Il secolo che muore, vol. I

Part 17

Chapter 173,799 wordsPublic domain

Lo so, a me verrà taccia d'incauto per avere invocato la testimonianza di donne ormai tocche dal fiato malefico del tempo, ma a voi quale e quanto non lontano rimorso? Certo non i miei, ma i vostri nemici mi riprenderanno, dicendo che io doveva sapere come le sacre carte parlino bensì di angioli, di angiolesse non mai; e che se angiolesse ci fossero volerebbero non con ali di colomba, bensì di pipistrello. Voi salutano fiori, e fiori siete; ma fra questi vi hanno le rose, delizia della gioventù innamorata, ed i giacinti, fiori da morto, fregio di cataletto... andate contente se potete, con le vostre parole voi avete intrecciato la ghirlanda sopra la bara di Felicina. Che colpa fu la sua, se a lei, più che a voi, sorrise la natura? Se in lei più che in voi infusero i cieli senso del bello? Avete mai considerato se fu maggiore in Felicina la virtù di vincere i cuori, o la screanza in voi per allontanarli? Se come affermate non li serbava per sè, è segno certo che non ve li rapiva ella, bensì abbandonavano voi. Siate sicure, i vostri obbrobri contro la povera Felicina non vi guadagneranno più cuori di quelli che vi procurava la vostra venustà, nè cresceranno il valore della vostra dote.

Ma strano a pensarsi, mentre dispetti di femminucce e parole astiose forniscono materia al pubblico ministero per tessere grande parte di accusa, la gioventù perversa e gli atti biechi del prete accusato od egli dissimula o scusa... quasi li loda! _Dat veniam corvis, vexat censura columbas._ Ecco il procuratore del re, curandaio dell'anima di don Liborio, me lo tuffa, inquinato di mille sozzure, nelle sue pile e me lo rende di bucato: ecco il nuovo Saulo nella persecuzione della innocenza; casca da cavallo e, in grazia del procuratore del re, si spacca il capo? No... diventa Paolo... uno apostolo... un santo.

I tribunali così esteri come nostrani — continuava il giovane alzando la voce — vanno pieni di processi per delitti scellerati e nefandi, pei quali di leggieri si comprende come i preti abbiano elevato la ipocrisia alla sublimità di scienza. La religione hanno convertito in coccio da tartaruga, dentro cui si rannicchiano quando stormisce sul capo loro l'ira degli uomini e di Dio... Dio, del quale s'industriano snaturare nelle menti umane lo intelletto e lo amore mediante superstizioni, idolatrie e gaglioffaggini, che il popolo imbestiano così da disgradarne i bruti...

— Avvocato — interruppe il presidente — io adoperai fin qui, a vostro riguardo, molta indulgenza, considerando essere questa la prima vostra orazione, adesso poi mi parrebbe mancare al mio dovere se non v'invitassi a temperare le vostre parole, trattandosi della religione cattolica, riconosciuta della maggioranza dallo Statuto fondamentale.

— Signor presidente, accennando io a superstizioni, a gaglioffaggini e ad idolatrie, ma credete voi che io parli di religione?

— Ma le pie tradizioni che il popolo conserva _ab antiquo_ voglionsi rispettare.

— Ah! gli errori diventano venerabili quanto più antichi? Credeva che questo accadesse pel vino; mi sono ingannato; da ora in poi terrò per sante le fraudolenze alla stregua del tempo che esse soffocano lo spirito umano. Popolo, rispetta le tue fasce, perchè ti stringono da secoli; tu hai da giacerti mummia eternamente dentro al sepolcro della vita! Chi aprisse il pollaio alle volpi si chiamerebbe stolto, e stolto altresì chi immettesse il lupo nell'ovile; e voi, che commettete le anime e i corpi delle vostre creature nelle mani ai preti, come vi chiamerete voi? Quello che la lingua rifugge a raccontare, quello che senza coprirsi la faccia per la vergogna non si potrebbe udire, forma per costoro esercizio di disciplina gentile...

— Calunnie! — interruppe una voce sonora nella sala.

Per cui l'avvocato come punto rispose:

— Chi è il temerario, che ardisce tacciare le mie parole calunnie? Si faccia innanzi. Signor presidente, vogliate ordinare che il processo continui a porte chiuse; ond'io possa allegare oltre a cento sentenze pronunziate nel giro di pochi anni contro le nefandezze sacerdotali.

— Continuate, avvocato; ciò non fa al caso nel nostro processo: l'interruttore sia condotto fuori della sala.

Lo interruttore fu rinvenuto; egli era un prete gobbo: allora il riso s'impadronì della gente quivi adunata; perfino i giudici risero, ed anco don Liborio; due no, Felicina e Fabrizio. Così senza rimedio si alterna nel mondo la tragedia con la commedia, perchè questa quando tu te l'aspetti meno t'insanguina le mani, e quella, mentre tu stai per piangere, ti cocca e ti fa la castagna.

Quietato il riso, Fabrizio riprese:

— Deh! datemi ascolto e incoraggiatemi con la vostra attenzione, perchè se il mio dire vi parrà inculto, egli però si parte dal cuore. Avete veduto il pubblico ministero con quale agonia attese a raccogliere pruni, sterpi, stecchi e trucioli per costruire il rogo dove abbruciare la misera giovane? Per me confesso che in ascoltarlo, sentendo paura ch'ei mi notasse e gli saltasse il capriccio di accusarmi, mi venne voglia rimpiattarmi; qual vita comecchè innocentissima non gli fornirebbe materia per chiedere l'applicazione della pena capitale? Ma sapete, signor procuratore del re, che con tutto il rispetto che io professo per le vostre virtù, se mi mettessi a frugare nella vostra vita coi modi coi quali voi rovistate nell'altrui, gioco cavarci tanto da farvi impiccare per lo meno tre volte.

Ora venite qua, e ditemi: quando la Felicina per gli inviti del suo insidiatore, lasciò la casa paterna, era incinta, o no? Se incinta, perchè allontanarsi da un luogo dove avrebbe rinvenuto sussidi a celare meglio il suo fallo? Qui i testimoni pochi e interessati a nasconderlo; e per andar dove? In casa circondata da persone rigide, studiose a vigilarla, non facili a perdonare di questa maniera peccati: ad ogni modo repugnanti a sovvenirla per dissimulare la sua colpa: quindi cresciuti i pericoli, lo scandalo sicuro. No, prete, tu avesti Felicina pura e ce la rendi contaminata. Chi ci racconterà le arti infernali del seduttore, le lusinghe, le profanazioni, le minaccie, il terrore? Chi le violenze, o lo assopimento, o la ebbrezza? I serpenti conoscono le infinite guise con le quali i serpenti inviluppano la vittima nelle loro spire, non io. Perchè non la ricondusse al padre? Questo il debito suo. Egli mentisce quando narra del padre fulminato dallo annunzio della colpa della figlia: non fu, no, la notizia del fallo, bensì quella del suo preteso delitto che uccise il misero uomo.

Certo, non io scuserò la fanciulla, la quale non seppe resistere alle lusinghe dell'amore, ma non sono questi i peccati di cui inorridisca la natura, e trovino uomini e genitori implacabili: la gente ci si mette attorno per ridurli a sacramenti e le più volte riesce: in questi casi le nozze valgono per matrimonio e per battesimo. Ora dirò io la ragione per la quale la figlia non fu ricondotta al suo genitore: il pubblico ministero, con verecondia pari alla carità, suppone perchè dei molti pruni male ella avrebbe saputo indicare quello che la ferì, ed io gli affermo al contrario ch'e' fu perchè l'unico e il solo temè rimanere scoperto, perchè questo non poteva, anco volendo, riparare al mal fatto, perchè questo uno appetì la voluttà, non gli imbarazzi della colpa. Al pubblico ministero non garba indagare le cagioni del delitto: a lui basta trovare il fallo e domandarne il gastigo. Ciò significa che egli, o non conosce il suo dovere, o ricusa adempirlo; quando egli insta, affinchè la legge percuota un capo cui egli non in virtù di prove, ma per via d'induzioni dichiara colpevole, allora religione, coscienza e legge gl'impongono l'obbligo di rinvenire prima di tutto la causa di _delinquere_; però che se causa non si trovi, e non pertanto il delitto sia stato commesso, ne viene per conseguenza che lo _imputato_, come agente senza intelletto, non si condanni per colpevole, bensì si chiuda come demente. Giusto, in questo punto, sul quale il pubblico ministero guizza con riprovevole leggerezza, io lo intimo a rendermi ragione della causa _determinante_ Felicina a commettere lo infanticidio. Ormai ognuno sa e sente che spugna di delitto non cancella vestigio di colpa. Non riesce arduo, non dà luogo a ricerche il deposito di una creatura nella _ruota_; mentre all'opposto è impossibile chiuderla nella bara, senza suscitare sospetti ed investigazioni di polizia; e non ci ha mestieri di troppa sagacità per comprendere come, nello infortunio in cui la Felicina si trovava travolta, la più sicura, anzi l'unica via, che le si presentasse, era per lo appunto quella di deporre il figlio nell'orfanotrofio. Invece si pretende più verosimile, anzi vero, e di più provato, che la madre in mezzo agli spasimi, agli sfinimenti, e mentre la natura raumilia le ferocissime infra le belve, ella pensi unicamente a celare la sua colpa; peggio ancora, deliberi mandare ad esecuzione il consiglio premeditato di uccidere la sua creatura. Così secondo il concetto del pubblico ministero, il proposito di ammazzare il suo figliuolo, maturava nel cervello della madre alla stregua che le membra di lui crescevano nel suo seno. Io me ne appello a quante madri qui convenute ci ascoltano, e le invoco a dirci se questi concetti non sieno calunnie espresse contro la natura.

Si concede, che il neonato possa in cadendo essersi infranto il cranio, perchè si vuole assolvere un colpevole; si contrasta la strangolazione fortuita, perchè vuolsi condannare lo innocente. Fra i dibattimenti dello spasimo, fra le smanie del dolore, in mezzo al deliquio, non vi par egli più ragionevole supporre che la mano cercando qualche oggetto per aggrapparvisi siasi crispata intorno al collo del pargolo? Ci è forse bisogno della forza di un atleta affinchè simile infortunio succeda? Così debole cosa è l'umano alito nel suo nascimento che anco l'aura di primavera basta per ispengerlo. Se taluno è reo qui, non è la donna. Anco nei piati civili chi intenta un'_azione_ deve provarla; tanto più nei criminali, dove l'oggetto della lite è una testa, e il pubblico ministero malignò di molto, ma non ha provato nulla. Io non vi chiedo la condanna del prete accusato, quantunque le prove, il discorso della mente tutto me lo chiarisca seduttore, omicida, traditore dell'amicizia, profanatore della ospitalità, ipocrita spietato....

Come quando un gruppo di venti si scatena sui campi della messe cresciuta, le spighe del grano si dimenano di qua e di là, e pare che sentano dolore, così si agitavano i capi degli uditori, e di nuovo proruppe la voce:

— Calunnia!....

— Calunnia!.... Ebbene, quando a me non soccorresse altra prova della reità del prete indegnissimo, mi basterebbe questa. Sapete voi in che fasce fu trovato avvolto il morticino? Ve lo dirò io: nei fogli dei giornali l'_Armonia_ e la _Civiltà Cattolica_: giornali entrambi di cui si nutriscono i partigiani dei gesuiti, come Mitridate si cibava di veleno. Ecco il prete e i suoi doni. Questo padre dabbene ebbe avvertenza di provvedere il sudario in cui si avvisava ravvolgere il figlio morituro. Ma io, lo ripeto, non chiedo la condanna dell'accusato; questo non è mio ufficio; solo vi supplico a rimandare assoluta Felicina. Misera! a cui sembra cotesto nome, sia stato posto per derisione; miratela! Ventura per lei se l'avesse colpita in pieno la orribile infermità della pazzia: ella non è pazza, ma neppure gode il bene dello intelletto: si sente morire: i suoi pensieri, quasi strali scoccati dall'arco guasto, deviano dal bersaglio, di rado ella possiede la coscienza della vita; stringe il cuore a vederla sempre con gli occhi intenti al suolo, come chi cerca un obbietto che desideri trovare.... difatti ella vi cerca una fossa dove deporre in pace il capo doloroso.... Ah! non glielo negate voi. Dio l'ha percossa, e dove Dio percosse l'uomo non tocchi. Considerate questa povera foglia rimasta vizza sull'albero della vita, tremola per istaccarsi e raggiungere le altre cadute.... non le impedite la morte serena. Mentre alle fanciulle della sua età la vita sboccia fragrante e lieta come una rosa, ella niente altro implora che uscire dal mondo ignorata, che non la ricordi veruno, che intera la copra la terra della fossa: a questo patto ella non maledirà la vita che provò insidia...... perdonerà tutti, fino il suo vile seduttore, il quale volentieri abbandona alla misericordia di Dio.... —

L'avvocato commosso non potè condurre a fine la sua perorazione, con danno dei raccoglitori dei modelli della moderna eloquenza, e piacere inestimabile dei giurati, rinati alla speranza di trovarsi a tavola all'ora consueta. Il presidente allora chiese a don Liborio se avesse da aggiungere alla difesa dei suoi avvocati, ed egli sorgendo, reverente negli atti, disse:

— Nulla; io non mi lagnerò della diatriba contro la mia persona e il carattere sacro che io vesto, di cui il giovane avvocato, servendo al mal vezzo del tempo, ha fatto abuso: solo deploro, che la causa della sua cliente non abbia potuto somministrargli argomenti migliori di difesa: alla intenzione e al bisogno di giovare altrui, perdono la intemperanza e l'eccesso.

Quanto a me, prima di tutto confido in Dio, e poi nella mia coscienza e nel sapere dei giudici. Solo chiedo in grazia mi sia concesso osservare che non si serve davvero la causa dell'umanità straziando la religione ed i ministri di lei, i quali, istituiti da Melchisedec, vennero a noi per lungo ordine di anni e per lungo ordine di anni, in onta ai conati della empietà, vivranno. —

Non aggiunse: _Portae inferi non prevalebunt_, ma l'agguantò proprio sul margine estremo dei labbri. Un dì per significare le colonne d'Ercole della tetra sfacciataggine soleva dirsi: costui ha la fronte di bronzo, ovvero sopra la sua faccia si potrebbero battere i ducati; adesso codeste comparazioni non farebbero più al caso, mercè di tali, che ho conosciuto e conosco, di cui al confronto, il bronzo parrebbe latte rappreso e il torsello pasta frolla. Ogni cosa è in progresso.

Felicina non intese la voce del presidente, che a lei pure rivolto, disse:

— E voi, accusata, avete nulla da aggiungere per la vostra difesa?

Ma quella del prete la scosse, tremò forte dal capo alle piante, gli occhi smarriti fissò sopra lui come se fossero state due punte: poi di un tratto, a mo' di tagliola che scatti, gli si avventò al collo urlando col solito strillo:

— Scellerato, scellerato, scellerato, che hai fatto del tuo figliuolo? Rendimi il mio figliuolo....

Così mosse subitaneo lo assalto, che il prete colto alla sprovvista, non ebbe modo di schermirsi, si ripiegò e cadde in ginocchioni livido in faccia; quantunque la ipocrisia lo vestisse della sua corazza di ferro, la paura gli grondava da tutti i pori. Però toccando terra, sentì rianimarsi; a tutti i vermi succede così: la terra è casa loro, e comprendendo la stretta pericolosa in cui versava, e come una parola incauta avrebbe potuto tradirlo, egli si strinse a dire:

— Signore, liberatemi voi da questa forsennata.

Non pertanto grandissima era stata la impressione nell'uditorio per lo improvviso caso, e se da un canto l'aura di santo Ignazio loiolita riprendeva ad asolare, dall'altro la pietà tentava intenerire i cuori, e vi riusciva, se in mal punto il presidente non avesse con inconsulte parole redarguito Felicina:

— Accusata, credete voi con siffatti furori migliorare la vostra causa? L'audacia è l'ultimo rifugio dei colpevoli, ma non li salva mai.

— Dunque la è bella e giudicata? — saltò su impetuoso ad esclamare Fabrizio. — Dunque prima della sentenza è condannata? Ah! signor presidente, voi pretendete che la vittima si lasci svenare in silenzio? Voi negate ai morenti perfino il sospiro? Badate, dal lambire che le vittime facevano il sangue di sul coltello che le aveva sgozzate, gli antichi traevano funesti auspicii...

— Qui non ci sono sagrificatori, nè vittime, — interruppe il presidente stizzito — bensì giudici, dei quali è instituto condannare i rei, ed assolvere gli innocenti.

— Sempre? — E lanciata questa parola, che parve sasso frombolato dalla fionda, Fabrizio si lasciò andare giù rifinito sopra la sedia.

Il presidente allora, dopo dichiarato chiuso il dibattimento, riassunse la discussione, fece notare ai giurati le principali ragioni addotte pro e contro dalla difesa, rammentò i doveri cui erano chiamati a compire; insomma eseguì tutto quello e quanto viene prescritto nell'articolo 494 del Codice di procedura penale.

Legge e coscienza impongono abbia ad essere questo riassunto imparziale. Lo fu? E con più ampia domanda: ordinariamente egli lo è?

Io ho contemplato le bilancie di ferro tenute in pugno dalle statue della giustizia marmoree o di bronzo (anco quella eretta da Cosimo I, buona anima sua, sopra la colonna di Santa Trinita a Firenze, regge le bilancie) e confesso non averne mai veduto i gusci pari, nè l'ago diritto: ed ora se questo non possono fare braccia di bronzo e di marmo, o come pretendete ottenerlo da braccio di uomo? Qui havvi un polso, e dentro il polso il sangue che vi corre e vi ricorre risospinto dal cuore. E noi sappiamo per esperienza lunga pur troppo, quanto influiscano sopra il nostro cuore i rispetti, i sospetti e i dispetti co' quali (a detta della prelodata buona anima di Cosimo I) si governa il mondo; e non solo queste passioni, ma altresì l'uggia, la simpatia, il temperamento, la disposizione del corpo ed altre minute, infinite e non conosciute cause che tanto possono sopra di noi.

Imparziale il riassunto del presidente parve, ma togli un micolino di qua, un zinzino aggiungi di là; qui smussa leggermente una punta, e lì aguzzala; appoggia la voce sopra un periodo, e un altro susurrane, chè la voce colorisce più e meglio del pennello assai, e tu ti troverai ad avere con intera coscienza composta una relazione imparzialmente assassina; tale appo cui giudicheranno galanteria la lingua dell'aspide e la coda dello scorpione.

Nocque a Felicina il riassunto del presidente troppo più della requisitoria del procuratore generale, imperciocchè questa sembrasse, com'era veramente, irosa e sleale, mentre l'altro fu giudicato mansueto, e retto; quegli irritò, questi convinse. Nè punto meno riuscirono insidiose le questioni messe innanzi ai giurati, laberinto vero, per uscire a salvamento del quale sarebbe bastato appena il filo di Arianna; e la più parte dei giurati non conobbe altro spago, che quello col quale legavano i cartocci a bottega.

I giurati chiusi in Camera a deliberare, non riuscendo in tutto a formarsi da per loro un giudizio, nè potendo vincere la confusione in cui caddero per la moltiplicità delle questioni, accordaronsi a pigliare per guida il lume che traspariva dal riassunto presidenziale, e dove parve a loro che inclinasse al sì eglino dissero sì, e dove al no, senza tanto beccarsi il cervello, dissero no.

In meno di un'ora fu finita ogni cosa; la più parte di loro metteva doppio tempo a desinare: neppure una delle formalità volute dalla legge fu trascurata: vennero tutte eseguite puntualmente, chè il manuale sapevano a mena dito.

I dodici rientrarono nella sala, dove li accoglie un silenzio inquieto, foriero della tempesta. Il presidente domanda al capo dei giurati, conforme alla usanza, qual sia il resultato della deliberazione; questi con la mano sulla parte _dove il cuore ha la gente_, pronunzia la formula sacramentale: «Sul mio onore e sulla mia coscienza la deliberazione dei giurati è questa....» e la lesse, la quale sonò alternativamente ora affermativa ed ora negativa con questa ragione, che condannò senza pietà Felicina, e rimandò assoluto prete Liborio.

Il presidente, in ordine al _verdetto_ dei giurati, dichiarato prima assoluto don Liborio, decretò si ponesse subito in libertà, non senza ammonirlo di procedere un'altra volta meglio avvisato negli atti di carità: anco questa ha i suoi confini; anzi per dirgliela in rima, _conciossiachè il presidente desse talora una capata nella poesia_, gli allegò la sentenza dello abate Pietro:

........... e quando eccede, Cangiata in vizio la virtù si vede.

E il diavolo rise. Quanto a Felicina, giudicata colpevole di netto, il pubblico ministero chiese con bellissimo garbo alla Corte l'applicazione della pena ai termini dell'articolo 531 del Codice penale.

— E che porta questo articolo? — domandavano così per curiosità l'uno all'altro gli astanti, ed anco i giurati.

— Ma! — rispose uno, tirando su una presa di tabacco — semplicemente la morte.

— La morte! — I giurati saltarono su come i diavoli di Germania scattano fuori dalle scatole, e si misero paura scambievolmente: parecchi di loro per quel dì non pranzarono; due, il giorno di poi ebbero a purgarsi; in altro modo non sapevano piangere. Le fanciulle infeste a Felicina si dispersero a mo' di colombe pel sopravvenire del falco; e tanto più volentieri mi valgo di questa comparazione, in quanto che ho avuto luogo di osservare come gli uccelli cari a Venere, non sieno punto, secondo la opinione universale, miti, al contrario rissanti spesso fra loro a colpi di becco, ovvero di ale a mo' che le femmine dispettose costumano co' gomiti.

Ai consiglieri della Corte non fece caldo nè freddo; nell'animo loro la sentenza, come la nebbia, lasciò il tempo che aveva trovato: di cotesta maniera arrosti tutti i giorni ne cuocono; all'odore dello strinato ci sono avvezzi.

Chi trionfò davvero fu il procuratore del re; quando tornò a casa pareva Ezio reduce dai gelidi Trioni con due corbelli di alloro: la bambina che gli si fece incontro giù per le scale egli si pose a cavalcioni sul collo, segno di sterminata allegrezza, perchè non dimenticava mai la sua gravità, anco quando era col berretto da notte e la veste da camera. A mensa si cantò da sè l'_epinicio_, ovvero l'inno del trionfo; per celebrare degnamente la vittoria volle una bottiglia di Chianti, proprio di quello del Ricasoli. Cotesto vino, che ha il colore ed anco il gusto del sangue rappreso, piace ai procuratori del re; anche il boia lo beve per le pasque.

La folla spulezzò in un attimo per cavarne i numeri, ed essere in tempo per giocarli prima che chiudesse il banco del lotto. Solo una vecchia tentennava il capo, e le gridava dietro: «Dove vai senza giudizio? Numeri buoni saranno quelli che piglierò quando le taglieranno la testa!»

A Fabrizio non fu mestieri interporre ricorso in Cassazione per Felicina; ricondotta in carcere la prese il delirio e non la lasciò più: poco prima dell'agonia, secondochè per ordinario succede, tornò a rischiararla nella sua pienezza la luce dello intelletto, e se ne valse per raccontare punto per punto le infamie del prete traditore ed omicida. Innocente ella era, e gli uomini le posero per lapide al suo sepolcro una sentenza di morte.

E pure questa sentenza troppo più che alla Felicina tornò maluriosa a Fabrizio, il quale appena fu pronunziata declinava il capo nelle mani, nè più si mosse, finchè gli uscieri vennero ad avvertirlo, che stavasi per chiudere il Tribunale; da quella via lo consolarono dicendogli: «Si faccia animo, _se ha perso questa, ne vincerà un'altra_!» Egli si destò, e gli parve essersi rinnovata in lui la leggenda dei sette dormenti; l'uragano gli aveva devastato lo spirito: amore, affetti, generose aspirazioni, ogni cosa dispersa; vibrò truce lo sguardo al cielo, e parve Giuliano l'apostata, quando raccolto nel cavo della mano il proprio sangue lo gettava in alto a sfida del galileo. Giù per le scale del Tribunale fu udito borbottare:

— Caligola era un moderato.... già che ci era doveva desiderare che non i Romani, bensì tutti i viventi avessero un capo solo.... umanità! umanità! non vali una corda che t'impicchi.