albagia, il suo fare amabilmente contegnoso, la grazia della persona, lo incesso, la parola, il volto, e tutto, perfino il _balbutire_, vizio col quale i gentiluomini di razza manifestano la propria virtù. Isabella, a fine di conto, popolana nacque, e venne educata da pari sua: però tu che leggi, se sei popolano, devi confessare che grande è la potenza dei titoli sopra i cervelli popoleschi..... e sul tuo.
Quando un popolano pesta le mani ed i piedi gridando _uguaglianza_, per ordinario non gli do retta, imperciocchè io pensi che uguaglianza gli appetisca sì, ma a patto di diventare co' marchesi marchese. Allorchè tu presenti al popolano un conte, quantunque spiantato, tu, il più delle volte, lo miri, confuso per non saperlo onorare abbastanza, facendogli di berretta, e profondendogli inchini: caso mai il popolano od abbia, o si immagini avere l'amicizia di un titolato, tu lo udrai ricordare a tutto pasto il suo amico barone, o conte, o marchese, od anco cavaliere scusso. Là dove il popolo è condannato a starsi terra terra, come la porcellana, urla _uguaglianza_; se avvenga poi ch'ei si alzi un sommesso, lo proverai superbo come tutti i servi diventati padroni. E tu che mi leggi, ricorda come un popolano, anzi plebeo, erpicato un dì nei Consigli della Corona, a mo' di zucca sopra la pergola, immaginasse la vendita dei titoli di nobiltà, e ne prescrivesse la tariffa: egli pose a prezzo l'onore, nella stessa guisa che la Curia romana ci aveva messo il paradiso con la vendita delle indulgenze: così mentre la nuova nobilea niente acquista che turpe non sia, la vecchia perde il pochissimo lustro che le avanza.
Una volta l'antica nobiltà era in parte rispettata, e col manto orrevole di fodera di vaio spelacchiata, tanto la sua figura la faceva; adesso la nuova, infagottata nei mantelli, col soppanno di pelle di gatto di fresco scorticato, pone parecchia buona gente in sospetto della propria pelle. Un dì i nobili vecchi disprezzavano i nuovi, e non a torto: oggi i vecchi ed i nuovi si disprezzano vicendevolmente, e a ragione. Una volta i nobili vecchi mandavano fuori a correre il palio titoli e servitù, i nobili nuovi ci hanno aggiunta una puledra che si chiama _Rapina_. Affermano che il Giusti (il gran cantore toscano, che dal bellico in giù fu _moderato_ e dal bellico in su _rivoluzionario_, fiera divina[30]), quando cantò di un pirata in cappamagna, pigliasse la mira sopra un tale dei tali, per me credo ch'egli intendesse bersagliare tutta la classe dei pubblicani.
[30] Parini, ode _Educazione_.
Napoleone I, magno conoscitore dei peccati umani, che forse poteva curare da Dio ed invece volle approfittarsene da tiranno, fomentò il guazzabuglio fra la nobilea viziosamente spiantata e la nobilea colpevolmente arricchita; e travasando fanciulle plebee con grosse doti sulle famiglie feudali, diceva che a cotesta maniera bisognava _letamare_ l'antica nobiltà sterilita.
Certo, non può negarsi, e' ci ha di quelli i quali si mostrano e sono alieni davvero da siffatte distinzioni artificiali, ma se tu la squattrini pel sottile, troverai che a ciò li conduce non mica amore di uguaglianza, bensì studio di non vedersi menomata la legittima disuguaglianza da essi ottenuta per opere eccelse o di mano o d'ingegno, nè vada confusa con la turpe disuguaglianza venduta a tariffa _che del vile anco è fregio_[31].
[31] Parini, id.
Eccetto questo caso che, raro sempre, ogni dì più si stema, titoli e croci non furono mai tanto agognati quanto in questi tempi di fior di democratici, e dai repubblicani larghi di cintura più che più, i......... informino.
*
I nostri amanti non si erano promessi con parole di legittimare l'affetto onde si sentivano presi davanti il prete od il notaro, perchè nell'amore quando è di quello buono, ciò che parla meno sono le parole: con gli occhi, col sorriso, col tremito, con gli effluvi della persona se lo dicevano e promettevano sempre. O chi avrebbe voluto contrastarlo? Ed anco volendo, o chi lo avrebbe potuto? La signora contessa, madre di Ludovico, lo amava troppo per pensare nè manco per sogno a far cosa che gli tornasse molesta, cotesti non sono tiri da mamme amorose, massime se di figli unici; certo ella aveva preso lingua e le sarebbe stato caro di concimare con più letame plebeo, che non avrebbe potuto Eponina, la sua casa sfruttata, ma poi _fiat voluntas tua_. E quanto a babbo Marcello, non ci si pensava neppure; di tante cortesie lo colmava, tanto volentieri con lui si tratteneva, che si giudicava sicuro dovesse parergli toccare il cielo col dito accasando la sua cara figliuola con Ludovico. O non ci è un arnese che ci prenunzia il tempo cattivo? Sicuramente che ci è, e parecchi lo serbano in casa sotto forma di cappuccino, il quale quando la stagione mette al vento o al piovoso, si incappuccia, e se al buono, scapucciasi. Ora domando io o perchè non potrebbe essere corredata del suo barometro anche l'anima? O che difficoltà! Per me non ce ne vedo alcuna. Ma chi lo ha visto? Come è egli fatto? Chi lo fabbrica? Oh! se non si vede si sente. Quanto al fabbricante mi prevarrò dell'arguzia subalpina del ministro Galvagno: _Rispondo che non rispondo_. Lepidezza di cui rimase sbigottito quel desso che la profferì, e parve prodigiosa tanto là nelle parti del Piemonte, che il Municipio di Torino deliberò conservarla nell'acquavite, allato ai feti mostruosi, dentro il Museo di Storia naturale.
Fatto sta, che mal sonno aveva dormito Eponina, ed Isabella peggio: entrambe si erano alzate di pessimo umore: fin lì avevano trascurato le squisite mondizie della persona, loro cura e delizia. Eponina trascurò il pappagallo, che indarno ripeteva indiavolato: _Eponina! Eponina!_ Isabella pestò la zampetta al suo _Cialì_: la prima erasi versato addosso la tazza del caffè, l'altra aveva rotto una caraffa di cristallo. Tutto insomma presagiva un giorno _uzziaco_. Con sospiro affannoso le donne aspettavano la posta del mattino, dacchè Ludovico, quantunque passasse la serata a veglia in casa Marcello, pure prima di coricarsi scrivesse una epistola erotica, breve o lunga, conforme gli frullava, e la faceva impostare, ovvero usciva ad impostarla egli medesimo, onde la fanciulla dell'animo suo la ricevesse la mattina per tempo: ghiribizzi d'amore.
Queste lettere specificano a parte a parte.... Rassicurati lettore; io non vo' dirti davvero che cosa e come dicessero; ho fatto per metterti paura: tu pure ne avrai scritte, rammentale, ed immagina che quelle del conte non saranno state più argute nè più sceme delle tue: piacevano a chi le dettava, piacevano a cui le riceveva; contenti loro, contenti tutti....
— Eccolo! Eccolo! — esclamò Eponina dalla finestra dove si era affacciata. — Dio mio! fanno la leva dei gottosi per fornire di fattorini la posta.... è uno scandalo.... ne vo' scrivere al Barbavara.... ed occorrendo anco al ministro.
Credo inutile dire che il fattorino non era neppure di leva pel servizio militare, mancandogli giusto otto mesi a compiere venti anni, e lesto in gamba così da dare tre punti a Mercurio, e le linguaccie dicevano che la prestezza non era la sola qualità da lui posseduta in comune con Mercurio.
Il pacchetto è consegnato alla portinaia; questa, punta dalla padrona, lo porta su di volo: Eponina in capo di scala glielo strappa di mano e riscontrando foglio per foglio mormora:
— Giornali.... anco giornali.... maledetti quanti giornali vivono al mondo! (e per questa volta dalla maledizione non rimase escluso veruno, nemmeno la _Novità_ del Sonzogno, che la Eponina come patriotta preferiva a qualunque altro giornale di mode parigino).... Lettere per papà.... una per te, mammà.... per me nulla, o Dio! Nulla per me.
E la povera giovane sarebbe stramazzata sul pavimento, dove pronta al soccorso non l'avesse accolta nelle sue braccia la madre: se non che di corto ripigliava animo come sicura di non potere essere dimenticata, nè s'ingannò, che scorso un quarto d'ora appena, la cameriera discreta accostandole le labbra all'orecchio ci susurrò:
— Gaspero l'aspetta di là, in sala, per consegnarle una lettera del padrone nelle sue proprie mani.
— Che novità son queste! Ditegli che venga qua.
— Gliel'ho già detto, e mi ha risposto avere ordine di parlare a lei sola.
Eponina ansando va a pigliare la lettera; sul punto di aprirla nota come Gaspero, dopo fatto un profondo inchino, accennasse a svignarsela, onde ella imperiosamente gli comandò: — Non vi movete. E Gaspero di cui il mestiere era obbedire si fermò, perchè tra l'ordine del padrone un po' stantio, e quello della Eponina fresco fresco nella cronologia della obbedienza, prevaleva l'ultimo. Eponina con una ondata di virtù visiva lesse di un tratto:
«Amor mio!
«Che io ti ami non importa dirtelo; chè tu conosci quanto me, forse meglio di me, che sono cosa interamente tua; quando pure volessi non potrei dimenticarti, e tu sai se io lo voglia; eppure una terribile necessità mi stringe la gola sforzandomi a lasciarti. Io mi conserverò intero all'amor mio, perchè il mio amore è il mio cuore; ma sarei peggio, che tristo se pretendessi, od anco ti consigliassi a respingere gli omaggi che ti verranno fatti da altri certo non più devoti, ma più fortunati di me, Eponina di una cosa ti supplico, ed è non credere verbo di quanto ti verrà fatto udire a carico dell'onor del tuo Ludovico. Per le ossa del padre mio, per la vita della madre mia, per l'amor nostro, io ti giuro che la colpa altrui mi precipita in questa desolazione. Mentre tu leggerai questa lettera, Milano avrà avuto da me l'ultimo addio».
— Ho capito — disse imperturbata Eponina e fissando di un tratto gli occhi dentro gli occhi di Gaspero gli domandò:
— E quando parte il vostro padrone?
Il servo preso così a soqquadro rispose:
— E' non me l'ha anche detto.
— Dunque si trova in casa?
— Oh! no signora, egli è partito.
Allora Eponina, abbrancato con incredibile violenza Gaspero pel petto, gridò:
— Guai a te se mentisci! Chè dalle tue bugie può uscirne un precipizio, che i tuoi occhi non basterebbero per piangere; dove si trova in questo momento Ludovico?
Il servo, conquiso dagli sguardi di Eponina, terribili di amore e di furore, come persona costretta dal fascino, rispose: — In coscienza io non lo so, uscì di casa stanotte, e non lo abbiamo visto più. La signora contessa mi ha ordinato piangendo di fare i bauli per un viaggio lungo e di portarli a Venezia; la mia partenza è stabilita a stasera per l'ultima corsa della ferrovia.
— Prendi e bevi — disse Eponina porgendogli una moneta, e l'altro corrucciato respingendola soggiunse:
— Nè prendo, nè bevo.... palesando il segreto del mio padrone ho commesso errore, ed ora vuole ella col suo danaro convertirmelo in colpa?
— Hai ragione, scusa, va'.
Eponina tornata alla madre la mette a parte del successo, e a lei, che si confessava povera di consiglio, risolutamente favella:
— Madre mia, qui il tempo stringe, e come vedi lo indugio piglia vizio, io non voglio nè posso essere di altri che di Ludovico; nel mio amore sta la mia vita; divisa da lui, o ammattisco, o mi ammazzo: le parole non montano; andiamo a trovare papà, e facciamo in modo ch'egli acconsenta subito al mio matrimonio con Ludovico; ottenuto il consenso paterno, lascia a me il pensiero di scovar lui; ci uniremo e poi partiremo insieme, dacchè io intenda partecipare come moglie alle sue ree del pari che alle sue prospere fortune.
I gesti e i detti di Eponina soggiogavano, e poi la madre conosceva a prova l'arduo volere di lei, sicchè estimando ogni opposizione vana, si piegò ad accompagnarla nello scrittoio del padre.